Lidano Grassucci
Non entro nel merito della conferenza del sindaco di Latina, Vincenzo Zaccheo. Lui ha, con passione, raccontato il suo lavoro, come immagina la città. Ha spiegato quel che farà. La cosa su cui voglio ragionare è una parola che dal ’93, in una conferenza di sindaci di Latina, non avevo più ascoltato. Massimo Rosolini, assessore all’urbanistica del Comune, spiega che l’amministrazione Zaccheo ha un rapporto “riformista” in materia urbanistica. Va avanti e non rinnega di venire dalla cultura “socialista”. Parla di un approccio laico alla città: “Abbiamo superato due ideologie: quella che voleva, in nome dell’antifascismo, distruggere la città di fondazione e quella, altrettanto radicale, che voleva ritornare alla città di fondazione”.
Rosolini parla di approccio riformista e laico rispetto alla città, per la prima volta parla di una città “accettata”. Di una città che è una, dalla fondazione ad oggi. L’amministrazione Zaccheo non chiede alla comunità di fare un esame di fascismo o di antifascismo, non vuole dare alla comunità un significato differente da quello di essere comunità.
Rosolini “uccide” anche l’idea “salvifica” che era stata attribuita al piano regolatore Cervellati, una operazione tutta legata a guardare la città che era stata e non alla città che sarà. Un tentativo con ottima pubblicistica quanto inutili effetti di nostalgia, un piano più moralista che morale.
Rosolini richiama l’esperienza di Salerno, dello sviluppo della città che nasce dalle parti per il tutto e non parte dal tutto per le parti.
Chiude questo intervento l’equivoco del “rifiuto” della città nuova da parte della città vecchia, ma anche quello della città nuova rispetto alla sua storia. Un filo contradditorio ma senza rotture.
Una sorta di pace urbanistica.
Rosolini viene dal socialismo liberale, dall’idea che l’utopia non giustifica sacrifici presenti. L’idea che bisogna cambiare il mondo non nel paradiso di domani, ma nella valle di lacrime presente. Un ragionamento sul presente e sul domani, scevro da uomini nuovi, da uomini con virtù eroiche.
Stanno pensando ad una città di uomini, semplicemente, normali.
La nostalgia di Finestra, il suo moralismo con tanta retorica del fascismo regime è finita, ora c’è una città italiana. Una città “riformista”.
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sabato 28 febbraio 2009
lunedì 9 febbraio 2009
Eluana, la pietà e la Costituzione
Lidano Grassucci
Sono intervenuto sul caso Eluana per dare una mia opinione, per una questione di coscienza, di umanità, per quella cosa che è alla base della mia educazione verso l'umanità che la pietà, intesa come senso profondo della religiosità che è rispetto. Poi le cose si sono evolute e credo debba spiegarmi. Dal punto di vista Costituzionale il presidente Napolitano doveva non firmare. Nel suo ruolo le categorie di umanità e pietà non hanno senso. Doveva, come ha fatto, difendere la Costituzione ed evitare il precedente di un esecutivo che cambia, per decreto le sentenze. Per questo lui è il Presidente della Repubblica. Male ha fatto il presidente del Consiglio Berlusconi a sostenere per questo che la Costituzione è figlia dei totalitarismi del '900. Benedetto Croce, Einaudi, Saragat, Parri, Lombardi, per citarne solo alcuni erano figli del meglio del pensiero liberale e socialista democratico d'Europa. Erano tutti, antitotalitari. Sono i padri nobili anche del progetto del partito liberale di massa che era l'idea iniziale di Forza Italia.
I principi di libertà e giustizia sociale sono la base della cultura politica della democrazia continentale europea. Sono alla base delle famiglie politiche del continente: liberale, socialista e popolare.
Eluana va salvata? Ripeto, non sarei in grado di togliere il sondino. Per il resto ci deve essere rispetto, silenzio.
Credo che sia compito del parlamento fare le leggi (non di un giudice decidere in mancanza di esse) e la legge deve essere votata non ad imporre una morale, ma a regolamentare quello che nella vita, e nella fine della vita può accadere. I preti dicano la loro in Chiesa, in Parlamento parlino le coscienze di ciascuno. Quando il parlamento farà una legge il Presidente la controfirmerà, allora faremo un passo avanti di civiltà. La vita e la morte non sono cose da bar, da tifo calcistico.
Il resto è pietà.
Sono intervenuto sul caso Eluana per dare una mia opinione, per una questione di coscienza, di umanità, per quella cosa che è alla base della mia educazione verso l'umanità che la pietà, intesa come senso profondo della religiosità che è rispetto. Poi le cose si sono evolute e credo debba spiegarmi. Dal punto di vista Costituzionale il presidente Napolitano doveva non firmare. Nel suo ruolo le categorie di umanità e pietà non hanno senso. Doveva, come ha fatto, difendere la Costituzione ed evitare il precedente di un esecutivo che cambia, per decreto le sentenze. Per questo lui è il Presidente della Repubblica. Male ha fatto il presidente del Consiglio Berlusconi a sostenere per questo che la Costituzione è figlia dei totalitarismi del '900. Benedetto Croce, Einaudi, Saragat, Parri, Lombardi, per citarne solo alcuni erano figli del meglio del pensiero liberale e socialista democratico d'Europa. Erano tutti, antitotalitari. Sono i padri nobili anche del progetto del partito liberale di massa che era l'idea iniziale di Forza Italia.
I principi di libertà e giustizia sociale sono la base della cultura politica della democrazia continentale europea. Sono alla base delle famiglie politiche del continente: liberale, socialista e popolare.
Eluana va salvata? Ripeto, non sarei in grado di togliere il sondino. Per il resto ci deve essere rispetto, silenzio.
Credo che sia compito del parlamento fare le leggi (non di un giudice decidere in mancanza di esse) e la legge deve essere votata non ad imporre una morale, ma a regolamentare quello che nella vita, e nella fine della vita può accadere. I preti dicano la loro in Chiesa, in Parlamento parlino le coscienze di ciascuno. Quando il parlamento farà una legge il Presidente la controfirmerà, allora faremo un passo avanti di civiltà. La vita e la morte non sono cose da bar, da tifo calcistico.
Il resto è pietà.
mercoledì 28 gennaio 2009
La memoria e l'umanità
Lidano Grassucci
Cos'è la memoria? Sono ricordi che hai accanto, che ti aiutano nel presente, che ti creano gli anticorpi per il futuro. I ricordi con il tempo seccano, diventano poca cosa. Sono foglie morte. Stiamo facendo degli stage a scuola e i ragazzi restano distaccati, per conto loro. Perché la memoria secca prima se è malata di retorica, di buona coscienza. Facile dire: questa è una storia della follia nazista, da noi non può accadere. Si vedono i campi di concentramento in Germania, i soldati tedeschi. Eppure nel 1936 noi italiani facemmo una legge che rendeva diversi i nostri concittadini di religione ebraica, in pochi inorridirono, in pochissimi protestarono. Il perfido giudio stava pure nelle preghiere. Tutto normale, non ci fu indignazione. Sulla cattedra della classe dove presento lo stage c'è una ricerca sulla letteratura e la memoria, si cita Primo Levi "se questo è un uomo".
Ecco lui non dice "se questo è un ebreo", "se questo è un cristiano", "se questo è un musulmano". Dice "se questo è un uomo". L'uomo non è il suo credo religioso, la conformazione del suo naso, la lingua che parla. L'uomo è carne, ossa sangue, è umanità.
E' la radice d'occidente quel titolo, per noi conta ciascuno perché l'umanità non è una massa informa, ma tanti uomini che stanno insieme.
Un ebreo non muore di meno di un cristiano, di un buddista.
Nel 1936 scrivemmo una legge disumana, perché non c'era umanità. Ieri dovevamo guardare dentro la nostra cattiva coscienza non lavandola in una ipotetica coscienza peggiore altrui.
Questo, l'infamia delle leggi razziste del '36, da sole rendono ignobile chi le ha scritte, il dittatore che le ha pensate, il Re che le ha firmate.
Ma come i fascisti fecero belle città, costruirono canali, diedero la terra ai contadini (sic!). Erano buoni i fascisti.
Voglio parafrasare Levi, mi perdonerete, "può essere umano chi nega l'umanità?".
E' utile il giorno della memoria? Se c'è qualcuno che vede del bene lì dove non c'è umanità è utile, è necessario.
Non mi interessa come gli uomini pregano Dio, non mi interessa chi crede sia, solo, suo Dio. Mi preoccupano chi vuole avere l' "esclusiva" di Dio.
Cos'è la memoria? Sono ricordi che hai accanto, che ti aiutano nel presente, che ti creano gli anticorpi per il futuro. I ricordi con il tempo seccano, diventano poca cosa. Sono foglie morte. Stiamo facendo degli stage a scuola e i ragazzi restano distaccati, per conto loro. Perché la memoria secca prima se è malata di retorica, di buona coscienza. Facile dire: questa è una storia della follia nazista, da noi non può accadere. Si vedono i campi di concentramento in Germania, i soldati tedeschi. Eppure nel 1936 noi italiani facemmo una legge che rendeva diversi i nostri concittadini di religione ebraica, in pochi inorridirono, in pochissimi protestarono. Il perfido giudio stava pure nelle preghiere. Tutto normale, non ci fu indignazione. Sulla cattedra della classe dove presento lo stage c'è una ricerca sulla letteratura e la memoria, si cita Primo Levi "se questo è un uomo".
Ecco lui non dice "se questo è un ebreo", "se questo è un cristiano", "se questo è un musulmano". Dice "se questo è un uomo". L'uomo non è il suo credo religioso, la conformazione del suo naso, la lingua che parla. L'uomo è carne, ossa sangue, è umanità.
E' la radice d'occidente quel titolo, per noi conta ciascuno perché l'umanità non è una massa informa, ma tanti uomini che stanno insieme.
Un ebreo non muore di meno di un cristiano, di un buddista.
Nel 1936 scrivemmo una legge disumana, perché non c'era umanità. Ieri dovevamo guardare dentro la nostra cattiva coscienza non lavandola in una ipotetica coscienza peggiore altrui.
Questo, l'infamia delle leggi razziste del '36, da sole rendono ignobile chi le ha scritte, il dittatore che le ha pensate, il Re che le ha firmate.
Ma come i fascisti fecero belle città, costruirono canali, diedero la terra ai contadini (sic!). Erano buoni i fascisti.
Voglio parafrasare Levi, mi perdonerete, "può essere umano chi nega l'umanità?".
E' utile il giorno della memoria? Se c'è qualcuno che vede del bene lì dove non c'è umanità è utile, è necessario.
Non mi interessa come gli uomini pregano Dio, non mi interessa chi crede sia, solo, suo Dio. Mi preoccupano chi vuole avere l' "esclusiva" di Dio.
giovedì 8 gennaio 2009
Nino Lazzaro, il mio mito
Lidano Grassucci
E' iniziato il processo da Santa Inquisizione a Fortunato Lazzaro reo di aver accettato l'incarico, affidato dal nemico Zaccheo, per curare i rapporti tra comune e Asl.
I compagni hanno iniziato la solita cagnara, il solito processo pubblico (i vizi sono sempre privati).
Lazzaro ha già un difetto d'origine per gli eredi del Pci, è socialista. Questa cosa conta e tanto nel Pd. E' una sorta di "ospite indesiderato". Il caso di Ottaviano Del Turco non è una mosca bianca, anzi…
Poi il nostro si è offerto: ha fatto le primarie per il candidato sindaco, si è candidato al consiglio comunale, era in predicato per fare il manager della Asl, poi il direttore sanitario. Niente, non se lo è filato nessuno. La sanità pontina è gestita da bravissimi professionisti ma è pur sempre che a Ceriara sta persa, a Priverno ci arriva solo con il satellitare, a Lenola sta all'estero. Gente che, come dice un mio amico che ha le scuole alte, ma di politica, di conoscenza del territorio non mastica proprio. Fortunato ha sopportato, ha incassato rifiuti amari.
E' stato un uomo di Destra a proporgli di dare un contributo, perché no.
Quale lesa maestà, quale chiesa ha tradito?
Sto con Fortunato Lazzaro, per solidarietà socialista per prima cosa, ma anche perché è un uomo che ha dignità.
Ho avuto come amico e collaboratore Sabino Vona, lui era stato segretario provinciale del Pci, e per il Pci sindaco di Roccagorga. Quando si era messo a fare attività culturale ha ricevuto riconoscimenti dal presidente della provincia Cusani di Forza Italia, da Fabio Bianchi di An, e da Mauro Carturan sindaco di Cisterna di Forza Italia. Quelli di sinistra? Se si esclude Titta Giorgi nessuno se lo è filato.
La sinistra a Latina non c'è, c'è una consorteria di gestione di poteri residui calati da Roma.
Zaccheo ha chiamato Fortunato Lazzaro, la sinistra lo ha dimenticato.
Al giovane (ormai manco tanto) De Marchis suggerisco di fermarsi un attimo: quello che hanno fatto a Nino Lazzaro potrebbe capitare a chiunque (gli ex Pci non ti perdoneranno mai di essere stato socialista). La sinistra è una madre ingrata, premia sempre gli stessi figli, alcuni li considera parenti indesiderati, altri li dimentica.
Se continuano a escludere le persone tra poco nel Pd non possono organizzare neanche una partita a traversone.
Sto con Lazzaro. Meglio vivo con Zaccheo, che morto con Di Resta. Del resto, caro Nino, se quelli del Partito democratico a te ci tenevano ti avrebbero proposto qualche cosa.
E' iniziato il processo da Santa Inquisizione a Fortunato Lazzaro reo di aver accettato l'incarico, affidato dal nemico Zaccheo, per curare i rapporti tra comune e Asl.
I compagni hanno iniziato la solita cagnara, il solito processo pubblico (i vizi sono sempre privati).
Lazzaro ha già un difetto d'origine per gli eredi del Pci, è socialista. Questa cosa conta e tanto nel Pd. E' una sorta di "ospite indesiderato". Il caso di Ottaviano Del Turco non è una mosca bianca, anzi…
Poi il nostro si è offerto: ha fatto le primarie per il candidato sindaco, si è candidato al consiglio comunale, era in predicato per fare il manager della Asl, poi il direttore sanitario. Niente, non se lo è filato nessuno. La sanità pontina è gestita da bravissimi professionisti ma è pur sempre che a Ceriara sta persa, a Priverno ci arriva solo con il satellitare, a Lenola sta all'estero. Gente che, come dice un mio amico che ha le scuole alte, ma di politica, di conoscenza del territorio non mastica proprio. Fortunato ha sopportato, ha incassato rifiuti amari.
E' stato un uomo di Destra a proporgli di dare un contributo, perché no.
Quale lesa maestà, quale chiesa ha tradito?
Sto con Fortunato Lazzaro, per solidarietà socialista per prima cosa, ma anche perché è un uomo che ha dignità.
Ho avuto come amico e collaboratore Sabino Vona, lui era stato segretario provinciale del Pci, e per il Pci sindaco di Roccagorga. Quando si era messo a fare attività culturale ha ricevuto riconoscimenti dal presidente della provincia Cusani di Forza Italia, da Fabio Bianchi di An, e da Mauro Carturan sindaco di Cisterna di Forza Italia. Quelli di sinistra? Se si esclude Titta Giorgi nessuno se lo è filato.
La sinistra a Latina non c'è, c'è una consorteria di gestione di poteri residui calati da Roma.
Zaccheo ha chiamato Fortunato Lazzaro, la sinistra lo ha dimenticato.
Al giovane (ormai manco tanto) De Marchis suggerisco di fermarsi un attimo: quello che hanno fatto a Nino Lazzaro potrebbe capitare a chiunque (gli ex Pci non ti perdoneranno mai di essere stato socialista). La sinistra è una madre ingrata, premia sempre gli stessi figli, alcuni li considera parenti indesiderati, altri li dimentica.
Se continuano a escludere le persone tra poco nel Pd non possono organizzare neanche una partita a traversone.
Sto con Lazzaro. Meglio vivo con Zaccheo, che morto con Di Resta. Del resto, caro Nino, se quelli del Partito democratico a te ci tenevano ti avrebbero proposto qualche cosa.
mercoledì 7 gennaio 2009
Crisi? Signore mi compreresti una Mercedes Benz
Lidano Grassucci
Sono terminate le vacanze e si torna alla vita normale, quella di tutti i giorni. Meschina ed eroica come è la normalità. Torneremo a leggere sui giornali e a vedere la tv con la parola di moda: quest'anno sarà "crisi". Una crisi così vera come era vera la moda precedente quella che ci parlava del "disastro ecologico" con conseguente scioglimento dei ghiacci. Ieri a sorpresa ci informavano che "i giacchi sono ora a livello del '79". Era tornato il freddo, all'improvviso.
Intervistano signori disperati perché hanno "fatto rinunce": invece che passare le vacanze alle Maldive sono nel Mar Rosso. Tutti fanno sacrifici: c'è la soubrette che in Tv "confessa" di aver riustato la notte di capodanno lo stesso abito che aveva già indossato una volta.
C'è chi si dispera e a prova della sua disperazione comunica di aver usato lardo di Colonnata e non caviale.
Qualcuno mi ha spiegato che dobbiamo cambiare modello di vita: dobbiamo passare alla decrescita.
Non ho idea di come spiegheranno la cosa ai diseredati d'Africa, di America Latina che già non mangiavano con la crescita. Spiegheranno come si decresce dal morire di fame e sete a cui sono già condannati.
Ecco dovrei dire cosa vorrei per l'anno che è iniziato. Lo dico subito, senza paura, vorrei avere speranza, vorrei che invece di pianti quest'anno ci portasse l'opportunità di continuare a costruirci il futuro. Un ragionamento materialistico? Se non mangi hai poco da scrivere poesie. Certo che sono materialista perché modificare la materia per vivere meglio è proprio degli uomini.
Ora mi ricordo cosa vorrei quello che chiedeva al Signore Janis Joplin negli anni '60: vorrei una "Mercedes Benz", la vorrei per tutti. O Signore, mi compreresti una Mercedes Benz?I miei amici guidano tutti Posche, devo rimediare. Ho lavorato duro per tutta la vita, nessun amico mi ha aiutata. Perciò Signore mi compreresti una Mercedes Benz?
Così anche noi figli degli ultimi, per via di una canzone abbiamo sognato un domani migliore. Ma non credo che questa canzone piaccia ai testimoni di sventura.
Ma a me l'anno nuovo piace sognarlo così, con una certa predilezione per l'Alfa rossa.
Sono terminate le vacanze e si torna alla vita normale, quella di tutti i giorni. Meschina ed eroica come è la normalità. Torneremo a leggere sui giornali e a vedere la tv con la parola di moda: quest'anno sarà "crisi". Una crisi così vera come era vera la moda precedente quella che ci parlava del "disastro ecologico" con conseguente scioglimento dei ghiacci. Ieri a sorpresa ci informavano che "i giacchi sono ora a livello del '79". Era tornato il freddo, all'improvviso.
Intervistano signori disperati perché hanno "fatto rinunce": invece che passare le vacanze alle Maldive sono nel Mar Rosso. Tutti fanno sacrifici: c'è la soubrette che in Tv "confessa" di aver riustato la notte di capodanno lo stesso abito che aveva già indossato una volta.
C'è chi si dispera e a prova della sua disperazione comunica di aver usato lardo di Colonnata e non caviale.
Qualcuno mi ha spiegato che dobbiamo cambiare modello di vita: dobbiamo passare alla decrescita.
Non ho idea di come spiegheranno la cosa ai diseredati d'Africa, di America Latina che già non mangiavano con la crescita. Spiegheranno come si decresce dal morire di fame e sete a cui sono già condannati.
Ecco dovrei dire cosa vorrei per l'anno che è iniziato. Lo dico subito, senza paura, vorrei avere speranza, vorrei che invece di pianti quest'anno ci portasse l'opportunità di continuare a costruirci il futuro. Un ragionamento materialistico? Se non mangi hai poco da scrivere poesie. Certo che sono materialista perché modificare la materia per vivere meglio è proprio degli uomini.
Ora mi ricordo cosa vorrei quello che chiedeva al Signore Janis Joplin negli anni '60: vorrei una "Mercedes Benz", la vorrei per tutti. O Signore, mi compreresti una Mercedes Benz?I miei amici guidano tutti Posche, devo rimediare. Ho lavorato duro per tutta la vita, nessun amico mi ha aiutata. Perciò Signore mi compreresti una Mercedes Benz?
Così anche noi figli degli ultimi, per via di una canzone abbiamo sognato un domani migliore. Ma non credo che questa canzone piaccia ai testimoni di sventura.
Ma a me l'anno nuovo piace sognarlo così, con una certa predilezione per l'Alfa rossa.
lunedì 5 gennaio 2009
Iene di carta
Lidano Grassucci
Vengo da una civiltà che chiama, da secoli, i bambini “mammocci”. Significa che i bimbi sono cose della mamma. La parola dà una esclusiva alla madre del rapporto con il suo piccolo. Una cosa sacrale a cui non esistono deroghe.
Sono stato allevato, come tutti noi, da nonne e madri fino a che era tempo che diventassi uomo pronto ad andare per il mondo, figlio del mondo. Allora, e solo allora, è stato tempo dei padri, degli amici, della vita, di donne altre.
Ho compreso il senso di questa cosa che la mia gente sente da secoli quando ho visto per la prima volta la pietà di Michelangelo a San Pietro: una madre che tiene tra le braccia il Cristo morto che è, prima di tutto, soprattutto, per lei figlio, figlio suo. Ricordate: Dio si fa uomo, si fa carne, ha una madre.
Guardate quella scultura colleghi giornalisti capirete il mondo e la mia civiltà in ragione della inciviltà che manifestate nel vostro agire. Il Cristo era stato “mammoccio” e nel momento del distacco a 33 anni, su quelle ginocchia ritorna per la Madonna “mammoccio”.
Per questa sacralità dei “mammocci” ieri avevo scritto ai lettori di questo giornale che non avremmo pubblicato le foto della bimba morta nell’incidente di Capodanno.
Avevamo detto che la foto nulla avrebbe tolto o aggiunto al nostro dovere di raccontare. Avrebbe solo offeso, negato, il sacrale rispetto che dovevamo a questa “mammoccia”. Ieri mattina ho aperto i giornali e in tutti c’era la foto della “mammoccia”, guardava il mondo che le era negato.
Mi sono indignato, ho sentito (penso non sia tempo del pudore delle parole) che c’è un modo nobile di raccontare e uno ignobile che trasforma il diritto di cronaca in arbitrio, in licenza. Con che coraggio andremo a scrivere di ladri, di malfattori, di amministratori corrotti se noi abbiamo violato la cosa più sacra che c’è: il rispetto della morte di una bimba? Abbiamo usato il suo ricordo?
Con che faccia facciamo per iscritto la morale agli altri, quando siamo immorali noi stessi, anzi peggio, siamo sciacalli.
Avevo sperato che i colleghi si interrogassero, si ponessero domande sui limiti. Non lo hanno fatto, hanno cercato di vendere di più non scrivendo meglio, ma puntando sul volto di una bimba, di una mammoccia. L’avete vista quella foto, era quella della prima comunione. Siete entrati anche in quel ricordo, abbozzava un sorriso nell’emozione di un giorno che per lei era importante. Avete rubato anche questo ricordo privato per farlo pubblico.
La cosa grave è che non vi siete messi nei panni della famiglia a cui quella bimba è venuta a mancare neanche per un secondo. Se quella bimba fosse stata vostra figlia, vostra sorella, una vostra amica? Le cose che raccontiamo, cari colleghi, riguardano persone in carne ed ossa, persone che hanno sentimenti, che amano, che odiano, che piangono.
Quando va via un bimbo è un pezzo di futuro che, semplicemente, non ci sarà.
Per questo c’è bisogno di rispetto.
La pietà non la conoscete, quella foto che avete pubblicato è “impietosa”. Non debbo aggiungere altro, se questo è il “mestiere”, io faccio altro.
Vengo da una civiltà che chiama, da secoli, i bambini “mammocci”. Significa che i bimbi sono cose della mamma. La parola dà una esclusiva alla madre del rapporto con il suo piccolo. Una cosa sacrale a cui non esistono deroghe.
Sono stato allevato, come tutti noi, da nonne e madri fino a che era tempo che diventassi uomo pronto ad andare per il mondo, figlio del mondo. Allora, e solo allora, è stato tempo dei padri, degli amici, della vita, di donne altre.
Ho compreso il senso di questa cosa che la mia gente sente da secoli quando ho visto per la prima volta la pietà di Michelangelo a San Pietro: una madre che tiene tra le braccia il Cristo morto che è, prima di tutto, soprattutto, per lei figlio, figlio suo. Ricordate: Dio si fa uomo, si fa carne, ha una madre.
Guardate quella scultura colleghi giornalisti capirete il mondo e la mia civiltà in ragione della inciviltà che manifestate nel vostro agire. Il Cristo era stato “mammoccio” e nel momento del distacco a 33 anni, su quelle ginocchia ritorna per la Madonna “mammoccio”.
Per questa sacralità dei “mammocci” ieri avevo scritto ai lettori di questo giornale che non avremmo pubblicato le foto della bimba morta nell’incidente di Capodanno.
Avevamo detto che la foto nulla avrebbe tolto o aggiunto al nostro dovere di raccontare. Avrebbe solo offeso, negato, il sacrale rispetto che dovevamo a questa “mammoccia”. Ieri mattina ho aperto i giornali e in tutti c’era la foto della “mammoccia”, guardava il mondo che le era negato.
Mi sono indignato, ho sentito (penso non sia tempo del pudore delle parole) che c’è un modo nobile di raccontare e uno ignobile che trasforma il diritto di cronaca in arbitrio, in licenza. Con che coraggio andremo a scrivere di ladri, di malfattori, di amministratori corrotti se noi abbiamo violato la cosa più sacra che c’è: il rispetto della morte di una bimba? Abbiamo usato il suo ricordo?
Con che faccia facciamo per iscritto la morale agli altri, quando siamo immorali noi stessi, anzi peggio, siamo sciacalli.
Avevo sperato che i colleghi si interrogassero, si ponessero domande sui limiti. Non lo hanno fatto, hanno cercato di vendere di più non scrivendo meglio, ma puntando sul volto di una bimba, di una mammoccia. L’avete vista quella foto, era quella della prima comunione. Siete entrati anche in quel ricordo, abbozzava un sorriso nell’emozione di un giorno che per lei era importante. Avete rubato anche questo ricordo privato per farlo pubblico.
La cosa grave è che non vi siete messi nei panni della famiglia a cui quella bimba è venuta a mancare neanche per un secondo. Se quella bimba fosse stata vostra figlia, vostra sorella, una vostra amica? Le cose che raccontiamo, cari colleghi, riguardano persone in carne ed ossa, persone che hanno sentimenti, che amano, che odiano, che piangono.
Quando va via un bimbo è un pezzo di futuro che, semplicemente, non ci sarà.
Per questo c’è bisogno di rispetto.
La pietà non la conoscete, quella foto che avete pubblicato è “impietosa”. Non debbo aggiungere altro, se questo è il “mestiere”, io faccio altro.
domenica 21 dicembre 2008
Latina, l'Unesco e la bellezza (editoriale del 21 Dicembre 2008)
di Lidano Grassucci
Quando trovi gli ardimentosi rimani stupito del loro ardimento e devi rendere l'onore delle armi. Leggo che un tal Giuseppe Mancini è andato a Parigi a perorare la causa di Latina patrimonio dell'Unesco, l'assessore Creo che è il mandante dell'operazione ci informa che è stato ricevuto da Francesco Bandarin direttore dell'Unesco. Mi tolgo il cappello davanti a Mancini perché lui ha fatto quello di cui io sarei stato incapace, mi sarei vergognato come un cane in chiesa a chiedere di far diventare 4 edifici pubblici, pure male ceriti, patrimonio dell'umanità. Avrei avuto timore vedendo l'elenco dei siti dell'Unesco. Faccio l'esempio: Latina dovrebbe stare insieme agli scavi di Pompei, alla Città del Vaticano, alla Valle dei Templi di Agrigento, alla città barocca di Noto, alla Costiera Amalfitana, a Villa Adriana e Villa d'Este, a Siena, a San Gimignano.
Mi sarei sentito come uno scolaro che non ha studiato, mi sarei sentito come un signore che difende la bellezza di Camilla davanti a Diana e dice che il principe Carlo ha buon gusto in fatto di amanti.
Per questo credo che Mancini e il suo mandante Creo siamo degli eroi, dei temerari. Sarà arrivato lì Mancini con le cartoline con scritto "saluti da Littoria", con le foto dei rurali, con l'estetica di Palazzo M. Le notizie riportano di una accoglienza calorosa ed entusiasta del direttore dell'Unesco, si sarà entusiasmato quando gli hanno spiegato perché il palazzo è fatto a forma di emme? Si sarà entusiasmato della fontana con la palla di Piazza del Popolo? Gli sarà parso bellissimo l'albergo Italia? Ci vivo a Latina, anche ieri mi sono fatto una passeggiata in centro, non cambierei questo posto con nessuno ma come diceva un mio amico di Cori: "Beglio non ce se po' dice".
Cerchiamo di essere normali, di avere il senso delle cose. Latina è bella perché è la nostra città, ma l'estetica dell'umanità ne potrebbe fare volentieri a meno.
Comunque grande Mancini e grandissimo Creo, anche io quando ero piccolo e non ero mai uscito da via Marconi, già via Cesare Cavallotti, a Sezze pensavo che fosse la più bella via del mondo, anzi pensavo proprio che oltre non c'era nulla. Poi ho scoperto il mondo, amo via Marconi, già Cavallotti, per me è unica, ma per il resto dell'umanità significa poco, o poco più di niente.
PS: naturalmente per me via Marconi è più bella di Noto.
Quando trovi gli ardimentosi rimani stupito del loro ardimento e devi rendere l'onore delle armi. Leggo che un tal Giuseppe Mancini è andato a Parigi a perorare la causa di Latina patrimonio dell'Unesco, l'assessore Creo che è il mandante dell'operazione ci informa che è stato ricevuto da Francesco Bandarin direttore dell'Unesco. Mi tolgo il cappello davanti a Mancini perché lui ha fatto quello di cui io sarei stato incapace, mi sarei vergognato come un cane in chiesa a chiedere di far diventare 4 edifici pubblici, pure male ceriti, patrimonio dell'umanità. Avrei avuto timore vedendo l'elenco dei siti dell'Unesco. Faccio l'esempio: Latina dovrebbe stare insieme agli scavi di Pompei, alla Città del Vaticano, alla Valle dei Templi di Agrigento, alla città barocca di Noto, alla Costiera Amalfitana, a Villa Adriana e Villa d'Este, a Siena, a San Gimignano.
Mi sarei sentito come uno scolaro che non ha studiato, mi sarei sentito come un signore che difende la bellezza di Camilla davanti a Diana e dice che il principe Carlo ha buon gusto in fatto di amanti.
Per questo credo che Mancini e il suo mandante Creo siamo degli eroi, dei temerari. Sarà arrivato lì Mancini con le cartoline con scritto "saluti da Littoria", con le foto dei rurali, con l'estetica di Palazzo M. Le notizie riportano di una accoglienza calorosa ed entusiasta del direttore dell'Unesco, si sarà entusiasmato quando gli hanno spiegato perché il palazzo è fatto a forma di emme? Si sarà entusiasmato della fontana con la palla di Piazza del Popolo? Gli sarà parso bellissimo l'albergo Italia? Ci vivo a Latina, anche ieri mi sono fatto una passeggiata in centro, non cambierei questo posto con nessuno ma come diceva un mio amico di Cori: "Beglio non ce se po' dice".
Cerchiamo di essere normali, di avere il senso delle cose. Latina è bella perché è la nostra città, ma l'estetica dell'umanità ne potrebbe fare volentieri a meno.
Comunque grande Mancini e grandissimo Creo, anche io quando ero piccolo e non ero mai uscito da via Marconi, già via Cesare Cavallotti, a Sezze pensavo che fosse la più bella via del mondo, anzi pensavo proprio che oltre non c'era nulla. Poi ho scoperto il mondo, amo via Marconi, già Cavallotti, per me è unica, ma per il resto dell'umanità significa poco, o poco più di niente.
PS: naturalmente per me via Marconi è più bella di Noto.
sabato 20 dicembre 2008
Le monetine che nessuno getta
di Lidano Grassucci
Sarebbe bello un paese dove, semplicemente, ciascuno facesse il suo lavoro. Così facendo ciascuno avrebbe rispetto per il lavoro che non sa fare. Mi spiego: i giornalisti fanno fatica a raccontare la normalità, allora diventano giudici, poliziotti, moralisti: i giudici, a loro volta, trovano noioso applicare la legge e allora fanno sociologia, politica, storia, ecologia; gli amministratori trovano irritante, poco nobile, riparare le strade e fare le leggi e allora litigano e fanno i dispetti ai colleghi.
Nel '93 quelli di sinistra che avevano aperto la "questione morale" (ma la morale è una questione?) hanno gettato le monetine al "corrotto" Bettino Craxi. Passano gli anni, e a contarli, anche i minuti direbbe De Andrè, ma non ho visto lanciare monetine al sindaco di Napoli, a quello di Pescara, a Bassolino. Niente, la piazza tace e le monete restano nel borsellino.
Quando saltano le regole saltano per tutti, non distinguono simpatici da antipatici, belle da brutti.
Capite la ragione per cui ci stiamo preoccupando, e non poco, dell'eventuale commissariamento di Fondi? Lo facevamo quando arrestavano i socialisti ed i democristiani, lo facevamo quando gli ex Pci si sentivano superiori. Anche oggi si sentono superiori rispetto a Fondi, anche oggi non si preoccupano del fatto che lo scioglimento del consiglio comunale li coinvolgerebbe direttamente (va a casa maggioranza e opposizione, perché "tutto" il consiglio sarebbe colpevole).
Quando le regole si cominciano ad interpretare per gli avversari, poi qualcuno le interpreta per gli amici. Sarebbe stato dignitoso rispondere la verità quando Craxi chiese a tutti di pronunciarsi se erano esenti da peccato. Nessuno lo fece, erano falsi, mendaci.
Forse per questo la sinistra non affascina più, era la parte delle idee, delle utopie, è la parte di quelli che hanno barato con la storia. Erano moralisti non morali. Tutto qui.
Naturalmente crediamo nella innocenza degli amministratori del Pd, crediamo che dimostreranno nei fatti la loro estraneità agli addebiti. Avremmo tanto gradito che avessero usato la stessa cortesia nei confronti di socialisti e democristiani, è troppo. Non arriveranno le monetine a Veltroni, non andranno esuli all'estero i dirigenti del Pd per fortuna. A giocare con i giudici ci si fa male.
Sarebbe bello un paese dove, semplicemente, ciascuno facesse il suo lavoro. Così facendo ciascuno avrebbe rispetto per il lavoro che non sa fare. Mi spiego: i giornalisti fanno fatica a raccontare la normalità, allora diventano giudici, poliziotti, moralisti: i giudici, a loro volta, trovano noioso applicare la legge e allora fanno sociologia, politica, storia, ecologia; gli amministratori trovano irritante, poco nobile, riparare le strade e fare le leggi e allora litigano e fanno i dispetti ai colleghi.
Nel '93 quelli di sinistra che avevano aperto la "questione morale" (ma la morale è una questione?) hanno gettato le monetine al "corrotto" Bettino Craxi. Passano gli anni, e a contarli, anche i minuti direbbe De Andrè, ma non ho visto lanciare monetine al sindaco di Napoli, a quello di Pescara, a Bassolino. Niente, la piazza tace e le monete restano nel borsellino.
Quando saltano le regole saltano per tutti, non distinguono simpatici da antipatici, belle da brutti.
Capite la ragione per cui ci stiamo preoccupando, e non poco, dell'eventuale commissariamento di Fondi? Lo facevamo quando arrestavano i socialisti ed i democristiani, lo facevamo quando gli ex Pci si sentivano superiori. Anche oggi si sentono superiori rispetto a Fondi, anche oggi non si preoccupano del fatto che lo scioglimento del consiglio comunale li coinvolgerebbe direttamente (va a casa maggioranza e opposizione, perché "tutto" il consiglio sarebbe colpevole).
Quando le regole si cominciano ad interpretare per gli avversari, poi qualcuno le interpreta per gli amici. Sarebbe stato dignitoso rispondere la verità quando Craxi chiese a tutti di pronunciarsi se erano esenti da peccato. Nessuno lo fece, erano falsi, mendaci.
Forse per questo la sinistra non affascina più, era la parte delle idee, delle utopie, è la parte di quelli che hanno barato con la storia. Erano moralisti non morali. Tutto qui.
Naturalmente crediamo nella innocenza degli amministratori del Pd, crediamo che dimostreranno nei fatti la loro estraneità agli addebiti. Avremmo tanto gradito che avessero usato la stessa cortesia nei confronti di socialisti e democristiani, è troppo. Non arriveranno le monetine a Veltroni, non andranno esuli all'estero i dirigenti del Pd per fortuna. A giocare con i giudici ci si fa male.
giovedì 18 dicembre 2008
Senato e Popolo di Latina e la non festa (editoriale del 18 Dicembre 2008)
Lidano Grassucci
Oggi Latina fa il compleanno. Auguri, prima di tutto, perché la festa é un atto di sfida alla piatta normalità. Il problema é che questa é la festa di una città, non dei cittadini. Perché Latina é nata (aveva un altro nome, ma ho un certo ribrezzo nel ricordarlo per via del mio odio per i dittatori) perché qualcuno a Roma aveva deciso così. Non é nata infatti dove il fiume si stringe, dove si può guadare, non é nata dietro un porto da cui si può arrivare e partire, non sta neanche in alto per potersi difendere dai mori. E’ l’unica città che sta dove gli uomini non avrebbero mai fatto una città, ma dove i geometri potevano coltivare un sogno: fare case senza vincoli di mare, fiumi, o colline.
Una città da laboratorio. Tutto quadro e squadro, tutto ordine e disciplina, tutto un credere.
Festeggiate la città, c’è sempre una ragione per far festa. Ma vorrei, un giorno, festeggiare i cittadini.
Sul simbolo di Roma c’è la sigla SPQR, una cosa che mi ha affascinato per via dei giochi di parole che stavano nelle strisce di Asterix il gallico che trasformavano la sigla in “Sono Pazzi Questi Romani” o in “Sono Porci Questi Romani”.
Oderzo, l’autore della striscia di Asterix, giocava tra nazionalismo francese e brogli sulla storia. Ma sapeva bene che era per quella sigla che Roma aveva conquistato il mondo, in quella sigla c’era il segreto di Roma. Perché quella città era il Senato e il Popolo di Roma. Erano i suoi cittadini.
Latina sarà città quando sarà possibile scrivere sotto il simbolo della città Senato e Popolo di Latina, una città libera, una città della sua gente.
Per questo oggi non faccio festa, ma auguro ai festanti tanta fortuna e di pensare a quella storia del Senato e del Popolo, fa la differenza.
Oggi Latina fa il compleanno. Auguri, prima di tutto, perché la festa é un atto di sfida alla piatta normalità. Il problema é che questa é la festa di una città, non dei cittadini. Perché Latina é nata (aveva un altro nome, ma ho un certo ribrezzo nel ricordarlo per via del mio odio per i dittatori) perché qualcuno a Roma aveva deciso così. Non é nata infatti dove il fiume si stringe, dove si può guadare, non é nata dietro un porto da cui si può arrivare e partire, non sta neanche in alto per potersi difendere dai mori. E’ l’unica città che sta dove gli uomini non avrebbero mai fatto una città, ma dove i geometri potevano coltivare un sogno: fare case senza vincoli di mare, fiumi, o colline.
Una città da laboratorio. Tutto quadro e squadro, tutto ordine e disciplina, tutto un credere.
Festeggiate la città, c’è sempre una ragione per far festa. Ma vorrei, un giorno, festeggiare i cittadini.
Sul simbolo di Roma c’è la sigla SPQR, una cosa che mi ha affascinato per via dei giochi di parole che stavano nelle strisce di Asterix il gallico che trasformavano la sigla in “Sono Pazzi Questi Romani” o in “Sono Porci Questi Romani”.
Oderzo, l’autore della striscia di Asterix, giocava tra nazionalismo francese e brogli sulla storia. Ma sapeva bene che era per quella sigla che Roma aveva conquistato il mondo, in quella sigla c’era il segreto di Roma. Perché quella città era il Senato e il Popolo di Roma. Erano i suoi cittadini.
Latina sarà città quando sarà possibile scrivere sotto il simbolo della città Senato e Popolo di Latina, una città libera, una città della sua gente.
Per questo oggi non faccio festa, ma auguro ai festanti tanta fortuna e di pensare a quella storia del Senato e del Popolo, fa la differenza.
mercoledì 17 dicembre 2008
Fini, Chiesa, Italia e Curia (editoriale del 17 dicembre)
di Lidano Grassucci
Credo che ieri Gianfranco Fini abbia dimostrato ad un paese di codini, di baciapile che si possa essere italiani in un altro modo. Il presidente della Camera ha spiegato che le reggi razziali non possono essere relegate nelle sole colpe del fascismo, ma che attecchirono nella società italiana e “nel silenzio della Chiesa”. ianfranco Fini con questa posizione diventa il continuatore della destra laica e liberale che, e scusate se è poco, hanno fatto l’Italia una e libera. I chierici subito sono insorti, hanno portato tante argomentazioni, ma il silenzio di Santa Romana Chiesa rispetto al genocidio resta preoccupante. Come è preoccupante quell’antisemitismo che sta sopito dentro la coscienza nazionale. Ci siamo, per troppo tempo, nascosti dietro l’idea di “italiani brava gente” che era autoassoluzioni. “Il giudio è perfido”, ancora adesso ridiamo di battute come quelle del marchese Del Grillo che non paga l’ebanista Piperno perché: “E’ vero o non è vero che gli avi tuoi hanno ucciso Cristo, e io posso sta’ ancora un po’ ‘ncazzato”. Nel film di Luigi Magni “Nell’anno del Signore” il cardinale spiega a Pasquino innamorato di una giudia: “Ti confesso un segreto, questi giudii sono essere umani quasi come noi”. Gianfranco Fini rompe un tabù, spezza tanta ipocrisia nazionale. Racconto questo perché solo anni dopo Giovanni Paolo II va in sinagoga al di là del Tevere e chiama fratelli maggiori gli ebrei.
L’altro giorno il Papa, Benedetto XVI, ha elogiato la separazione tra Stato e Chiesa. Ma quando lo dicevano i liberali italiani, i suoi predecessori non erano dello stesso avviso. Monti e Tognetti per dire che Roma era italiana e il Papa non era un Re ci persero la testa per mano del boia papalino (era papa Pio IX che volete fare santo).
Santa Romana Chiesa, caro Caliman è grande, tanto grande.
Non eccepisco su cosa ci sarà al di là, quando sarò dipartito, se credete andate dai sacerdoti a chiedere lumi, discuto delle cose di qua, di questo mondo e non sempre, nelle cose di questo mondo, la chiesa ci prende. Non ci ha preso quando era contro l’Italia, non ci ha preso con gli ebrei. Potrebbe non averci preso nelle dimensioni della curia a Latina. Se cerco Dio? Mi interrogo e, non avendo certezze sulla vita terrena, non ne ho su quella dopo, se c’è.
Un edificio grande, che cambia il volto della città ha bisogno di discussioni, tra uomini. Delle cose di Dio non so.
Credo che ieri Gianfranco Fini abbia dimostrato ad un paese di codini, di baciapile che si possa essere italiani in un altro modo. Il presidente della Camera ha spiegato che le reggi razziali non possono essere relegate nelle sole colpe del fascismo, ma che attecchirono nella società italiana e “nel silenzio della Chiesa”. ianfranco Fini con questa posizione diventa il continuatore della destra laica e liberale che, e scusate se è poco, hanno fatto l’Italia una e libera. I chierici subito sono insorti, hanno portato tante argomentazioni, ma il silenzio di Santa Romana Chiesa rispetto al genocidio resta preoccupante. Come è preoccupante quell’antisemitismo che sta sopito dentro la coscienza nazionale. Ci siamo, per troppo tempo, nascosti dietro l’idea di “italiani brava gente” che era autoassoluzioni. “Il giudio è perfido”, ancora adesso ridiamo di battute come quelle del marchese Del Grillo che non paga l’ebanista Piperno perché: “E’ vero o non è vero che gli avi tuoi hanno ucciso Cristo, e io posso sta’ ancora un po’ ‘ncazzato”. Nel film di Luigi Magni “Nell’anno del Signore” il cardinale spiega a Pasquino innamorato di una giudia: “Ti confesso un segreto, questi giudii sono essere umani quasi come noi”. Gianfranco Fini rompe un tabù, spezza tanta ipocrisia nazionale. Racconto questo perché solo anni dopo Giovanni Paolo II va in sinagoga al di là del Tevere e chiama fratelli maggiori gli ebrei.
L’altro giorno il Papa, Benedetto XVI, ha elogiato la separazione tra Stato e Chiesa. Ma quando lo dicevano i liberali italiani, i suoi predecessori non erano dello stesso avviso. Monti e Tognetti per dire che Roma era italiana e il Papa non era un Re ci persero la testa per mano del boia papalino (era papa Pio IX che volete fare santo).
Santa Romana Chiesa, caro Caliman è grande, tanto grande.
Non eccepisco su cosa ci sarà al di là, quando sarò dipartito, se credete andate dai sacerdoti a chiedere lumi, discuto delle cose di qua, di questo mondo e non sempre, nelle cose di questo mondo, la chiesa ci prende. Non ci ha preso quando era contro l’Italia, non ci ha preso con gli ebrei. Potrebbe non averci preso nelle dimensioni della curia a Latina. Se cerco Dio? Mi interrogo e, non avendo certezze sulla vita terrena, non ne ho su quella dopo, se c’è.
Un edificio grande, che cambia il volto della città ha bisogno di discussioni, tra uomini. Delle cose di Dio non so.
martedì 16 dicembre 2008
Ma quanto è grande Dio (editoriale del 15 Dicembre)
di Alessia Tomasini
Sconcertata, senza parole. E’ stata questa la prima impressione che ho provato ieri durante la visita alla nuova curia vescovile di Latina. Una struttura immensa, pagata
con i soldi dei contribuenti. Un dono alla chiesa cattolica per molti. Uno sperpero per me che però, devo ammettere, convivo con un laicismo profondo. Appena entrata sono stata colpita dall’immensità, e vi assicuro non si tratta di un’esagerazione, degli spazi. Ero indecisa tra le stesse immagini e sensazioni che avevano suscitato in me il Louvre e la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Il servizio d’ordine sembrava quello di un museo. Ho compreso, ripeto solo ieri, che l’immensità degli
ambienti era paragonabile solo a quello dell’unico impero/potere che sia riuscito a superare indenne il trascorrere dei secoli. Sono stata sempre convinta che la religione sia l’oppio dei popoli. Guardandomi intorno la mia opinione si è arricchita di due osservazioni e di due ulteriori certezze. La prima è che i preti sono tanti e muovono tantissimi voti. La seconda è che abbiamo una classe
politica ed istituzionale codina. C’erano più sindaci, consiglieri, deputati, ex senatori all’inaugurazione della curia che in qualsiasi riunione sullo sviluppo di questo territorio. E nessuno che abbia commentato in negativo la struttura come per paura che dall’alto qualcuno potesse fulminarli all’istante. Non voglio dire con questo che la curia non dovesse essere realizzata. Però le dimensioni mi sembrano spropositate. Quante abitazioni per famiglie disagiate, con le stesse risorse, sarebbero state create? Nessuno sembra essersi posto questa domanda così come nessuno ha detto che dall’esterno l’edificio è inquietante. Lo stesso presidente della Regione, Piero Marrazzo, era tutto sorrisi e baci mentre inneggiava alla capacità di comunicazione e di aggregazione che la curia può rappresentare. Uno sbrodolamento politico mai visto. Marrazzo ha dato piena disponibilità al vescovo per il futuro. Il governatore del Lazio vuole organizzare eventi culturali e colmare in questo modo il senso di solitudine che i cittadini provano. Ma non sarebbe meglio ridurre gli sprechi della Regione ed essere più presenti su questo territorio non solo a parole ma con i fatti? Magari con un capitolo di bilancio a sostegno della sanità, del sociale, dello sviluppo infrastrutturale e dell’occupazione. L’eccesso degli atteggiamenti, la platealità degli interventi, stonavano con tutto e oprattutto con il messaggio di una chiesa che dovrebbe essere di umiltà e di dedizione agli altri e che si è rivelata solo l’occasione per una parata. L’arredamento è sontuoso nella sua semplicità. Il Roof garden potrebbe ospitare la scena finale del Titanic o un paio di partite di calcio, formazione ad undici, o ancora una gara di pattinaggio. L’arena esterna sembra quella del teatro greco. Bellissima, per carità, ma quanto sarà sfruttata? Quanti avranno accesso al suo interno? Purtroppo quello che ho visto ieri non ha fatto altro che aumentare i miei dubbi e le mie domande. I fasti della chiesa allontanano dalla fede, alimentano velleità anche morali esagerate rispetto a quello che è la vita normale. Uscendo, dopo la cermonia, le luci degli interni della curia non mi hanno impedito di vedere il degrado della zona del Nicolosi, il palazzo sventrato e non ancora ricostruito.
La chiesa per me è altro. Posso dirlo anche perchè non mi devo candidare e l’unico voto cui aspiro è quello di Dio e senza intermediari. La chiesa del Sacro Cuore era stracolma per una sorta di conferenza stampa. Mi domando, per questa malattia della curiosità che mi uccide, quanti di quelli che erano presenti domani porteranno i figli in chiesa a sentire la messa, o all’oratorio per incontrare altri ragazzi, o ancora agli eventi organizzati dal gruppo degli scout dell’ Azione cattolica.
Quanti di quelli che erano seduti in prima fila si confessano e vanno in chiesa tutte le domeniche? Ancora una volta la politica non si è smentita. Si è presentata in pompa magna per dare prova di grandi gesti ma non è stata capace di dare prova di buon comportamento. Io in chiesa non vado e non mi confesso dal giorno della comunione e per dirla tutta sono stata anche cacciata dal catechismo. Però almeno sono coerente, o ci provo. La chiesa ieri era piena di persone che cercavano un “protettore” qualcuno che li liberasse dalla sofferenza, della solitudine e del ubbio. Spero lo abbiano trovato. Io ho visto solo un luogo immenso che mi ha fatto pensare che Dio è stato il miglior imprenditore di se stesso.
Sconcertata, senza parole. E’ stata questa la prima impressione che ho provato ieri durante la visita alla nuova curia vescovile di Latina. Una struttura immensa, pagata
con i soldi dei contribuenti. Un dono alla chiesa cattolica per molti. Uno sperpero per me che però, devo ammettere, convivo con un laicismo profondo. Appena entrata sono stata colpita dall’immensità, e vi assicuro non si tratta di un’esagerazione, degli spazi. Ero indecisa tra le stesse immagini e sensazioni che avevano suscitato in me il Louvre e la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Il servizio d’ordine sembrava quello di un museo. Ho compreso, ripeto solo ieri, che l’immensità degli
ambienti era paragonabile solo a quello dell’unico impero/potere che sia riuscito a superare indenne il trascorrere dei secoli. Sono stata sempre convinta che la religione sia l’oppio dei popoli. Guardandomi intorno la mia opinione si è arricchita di due osservazioni e di due ulteriori certezze. La prima è che i preti sono tanti e muovono tantissimi voti. La seconda è che abbiamo una classe
politica ed istituzionale codina. C’erano più sindaci, consiglieri, deputati, ex senatori all’inaugurazione della curia che in qualsiasi riunione sullo sviluppo di questo territorio. E nessuno che abbia commentato in negativo la struttura come per paura che dall’alto qualcuno potesse fulminarli all’istante. Non voglio dire con questo che la curia non dovesse essere realizzata. Però le dimensioni mi sembrano spropositate. Quante abitazioni per famiglie disagiate, con le stesse risorse, sarebbero state create? Nessuno sembra essersi posto questa domanda così come nessuno ha detto che dall’esterno l’edificio è inquietante. Lo stesso presidente della Regione, Piero Marrazzo, era tutto sorrisi e baci mentre inneggiava alla capacità di comunicazione e di aggregazione che la curia può rappresentare. Uno sbrodolamento politico mai visto. Marrazzo ha dato piena disponibilità al vescovo per il futuro. Il governatore del Lazio vuole organizzare eventi culturali e colmare in questo modo il senso di solitudine che i cittadini provano. Ma non sarebbe meglio ridurre gli sprechi della Regione ed essere più presenti su questo territorio non solo a parole ma con i fatti? Magari con un capitolo di bilancio a sostegno della sanità, del sociale, dello sviluppo infrastrutturale e dell’occupazione. L’eccesso degli atteggiamenti, la platealità degli interventi, stonavano con tutto e oprattutto con il messaggio di una chiesa che dovrebbe essere di umiltà e di dedizione agli altri e che si è rivelata solo l’occasione per una parata. L’arredamento è sontuoso nella sua semplicità. Il Roof garden potrebbe ospitare la scena finale del Titanic o un paio di partite di calcio, formazione ad undici, o ancora una gara di pattinaggio. L’arena esterna sembra quella del teatro greco. Bellissima, per carità, ma quanto sarà sfruttata? Quanti avranno accesso al suo interno? Purtroppo quello che ho visto ieri non ha fatto altro che aumentare i miei dubbi e le mie domande. I fasti della chiesa allontanano dalla fede, alimentano velleità anche morali esagerate rispetto a quello che è la vita normale. Uscendo, dopo la cermonia, le luci degli interni della curia non mi hanno impedito di vedere il degrado della zona del Nicolosi, il palazzo sventrato e non ancora ricostruito.
La chiesa per me è altro. Posso dirlo anche perchè non mi devo candidare e l’unico voto cui aspiro è quello di Dio e senza intermediari. La chiesa del Sacro Cuore era stracolma per una sorta di conferenza stampa. Mi domando, per questa malattia della curiosità che mi uccide, quanti di quelli che erano presenti domani porteranno i figli in chiesa a sentire la messa, o all’oratorio per incontrare altri ragazzi, o ancora agli eventi organizzati dal gruppo degli scout dell’ Azione cattolica.
Quanti di quelli che erano seduti in prima fila si confessano e vanno in chiesa tutte le domeniche? Ancora una volta la politica non si è smentita. Si è presentata in pompa magna per dare prova di grandi gesti ma non è stata capace di dare prova di buon comportamento. Io in chiesa non vado e non mi confesso dal giorno della comunione e per dirla tutta sono stata anche cacciata dal catechismo. Però almeno sono coerente, o ci provo. La chiesa ieri era piena di persone che cercavano un “protettore” qualcuno che li liberasse dalla sofferenza, della solitudine e del ubbio. Spero lo abbiano trovato. Io ho visto solo un luogo immenso che mi ha fatto pensare che Dio è stato il miglior imprenditore di se stesso.
domenica 14 dicembre 2008
La questione morale e la morte della politica (editoriale dell'11 dicembre 2008)
Le cose mutano, come mutano le nuvole, ma le cose hanno ragione e memoria. Dico questo perché in questi giorni è emersa una questione, una domanda, che è stata rimossa da tempo, messa nell'angolo dell'ipocrisia. Sono emerse le conseguenze della questione morale che mise in campo Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano. Partiva dal presupposto che davanti alla tragedia del "socialismo applicato", dietro la fine dell'utopia dell'eguaglianza di Stato, la diversità dei comunisti stava nella loro "superiorità etica". La questione morale è questione centrale nei totalitarismi, fuori dalla politica per i laici. Machiavelli aveva "separato" l'etica della politica. La politica era il "governo della città così come era", per le religioni (e poi per i totalitarismi) era uno strumento per
insegnare a vivere". La differenza sta in chi vede la politica come tecnica di governo per l'uomo così come è e chi la interpreta come scuola di vita per creare un "uomo nuovo", un uomo migliore di quello che è dato. Questa seconda modalità
ha bisogno di élite che "interpretino" il bene, che siano eticamente superiori. I
l leninismo crea il "partito per le masse" contro la visione menscevica(socialdemocratica, laburista, socialista) di un partito delle masse. Nel primo caso i membri del partito sono iniziati del vero (o della storia) nel secondo caso sono pari ai rappresentati. Nel primo caso sono sopra, nel secondo allo stesso livello.
Essere allo stesso livello significa essere parte delle virtù, ma anche dei vizi degli altri. Berlinguer tira fuori se stesso e i suoi da questa visione, loro sono "moralmente diversi". I socialisti, i menscevichi barano, rubano, si distraggono, amano i lussi, i comunisti no, mai. Questa differenza entra dentro la
società civile, dentro i nervi comunitari. Tanto che Gaber in "eravamo comunisti" sostiene: "eravamo comunisti, perché da noi il peggiore partito socialista
d'Europa"; "eravamo comunisti, perché Berlinguer era una brava persona".
E' la "questione morale" berlingueriana è il presupposto per l'offensiva giudiziaria degli anni '90. La moralità diventa l'unica categoria per la politica e mette dentro
la dicotomia bene-male che è propria della religione. La conseguenza è l'arresto dell'avversario che è, in quanto avversario, immorale, cattivo. I menscevichi, i
socialisti sono il nemico per eccellenza, sono come Jessica Rabitt: disegnati cattivi. La morte giudiziaria dei menscevichi italiani produce l'unica conseguenza
possibile, la morte della sinistra. Perché la sinistra in Europa o è menscevica, socialdemocratica o semplicemente non è.
Le categorie morali non stanno dentro l'internazionale socialista che è pragmatismo, che è politica come trasformazione del reale nell'aspetto materiale: migliorare
le condizioni degli ultimi ora e qui, non rimandare a paradisi futuri. La diversità etica significa, poi, l'affrancarsi da qualsiasi rapporto con le differenze del reale, la superiorità morale può prescindere dal consenso, dal bisogno volgare.
Il Partito democratico non è per sfamare gli affamati, ma per spiegare come si mangia. Se in tavola c'è companatico il pane è superfluo, basta mantenere l'etichetta, non ruttare, e saper usare le posate. Anzi l'avere cibo a tavola
è un problema ulteriore, nel senso che mangiando sul serio ci si sporca le dita e anche la tovaglia e si scompone l'ordine delle posate. La sinistra etica ha nel partito delle toghe la sua sublimazione, la sua realizzazione. E godeva di
buona stampa e buoni intellettuali: il suffragio universale, la democrazia non piace alle élites, la fame non è conosciuta da chi ha sempre mangiato
Ma quando i meccanismi si mettono in moto non si fermano, ora la "questione morale" è arrivata nelle amministrazioni diverse, quelle degli orfani comunisti e
non c'è speranza. Domenici, il sindaco di Firenze, è impotente giudici e Repubblica,
giudici e stampa non badano al consenso, alla buona amministrazione, serve una amministrazione etica. Serve La Pira, non Domenici.
Naturalmente non gioisco di questo "sistema", inorridisco di come la democrazia italiana si è suicidata, di come per via giudiziaria (morale) sia stato cancellato tutto il pensiero politico liberal-socialista dando la stura alla sopravvivenza
degli eredi del peggio del '900: il comunismo e il fascismo. Categorie che nel resto
dell'Europa non hanno senso mentre in Italia esprimono classe dirigente.
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