lunedì 21 giugno 2010

L'ARCINORMALE - Italia senza follia


Lidano Grassucci
Adesso pure tu parli di calcio? Sì, ma non per il pallone, per la corsa ma per quell’Italia in mutande tanto uguale all’Italia vera, quella della fatica di tutti i giorni. In campo bravi ragazzi, ma un po’ su d’età, il capo poi è  uno che era moderno la volta scorsa e non è Vittorio Pozzo figlio di una Italia agricola e caparbia. Siamo vecchi in quel campo in Sudafrica. Vecchi nelle gambe, vecchi nelle idee. Il signore canuto che dà ordini ai ragazzi mi pare simile ai generali francesi che attendevano tronfi i tedeschi sulla linea Maginot e quelli giravano per il Belgio e stavano già a Parigi.
Vecchi, davanti ad un mondo nuovo, vecchi di un paese vecchio e stanco.
 Guardo ex ragazzi che hanno già  vinto, appagati, miliardari. Penso a Cassano, il ragazzo della fame di Bari tanto simile alla vitalità del mondo che ha voglia di vincere per vincere la fame, penso a Balotelli alla sua follia, alla sua corsa irrazionale ma da palpito al cuore. Penso a quanto siano simili questi ragazzi a quelli che hanno un sogno da realizzare, e quanto siano simili quelli in campo ai ragazzi senza sogni.
Un paese che rinuncia alla fantasia, che ha paura di rischiare è un paese che non ha domani. Come la squadra di calcio.
Gentile aveva davanti Maradona, tutto era contro di lui: l’argentino era più veloce, aveva più classe, aveva più fascino, parlava con la palla. Tutto era contro Gentile, tranne Gentile. Dio Maradona non fece miracoli, i miracoli li fece il sacrestano, Gentile. Ma lui, Gentile, aveva voglia di vincere. Questa è la differenza, l’Italia è un paese di vecchi e giovani che non si sanno ribellare, che non sanno uccidere il padre.
Per questo questa squadra è un po’ triste comunque sia, Cassano è folle? Perché  era sano Garibaldi? Balotelli è estroso? Perché era normale Enzo Ferrari?
Non vinciamo? Perché abbiamo paura.

LA FORMICA ROSSA: Una lotta di libertà: servono diritti e non privilegi

Teresa Faticoni
C’era una canzone degli anni Sessanta che diceva “E la ragione è perché ho scioperato, per la difesa dei nostri diritti, per la difesa del mio sindacato, del mio lavoro, della libertà”. Altri tempi, un altro mondo. Adesso va tutto al contrario. Non si sciopera quasi più, in piazza di solito ci vanno i pensionati. Non si difendono più i diritti, perché dall’alto non li garantiscono preferendo elargire privilegi. Il sindacato ha assunto un ruolo cuscinetto tra le aziende e i lavoratori. Difendere il lavoro e difendere la libertà, a questo punto, sono la stessa cosa. Ma se qualcosa va male, come vanno malissimo le cose in questa provincia, a chi imputare la responsabilità? La politica è sempre in panchina, nemmeno si scalda i muscoli per entrare in partita. Le aziende dimenticano qualsiasi principio di responsabilità sociale e se vogliono chiudere lo annunciano un paio di giorni prima. Tanto un ammortizzatore sociale non si nega a nessuno. I sindacati si limitano a gestire il gestibile. Ma il contesto è diventato ingestibile: serve una nuova idea di sviluppo, servono risposte semplici a domande complesse, serve stare uniti sui temi e sulle battaglie. «O cara moglie, prima ho sbagliato, dì a mio figlio che venga a sentire, chè ha da capire che cosa vuol dire lottare per la libertà». Finiva così la canzone di Ivan Della Mea. E non solo ai bimbi, la lotta per la libertà andrebbe insegnata a cominciare dagli adulti.




domenica 20 giugno 2010

Editoria - In libreria “La rivincita delle zitelle”


 Luisa Guarino

Angela Di Pietro, per sua stessa definizione è ‘un’anomala’. Del resto come può essere considerata una donna che non solo si autodenuncia come zitella, ma dice di avere gli anni che ancora non ha compiuto? Angela Di Pietro, giornalista di Latina e colonna portante, a dispetto dell’apparenza, della redazione del quotidiano Il Tempo, ha pubblicato per Sperling & Kupfer meno di un mese fa il suo primo libro, “La rivincita delle zitelle” che vi invitiamo spudoratamente ad acquistare, leggere, regalare, dimenticare in uffici e luoghi pubblici perché la divulgazione sia la più rapida e capillare possibile. La lettura di questo testo, rilegato morbido, con una copertina un po’ in rilievo e così colorata sul fondo bianco che viene voglia di accarezzare, vi farà rilassare e divertire.
La notizia della pubblicazione del libro ha fatto sobbalzare di gioia ma non di sorpresa, amici, colleghi e conoscenti, anche totalmente all’oscuro dell’evento: da Angela si sa c’è da aspettarsi di tutto, in senso buono s’intende. Dunque eccola, quest’opera prima in 169 pagine e una miriade di paragrafi, che solo a leggerne i titoli è tutta una risata.
Fantasia inesauribile, trovate a iosa, autoironia da esportare, Angela Di Pietro fa capolino da ogni pagina con il sorrisetto tipico e l’immancabile trasgressione che fanno di lei davvero… un’anomala.
Nel risvolto di copertina si legge tra l’altro: «Più divertente di Bridget Jones, più spudorata di Carrie Bradshaw, più zitella della vostra vecchia zia. Una valanga di divertimento che vi travolgerà». Un sapiente e del tutto involontario miscuglio di consumismo, gossip, humour ‘trasuda’ prima ancora che dalle pagine, dai titoli dei paragrafi (e qui si vede anche chiaramente la conoscenza e l’abitudine della cronista consumata). Il sottotitolo del libro recita “Storie tragicomiche di amori, sesso e cerette”. E il paradosso è che quelle storie sono tutte rigorosamente vere. Angela come zitella è assolutamente anomala, scusate se insisto su quest’aggettivo: sì, perché uomini ne ha avuti, e anche parecchi, con una pericolosa propensione per tipi che, salvo qualche eccezione, potevano piacere solo a lei. E oggi con “La rivincita delle zitelle” ha voluto stilare una sorta di bilancio sentimentale, come spiega chiaramente nella quarta di copertina, in una doppia cornice blu e rossa che ricorda le correzioni delle maestre di tanti anni fa. A quel bilancio Angela dà un titolo: “Il buio oltre i quaranta”. «Ma nelle tenebre ho intravisto uno spiraglio - spiega l’autrice -: a voi la mia rivincita sugli uomini che a me hanno preferito la moglie, l’amante, la fidanzata più giovane, il fidanzato più aitante, la motocicletta, la Legione straniera. Con un ringraziamento a ognuno di loro: se qualcuno mi avesse vagamente ritenuta sposabile, probabilmente non avrei scritto questo libro». Il dubbio resta sospeso sul capo dei lettori… e di Angela stessa. A questo punto il mio piacere-dovere nei confronti del testo di Sperling & Kupfer “La rivincita delle zitelle” può considerarsi bene o male esaurito. Ma non posso fare a meno di dire due parole sul mio rapporto con Angela, nato circa venticinque anni fa (a proposito, auguri per le nozze d’argento!) Lei era giovanissima, io donna fatta. È stata la mia prima amicizia femminile, divertente, stralunata e impegnativa: mi ha insegnato a dialogare, a litigare, a spiegarsi e a fare pace, mi ha criticato e mi ha riempito di tenerezza, mi ha fatto pensare, fare autocritica. Con lei ho diviso momenti belli e brutti, risate e dolori insopportabili, merende spartane con la falia di Priverno e il prosciutto mangiato con le dita, i viaggi in taxi (per pigrizia lei lo prendeva anche da Via Cesare Battisti, dov’era all’epoca la nostra redazione, a Viale Petrarca, dove ogni pomeriggio faceva il notiziario in diretta), una corsa notturna fino al mare dietro a uno dei tanti belli di Beautiful, ospite di un locale per l’8 marzo. La prima volta che è venuta a Ponza mi ha detto che lì io cambiavo completamente, e non ero per niente ospitale né simpatica come al solito (tutto vero: a Ponza ci vorrei stare solo io insieme a tanti sconosciuti), un’altra volta però mi ha cucinato spaghettini con le vongole, o telline? uno dei suoi must, e insalata di polpo (slurp). Sono convinta che la mia vita e quella della mia famiglia non sarebbe stata la stessa senza Angela. Oddio! Ma dovevo scrivere solo del suo libro…

Gazebo in piazza per la Nexans


Teresa Faticoni
“Siamo tutti della Nexans” è uno degli slogan che hanno caratterizzato la lunga e difficile battaglia dei lavoratori della fabbrica di Borgo Piave. «È passato più di un mese da quando siamo venuti a conoscenza della chiusura della nostra fabbrica e da lì abbiamo cominciato una lotta senza quartiere che ci ha visto chiedere aiuto ai  lavoratori di altre aziende, alla cittadinanza e in ogni dove. La solidarietà, la vicinanza e l’appoggio incondizionato ricevuto è la dimostrazione che la società moderna è capace di riunirsi e ritrovarsi di fronte a problematiche grandi come la crisi che caratterizza il mondo del lavoro in particolare qui da noi a Latina». I lavoratori della Nexans non si sentono soli: attestati di solidarietà arrivano dagli altri lavoratori della provincia e non solo (molto significativo il gemellaggio con quelli della Playtex di Pomezia che vivono una situazione simile a questa della ex Fulgorcavi); la politica che ha dato un cenno di risveglio dal suo torpore; la città che non rimane indifferente. Giovedì scorso la Cgil ha organizzato nel sito di via del Crocifisso un momento conviviale: nella sala mensa sono state cucinate le vivande messe a disposizione da alcuni supermercati della provincia di Latina contattati da Anselmo Briganti, segretario della Filcams Cgil, vino a volontà, brace attrezzata nel piccolo spazio verde, musica e karaoke. C’erano i bambini e i più grandi raccontavano con un po’ di malinconia negli occhi e nella voce le serate passate al capezzale della Good Year che stava chiudendo. Speriamo stavolta finisca in modo diverso, speriamo che tra dieci anni non saremo ancora qui a ricordare i giorni della Nexans. «Non sentirsi soli in questo momento è per noi veramente importante» dicono i lavoratori. Questa mattina in piazza del Popolo sarà allestito un gazebo per una raccolta fondi, necessaria a finanziare le iniziative volte alla salvaguardia del posto di lavoro di oltre 200 persone. Sempre oggi alle 15 e 30 in Confindustria Latina si terrà un incontro tra le organizzazioni sindacali e il management della multinazionale francese per discutere dell’integrazione alle retribuzioni da cassa integrazione straordinaria e dei trasferimenti decisi de imperio dall’azienda per alcuni lavoratori verso gli stabilimenti Nexans di Milano e Battipaglia. È il primo vero momento di trattativa, possibile grazie alla mediazione del prefetto D’Acunto il quale la settimana scorsa ha convocato tutte le parti a Palazzo del Governo per abbattere il muro di gomma alzato dopo la contestazione all’indirizzo dei dirigenti Nexans da parte dei lavoratori. Questo per la parte squisitamente sindacale, per il secondo binario di trattativa, quello inerente la chiusura o la riconversione dello stabilimento, bisognerà attendere la prossima settimana quando presso il ministero dello sviluppo economico si terrà l’ennesima riunione per capire quali le strategie e i piani messi in campo.

L'ARCINORMALE - La lezione di Amedeo


 Lidano Grassucci
Mi colpisce l’articolo in basso, a pagina sette, de Il Corriere. Annuncia la morte a 101 anni di Amedeo Guillet. Un articolo fatto di poche righe. Direte voi, “ma chi è ‘sto Amedeo Guillet”? E’ qui il punto.
 Lui è stato quell’ufficiale italiano che un dittatore imbecille lasciò, insieme a tanti altri giovani italiani, a combattere con la bandiera e poco più a migliaia di chilometri di distanza dalla patria, senza possibilità alcuna di vittoria. Si trovava in Africa orientale con un gruppo di amhara, soldati che l’Italia non l’avevano mai vista, e non l’avrebbero mai vista, che in suo nome combattevano in quelle terre. Guillet guidò i suoi uomini a cavallo contro i carrarmati inglesi, quando il Duca Amedeo D’Aosta all’Amba Alagi, fu costretto alla resa perché non aveva più munizioni per combattere , e per questo ricevette dagli inglesi l’onore delle armi, Amedeo con i suoi Amhara continuò a combattere in nome del suo paese lontano e del suo re. Lo fece per mesi e in barba a tutte le autorità di Sua Maestà britannica. Poi attraverso lo Yemen e un viaggio lunghissimo tornò in Italia dove riprese le armi, in nome di giuramento di fedeltà al suo re, contro i tedeschi come il suo capo gli aveva comandato. Quando gli italiani scelsero la Repubblica e mandarono a casa il sovrano, lui fedele al suo giuramento, si dimise da militare perché non si può giurare fedeltà due volte e chi lo aveva fatto alla monarchia non poteva farlo alla repubblica e intraprese un’altra strada, quella della diplomazia. Quando a Londra in un ricevimento ufficiale un diplomatico britannico che era stato tra quelli che in Africa gli davano la caccia durante la guerra gli disse: “Lei signor Guillet è stato molto fortunato a non incontrarmi prima” di contro l’italiano gli rispose: “non sa quanto è stato fortunato lei a non incontrarmi prima”. Ecco, Amedeo Guillet, rappresenta quell’Italia per cui sono orgoglioso di essere italiano, non fatta di corsa in mutande con una maglia colorata, non fatta di vigliaccheria e fughe ma di dignità, di senso del dovere, e di rispetto di se stessi perché si è in grado di rispettare la propria nazione. Per questo, per dirla alla Giorgio Gaber, “io non mi sento italiano ma per fortuna lo sono”. Perché c’è stata gente come lui, perché ogni volta che passo davanti alla Sinagoga, davanti al tempio maggiore che sta in Lungotevere a Roma ricordo cosa significava la schiavitù dei preti che toccò alla mia gente, ricordo cosa significava essere servo di stranieri. Per questo oggi, quando questo Stato che è l’Italia compie 150 anni, ritengo fondamentale ricordare il meglio che siamo stati. E ritengo offensivo che Amedeo Guillet sia stato ricordato in un trafiletto in basso a pagina 7 mentre titoli a tutta pagina annunciavano ed elogiavano prove muscolari di uomini in mutande che inseguono una palla o radio locali che inneggiavano a patrie di cartone. Si muore sicuramente e ogni morte è per sempre. Ps La figura di Amedeo Guillet verrà ricordata in un articolo che pubblicheremo nel nostro giornale mercoledì prossimo a cura di Fabrizio Bellini. Non volevo raccontare la figura storica di Guillet ma testimoniare che c’è un altro modo di essere italiani che non è secondo a nessuno e neanche primo a nessun altro ma è semplicemente dignitoso e di cui si può essere orgoglioso. Ecco, sono orgoglioso di esser concittadino di uno che non si è arreso quando sarebbe stato facile farlo, che ha combattuto quando sarebbe stato difficile farlo, che è stato italiano quando è stato difficile esserlo.

venerdì 18 giugno 2010

Truffa e corruzione, Galardo dal gip

 
 Elena Ganelli
Sarà ascoltato giovedì mattina dal giudice per le indagini preliminari Lucia Aielli, firmataria del provvedimento restrittivo nei suoi confronti che gli ha imposto l’obbligo di firma tre volte la settimana, l’ex vice sindaco di Latina Maurizio Galardo, indagato per corruzione, falso e truffa aggravata ai danni del servizio sanitario nazionale. Una posizione la sua che entra in due diversi filoni di inchiesta della Procura dela Republica: la prima riguarda  una serie di presunte truffe a compagnie assicurative per incidenti stradali inesistenti e pratiche per invalidità civili oltre alla prescrizione di medicinali curazioni e una serie di pratiche legate alle invalidità civili, pensioni di guerra oltre che prescrizioni di medicinali ritenute numericamente eccessive.
La seconda tranche dell’indagine, condotta dai sostituti procuratori Raffaella De Pasquale e Raffaella Falcione, lo vede invece coinvolto in qualit&agrav e; di aministratore pubblico ed ex assessore all’università: secpndo quanto emerso dalle numerose telefonate intercettate dagli investigatori Galardo avrebe ottenuto compensi in denaro in cambio dell’affidamento di alcuni lavori realizzati propio nella struttura universitaria, in particolare quelli per il parcheggio. Nell’elenco delle spese sospette ci sarebbero anche appalti incarichi legati al suo ruolo di presidente della Fondazione Teatro.
Una mole di accuse che sarebbero supportate proprio dalle intercettazioni telefoniche effettuate in un lungo periodo di tempo e sulle quali hanno lavorato i carabinieri del Nucleo investigativo di Latina. 
Maurizio Galardo, che è assistito dagli avvocati Angelo Palmieri e Andrea Nascani, si è sempre professssato estraneo alle accuse e giovedì per la prima volta si troverà a rispondere ai quesiti del magistrato che ha emesso un provvedimento restrittivo con gli obblighi di firma.  I suoi legali sono in attesa di prendere visione della relativa ordinanza ma sembrano intenzionati e non impugnare l’ordinanza emessa nei giorni scorsi su richiesta dei pm titolari dell’inchiesta che conta, oltre all’ex vice sindaco del capoluogo pontino, altri quindici indagati.
Nell’elenco in questione ci sarebbe qualche avvocato e i titolari di studi di infortunistica stradale. 

L'ARCINORMALE - Marina senza mare


Lidano Grassucci

Fa freddo in questo mare, fa freddo anche se c’è l’afa. Freddo è un mare che sembra un angolo desolato di Cuba, ci mancano solo le auto eredità di Batista e sarebbe tutto uguale. Mettono tristezza gli arredi, mette tristezza il niente che sta qui. Il mare dovrebbe essere il luogo della vita, della festa, del vociare festante di ragazzi e ragazze, il luogo delle libertà. Invece? Ci sono desolate case sulla spiaggia retaggio di antiche “invasioni”, fredde di quella freddezza che solo l’edilizia anni ‘60/’70 puo’ dare, puntellate dall’edilizia dei lidi modello colonie per bimbi indigenti da iodare figli dei totalitarismi del secolo scorso. Desolante la cortina di case da boom economico in fase depressiva. Non vedi un vigile, non vedi nulla di idea di presenza collettiva. Qui, al lido di Latina, lo Stato (inteso da Comune a Unione Europea) se c’è è totalitario, repressivo, vessatorio.
Triste sto mare. Magari se il commissario intervenisse con una norma banale: chi fa qualcosa per battere la tristezza di questo posto è benemerito, è da premiare.
Ecco premiamo gli operatori della marina di Latina, premiamoli tutti a cominciare dai campeggiatori che almeno al mare qualcuno lo hanno portato. Premiamoli, diamogli medaglie perché chi investe qui, al Lido di Latina è un eroe. E’ uno che ha anticipato Marchione che vorrebbe riportare la produzione di automobili italiane in Italia nonostante gli italiani. Sta gente, gli operatori della marina di Latina, hanno agito al mare di Latina nonostante il Comune piu’ comunista del mondo, nonostante la tristezza piu’ triste del mondo.
Guardo il mare di Latina e capisco il coraggio.
Spero che il commissario intervenga: libero mare in uno Stato libero   

Aprilia - Aser, conti sequestrati e ufficio chiuso

Maria Corsetti

Il tribunale civile di Roma dà ragione al Comune di Aprilia e ordina il sequestro dei conti bancari e postali di Aser e Tributi Italia, oltre alla chiusura degli uffici Aser di Aprilia. Un ennesimo punto a favore dell’amministrazione D’Alessio che, a un anno dal suo insediamento, ha realizzato l’obiettivo principale: far tornare la riscossione dei tributi in capo al Comune.  Quest’ultima vicenda inizia circa un mese e mezzo fa, quando il Comune di Aprilia chiede il sequestro del database, il sequestro dei conti correnti postali e bancari, nonché la chiusura dell’ufficio di Via Salieri. Il tribunale dispone esclusivamente per il sequestro del database: una decisione alla quale il Comune si oppone con un ricorso-reclamo che evidentemente convince il giudice ad accogliere ogni istanza.
«Appena abbiamo avuto l’ordinanza – spiega l’assessore alle finanze Tonino Chiusolo – abbiamo immediatamente provveduto alla notifica tramite raccomandata, anticipandola via fax, a tutti i soggetti interessati, vale a dire Aser, Tributi Italia, Poste Italiane di Aprilia, Poste Italiane centrale, Monte Paschi Siena di Aprilia, Monte Paschi Siena centrale. Sono soddisfatto, più che soddisfatto per i risultati straordinari raggiunti in quest’anno di amministrazione D’Alessio. Siamo sempre stati sicuri di essere dalla parte della ragione, ma non è stato facile. A questi risultati si aggiungono anche i numeri dell’ufficio tributi del comune che viaggia con circa duecento presenze al giorno e dai cento ai centocinquanta contatti telefonici. Già a fine giugno saremo in grado di effettuare un conteggio di quanto incassato e credo che si tratterà di una cifra straordinaria».
La curiosità ora è tutta per i conti postali e bancari dell’Aser - dei quali è stato indicato come custode il segretario generale del Comune di Aprilia, Paolo Caracciolo - sulla cifra indicata a saldo.
Anche se nessuno si aspetta una bella sorpresa. 
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giovedì 17 giugno 2010

L'ARCINORMALE - Galardo e la Santa Inquisizione


 Lidano Grassucci

Nella Costituzione c’è scritto che si è innocenti fino a condanna definitiva. E la Costituzione non l’ha scritta Berlusconi in delirio di libertà private, non l’ha scritta neanche un mafioso ma il meglio degli italiani del secolo scorso, i padri costituenti.
 Dico questo perché assisto all’ennesimo episodio di gogna mediatica nei riguardi di un mio personale amico, e lo dichiaro con orgoglio, da cui mi dividono scelte politiche e forse anche comportamenti di vita. Ma anche per questo gli sono, appunto, amico. Maurizio Galardo è “accusato” di una serie di reati. E’ accusato, cioè, contro di lui si muovono dei rilievi della pubblica accusa, non delle condanne di giudici terzi. Lui come tutti noi dinanzi alle accuse ha diritto alla difesa e solo dopo aver esercitato questo diritto, davanti ad un giudice terzo, sarà quest’ultimo a stabilire se ha sbagliato rispetto alla legge oppure no. Invece alla presenza della solo accusa lui è considerato da molti dei miei colleghi già condannato e addirittura è censurabile dall’ordine professionale dei medici di cui fa parte. Siamo ancora ai metodi della santa inquisizione in cui i preti di turno, oggi si chiamano giudice o giornalista ma fa poca differenza perchè sempre di Fede si tratta, accusano di stregoneria una persona che diventa strega a priori. Il resto non interessa. L’accusa coincide con la condanna. I miei colleghi giornalisti si strappano le vesti sulla nuova legge sulle intercettazioni ma non hanno fatto altrettanto quando hanno messo sul giornale aspetti della vita personale di uomini e donne che non avevano commesso reato, che parlavano dei fatti loro, e che per accidente avevano avuto a che fare con chi era oggetto di indagini. E non mi si dica che una conversazione magari sopra le righe, d’amore o di erotismo, è un elemento che conforta le indagini contro la mafia, contro il terrorismo, contro il più becero dei crimini. I miei colleghi si indignano sempre per le loro libertà negate, mai per le dignità che negano. Ritorno sempre, da ormai vecchio liberale, ai principi di quella Costituzione che sancisce accanto alla dichiarazione di libertà  la dicitura “nei limiti previsti dalla legge” e che significa, anche nei limiti delle altre libertà. Perché la libertà senza il rispetto delle altre libertà è abuso, è ignominia, è negazione del rispetto degli altri. Tutto qui. Il caso di Galardo è significativo di una cultura liberticida perché in nome di un arbitrio, prendere i rilievi dell’accusa come condanna, si trasforma in racconto non della verità ma di ciò che si vorrebbe come verità. Un liberale tra lo Stato e il cittadino sta sempre dalla parte di quest’ultimo perché lo Stato è già forte di per sé in ragione della “esclusività dell’uso della forza”, del monopolio della negazione delle libertà personali. Chi è più forte deve avere alti i limiti della sua forza, altrimenti diventa il Moloch che nel ‘900 abbiamo conosciuto nelle vesti del totalitarismo.  La grande rivoluzione giacobina quando si è disumanizzata in nome  della virtù è diventata terrore. Oggi questo pericolo riemerge. Non mi riconosco in Berlusconi e nelle sue considerazioni rispetto alla Costituzione ma da liberale non posso non rilevare che siamo dinanzi ad una pericolosa deriva liberticida in nome  di un giustizialismo diffuso e becero, di una inquietante necessità di vendetta sociale e della necessità di avere un nemico. Non mi unisco al politicamente corretto del considerare qualsiasi intervento di tutela dei cittadini di fronte a chi scrive come  un attentato alla libertà, non mi unisco e non mi unirò mai a chi trasforma i rilievi di una parte del processo, l’accusa, in condanna.  

mercoledì 16 giugno 2010

Caso Janssen - Cavallo: «Solo bugie e illazioni»

Teresa Faticoni
«Dopo due anni non ci sto, perché semplicemente non è vero». Le corde dell’indignazione vibrano nella voce di Luigi Cavallo, segretario della Uilcem Uil, a parlare di quanto denunciato nei giorni scorsi su un social network dai lavoratori messi in mobilità nel luglio 2008 dalla Janssen. Erano accuse pesanti: si parlava di minacce e pressioni subite per firmare la volontarietà degli ammortizzatori sociali, di donne incinte licenziate perché tanto sarebbero state mandate via al rientro, di silenzio da parte delle organizzazioni sindacali. «Abbiamo fatto 10 assemblee per quella vicenda - ricorda Cavallo -. Non vogliamo essere trattati da banditi di strada, facessero i nomi, raccontassero fatti e circostanze alla Procura della Repubblica». Dopo due anni il caso sta riscoppiando, e la deflagrazione evidentemente è stata potente. «Quale azienda dopo due anni non riassume anche se ha concluso una procedura di mobilità?». Cavallo ricorda che all’epoca, quando la Janssen stava dismettendo il reparto Cordis, aveva anche messo a disposizione come organizzazione sindacale un ufficio legale per portare avanti la vertenza, ma i lavoratori preferirono allora prendere i soldi della buonuscita e non procedere. Per quanto attiene alla denuncia di truffa rispetto agli incentivi, Cavallo ricorda che con una vertenza i lavoratori recuperarono, come consuetudine, fino all’80% di quanto spettava loro. «Che succede in questo territorio? Non c’è nessuna lealtà». Il ricordo degli altri operai della fabbrica che non aderirono allo sciopero nei giorni più caldi è ancora troppo vivo, la ferita brucia ancora.

Terracina, arrivederci a Pécs

Non un addio, ma un arrivederci. Il sindaco di Pécs con la delegazione hanno salutato nei giorni scorsi Terracina. Un soggiorno breve ma intenso, organizzato nei minimi dettagli dal Comitato Terracina per Pécs. Tutto è cominciato sabato 5 giugno, con uno stand informativo in piazza Garibaldi dove la cittadinanza ha potuto familiarizzare con la delegazione presente e conoscere nel dettaglio gli eventi che stanno celebrando Pécs Capitale Europea della Cultura. Di sera nella Chiesa del SS. Salvatore, il gruppo musicale della Scuola “G. Di Spigno” si è esibito diretto dalla professoressa Caterina Bono dell’Associazione “Canto di Eea”. Nel corso della serata si è perfettamente inserita una splendida esibizione del musicista ungherese Zoltàn Maml con la sua fisarmonica e una serie di pezzi musicali della tradizione ungherese. Domenica, invece, il sindaco Pàva Zsolt, ha tenuto una Conferenza nella Sala Valadier dove, con il Responsabile del Comitato Ungherese per Pécs 2010, Tamàs Szalay, ha esposto nel dettaglio tutto il Progetto che ha permesso alla nostra Città Gemellata di ricevere con orgoglio l’onore di rappresentare la Capitale Europea della Cultura. A seguire ricco buffet offerto dall’istituto Filosi. Poi la processione del Corpus domini e una bella cena di gala nei Giardini della Meson. Lunedì mattina, nella sede della Provincia di Latina, si sono conclusi gli incontri istituzionali della delegazione. Qui infatti il sindaco di Pécs ha incontrato il presidente della commissione cultura, Mauro Carturan, e alla presenza dei commissari e del consigliere provinciale, Rossano Alla, il sindaco ha illustrato i punti salienti del programma di Pécs 2010. Da qui un nuovo ed esaltante invito da parte della delegazione a tutta la Commissione che ha già garantito il suo sostegno al Comitato di Terracina nonché la sua diretta partecipazione nell’organizzazione degli eventi che si svolgeranno a Pécs in Ottobre per “La Settimana della Cultura Italiana”. Il Comitato di Terracina per Pécs 2010, la Consulta dei Gemellaggi e l’Amministrazione Comunale ringraziano tutti coloro che hanno collaborato per rendere piacevole il soggiorno del sindaco Pàva e di tutta la delegazione. 

martedì 15 giugno 2010

L'ARCINORMALE - Indifferenza moderata

Lidano Grassucci 
Esistono montagne che nascondono colline, le prime si pesentano cattive, ma le seconde non sono meno alture. Dico questo perché in questi giorni sono stato un po’ impressionato dalla montagna Zaccheo. Ero come un cacciatore che dovendo sparare tra un veloce topo e un pachiderma lento e un po’ su di peso ha, vigliaccamente, mirato al primo. Cio’ non di meno anche la bestiolina veloce fa parte del mondo animale. Dico questo perché il dramma di Latina è imputabile al pachiderma ma non meno ai topolini. Si sa i topolini se si muovono veloci all’elefante fanno un po’ paura perché lui non si percepisce grande, ma piccolo.
A Latina è in crisi una classe dirigente tutta. Dove erano le opposizioni davanti ai sogni di Zaccheo? Dove erano quelli di Forza Italia? Tutti silenti. Il commissario liquida, revoca, si preoccupa. Ma doveva controllare l’opposizione, ma doveva Forza Italia e la sua “responsabilità moderata” non essere da meno. Perché non siamo inorriditi, dico noi liberali, davanti a Tana novello Beneduce? Perche, dico noi liberali, non siamo inorriditi di una banca presentata in Comune? Perché la rivoluzione liberale di cui Forza Italia è motore non hanno provato schifo davanti all’iperstatalismo di Finestra prima e Zaccheo dopo. Doveva venire il commissario per chiudere l’Intermodale? Oggi per avere un certificato dal Comune di Latina è passare sotto le maglie della Santa Inquisizione, il cittadino è presunto bandito. Dove erano i liberali democratici del centrosinistra e quelli di centrodestra? Dove sono stati i moderati, i liberi, in questi 17 anni? Sono stati comodi in maggioranza e senza pensieri all’opposizione.
Consentitemi di trovare nelle cronache di questi giorni il male di una destra andata al governo della città non per meriti propri, per sue capacità, ma per suicidio moderato. Governata dalla Destra per ignavia moderata. A Latina sono mancati i liberi. Ricordo un unico sussulto quello sul piano regolatore di Cervellati scempio revanscista del peggio del 900 il perbenismo fascista (di facciata quanto uno nella realtà)  di Finestra e l’idea dirigista comunista di Cervellati. Mentre il mondo chiudeva con il cancro del secolo breve noi lo riproducevamo.
Sono mancati i moderati. Non rinnego nulla del mio giudizio su Zaccheo, ringrazio chi ha avuto il coraggio di chiudere con la parentesi fascio collettivista aperta dal ’93, ma questo non significa assolvere “gli indifferenti” per dirla alla Moravia.
I moderati hanno abbandonato Latina, ne è nata una classe politico-amministrativa da fine impero.
Quando qualcuno voleva chiamare questa città Littoria dove erano i liberi? Dove erano gli eredi della Dc, dei laici, dei socialisti, dove. Non posso recriminare sugli ex comunisti, per loro la libertà è un incubo prevede che ciascuno ragioni con la propria testa e non con quella degli intellettuali. Molti di loro hanno flirtato con Finestra e Zaccheo, meglio il neocollettivismo Tanazacheano che la libera impresa. Ma chi ha difeso la libera impresa?
Nessuno. Latina è vittima della codardia moderata. Dobbiamo cambiare classe dirigente ma non solo quella grassa dei suv zaccheiani, ma anche quella della codardia democratica.
Non potevano chiedere liberalismo a Zaccheo, ma a quelli di Forza Italia, agli eredi della Dc quelli dell’Udc, agli uomini delal Margherita, agli ex socialisti sì. Non hanno risposto.

Janssen, la rivolta on line dei licenziati

Teresa Faticoni
Serviva una goccia, una sola goccia perché il mare di rabbia dei lavoratori messi in mobilità dalla Janssen traboccasse. Che la misura fosse colma da tempo lo si era capito: la società chimico-farmaceutica di Borgo San Michele a Latina ha licenziato 50 persone nel luglio 2008. Una procedura aperta con poca voglia di trattare, i sindacati (tranne l’Ugl) firmarono quell’accordo. Sembrava all’epoca l’unica scelta possibile: l’azienda avrebbe proceduto anche senza l’intesa con le parti sociali perché il reparto Cordis andava smantellato a tutti i costi. Solo che a due anni di distanza la Janssen assume; certo, niente di definitivo, tutti contratti a tempo determinato. Ma di assunzioni si tratta, chiara conseguenza che il lavoro c’è. Era solo un calo, che con poca lungimiranza il management deve aver creduto fosse strutturale. E il vento nuovo è andato a soffiare dove c’è disperazione. I lavoratori in mobilità, infatti, hanno cominciato a ribellarsi. A tirar fuori storie che alla luce dei fatti descrivono a tinte fosche tutta l’operazione. La goccia arriva su un social network, in seguito a un articolo pubblicato sulla manifestazione di sabato scorso dei lavoratori Nexans. Due anni fa questa mobilitazione non ci fu. «A noi serviva aiuto due anni fa... Non dimenticherò... nessun sindacato a fare sciopero... siamo andati via in silenzio o meglio ci hanno fatto andare via in silenzio perché era quello che ci dicevano di fare (sindacato che aveva firmato l'accordo), ci siamo fidati, ma di chi? Di un sindacato che non ci ha aiutato a combattere per un posto di lavoro che 50 persone avevano... 50 persone che hanno famiglia e che ora sono a spasso senza lavoro! Vorrei qualcuno che ce lo spieghi o che faccia qualcosa!», scrive un utente. Gli fa eco una donna che denuncia di essere stata licenziata malgrado fosse incinta. E poi tante rivelazioni rispetto a pressioni e addirittura minacce per andar via. «Come mai molti di noi sono stati trasferiti nel reparto Pharma e li avete salvati – scrive un altro ex lavoratore rivolgendosi direttamente a un sindacalista -, noi ultimi ci avete licenziato, e non venirmi a dire che siamo volontari perché se non lo sai siamo stati minacciati e sotto pressione, anche da una parte di rsu della tua sigla sindacale, senza dimenticare dell’art.10 dove a molti di noi, grazie al vostro accordo con l'azienda, abbiamo perso un nostro diritto economico». Una richiesta di aiuto, un sos lanciato ai sindacalisti: che facciano qualcosa, che riaprano la trattativa ove possibile, che prendano in mano una situazione sfuggita a molti. Intanto pare che i legali siano a lavoro. 

lunedì 14 giugno 2010

LAVORO, LA RISORSA STRANIERI

 
 
 Elena Ganelli
Chi sono e che tipo di occupazione riescono a trovare gli immigrati che si stabiliscono in provincia di Latina? E’ quanto ha cercato di capire il rapporto di ricerca realizzato nell’ambito del “Progetto Stima”, il sistema territoriale di inclusione, mediazione e accoglienza  che sarà presentato domani a partire dalle 9 presso l’auditorium della scuola media “Volta” di Latina che è stata anche il partner capofila del lavoro.
La ricerca ha quindi identificato gli aspetti occupazionali degli immigrati sul nostro territorio consentendo di dargli una esatta dimensione con uno specifico riferimento ai singoli settori produttivi nei quali tali lavoratori sono inseriti. L’universo preso in esame comprende circa 26mila lavoratori stranieri con regolare permesso di soggiorno nell’intera provincia pontina: un dato che pone Latina al secondo posto dopo Roma tra le province del Lazio per numero di presenze straniere. Ed è anche quella dove si registrano i maggiori incrementi di tali presenze: + 229% tra il 2001 e il 2009, + 30,2% tra il 2008 e il 2009 . I dati rivelano inoltre che l’83% di questi stranieri ha un’occupazione a fronte di un dato nazionale che si ferma invece al 77%.
L’identikit che emerge è quello di persone che hanno mediamente 35 anni e vivono in Italia da un periodo superiore ai cinque anni: la ricerca ha preso in esame i nuclei familiari scoprendo che i componenti della coppia hanno almeno un lavoro salariato, una famiglia, vogliono restare a vivere nel nostro paese ma si pongono come obiettivo quello di acquistare una casa nel loro paese di origine. Di solito l’uomo lavora nell’agricoltura oppure nell’edilizia o ancora nel commercio mentre la donna ha un impiego come assistente familiare o come collaboratrice domestica e solitamente ha un livello di istruzione superiore: lei parla tre lingue, lui quattro ed utilizzano entrambi le moderne tecnologie come internet, Skype, posta elettronica e webcam pur avendo occupazioni decisamente poco qualificate. 
Per quanto riguarda la nazionalità i rumeni rappresentano il 47,3% del totale, i polacchi il 4,5%. Molti arrivano invece dall’Albania, dall’India, dall’Ucraina e dal Maghreb: complessivamente si contano 113 diverse nazionalità che fanno della nostra provincia un esempio concreto di multietnicità. La ricerca scende anche nel particolare spiegando che gli stranieri presi in esame lavorano dalle 10 alle 12 ore al giorno, guadagnano tra i 500 e i 900 euro al mese, parte dei quale vengono inviati ai familiari rimasti nel paese di origine. Il sogno di tutti è quello di riuscire ad avviare una propria attività indipendente, mettersi in proprio insomma, e qualcuno ci è davvero riuscito: si tratta per lo più di cinesi, indiani, rumeni e ucraini. Gli stranieri rappre sentano insomma una realtà che non può non essere presa in considerazione sia dal punto di vista economico che sociale. «In una società bloccata come quella italiana, in un paese “congelato” dove non nascono più i bambini - si legge nella ricerca Stima - dove sistema educativo e meccanismi di ingresso nel mondo del lavoro irrigidiscono la scala sociale, dove la bassa mobilità sociale e salariale comprime merito ed impegno, i lavoratori stranieri e gli immigrati rappresentano una grande risorsa di mobilità sia geografica che professionale oltre che di cambiamento sociale». Il mondo di oggi già parla lingue diverse e anche quello del lavoro non può fare altro che adeguarsi ad una società che cambia continuamente volto, colore e linguaggio. E’ l’integrazione nel suo aspetto concreto, quella che non si può fermare.

L'ARCINORMALE - I simboli e le ragioni di una caduta.



Lidano Grassucci
Quando gli imperi finiscono non lo fanno di botto, ma arrivano al botto quasi senza accorgersene, con la dolcezza dei fatti che sembravano non dover finir mai. L’ultimo periodo di Zaccheo è stato una Bisanzio in cui i fasti della corte erano sottili, financo fascinanti. Per questo al cunsulo del Grassi erano in tanti ad esprimere nostalgia, a parlare in latino e in greco quando in città si parla da tempo in alemanno ed in goto.
Ieri il commissario di governo ha chiuso l’Intermodale. Prima aveva fatto la stessa cosa con la Fondazione e poi sta provvedendo a chiudere anche con l’ex segretario generale. La città era cambiata da tempo ma i fasti municipali non se n’erano accorti.
Strideva venerdì scorso la scena delle auto parcheggiate davanti al Grassi (lì dove neanche si doveva), quei Suv che danno il segno delle ricchezze e del potere consolidato negli ultimi 17 anni mentre la città continuava nel suo percorso normale. Stridevano le lacrime dei Bizantini dinnanzi alla forza, all’energia e la vita dei cittadini normali che di corti, di fasti, di sogni imperiali non sanno che farsene e vorrebbero soltanto una città normale. Non una scatola magica da cui estrarre il prossimo sogno ma un condominio civile dove ciascuno possa esprimere al meglio le proprie potenzialità.
Ieri la chiusura dell’Intermodale è stato un simbolo, il simbolo della fine, certo ingloriosa, del sogno di Finestra per mano di Tana con l’avallo politico di Zaccheo. Va ricordato quel sogno: avremmo dovuto avere a oggi una banca locale, invece abbiamo uno sportello del Credito Emiliano; dovevamo avere un Intermodale, invece abbiamo debiti e una spianata di asfalto vuoto; avremmo dovuto avere un parco tematico e invece non abbiamo né un parco né un tema. Dovevamo correre in metropolitana e invece abbiamo i vecchi pullman democristiani che vanno su e giù per Via Epitaffio. Dovevamo avere una società che gestiva i rifiuti, la Latina Ambiente, in grado di far concorrenza a livello planetario nella raccolta e gestione dei rifiuti, invece abbiamo i netturbini di ieri con in più tanti debiti. Dovevamo avere un porto e invece non abbiamo neanche un’idea di dove mettere le nostre barche.
E Zaccheo al Grassi si domandava perché la sua amministrazione è caduta anzitempo? La risposta è in gran parte in questo elenco e ho taciuto dello scandalo delle terme, della vocazione turistica del litorale e delle politiche immobiliari del comune. Perché qualcuno ci dovrà dire l’utilità dell’acquisto dell’Icos, del garage Ruspi, dei magazzini dell’ex Consorzio Agrario e nello stesso tempo le ragioni per cui gli uffici comunali sono collocati in affitto in edifici privati.
La fortuna, sempre per citare Machiavelli, te la devi creare, non capita per caso. Allo stesso modo la sfortuna, la sventura è causa dello sventurato che non si può tirar fuori dalla sua responsabilità. Il comunismo non è finito perché è crollato un muro per via della cattiva qualità del cemento ma perché erano finiti i sogni che lo avevano alimentato. La caduta del muro di Berlino è un simbolo. Striscia la Notizia è un simbolo. Entrambi simboli hanno fatto cadere sistemi politici, con tutte le dovute differenze, ormai consunti e decotti.

FORMIA - Viabilità: dubbi dal Pd

Raffaele Vallefuoco  
L'emergenza viabilità è rientrata. Le polemiche no. Il coordinatore del primo circolo del Pd, Francesco Carta, infatti, denuncia la  superficialità con la quale sono stati condotti i lavori. Spiega:  «All’indomani della buffa inaugurazione, con un manifesto, il sindaco ringraziava i cittadini per i disagi subiti e la ditta per la professionalità dimostrata. Il sindaco accusava la sinistra di disfattismo per essere stata critica su come sono stati realizzati detti lavori. La sinistra, in primis il Pd,  ha semplicemente suggerito, a tempo debito, un altro programma dei lavori per evitare danni all’economia e tribolazioni ai cittadini.  Invece, è stato chiuso mezzo viadotto con tutto ciò che n’è conseguito. I lavori sono stati ultimati entro la fine di maggio. Alcuni cittadini ci hanno fatto notare come le travi in metallo non sono state sottoposte ad alcun trattamento per ridurre l’azione corrosiva della salsedine. La cosa più seria, poi, riguarderebbe l’installazione del neoprene finalizzato ad ammortizzare lo stress dei carichi  più pesanti» conclude Carta.  

FORMIA - Pd: apriamo il Teatro

Raffaele Vallefuoco  
Il teatro di via Olivastro Spaventola torna ad animare il dibattito politico cittadino. Con l'inaugurazione dell'ex cinema Miramare, grazie alla tenacia dimostrata dal presidente del Parco Riviera d'Ulisse, Erminia Cicione, e la ripresa dei lavori alla struttura che insiste nell'area mercato di Formia, in seguito alle pressioni fatte sull'amministrazione comunale, la città sta onorando il nome di Remigio Paone, straordinario registra teatrale che, alle soglie del 1900, ebbe i natali proprio a Formia. In particolare è il gruppo consiliare del Partito Democratico, nelle persone di Sandro Bartolomeo e Luigi De Santis, a chiederne le ragioni della mancata apertura. Parliamo di una struttura di 600 metri quadrati disegnata dall'architetto - designer Luca Ruzza e dalla scenografa Laura Colombo. Un pezzo d’arte destinata a un'utenza giovanile, ma non solo. In particolare spiegano i democratici: «La struttura polivalente di via Olivastro Spaventola è stata ideata e realizzata all’interno di un'interpretazione dell’amministrazione pubblica come promozione dell’unità, dello sviluppo e del progresso del tessuto sociale della comunità. Si è trattato infatti di costruire uno spazio sociale e ricreativo di cui la città avvertiva l’esigenza. Un luogo che avesse insieme un carattere versatile e una precisa identità» analizzano i democrat, dimostrando di avere a cuore il progetto da loro stessi  voluto. «Versatile perché deve rispondere alle richieste delle scuole che per la programmazione dei saggi annuali e per i loro percorsi educativi e ricreativi non trovano idonee le palestre. Anche le associazioni che operano sul territorio necessitano di uno spazio adeguato alla realizzazione delle loro iniziative, che faccia da supporto ai loro sforzi e ne faciliti la fruizione a un vasto pubblico». Teatro quindi, ma non solo. «Centro convegni, presentazione di libri, concerti, espressioni artistiche e scambi di esperienze, attività dei centri anziani», Insomma un luogo per tutti, «per continuare anche nei mesi invernali, quando gli spazi all’aperto non offrono soluzioni. L’altro carattere, spiegano dal Pd,  è quello dell’identità: «Cioè a dire che tutta la città deve riconoscere questo spazio come suo. Anche la collocazione, in una posizione baricentrica rispetto a tutto il territorio comunale, è stata scelta tenendo conto della sua funzione di incontro e di raccordo tra le diverse espressioni, esperienze e tradizioni della città. Il tutto attraverso una gestione che ne garantisca la funzionalità, la manutenzione e la sicurezza». Questa la base ideale su cui è stato realizzato questo progetto di prestigio, approvato e finanziato dalla Regione e ora pronto  per essere messo a disposizione dei cittadini.   Tuttavia, invitano Bartolomeo e De Santis: «All’attuale amministrazione resta il compito di aprire la struttura e di garantirne la fruizione, e di farlo subito, senza lasciare spazio al dubbio che si voglia sottrarre ai cittadini una opportunità così importante solo perché nata dall’iniziativa di altri. Sarebbe un grave errore e una colpevole mancanza».

Malattie Infettive a Formia

Raffaele Vallefuoco  
Nuovo affondo dell’assessore alla sanità Amato la Mura. Il medico ospedaliero, infatti, appena qualche giorno fa aveva sollevato l'opportunità di riportare il reparto di Malattie Infettive all’interno della struttura sanitaria di Formia, dopo la cancellazione dello stesso dal nosocomio di Gaeta, in seguito ai tagli dei posti letto apportati con decreto dal commissario regionale alla sanità, Renata Polverini. L’obiettivo è salvare un reparto strategico. «Il reparto Malattie Infettive – afferma La Mura – è stato impropriamente trasferito dall’Ospedale di Formia, luogo in cui era nato nel 1960, a quello di Gaeta, individuato da tempo come Presidio Territoriale di Prossimità e quindi senza possibilità di ricoveri ordinari. Tale passaggio venne motivato dal fatto che non esistevano patologie infettive sub-acute e post-acute. Quanto poi alla diminuzione del numero dei ricoveri ordinari rispetto agli standard richiesti – sottolinea l’assessore – essa rappresenta una conseguenza diretta di un veto posto dalla direttrice sanitaria sul trattamento di  patologie che in tutta Italia sono di pertinenza dei reparti di Malattie Infettive. La struttura di Gaeta oltretutto non era in grado di valutare la gravità delle condizioni cliniche dei singoli pazienti dal momento che il Di Liego non dispone di assistenza rianimatoria per l’intera giornata e durante i giorni festivi e pre-festivi. Un errore di valutazione che alla luce della nuova situazione rischia di far scomparire dal territorio provinciale un reparto necessario e indispensabile per la cura di patologie acute. Per avere un’idea più precisa sulla criticità infettiva basterebbe citare la riesarcebazione di patologie legate all’immigrazione e conseguenti alla facilità d’accesso al comprensorio attraverso i porti turistici e commerciali di Formia, Gaeta e Terracina, il nodo ferroviario di Formia, presenza di lavoratori stranieri al Mof di Fondi, campagne del casertano e Agro Pontino. La necessità d’isolamento per i pazienti affetti di infezioni legate a pandemie – rimarca La Mura – deve essere garantita e assicurata. Così come è vincolante la richiesta di consulenze e ricovero. L’elenco delle criticità potrebbe continuare all’infinito  – osserva l’assessore alla sanità – mi chiedo come sia stato possibile dirottare su Gaeta questo reparto. Adesso che il danno è stato fatto bisogna fare in modo di sanare il guasto  riportando a Formia la struttura, attrezzandola con posti letto da recuperare con la dismissione del padiglione degli ambulatori, degli uffici della direzione sanitaria e della farmacia comunale. Ci sono tutti i presupposti per rimettere in piedi al Dono Svizzero un reparto d’eccellenza come le malattie infettive garantendo l’offerta e il servizio a tutte quelle persone affette da queste patologie croniche e quindi bisognose di cure ed interventi specialistici» conclude La Mura, che non si fa mancare qualche velata punzecchiatura. Ma è chiaro che il suo intervento va in direzione di una necessaria interscambiabilità. Presupposto irrinunciabile per la tanto auspicata comprensorialità. 

sabato 12 giugno 2010

LATINA - Saracinesche abbassate, passa il corteo Nexans

Teresa Faticoni
Cominciamo dalla fine. Da quando Alessandra Crociara, rsu della Nexans, ha aperto il comizio sul palco allestito sotto la prefettura. «Lentamente muore…». Contro lo stillicidio del lavoro trasferito dove costa poco e rende moltissimo, ieri Latina si è stretta ai lavoratori della ex Fulgorcavi. L’appuntamento era alle 10 in piazza della Libertà, con la manifestazione Sos lavoro e occupazione. I ragazzi della Nexans, però, da molto prima urlano cori e slogan. «Nexans ascolta Latina non si tocca», «Sveglia, Latina sta morendo». Il corteo parte puntuale, in testa ci sono le istituzioni che hanno lanciato una risposta univoca. Tommaso Conti, sindaco di Cori; Sergio Mancini, sindaco di Norma; Giovabattista Onori, assessore di Bassiano; Eligio Tombolillo, sindaco di Pontinia; Dandolo Conti in rappresentanza del Comune di Nettuno; Massimo Treiani da Aprilia; il sindaco di Sezze Andrea Campoli; l’assessore Pecchia da Terracina; Biagio Coppa per il Comune di Fondi; l’assessore Silvio D’Arco con la fascia blu della Provincia di Latina; l’assessore Enrico Tiero; i consiglieri provinciali Silvano Spagnoli, Fausto Nuglio, Memmo Guidi, Enzo Eramo; i consiglieri regionali Claudio Moscardelli e Giovanni Di Giorgi; tanti esponenti di partiti politici (il Pd sfila con due striscioni quello del partito guidato dal segretario Giorgio De Marchis e quello dei giovani democratici) a dire che non si può portar via così il futuro di questo territorio. Il lungo corteo dei lavoratori, molti dei quali hanno con sé la famiglia e i bambini che partecipano a quella che sembra loro una bella festa, si apre con Cristian Della Portella, rsu di fabbrica che con un microfono incita i suoi colleghi alla contestazione, ed Eugenio Siracusa, che a Borgo Piave ci lavorava. Adesso è sindacalista, ma nel megafono urla e urla la rabbia di tanti suoi colleghi. Al passaggio del corteo i commercianti di latina abbassano le serrande dei negozi in segno di partecipazione. C’è tanta gente comune, venuta qui a portare la sua solidarietà a questi giovani (l’età media di coloro che stanno rischiando il posto di lavoro si aggira sui 40 anni), ci sono i padri e le madri di questi ragazzi con lo sguardo ombrato (molti hanno lavorato a Borgo Piave), le organizzazioni sindacali sono rappresentatissime; ci sono le ragazze della Playtex che intonano Bella ciao alternandola con Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte; i dipendenti della Shopping global center ex Dublo; quelli della ex Bristol ora Corden Pharma; qualche lavoratore ex Tetra pak, qualcuno licenziato da Janssen, qualche ex Gambro ora Scm; ci sono i ragazzi della Wyeth; quelli della Meccano; quelli della Selex; della ex Pettinicchio; una delegazione dei Comitati riuniti agricoli. Troppi “ex” a sfilare nelle vie del centro di Latina, a raccontare di un territorio la cui unica vocazione, checché ci vengano a raccontare, è quella industriale. E invece lo hanno trattato come una puttana, sfruttato e abbandonato. Senza nemmeno lasciare i soldi sul tavolino quando sono andati via. Le forze dell’ordine al gran completo vigilano sulla serenità di tutti. E infatti tutto scorre lento, ma non inesorabile. «La Nexans di Latina non deve chiudere», urlano dal palco i lavoratori che si alternano. La prima canzone è “L’isola che non c’è” di Bennato. Un applauso scioglie la tensione, qualche lacrima si mischia alla pioggia e al sudore. Un minuto di silenzio è il tributo ai morti sul cantiere di venerdì a Itri. «Antonio uno di noi», urlano i ragazzi della Nexans allo scrittore Antonio Pennacchi che sul palco parla da intellettuale. Alla fine qualcuno consegna al prefetto un documento. Si riparte da qui, da queste facce, da questa gente che chiede un diritto garantito dalla Costituzione.

Latina - Latitudine, battesimo di successo

Luisa Guarino
Si sono appena concluse a Latina le repliche dello spettacolo “Cecità” tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Josè Saramago. L’evento teatrale, diretto da Stefano Furlan, è stato replicato per sei serate consecutive presso il Polo fieristico ex Rossi Sud, grazie al patrocinio della Provincia di Latina e alla volontà dell’assessore alle Grandi Opere Marco Tomeo, registrando il tutto esaurito già dopo i primi due giorni di programmazione. “Sera dopo sera - sottolineano gli artefici di questa straordinaria e faticosa performance - i 64 attori hanno inquietato, commosso ed emozionato i 560 spettatori che si sono lasciati guidare in questo viaggio allucinato, una sorta di deportazione di cui lo spettatore stesso è protagonista, un viaggio verso i gradini più bassi della dignità umana, per scegliere poi di uscirne con una ‘purificazione’”.
La cecità che pervade lo spettacolo, e che fa ancora più impressione perché è ‘bianca’, come un mare di latte che allaga gli occhi, è in realtà l’incapacità di vedere, l’indifferenza nei confronti degli orrori che ogni giorno avvengono in tutto il mondo, mentre la vita di ognuno prosegue distratta. Il finale però offre una possibilità di redenzione: spettatori e attori hanno la facoltà di scegliere, di decidere se vedere o no, di essere coscienti e finalmente non più indifferenti.
Ricco di tensione, di muta e intima partecipazione, con silenzi che comunicano quanto le parole dette, sussurrate o urlate, un enorme successo ha accompagnato la messa in scena di “Cecità”, un evento che già lo scorso anno aveva fatto molto parlare di sé, tanto da portare Latitudine Teatro° a replicarlo anche quest’anno, per accontentare le centinaia di persone che in quella circostanza non erano riuscite a trovare un posto. Nel 2009, lo ricordiamo a chi non segue assiduamente il lavoro di questo rigorosissimo gruppo teatrale, “Cecità” è stato rappresentato nell’istituto Einaudi di Latina, dove Latitudine Teatro° aveva da qualche anno la propria ‘residenza’. Poi i rapporti sono cambiati e i ‘nostri’ con l’inizio dell’anno scolastico hanno dovuto lasciare la struttura. Non è stato un momento facile, sia sotto il profilo pratico che psicologico. Ma, se è vero come dice un antico adagio che “per ogni porta che si chiude si spalanca un portone”, quest’emergenza, passato il primo momento di sconforto, ha dato a Furlan e ai suoi collaboratori ancora più slancio e grinta. Sono arrivati quindi l’individuazione di una nuova sede in Via Cisterna 3 e il proseguimento dei vari laboratori. Quando è giunto il momento di pensare a mettere in scena un lavoro che coinvolgesse tutti, docenti e allievi non hanno avuto dubbi: riproponiamo “Cecità”. E il tocco di genio arriva da Furlan che ‘sogna’ da anni i capannoni dell’ex Rossi Sud. Trova un assessore illuminato e il gioco è fatto. Anche se non è per niente un gioco. La scommessa è vinta e il Polo fieristico di Via dei Monti Lepini per la prima volta diventa location di un evento teatrale. Un primato che Latitudine Teatro° potrà vantare per sempre nel suo palmarès.
       

filoLogico - La censura degli scellerati


Maria Corsetti

A Latina è morta l’idea della libertà di pensiero. Della libertà di espressione. Del diritto di chi ascolta di stare a sentire. Anche se a qualcuno dà fastidio. Ieri alla manifestazione contro la chiusura della Nexans Antonio Pennacchi doveva essere il testimonial di eccezione. Pennacchi, uno dei massimi scrittori italiani, ex operaio Fulgorcavi, oggi Nexans. Sul palco Pennacchi interviene e dice che le fabbriche devono stare aperte, che le fabbriche sono necessarie per andare avanti. Il che per le orecchie dei dipendenti di una fabbrica che sta chiudendo va bene. Va un po’ meno bene per chi sogna  di vivere nell’eden perduto, dove la manna scende dal cielo (variando ogni giorno sul menù, mica vorrai sempre lo stesso sapore), mentre dalle fontane guizza champagne. Ma buon viso a cattiva sorte ha voluto che, sebbene a fatica, si ingoiasse il teorema della necessità delle fabbriche. Se il principio è di stare lì a difenderne una, che Pennacchi esageri pure. Poi l’orrore, Pennacchi osa parlare di centrali nucleari. Di Enrico Mattei che l’aveva fatta proprio qua, a Borgo Sabotino, dell’elettricità che produceva, del ritorno all’energia atomica. Che produce la Nexans? Cavi. A che servono i cavi? A portare l’elettricità. Se l’elettricità non c’è i cavi non servono. Giusto? Sbagliato? Condivisibile? Un’opinione, un punto di vista. Ma più di qualcuno stava friggendo, il malessere serpeggiava tra chi si era fiondato sul palco per farsi vedere meglio. Una ragazza tenta di prendere in mano la situazione: «Antonio sta per concludere il proprio discorso», rassicura. Effettivamente Antonio si avvia alla conclusione, ma ha ancora qualcosa da dire. La ragazza interviene di nuovo «Grazie Antonio». Come si fa con i relatori petulanti dopo tre quarti d’ora di intervento (Pennacchi parlava da una decina di minuti, con una dialettica che di certo non annoiava). Infine la soluzione drastica: qualcuno spegne l’audio del microfono. E lì è morta la libertà. L’ha uccisa la mano che ha escluso l’audio. Mentre tutta l’Italia si indigna per la questione delle intercettazioni telefoniche.
Ps: ho sempre pensato che le centrali nucleari in Italia non avrebbero mai chiuso se i dipendenti avessero rischiato di rimanere senza lavoro. Che il referendum avrebbe avuto un esito diverso, e dubito anche che si sarebbe arrivati a un referendum, se a tutta quella gente fosse stato detto: «un annetto di mobilità, quindi la cassa integrazione e poi sono affari tuoi». 

venerdì 11 giugno 2010

L'ARCINORMALE - Cunsolo a Zaccheo


Lidano Grassucci

Al paese mio quando muore uno ci fanno una bella festa, il cunsulo, che viene da “consolazione”. Si mangia e ci si conforta e gli amici più stretti cercano di far ridere i parenti più stretti per superare il dolore. Sono secoli che funziona così.
 Avevo uno zio, N’Cicco Ceccano, che era formidabile a sdrammatizzare sparandole grosse, aveva pure un vocione, e dominava la scena, tutti seguivano N’Cicco e si dimenticavano del morto e della causa della morte.
Ieri al Grassi c’erano tanti “consolatori”: tutti parlavano di quanto era bravo il morto, di come era onesto il morto, di come risorgerà il morto.
Di resurrezioni se ne conoscono due: quella di Lazzaro per opera di Cristo pietoso, e quella del Cristo medesimo che era figlio del principale e, i figli sono “piezzi e core”, ebbe un occhio di riguardo per lui. Quest’ultimo episodio, il favore alla prole, pare non sia stato mai negato dal principale che anzi ci ha costruito una discreta fortuna e non ha portato che so, certificati romani per attestare che non era proprio morto morto prima di risorgere. Il principale non ha negato il favore ai figli né ha detto che il passaggio “dopo tre giorni è risorto secondo le scritture” volesse dire  “non mancò mai e dopo tre giorni stava benone e pensava a Pilato”.
Il cunsolo era sentito, perché pesante il distacco, se fai politica da mezzo secolo, sempre con incarichi, essere un cittadino fa brutto. I parenti sentivano la mancanza e gli amici tessevano le lodi del passato. Poi vanno via sempre i migliori, chi resta? I cattivi e la cattiveria non è mai di chi se ne andato ma sempre di chi resta.
 Dice: ma come fu che dipartì, politicamente, il capo? Fu che fece harakiri per via… che, come diceva in veneto mia madre, “La lengua non ga osso e porta le botte addosso”.
Ecco non c’è più, politicamente, perché era “voccalono”, perché ha parlato “a stocco”.
Io credo che lui, il sindaco Zaccheo, generosamente non abbia detto alla Polverini: “pensa alle mie figlie”, non ci penso neanche lontanamente. Penso che lui abbia generosamente perorato la causa di Fini: “pensa a Fini”, è la versione giusta. Certo se Zaccheo non “raccomandava” Fini alla Polverini il povero Gianfranco poteva finir male, magari quella, la Polverini, pensava alle figlie di Zaccheo che non ne hanno affatto bisogno e trascurava il povero Fini che di bisogno ne ha tanto. Lo capisco, è evidente: Fini ha necessità di essere raccomandato, che lo volete lasciare solo in balia di Berlusconi? Le figlie dell’ex sindaco no, non hanno bisogno. Ci credo, sei caduto ingiustamente.
Certo mica potevi dire in faccia a Fazzone che non doveva “appaltare”, hai elegantemente e coraggiosamente detto questo alla Polverini, all’orecchio. Mo Beniamino Franklin ha detto a Giorgio V che voleva l’indipendenza ad alta voce? Ma che è andato coraggiosamente dal re di Francia e all’orecchio ha detto: “Non dare la Luisiana agli inglesi”, gli audaci parlano all’orecchio. Il Duce mica ha dichiarato guerra urlando dal balcone di Piazza Venezia, no, no: l’ha detto che attaccava la Francia all’orecchio di Hitler. Così si fa: si parla alla ‘recchia.
Mo, va a vede’ che Fazzone si pure offende, robe da matti. Secondo me dopo aver visto la generosità dell’ex sindaco verso Fini, e non verso le figlie, e il consiglio di “non appaltare” a lui doveva telefonare e ringraziarlo, magari ci mandava pure un po’ di arance di Fondi. Che cavolo Zac ti ha citato e tu ti incazzi?
Sto co’ Zaccheo, tanto sindaco non è più, e vivaddio, non lo può diventare più, e questa è Grazia, e quando Bocchino e gli altri lo hanno salutato come deputato ho pensato al democristiano di Cisterna che stava a pota’ la vigna, il suo voto era determinante per far vincere il congresso ai basisti, che dal ciglio della strada lo salutarono: “salutiamo il presidente dell’ospedale di Cisterna”. Lui gonfiò il petto come un tacchino, si precipitò a votare ed ad assumere il conseguente incarico solo che Cisterna un ospedale non lo ha mai avuto.

PS: il cunsolo non finisce con una serata in allegria, continua finché anche una sola vicina ti prepara da mangiare. E mi sa che di commari e compari liberi da impegni l’ex sindaco ne ha tanti e ‘sto cunsolo non finirà presto. Ma sempre cunsolo è. I morti non resuscitano, tranne i due di cui sopra.

mercoledì 9 giugno 2010

LA VIPERA - LA PARI DIGNITA’ NON SOLO QUANDO FA COMODO

Ci sono delle volte in cui mi guardo intorno e non capisco. Per anni, ormai ben più di un secolo, noi donne abbiamo cercato ed ottenuto, quasi completamente, l’equiparazione dei nostri diritti a quelli degli uomini, almeno sulla carta. Ci sono state manifestazioni, lotte anche dure, scioperi che forse oggi abbiamo dimenticato ma che hanno segnato nella storia un passaggio epocale, come in nessun altro periodo che la storia dell’umanità ricordi, o di cui sia certa, uomini e donne,  sullo stesso piano in termini di riconoscimenti da parte della legge per i diritti fondamentali di ciascun sesso. Diritti che non sono più differenziati quindi, ma comuni. Così sin dai primi articoli della Costituzione italiana si parla di stessi diritti e medesimi doveri dei cittadini ( uomini e donne) e di pari dignità. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Così la pari dignità sociale mi porta a pensare che se diritti e doveri sono i medesimi fra i due sessi lo sono e basta. Non mi spiego il motivo per cui ci si sta scaldando tanto sull’ipotesi, ormai oggi diventerà certezza, dell’innalzamento dell’età pensionabile delle donne a 65 anni. Come, non di più, non di meno, gli uomini. Parità, uguaglianza, hanno un significato che non si può interpretare a seconda dei propri interessi o delle questioni personali di ciascuna di noi. Dura lex sed lex, dicevano i nostri antenati e che lo si voglia o no, siamo noi che l’abbiamo  voluto, cercato conquistato a fatica, tutto questo. Cosa saranno mai cinque anni di lavoro in più dinnanzi a poter pretendere gli stessi trattamenti un tempo riservati ai soli uomini? Risulta anche vergognoso che si rischi una procedura d’infrazione onerosa da parte dell’Unione europea, se non verranno equiparati i limiti pensionistici anche in Italia  entro il 2012, come nel resto d’Europa. Ci sono volte in cui la donna, come nel famoso caso delle quote rosa, scivola tentando un passo indietro. Non va a conquistarsi ciò che vuole, che ha preso di mira: ma lo pretende con un escamotage, come se per quel particolare problema dimenticasse la sua pari dignità. Dimenticasse che per essere riconosciuta “uguale” agli uomini, molte di noi ci hanno perso la vita. Bastano 5 anni di lavoro in più per rimuovere tutto il sacrificio di chi ci ha portato fin qua?
chevipera@libero.it

Poste, allarme sicurezza

Teresa Faticoni
L’ennesimo colpo grosso ai danni di un ufficio postale non può più essere considerato un fatto isolato. Carlo Bruno e Pino Sperandio, segretari della Slc Cgil, denunciano una seria preoccupazione per la vertiginosa escalation di rapine ai danni di uffici postali che negli ultimi anni si sta registrando. Lo spunto, ma è solo l’ultimo di tanti, è la rapina di San Felice Circeo con il sequestro di un dipendente. Ma la lista dall’agosto 2008 è lunghissima. Rapine a mano armata, furti con scasso, tentate rapine, furti con destrezza: veramente non manca nulla. Un elenco criminale, di cui colpisce, asseriscono Bruno e Sperandio «la consolidata periodicità il cui oggetto è un ufficio postale». Come già più volte denunciato dalla Slc Cgil «siamo giunti all’incresciosa situazione di non doversi chiedere se avverrà una rapina, ma quando e dove, non tralasciando il dubbio che ci angosci: con quali possibili conseguenze?». In effetti un ufficio postale sembra un obiettivo facile, manca la vigilanza e di solito i clienti sono anziani, se poi si va nel giorno di pagamento delle pensioni il gioco dei malviventi è fatto. «Da anni siamo impegnati nella prevenzione - dicono i due sindacalisti - innumerevoli sono le nostre richieste di incontro inoltrate alla direzione di Latina di Poste Italiane per affrontare compitamente il nodo sicurezza di decine di uffici postali sparsi sul territorio pontino, ma sono rimaste finora inascoltate». La direzione di filiale non ha nemmeno tenuto conto della proposta di concordare un protocollo “per la prevenzione della criminalità negli uffici postali della provincia di Latina”. «Riteniamo - concludono Bruno e Sperandio - che non sia più tempo di indugi né che Poste insista nel rimanere sorda alle istanze avanzate: apriamo celermente un tavolo di confronto sulla sicurezza e sulla prevenzione - invitano i due rappresentanti dei lavoratori - . Se così non fosse chiederemo l’apertura di un tavolo presso le sedi competenti». Fino al prossimo colpo grosso.

NEXASN, sabato tutti in piazza per il lavoro


Teresa Faticoni
Le adesioni cominciano ad arrivare. La manifestazione di sabato a sostegno della Nexans sta diventando una grande manifestazione per il lavoro. I dipendenti della Playtex di Pomezia, anche loro in bilico, quelli della Wyeth di Aprilia, quelli della Meccano, e poi alcuni sindaci del comprensorio lepino saranno in piazza della Libertà con i lavoratori della ex Fulgocavi per dire che la “Nexans di Latina non si tocca”. Come recita lo slogan coniato per questa difficile vertenza. L’azienda tace, i lavoratori a oggi sono in cassa integrazione straordinaria. Ma non si capisce né come gestire questi ammortizzatori sociali, né come sarà gestito il futuro. Dopo i fatti di venerdì scorso (l’amministratore delegato preso a pomodorate) si è creata una cortina di ferro che sembra difficile scalfire. Tutto, a oggi, ruota intorno all’evento di sabato mattina, con un corteo che prenderà le mosse da piazza della Libertà e scorrerà per le vie del centro di Latina. I commercianti sono stati coinvolti con la richiesta di abbassare simbolicamente le serrande dei negozi al passaggio dei manifestanti. Gli operai di altre fabbriche sfileranno con i loro striscioni. In questi giorni i dipendenti Nexans stanno facendo volantinaggio davanti a tutti i siti industriali pontini, come si faceva una volta. Quando il lavoro era sostenuto da tutti.

martedì 8 giugno 2010

Ponza - San Silverio, notte di ‘entratura’

Luisa Guarino
Con la solenne e suggestiva cerimonia dell’’Entratura’ prendono il via stanotte a Ponza le celebrazioni in onore dei San Silverio, patrono dell’isola, che culmineranno nella giornata di domenica 20 giugno. I fedeli si raduneranno sulla spiaggia di Santa Maria, antico borgo marinaro, dove aspetteranno a mezzanotte in punto, l’arrivo dell’effigie del Santo, trasportata in barca, che rievoca l’arrivo di San Silverio dall’isolotto di Palmarola. L’arenile di Santa Maria non è più quello di tanti anni fa, con qualche barca qua e là e le casette in lontananza: bar, pizzerie, abitazioni e piccoli alberghi, insieme a un gran numero di imbarcazioni, rovinano  l’atmosfera. Ma a mezzanotte, fra torce e canti, sulla battigia sembra tornare intatto il senso di profonda religiosità e partecipazione che ha sempre caratterizzato questi momenti. L’effigie di San Silverio verrà quindi portata in processione, accompagnata dalle note della banda Isola di Ponza. E quest’anno la festa sarà resa ancora più solenne dalla presenza della statua della Madonna di Lourdes, che sfilerà a sua volta in corteo da Santa Maria fino alla chiesa della Santissima Trinità, nel centro storico.
Domattina poi, dopo la celebrazione di una solenne messa, la statua di San Silverio lascerà la nicchia in cui è conservata tutto l’anno, e dopo essere stata portata sul sagrato della chiesa per benedire la popolazione e il mare, verrà esposta alla destra dell’altare, dove resterà fino al 20 luglio, Sempre da domani inoltre, in orario pomeridiano avranno inizio le novene in onore del Santo, che termineranno il 18. Scontato ma ogni anno nuovo e atteso il programma dei giorni centrali della festa, con molte cerimonie religiose, tra cui la lunga processione lungo il mare, e tanti momenti di svago. Spazio come sempre anche a giochi popolari e attrazioni musicali, anche se sotto questo profilo l’edizione 2010 si annuncia meno ricca rispetto al passato. Ma non mancherà il richiamo, irresistibile per grandi e piccoli, delle bancarelle ricche di dolciumi e non solo, nonché la frittura di pesce sulla banchina la sera della vigilia. E non mancheranno soprattutto i tradizionali fuochi pirotecnici, uno dei maggiori richiami della kermesse. La festa di San Silverio segna come ogni anno, in concomitanza con il solstizio d’estate, l’arrivo della ‘stagione’ per antonomasia. E a Ponza, dopo l’esperienza del 2009, serve proprio una benedizione speciale da parte del suo ‘viecchiarielle’, come viene familiarmente chiamato il Santo Patrono.
  

Spari sull'Appia, condannati

 Elena Ganelli
 
 
Ci sono volute sette ore di camera di consiglio per predisporre la sentenza con la quale si è chiuso il processo di primo grado per gli spari sull’Appia del 28 marzo 2008.
Erano da poco passate le 19 quando il Tribunale di Latina (presidente Parasporo, giudici a latere Chirico e Dentato) è rientrato nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, dove si è svolto tutto il processo, ed ha letto la sentenza.
I magistrati hano accolto per lo più le richieste del pubblico ministero dedella Direzione distrettuale antimafia Maria Monteleone ed hanno deliberato condanne per un totale di 62 anni e otto mesi di reclusione, condanne che in qualche caso sono state addirittura superiori a quelle sollecitate dal rappresentante dell’accusa. Pasquale Noviello, che fino ad un mese fa era ancora latitante e che è stato arrestato  il 20 maggio scorso, è stato riconosciuto colpevole del tentato omicidio di France sco Cascone e condannato a 18 anni di reclusione; riconosciuti colpevoli dello stesso reato anche Agostino Ravese, condannato a 14 anni; Francesco Gara, 14 anni anche per lui contro i 12 richiesti dal pm e Vincenzo Buono, condannato a undici anni mentre l’accusa ne aveva chiesti 9. Ridimensionata in maniera consistente la posizione di Francesco Cascone che doveva rispondere del tentato omicidio di un camionista davanti al suo locale sull’Appia: l’uomo, a fronte di una richiesta del pm di 7 anni e 4 mesi, è stato condannato ad un anno e 8 mesi perchè l’accusa a suo carico è stata derubricata in minacce aggravate.  Per quanto riguarda   Antonio Esposito, accusato soltanto di spaccio di droga, è stato condanato a 4 anni mentre è stata assolta perchè il fatto non sussiste Gaiba D’Angelo (difesa dall’avvocato Angelo Farau), fidanzata di Cascone accusata di favoreggiamento. 
Il Tribu nale ha inoltre concesso la libertà vigilata a Ravese, Novielo, Bono e Gara e disposto la trasmissione degli atti alla Procura affinchè valuti la possibilità di indagare alcuni testi per le false testimonianze per gli alibi forniti ad alcuni degli imputati. Respinta  invece la richiesta del pm Monteleone di un sequestro conservatovo di una villa di proprietà di Noviello. I giudici si sono presi novanta giorni per il deposito delle motivazioni della sentenza.