domenica 22 novembre 2009

A un Sindaco a strisce blu


Fabrizio Bellini

Signor Sindaco Zaccheo, la prego, aggiunga i miei al coro dei lai che si affollano, pressanti, sul suo tavolo di primo responsabile dell’amministrazione cittadina. Ripeto, la prego, non sia “insensibile al grido di dolore che da tante parti” del centro di questa nostra neo-blu-striata città si “leva verso di” lei: cancelli le strisce blu dai parcheggi. Non tutte, ma almeno quelle di ultima generazione. Rinfoderi il pennello e spruzzi acqua ragia. Solo alcune delle idee che le vengono in mente sono buone idee e in ogni caso, non tutte le buone idee si possono realizzare: impunemente. Se le strisce blu, così come sono, le ha pensate lei, faccia penitenza, se le ha suggerite qualcun altro, provveda a fargliela fare. Mi scuserà, ma siamo un po’ scocciatelli. Le spiego perché proponendole un esempio emblematico. Il sindacato agricolo che ho l’onore di presiedere, Confagricoltura, impiega quattordici persone. I nostri “cugini”, che lavorano nello stesso fabbricato, via Don Minzoni 1, altrettante se non di più. C’è poi uno studio tecnico e un’altra associazione; siamo in tutto una sessantina di persone. Scaliamo le coppie e diciamo cinquanta automobili che, moltiplicate per i duecentosessanta euro, tariffa agevolata, che la sua amministrazione pretende per parcheggiare, fanno tredicimila euro l’anno. Mille e cento euro al mese. Per stare sul posto di lavoro. Non per arrivarci, sia chiaro, ma solo per starci. E questo in un solo, piccolo, stabile. Quanti uffici, negozi ecc. ci sono in centro a Latina? Impiegati, operai, commesse, fattorini, infermieri, segretarie, apprendisti, giornalai, autisti, baristi, barbieri, giardinieri, camerieri, generici vari, che crede, che abitino tutti a piazza del Quadrato o che in centro ci vengano a lavorare? Avete inventato un nuovo balzello sul lavoro? E’ una nuova tassa, finanza creativa, sindrome da spremitura, impulso alla vendemmia perenne, turbe da onnipotenza, o che altro? Fatto sta che molti di noi e certe categorie in particolare, questi soldi non li possono pagare. Non li devono pagare. Sarebbe bene che lei se ne convincesse e recuperasse quantomeno il termine: esenzione. Se non vuole sverniciare, almeno, esenti. Provi a considerare le fasce di reddito, i luoghi di residenza e le opportunità di lavoro. Sindaco, ma veramente vuole prendersi ventidue euro al mese anche da un Co.co.co che di euro in un mese ne vede sì e no cinquecento e deve viverci a Borgo Montello? O da un serrandista che in tutto possiede un’Apetta? Ma viaaaa, non si toglie alla gente anche la colazione del mattino! Si inventi qualcosa e lasci stare almeno gli spicci. Stupisce poi, che siffatta iniziativa sia benedetta da una persona come lei il cui impegno a favore delle fasce deboli è, o era, noto a tutti coloro che l’hanno votata. Onorevole Zaccheo, che le è successo?  La sua “grinta” che fine ha fatto? Dopo il Sindaco poliziotto, che c’era tanto piaciuto, il Sindaco posteggiatore ci fa una magra figura. La parola, precariato, non le dice più niente? E “non ce la faccio più a mettere insieme il pranzo con la cena”? Beh, faccia lei. Meraviglia ancora di più il soporifero silenzio-assenso dell’opposizione che su questo provvedimento avrebbe dovuto alzare le barricate. Ma sono diventati consociativi. Evidentemente la pensano come lei: in centro solo i ricchi, tariffa piena cinquecento euro. Tollerati i benestanti, tariffa ridotta duecentosessanta euro. I meno abbienti? A piedi. I poveri? A dormire all’ex Consorzio agrario. Però in centro. Aveva ragione il compianto e indimenticabile Sabino Vona: gli uomini del Pd coltivano la strategia del lungo sonno. Non vogliono disturbare, sono discreti e non li svegliano neanche le cannonate. Quando apriranno gli occhi, si stireranno e fonderanno un nuovo partito che “nasca dalla gente” e che “stia tra la gente”. Come l’attuale! Poi, all’improvviso, un sussulto, inquadrano la realtà, li sfiora il venticello del ridicolo e “cacciano” i gazebo per fare in piazza quello che non hanno fatto in aula consiliare: casino contro un provvedimento ingiusto. E, ammesso che non si riappisolino, questa volta avranno successo. E i sindacati sociali? Ahhh, dimenticavo, sono molto impegnati nei picchetti fuori dalle fabbriche chiuse. Non si parla altro che di interesse dei cittadini, di bene comune, e poi si scopre che, né a destra né a manca, si ha uno straccio di idea condivisa. Neanche sulle piccole cose. Poi, un giorno, si vota, e allora … Signor Sindaco, Onorevole, non voglio scocciarla ulteriormente perché so che non ha tempo libero e io scrivo solo frescacce. Quello che volevo dirle, glielo ho detto, se vuole, ci pensi. La saluto rispettosamente con una frase che ha scritto il Presidente Fini, che so esserle caro, nella prefazione al saggio “Economia sociale di mercato” che il Prof. Pietro Armani scrisse nel momento in cui Alleanza Nazionale stava per assumere importanti responsabilità di governo, centrale, regionale e locale: “L’economia sociale di mercato si regge sulla libera iniziativa economica e sulla difesa della proprietà privata coniugate con quelle che sono le esigenze della solidarietà… un corretto rapporto tra cittadini, istituzioni e imprese passa attraverso il recupero dell’idea partecipativa”. Era il 1995, Sindaco, lei c’era e Fini vi parlava di solidarietà e di corretto rapporto tra cittadini e istituzioni. Allora il Presidente vi consegnava un dettato usando un linguaggio raffinato e complesso che, forse, non è ben penetrato. Chissà, oggi, che ha adattato le parole alla sensibilità di “torpigna”, che vi direbbe. Caramente, Fabrizio Bellini

sabato 21 novembre 2009

Al Galilei arriva l'ispettore: dirigente scolastico sulla graticola

Mala tempora currunt per il dirigente scolastico dell’istituto tecnico industriale Galileo Galilei di Latina. La drammatica e amara storia di una professoressa che per vedere riconosciuta solo una parte - solo una parte, sic - dei suoi diritti è dovuta ricorrere ai tribunali amministrativi, civili e penali sta finalmente vedendo una luce alla fine del tunnel. Dopo la sentenza del tribunale del lavoro, che condannava il dirigente per non aver riconosciuto il diritto alla malattia e a permessi (prefigurando anche una ipotesi di mobbing) arriva il momento del redde rationem. La donna, malata da anni e invalida, aveva chiamato in causa la presidenza del consiglio dei ministri, dipartimento della funzizone pubblica, ispettorato per la fp. La risposta è arrivata. E ha il sapore giusto della giustizia. La presidenza ha avviato un intervento richiedendo al  Ministero dell'Istruzione - Direzione Generale per il Personale Scolastico - di “...verificare la congruità delle decisioni assunte dal preside rispetto alle norme regolatrici di comparto”. Il ministero non si è fato attendere inviando in via Ponchielli “una visita ispettiva presso l’itis Galilei al fine di verificare l’operato e la capacità dirigenziale del dirigente dell’istituto stesso”. Per leggere tra le righe qui non c’è in ballo solo la triste storia della professoressa che stava per perdere lo stipendio a causa del capriccio del dirigente. In discussione c’è proprio l’azione complessiva del preside - come si chiamava una volta - e per chi scrive anche l’attitudine umana a ricoprire un ruolo così delicato. Le storie, poi si accavallano e si intrecciano. Perchè cominciano a emergere dalla pentola carenze e mancanze nella trasmissione di atti dovuti, salvo poi richiedere alal ragioneria - con un accanimento che sa di mefistofelico - di ridurre lo stipendio della docente. Il dirigente costerà alle casse pubbliche tantissimi soldi. A questo punto, considerando che voleva risparmiare sulla pelle della professoressa, non esiterà a pagare di tasca sua.

Gerarchie e chiese basse





Lidano Grassucci






Ho qualche problema con l’ordine, con le gerarchie. Non riesco a capire il prima e il dopo. E’ un difetto? Credo di sì, ma da cosa deriva?
Credo che ciascuno di noi sia plasmato dai posti in cui è cresciuto in quella età in cui ti fai un’idea di cosa è il mondo, dai 5 ai 16 anni. Per me non c’era un segno della “filiera di comando”. Le chiese erano tante e piccole, il municipio era un angolo di piazza, neanche il più bello e per entrare si “scendeva” di qualche gradino. E non c’erano castelli. Se dal basso guardi il posto da dove vengo vedi le case, non ci sono campanili, vedi le case che fanno corpo, comunità.
A Sermoneta, dal basso vedi il Castello, a Terracina dal mare vedi il tempio di Giove, a Maenza vedi il castello del barone. Nel paese mio niente, le chiese erano piccole e i loro tetti si perdevano nei tetti delle case intorno. Erano, sono, rigorose le chiese. Quella dei gesuiti in Piazza San Pietro non è più grande e non schiaccia il Comune. Un tempo i comunisti avevano lì vicino la sezione che era quasi sotterranea rispetto al piano della piazza, quasi a testimoniare percorsi segreti tra iniziati della rivoluzione e iniziati della fede. Sarà per questo che non comprendo le gerarchie, che non sono uso a pensare uguale, che mi fanno schifo i privilegi e non li riconosco non rivendicandoli.
Quando Pio IX venne dalle mie parti arrivò in pompa magna era Papa per grazia di Dio e Re per disgrazia del popolo e dell’Italia. Una signora del popolo, il popolo senza castelli e delle chiese piccole, lo guardò e nonostante la pompa lo vide per quel che era “Se è Papa quisto è Papa puro maritemo”. Che vuol dire “E’ umano, è umano”. Lui, il Papa, si pensava più che umano. Ovunque, ma non dalle parti mie dove era “come maritemo”.
Per questo quando il sacerdote, etnicamente compatibile con me, mi confessò, nell’unica volta che l’ho fatto per rispetto e meno per convinzione, lui mi disse: “Ma che pu esse fatto tu? Che malo pu esse fatto? Mo ogni tanto, ogni dua o tre anni va a ca santurio ca è beno”.
Avevamo 21 chiese, erano case accanto alle case. Dio era uno di noi, uno che se faceva freddo aveva freddo, se faceva caldo aveva caldo. Era uno di noi.
Per questo non sento le gerarchie, per questo la pensiamo ciascuno a modo suo mai allineati, mai come ti aspetti. Qui a Latina le case sono piatte, non ci sono castelli, la torre civica è minimalista il campanile pure. Il Vescovo di Latina, in carica, non ha capito questo problema “dimensionale” e si è fatto una casa grande grande, una casa dove il Dio umano in cui sono cresciuto non avrebbe trovato “spazio”, si sarebbe perduto cercando.
Ho, in questo tempo mio problemi di certezze, come se tutto fosse mutato con un prima e un dopo. E mi pongo domande che prima neanche immaginavo: perché nessuno, a Latina, si è indignato, offeso per le strisce blu? Per la loro invadenza? Perché questa città non ha ventuno chiese, non ha le case attaccate alle chiese, ha il Comune con una torre civica “nana” ma presuntuosa. Ha la sindrome del capo che pensa a tutto lui, Latina non ha avuto un signore ha avuto un padre malvagio, falsamente generoso, patetico, debole ma con la voce grossa quando veniva qua nessuno osava dire: “ma se questo è l’uomo della Provvidenza allora è Provvidenza anche mio marito”. Nessuno osava ridere del nanetto mascelluto ma tutti volevano toccarlo, averlo. L’unica città di sudditi senza signore, di monarchici senza Re, di repubblicani senza repubblica. Qui si vogliono bene e il capo è un papà buono, come in Sudamerica, un Sudamerica alle porte di Roma.
Ecco perché la penso diversa perché se da Latina guardi Sezze vedi le case non la chiesa, non il castello, non la torre del Comune, le case. Lì su non ci sono capi.
Il mio tempo è cambiato, un prima e un dopo per colpa di quelle 21 chiese, di quelle case attaccate alle chiese, per i campanili bassi e per la meraviglia che ti prende se da lì su guardi la bellezza di questo creato.















venerdì 20 novembre 2009

APRILIA - Abbott, ratificati i licenziamenti


Teresa Faticoni

È stato ratificato in Regione Lazio l’accordo per la mobilità in Abbott. Un passaggio formale, avendo le parti trovato un accordo già durante la trattativa territoriale. Accederanno agli ammortizzatori sociali 165 informatori scientifici del farmaco della linea primary care. Si tratta di lavoratori sparsi su tutto il territorio nazionale, con un impatto sul Lazio di tredici persone e ancora da quantificare per la provincia di Latina. Della vertenza però se ne sono occupati i sindacalisti di Latina perché tutti gli informatori sono sul libro paga dello stabilimento di Campoverde. L’accordo prevede che in mobilità andranno per primi coloro che vanno direttamente in pensione e quelli che negli anni previsti si agganciano alla pensione. Previsto un sostanzioso bonus. Per coloro cui manca solo un anno l’azienda pagherà un ulteriore anno per quelli del sud Italia e due per quelli del nord (che hanno diritto per legge solo a un massimo di tre anni di mobilità) con il 90% dello stipendio. In seconda battuta arrivano i volontari. È stato previsto anche un capitolo per chi eventualmente sarà trasferito da una sede all’altra in base al quale l’azienda si accolla tutte le spese per il trasferimento più una indennità per il disagio. «L’accordo in parte cerca di dare un paracadute a una situazione abbastanza critica – ha dichiarato Roberto Cecere segretario della Femca Cisl – anche se non dobbiamo dimenticare che si stanno licenziando 165 persone». In campo è stato messo anche il progetto Wellfarma per la ricollocazione dei licenziati in altre aziende dello stesso settore, che ha già dato ottimi risultati in altre situazioni. «Il comparto sta avendo una ristrutturazione che al momento non sembra vedere fine – ha aggiunto Cecere -. Al’orizzonte si affaccia la vertenza Pfizer ex Wyeth». «parliamo di licenziamenti – gli ha fatto eco Dario D’Arcangelis, segretario Filcem Cgil - pensiamo di aver raggiunto intesa dignitosa per i lavoratori riducendo l’impatto del numero degli esuberi dando anche riconoscimento ai lavoratori che vengono coinvolti dal processo». «È un accoro doloroso – ha concluso Luigi Cavallo segretario della Uilcem Uil -. Ma abbiamo cercato di costruire un accordo giusto dal punto di vista sociale, protettivo. Nella drammaticità è un accordo più che buono».  

Latina - Merisi, artista e genio bifronte

Luisa Guarino
Secondo spettacolo della rassegna di prosa 2009/2010 questa sera e domani al Teatro D’Annunzio di Latina dove, con le consuete rappresentazioni in programma rispettivamente oggi alle 21 e in replica pomeridiana domani alle 17.30, andrà in scena “Le ultime sette parole di Caravaggio” di Ruggero Cappuccio, con Claudio Di Palma e Lello Arena, regia di Ruggero Cappuccio. Prodotta dal Teatro Segreto, l’opera vedrà in scena ben sette attrici: Federica Bognetti, Stella Egitto, Ilenia Maccarone, Giusy Mellace, Alessandra Roca, Marina Sorrenti, Ida Totaro. Le scene sono di Nicola Rubertelli, i costumi di Salvatore Salzano, le musiche di Paolo Vivaldi, il progetto immagini di Ciro Pellegrini, gli elementi di scena di Alessandra Ricci, le luci di Franco Polichetti.
Per i non abbonati, il costo dei biglietti va dai 25 euro interi (ridotti 23) del I settore di platea, ai 16 euro (ridotti 14) dei palchi di galleria. Un’ora prima dell’inizio degli spettacoli saranno inoltre messi in vendita con la formula last minute i biglietti per la galleria al prezzo speciale di 10 euro.
Per ulteriori informazioni: 0773.652642-652637. L’acquisto dei biglietti è possibile anche online sul sito www.fondazioneteatrolt.com.
Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, di cui peraltro nel 2010 si celebrano i quattrocento anni della morte, è un artista bifronte: della spada e del pennello, delle luci e delle ombre, etero ed omosessuale, amico di cardinali e ladri, idolo di principi e assassini, che proclama l’impossibilità dell’esistenza di un mondo alto e poetico - si legge nella scheda di presentazione - senza la conoscenza, la mortificazione, e il naufragio in un mondo basso e corporeo. Il testo scritto da Ruggero Cappuccio coglie il genio (interpretato da Claudio Di Palma) nell’ultima ora della sua vita: accompagnato da un servo aiutante (Lello Arena), l’artista sbarca su una terra ignota, duramente provato dalla persecuzione dello Stato Pontificio, dalla sete di vendetta dell’Ordine di Malta e dall’abbandono di estimatori e protettori. In “Le ultime sette parole di Caravaggio”si accende il delirio del grande artista in un dialogo disperato con se stesso, braccato da sette donne soprannominate “femminote”, una falange zingaresca di donne siculo-calabresi, la cui furia rimanda alle Erinni.
Ricordiamo che in occasione di questo spettacolo è allestita nel foyer del D’Annunzio la mostra di Riccardo Attanasio “Post-stencilism” inaugurata ieri pomeriggio, che resterà aperta fino a domenica 29 novembre e potrà essere visitata negli orari di apertura del Palazzo della cultura, dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19. L’esposizione costituisce la seconda tappa della rassegna d’arte contemporanea “Cinque + Cinque” organizzata dalla Fondazione Palazzo della cultura di Latina in collaborazione con la Camera di commercio, curata da Aus+Galerie di Latina, Via Satrico 26. Riccardo Attanasio è nato a Napoli nel 1982: attualmente vive e opera a Londra. Dopo il 29 novembre, la sua mostra sarà allestita fino al 29 dicembre proprio nei locali della Aus+Galerie. 

giovedì 19 novembre 2009

La rimozione della fine



Lidano Grassucci

Raccontiamo oggi di un morto sul lavoro. Morire per vivere è una contraddizione in termini è una barbarie. Il lavoro è cambiato, chi ricorda “Rosso malpelo” il lavoro in cava, il lavoro dei bambini. Guardiamo con disgusto i piccoli che fanno i palloni in Pakistan, guardiamo con pietà i ragazzi davanti alle macchine da cucire nel sud est asiatico.
Noi eravamo così, a 12 o 14 anni i bimbi di queste lande diventavano uomini in palude. Lavoravano in palude.
Ora a 12/14 anni si è bambini, è normale considerare criminale un datore di lavoro che lo facesse.
Cosa è accaduto nel mezzo? Semplice il “lavoro si è riscattato”, è diventato dignità. Ma si muore ancora. Ecco, si muore ancora, di meno, sempre di meno ma ancora.
Come si muore, di meno, ma ancora sulle strade. Sentirò oggi commenti duri sulle morti del lavoro, sulle morti stradali. Ma sono cose destinate ad essere ripetute. Perché c’è un problema della società contemporanea, un problema che per la prima volta assilla l’umanità, la “rimozione della fine”. Come se fosse possibile non finire, come se questo mondo non fosse a termine. Rischiamo di essere mortali che si pensano dei dell’Olimpo.
Andrò fuori le righe, ma questa è vita vera: ci si fa male sul serio; si ride veramente; si soffre altrettanto ed ha un termine.
Ho capito che la fine era umana quando è scomparso mio nonno, per me era grande. Una sorta di Superman, non pensavo ci potesse essere il mondo senza lui. Quando è finita sono venuti i suoi amici, i parenti, i vicini e non piangevano. “Testimoniavano”  della sua vita, poi mangiavano come fosse una festa. Lì per lì non capivo: come non c’è più ed è una festa? Ho compreso tanto tempo dopo. Era un pezzo della vita, era un evento normale, non era una colpa, non era il segno del male, non era sfortuna. Era normale. Forse dovremmo ripensare a quella cultura che della vita accettava tutto, anche l’ultimo pezzo. Non siamo immortali e sentiamo il dolore, ma possiamo vivere felici, la sfida è tutta qui.


Ater, settanta anni di domani




Teresa Faticoni


Non mancava davvero nessuno a festeggiare i settanta anni di attività dell’Ater a Latina. nelal sala conferenze del Palacultura vecchi dipendenti in pensione che salutavano i nuovi, vecchi presidenti con la lacrimuccia quando l’attuale Claudio Lecce li saluta uno a uno, i dipendenti di oggi, qualche inquilino e le istituzioni. Al tavolo della presidenza, con la sorridente presentazione della giornalista Dina Tomezzoli, tutto il cda al completo con il presidente Lecce, il vice Enrico Forte e il direttore Paolo Ciampi. In sala il prefetto Frattasi, il colonnello dell’aeronautica Magazzino, i consiglieri regionali Di Resta e Moscardelli, l’assessore del Comune di Latina Maurizio Guercio, il consigliere provinciale Enzo Eramo con il sindaco di Sezze Andrea Campoli. E tanta, tanta gente normale. Che viene a celebrare l’ente delle case popolari. A lato della sala, con un sorriso timido, Dario Bellini, l’autore del dvd che segna l’evento. Un regista delicato, per un dvd commovente punteggiato da musiche popolari che puntano dritto alle emozioni. Il volume realizzato per l’occasione è un tributo all’architetura, alla storia dell’Ater, ma soprattutto ai veri protagonisti: gli inquilini. Con le loro vite che si scrivono nelle pieghe dei volti impressi nelle fotografie di Paolo Mastrantoni. è una festa, ma anche un modo per riflettere sulla propria storia e rilanciare verso il futuro. In canna ci sono tanti colpi pronti per essere sparati verso il domani. Case popolari in tanti comuni della provincia, alloggi per categorie disagiate a Pantanaccio a Latina e un centro di accoglienza a Latina Scalo. Il futuro è già oggi in via Curtatone

«Oggi non spazzo», netturbini in sciopero

 Raffaele Vallefuoco

18 novembre 2009

Ha registrato un'adesione plebiscitaria lo sciopero dei netturbini
convocato  ieri per ventiquattro ore dai sindacati di categoria. Una
mobilitazione contro la privatizzazione del settore dei rifiuti
inserita nel decreto Ronchi che ha mandato in bestia gli operatori
dello Stivale. Non hanno voluto far mancare il loro appoggio gli
addetti all'igiene del Golfo. Da Gaeta a Minturno, passando per
Formia, le percentuali di adesione sono da capogiro: quasi il 90% per
Gaeta e addirittura il 100% per gli oltre cento netturbini formiani.
In particolare gli operatori  lamentano le conseguenze che questa
liberalizzazione del settore comporterebbe. Spiega Giulio Moggia della
Cgil - Funzione Pubblica: «Così facendo si determina la possibilità
che qualsiasi acquirente privato possa subentrare nella gestione dei
rifiuti portandosi con sè i propri dipendenti e lasciando a casa chi
c'era  già prima. Una scelta devastante, soprattutto per i lavoratori
più anziani, che nel caso di ''cacciata'' avrebbero seri problemi di
reinserimento nel mondo del lavoro. Ci auguriamo - auspica Moggia, di
ritorno dalla manifestazione capitolina - che il governo riveda le sue
posizioni, anche alla luce dell'importante partecipazione registrata a
Roma». La dorsale della protesta attraverso tutta l'Italia. Rinunciare
a 42 euro lordi in busta paga per dare un segnale  al governo non è
uno scherzo, soprattutto «se a fine mese ti ritrovi con appena 1070
euro» commenta infastidito un netturbino di Formia. «La nostra è
un'adesione convinta»  commenta Giovanni Reca operatore Rsu servizio
igiene Comune di Formia. La mobilitazione, infatti, è stata reale. I
netturbini del Golfo hanno lasciate le ramazze in azienda per essere a
Roma, il centro della protesta, dove si è recata una delegazione di
Formia e di Gaeta, al seguito dei sindacati, veri portavoce del
malessere che serpeggia tra i lavoratori.

mercoledì 18 novembre 2009

La scuola senza memoria


 Lidano Grassucci


Leggo di un istituto veneto, un istituto tecnico, che vanta tra i suoi allievi Fagin, il padre del microchip (Uno che vive nella Silicon Valley ed ha cambito il mondo) è il vanto della sua scuola. Come dire; lo usano per far vanto di quel che quella scuola sa fare.
Ora, cosa sanno fare le scuole di Latina? Non lo dicono, non raccontano mai dei loro ex allievi. E’ come se la Lamborghini si vergognasse un po’ della Miura, l’Alfa Romeo della “duetto”, la Volskwagen del “maggiolone”.
Sono, quelle di Latina, scuole anonime. Senza nomi e cognomi, senza facce.
Beppe Severgnini da Crema un volta si offese con la sua scuola che non lo aveva, dopo il diploma, mai contattato in ragione del fatto che le scuole del Regno Unito erano perfino più assillanti che gli ex allievi. Chiedevano testimonianze, contributi, organizzavano eventi.
Se in Italia questo è un problema, a Latina è un dramma.
Il sentire comune di una città nasce dalla capacità di avere una nervatura sociale, un insieme di occasioni che fanno la memoria della comunità.
Mi sono innamorato di Sassari, la città di Segni, Berlinguer, Cossiga (due presidenti della Repubblica Italiana e il capo del piu’ grande partito comunista d’Europa). Loro, i sassarini, hanno il culto delle loro scuole, fanno il militare nella brigata che porta il nome della città (dalla guerra 15/18). Sono orgogliosi della loro terra e il loro onore per l’Italia gli ha dato il privilegio unico di poter sfilare, ovunque, cantando in sassarino. Forse l’avete sentito quel “Forza paris” (che significa “tutti insieme”). Sassari è piu’ piccola di Latina, conta 7 ministri, la sua classe dirigente è la classe dirigente italiana. Perché? Anche perché c’è la nervatura, perché ti senti di un reparto militare, di una scuola. Noi “dove” ci sentiamo?
Se fossi il preside del Liceo Scientifico Grassi mi vanterei di aver avuto come allievo Luciano Garofano, quello che ha “inventato” l’investigazione scientifica dei carabinieri (oggi è colpito da una infamia, ma resta uno che ha cambiato il modo di far polizia in Italia), farei lo stesso se fossi preside del classico scriverei sulla porta “qui ha studiato Barbara Ensoli”. Invece le porte di quelle scuole sono mute.
Durante un amabile colloquio abbiamo scambiato alcune battute con il comandante dei carabinieri, colonnello Roberto Baccaccio, è del ’61 come me ed ha studiato, quando lo diceva non nascondeva il suo orgoglio, alla Nunziatella il liceo militare di Napoli. L’ho invidiato, anche io vorrei essere orgoglioso della mia scuola. Che significa essere orgoglioso dei miei insegnanti, della mia città, della mia comunità.
E’ una sciocchezza?
Raccontiamolo ai nostri compatrioti di Sassari.
Raccontiamo a quelli di Sassari che usare la lingua locale significa essere “meno italiani”, “meno del mondo”: “Siamo eredi di quella antica gente che fermava il cuore al nemico. Boh, boh. Oggi sono nostre le loro insegne, per l’onore dell’Italia e della Sardegna”. Lo dicono in sardo.
Noi ci vergogniamo della nostra lingua, non abbiamo mai avuto un ministro. Fate voi.

martedì 17 novembre 2009

Bellezza e stupore della politica



Lidano Grassucci

Ho compreso cosa manca alla politica di oggi, lo stupore. La capacità, della politica, di vedere la bellezza che, nella polis (nella città), è fantasia di futuro, riconoscimento dei talenti del presente. La bellezza è avere una idea di domani migliore, si può morire per Elena di Troia, si può rompere un impero per Cleopatra. Si può fare lo stesso in nome di Gasparri, di La Russa, di Di Pietro? Non leggo favole da tempo perché sono cose dei bambini, ma non è una favola l’idea che domani vivremo in una città migliore con teatri, piste ciclabili (per chi ama la bici) e strade veloci (per chi come me si è innamorato di un’Alfa Romeo).  Stupore, passione la politica era così, si è presentata nella mia vita senza invito, sinuosa ed elegante come certe dame reduci dalle corti dello Zar in questa mia piccola Parigi vista dalla Grande Madre Russia.
Ora? Paperini che pensano che la politica sia scimmiottare i grandi, sia una imitazione. L’opposizione a Latina si è baloccata con magliette pro-Prefetto (che è una istituzione non una squadra di calcio che ha bisogno di tifosi in tinta, non si tifa per lo Stato, siamo lo Stato) e non si è accorta dell’invasione di strisce blu, non si è accorta che, se loro erano ignavi, c’era chi li batteva: la maggioranza. Alla vigilia del voto per le regionali, durante le compere di Natale, introducono la sosta a pagamento. Come se il portiere del Milan rimettesse la palla a Del Piero mentre esce dal campo per farsi mezza birra e una gassosa. E Del Piero che fa? Mette al lato per simpatia con l’arbitro.
Dite: cosa ha a che fare la bellezza con questa cosa delle strisce? Semplice se la maggioranza avesse avuto passione e stupore per la sua bellezza avrebbe evitato di mettere un tassa nascosta sulle auto, perché la “sua bellezza” è Stato piccolo con piccole tasse. E la sinistra? E’ “passione”, se si fosse innamorata di quella cosa per cui vale la pena stare a Sinistra: “stare con gli ultimi”, che nel caso sono gli automobilisti, i residenti, le commesse.
Invece? A Rai 3 fa il monologo Saviano sull’antimafia, e diventiamo tutti Savianini. A me non piace l’originale, immaginate l’imitazione De Marchis, o Visari?
Non c’è bellezza, non c’è stupore e la politica è triste, che stupore può dare un discorso di Ghedini?
Ho ascoltato Pertini, ricordo gli eleganti paradossi di Moro, il rigore liberale di Malagodi.
La politica senza bellezza e stupore è come la vita senza bellezza e stupore, è inutile.

ATER, settanta anni guardando al futuro

Teresa Faticoni
Il libro è profumato, come profumano di buono i libri “che restano”. In allegato un dvd «commovente» realizzato dal regista di Latina Dario Bellini. L’Ater festeggia i 70 anni di case popolari a Latina e lo fa con una pubblicazione «non retorica», dice il presidente dell’ente di via Curtatone Claudio Lecce. «L’intento è stato quello di non fermarci solo alla celebrazione - gli fa eco Enrico Forte, vicepresidente e anima di questo anniversario - ma di raccontare le storie degli inquilini, i veri protagonisti sono le persone con i loro problemi, a volte drammatici». Un modo anche per ricostruire la storia sociale di questa provincia. Nel volume, curato dal giornalista e fotografo Paolo Mastrantoni, si legge la vita delle persone sulla loro faccia e nei racconti raccolti dal sociologo (e dipendente Ater) Marco Carfagna. Ci sono famiglie con i bambini, ci sono le donne anziane che negli alloggi Ater ci hanno cresciuto generazioni intere, ci sono le belle ragazze della casa dello studente. «L’Ater è un ente amministrativo e burocratico - ha spiegato Forte - ma si occupa anche di dare risposte al disagio sociale diffuso». E quello che è e cosa fa l’Azienda territoriale di edilizia residenziale lo spiega bene Lecce. «Siamo il braccio armato della Regione per il problema casa - dice scherzando il presidente - dal momento del nostro insediamento (con lui anche due consiglieri di amministrazione) ci siamo dati come prioprità la riqualificazione del patrimonio». C’è in campo anche una riqualificazione programmata, per prevenire con la manutenzione piutosto che curare le emergenze. Il programma di interventi per il futuro prevede 9 milioni di investimenti per realizzare alloggi ad Aprilia, un centro di accoglienza a Latina Scalo, una casa per le categorie speciali a Pantanaccio e costruzioni a Itri, Pontinia, Cori e Roccagorga. «Ci candidiamo a diventare un’agenzia di affitti - conclude Lecce - per dare mobilità a un mercato immobile e fornire le giuste risposte a stuenti, anziani, coppie giovani». Il volume comprende anche una corposa cronologia delle attività  dell’ente curata da Lucilla Less mentre la parte architettonica è stata curata da Simone Capra. Un team giovane «e appassionato», dice Forte. E quello che emerge è proprio la gioia di aver condiviso i 70 anni di attività dell’ente pensando al futuro. Il saggio finale, scritto dal direttore dell’Ater Paolo Ciampi, è proprio uno sguardo al domani. La presentazione ufficiale si tiene domani alle 17 presso la sala conferenze del Palazzo della cultura a Latina. Interverranno Lecce e Forte e Ciampi, Bruno Astorre, presidente del Consiglio regionale del Lazio, Mario Di Carlo, assessore regionale alle politiche della casa. “Fare tesoro della propria storia” è lo slogan. Ma è proprio guardando al futuro che domani si festeggerà.

lunedì 16 novembre 2009

Latina, già Littoria, domani città fantasma

Andrea Passamonti
Una volta c’era l’Agorà, la piazza in cui i greci amavano incontrarsi, parlare, discutere, vivere la propria polis nel suo centro storico culturale. Negli ultimi anni l’idea di Agorà ha ceduto il posto a progetti di trasformazione dei centri storici in «centri commerciali naturali». Due prospettive, quella greca e quella nostrana, che nonostante si basino su modelli opposti hanno un unico comune denominatore: rendere vivo, nel senso più vero della parola, il centro della città.
A partire da dicembre, con il nuovo piano della sosta, il centro storico di Latina inizierà il proprio decadimento fino a trasformarsi in quello delle più classiche città fantasma del Far West.
Non intendo soffermarmi sulla improduttività di una misura del genere in un periodo di crisi. Hanno avuto modo di parlarne già in molti, criticando senza vie di scampo una delibera comunale che, con commercianti e clienti già sotto il peso della crisi, decide di aumentare quella che è a tutti gli effetti una tassa sul consumo. Soprattutto se la delibera non è accompagnata da trasporti pubblici frequenti ed efficienti, come invece accade in tutte le città con zone a traffico limitato.
Credo sia più interessante soffermarsi sugli aspetti sociologici del problema.
Il centro di una città è il luogo di incontro per eccellenza. Quando i cittadini decidono di riunirsi è naturale che lo facciano nelle piazze caratteristiche della loro città, che diventano il principale strumento che ha l’amministrazione comunale per l’interazione sociale tra i propri cittadini. Riqualificare piazze e favorire la socializzazione diventa un dovere per chi aspira a governare una comunità.
Al contrario, la misura decisa dal Comune ha  come unica e indiscutibile conseguenza quella di disincentivare l’appartenenza alla città e favorire rapporti con raggio massimo a livello di quartiere, se non addirittura di condominio. E per chi si sciacqua spesso la bocca con l’esaltazione della Littoria che fu, questa è una contraddizione inaccettabile.
Ma non è tutto.
La misura avrà effetti esponenziali se, come pare, il pagamento della sosta verrà esteso anche alla domenica, il giorno in cui i cittadini affollano il centro città.
Rispondendo alle accuse l’amministrazione ha provato a giustificare il provvedimento con l’esigenza di evitare parcheggi lunghi e favorire «soste dinamiche». In particolare per «restituire il centro storico ai residenti, alle famiglie ai commercianti e non renderlo schiavo di chi lavora negli uffici e dei non residenti» come l’assessore Patrizia Fanti ha affermato, non notando incongruenze ovvie nel suo ragionamento: che il centro è in realtà di tutti i cittadini (come ogni area pubblica), che è uno dei quartieri meno popolati e che i commercianti, senza il consumo dei non residenti, probabilmente durerebbero al più qualche mese.
Senza dimenticare che subiranno le conseguenze di questo atto di inciviltà anche (e forse soprattutto) gli utenti dei servizi pubblici del centro storico. Un esempio per tutti è quello degli studenti che frequentano quotidianamente la biblioteca comunale. Senza nessun tipo di agevolazione (ma anche se ci fosse sarebbe comunque un notevole costo in più) dovranno scegliere tra lo sborsare cinquecento euro l’anno, avventurarsi in un servizio di trasporto pubblico certamente non in grado di sopperire a un problema così importante o rimanere a casa, tra computer e programmi televisivi.
Insomma, c’è da augurarsi che in una prospettiva da Far West i cittadini si ribellino a questa ingiustizia come gli indiani si ribellarono ai cowboy, sperando che la storia ci regali un esito più felice.

Giustizia, caso nazionale

Elena Ganelli
Il caso Latina alla ribalta delle cronache nazionali. Domani sera su La 7, all’interno del programma di approfondimento “Exit” condotto da Ilaria D’Amico, riflettori puntati sull’emergenza giustizia nel capoluogo pontino con immagini ed un’intervista realizzata ieri mattina al rappresentante pontino dell’associazione magistrati Lucia Aielli. Una finestra aperta  sulle carenze del Tribunale dal punto di vista dell’organico, sia degli amministrativi che dei magistrati, che appaiono ancora più gravi alla luce dell’ipotesi di introdurre il processo breve. Che qui a Latina potrebbe significare la prescrizione per migliaia di processi.
Insomma non è davvero quella la strada per accelerare i tempi della giustizia nè tanto meno è dignitoso dover ricorrere ad una sorta di colletta tra categorie professionali, associazioni imprenditoriali, sindacati e enti locali per informatizzare il Palazzo di giustizia come sta facendo l’Ordine degli avvocati, giunto all’ultimo stadio della  disperazione. Ne è convinto il presidente della sezione pontina dell’Anm, Lucia Aielli, intervistata ieri mattina dai giornalisti de La 7 sulla situazione della giustizia in questo circondario.
I problemi sono quelli di qualche anno fa, aggravati dell’accresciuto numero di procedimenti e dal diminuito organico.
Mentre l’ufficio gip sta per passare dagli attuali cinque magistrati a tre, visto che Giuseppe Cario sta per andare a Roma e la stessa Aielli, essendo trascorsi dieci anni deve passare ai giudicanti, si sta preparando a lasciare piazza Buozzi anche Cinzia Parasporo. La sezione staccata di Terracina rischia la chiusura con il trasfermento dei due giudici che sono lì distaccati  (Pernelli e Cialoni) e l’andata in pensione dei tre dipendenti mentre ieri a Proverno l’ufrficio de3l giudice di pace è andato in tilt per mancanza del giudice stesso, in pnsione da una settimana e non ancora reintegrato. «La situazione è drammatica - sottolinea la Aielli - e non ci sono in atto provvedimenti per tamponare l’emergenza. Certo che su Latina ci sono i riflettori puntati anche per il caso Fondi ma tutte le ipotesi di riforma - prosegue - per  abbreviare i tempi del processo sono impraticabili senza personale e fondi. E non ci vengano a parlare di magistrati fannulloni: qui ci portiamo anche a casa il lavoro e se si vogliono celebrare i processi di pomeriggio bisogna pagare lo straordinario a coloro che seguono le udienze». Lavorare qui insomma significa avere un carico di lavoro moltiplicato rispetto ad altri Tribunali. E andare via appena possibile.

SABAUDIA - LUCCI CHIEDE CHIAREZZA SUL LAGO «O MI DIMETTO»

Antonio Picano
Agenzia del Demanio, Provincia di Latina e Capitaneria di Porto di Anzio: tutti qui gli enti presenti alla Conferenza dei Servizi convocata dal Comune di Sabaudia in merito alla disciplina delle attività esercitabili sulle acque del lago di Paola. Assenti il grosso e la parte più importante degli interlocutori: Ministeri Ambiente, Politiche Agricole, Beni Culturali, Sovrintendenza Paesaggistica, Direzione regionale Ambiente e Cooperazione dei Popoli, Coordinamento Territoriale del Corpo Forestale dello Stato e, naturalmente, Comunità ed Ente Parco Nazionale del Circeo. Un flop tutto sommato annunciato dalle lettere di diniego alla partecipazione fatte pervenire nei giorni immediatamente precedenti dalle istituzioni invitate, motivato per la quasi totalità da inesattezze procedurali o da mancata acquisizione di elementi utili all’emissione dei pareri di competenza. Semideserta quindi alle 11 di ieri l’aula consiliare. Una situazione ai limiti del surreale che ha dato al sindaco Maurizio Lucci lo spunto per una vera e propria filippica contro «la scarsa sensibilità degli enti chiamati in causa verso un problema che attualmente sta assorbendo tutte le energie dell’amministrazione, a discapito di altri ugualmente avvertiti dalla cittadinanza». «Non l’abbiamo certo voluta noi questa conferenza, scaturita da un ordinanza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche». Ben altrimenti si era comportata la sua Amministrazione quando nell’estate scorsa, durante uno dei tavoli tecnici in Prefettura, Bruno Frattasi aveva  conferito al Parco del Circeo l’onere di redigere uno stralcio sulla navigabilità al regolamento del Parco. «Quel giorno non feci una piega e sottoscrissi ben volentieri un accordo, destinato quanto meno a dare le prime certezze sul futuro dell’area. Oggi che tale incarico è passato al Comune per volontà di un’alta autorità giudiziaria assistiamo, invece, a defezioni che non depongono certo a favore del sano e costruttivo confronto tra i soggetti direttamente interessati che dalla riunione tutti si attendevano». Poi, rompendo gli argini: «Vogliamo sapere se il lago di Paola è di Sabaudia e dei sabaudiani, se la gestione compete al Comune o ad altra istituzione». «Sono stufo – dice letteralmente - di investire energie amministrative senza ritorno, di tenere ingessata una città per una questione che ancora non si sa se è di natura pubblica o privata». Dopo aver ribadito che nel suo programma di governo non c’è nemmeno l’accenno alla realizzazione di un porto nel canale romano, Lucci ne ha anche per «chi va in televisione a parlare di progetti portuali che non esistono e di presunte infiltrazioni malavitose nel tessuto territoriale». Chiusura con deflagrazione finale: «Se non si fa chiarezza su questi aspetti legati al lago, sono pronto a dimettermi». La conferenza dei servizi sarà nuovamente riconvocata tra una decina. Mentre l’udienza istruttoria presso il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche rimane fissata per il prossimo 9 dicembre. Il tempo stringe.

domenica 15 novembre 2009

GIRO GIRO TONDO …


 Fabrizio Bellini


Mercoledì 11 novembre Linda Lanzillotta ha lasciato il Partito democratico e ha aderito all’iniziativa di Francesco Rutelli. Folgorata sulla via di Damasco pure lei. Alessandro Trocino (Corriere della sera), le chiede: “perché se ne va?” - “perché è fallito un progetto… il Pd non è riuscito a fondere le culture tradizionali con quelle innovative”. Accipicchia, mica poco! Un giorno ci spiegherà che cosa sono le “culture innovative”, ma intanto, mentre ci pensa, Trocino la incalza: “dove è cominciata la crisi?” - “quando Veltroni ha gettato la spugna, Bersani è stato il punto d’approdo della crisi, che credo irreversibile”.  Tutto chiaro: Veltroni molla, il progetto politico muore, la speranza anche e gli amici se ne vanno. Logico, no? Ma per Lanzillotta, Rutelli & co. c’è una buona notizia, anzi, ottima: Veltroni è tornato. Niente Africa, niente Aventino, si riraccoglie la spugna e … la guerra continua. Tanto più che si spera che D’Alema si levi definitivamente dai piedi. Bersani avvisato, mezzo salvato. “Veltroni due, il ritorno”, chiude la bella intervista che ha rilasciato Domenica ad Aldo Cazzullo, con queste parole: “…credo di aver destato una speranza che non è ancora spenta. L’Italia oggi è un paese triste. Ma è anche un paese straordinario, pieno di talento e di energie. Un paese che potrebbe sbocciare.”  Eh dai, forza ragazzi, si ricomincia, avanti con “paese” e “ma anche”. C’è trippa per gatti e che trippa.  Sì, ma adesso Lanzillotta - Rutelli & co. che fanno? Ci ripensano e tornano a “casa”? Ma no, state tranquilli, vedrete, la ricerca di “culture innovative” li terrà in giro ancora per un bel pezzo. Almeno fino a un approdo sicuro, poi, scarpette da ginnastica ai piedi, si vedrà. Con buona pace di tutti. Non saranno soli perché c’è un altro che si è messo le Nike ai piedi, Giorgio La Malfa. Erano rimasti in due, lui e Francesco Nucara. I resti residuali di quello che fu il glorioso partito di Ugo La Malfa, il Partito repubblicano italiano. Ripeto, erano rimasti in due, dico due, due in tutto, dispersi nel mare magnum del Pdl e sono stati capaci di divedersi, di scindersi, di spaccare il partito a metà. Nucara, segretario, è rimasto col Cavaliere, La Malfa si è messo a correre e lo danno al galoppo verso Rutelli. Sulla via di Damasco comincia a esserci troppa gente e, forse, Guercio dovrebbe metterci una rotonda. Al povero Nucara non resta che ripetere quello che piagnucolava Gassman nei “I soliti ignoti”: “Mi hanno rimasto solo”. Solo solo, poverino, ma a chi lo dirà visto che “l’hanno rimasto” con un’edera davanti e niente di dietro? Francamente io il Partito repubblicano italiano non l’ho mai capito, troppo raffinato per me, ma mi dispiace che sia finito così. Tanto per cominciare la fonesi dell’acronimo, pri, non ha mai promesso niente di raffinato e poi vi ricordate Giorgio Forattini che racchiuse in una irriverente nuvoletta un “pri” prolungato che usciva dal sederone nudo del repubblicano Giovanni Spadolini quando cadde il suo primo governo? Quello diventò il simbolo della fine dell’egemonia politica della Dc, un peto disperso nell’aria. Lo statuto della repubblica del conflitto perenne. Era il 1981 e ancora, quasi trent’anni dopo, l’aria si riempie di simili nauseanti effluvi emessi però da meno nobili posteriori in eterno collasso tra digestioni nevrotiche e suggestioni leaderistiche. Vorrei chiudere con due notine, spero, amene. La prima: chiude la Bolognina e al suo posto ci sarà un centro estetico. Spero che non sia quello che nel ’94 curò la cotonatura dei capelli di Occhetto per il primo scontro Tv con Berlusconi. Fu un disastro. La seconda riguarda il Cavaliere. Ora dorme a palazzo Chigi per motivi di sicurezza. Ha dichiarato: “qualcuno vuole farmi saltare in aria”. Cavaliere, come “qualcuno”? Un sacco di gente! Non sia modesto.

sabato 14 novembre 2009

Politica, morale e storia



Lidano Grassucci


Leggo un articolo di Nerio Nesi. Direte chi è? E’ stato il “capo” della Banca nazionale del lavoro, socialista lombardiano, lo chiamavano il banchiere rosso. Ricorda, nell’articolo di una rivista torinese, la figura di Riccardo Lombardi. Già Lombardi, venne al congresso dei giovani socialisti che si teneva a Siena. Ero un giovane delegato fresco di innamoramenti e di studi marxisti alla fine degli anni ’70. Entro nel palazzetto delle sport, eravamo in 5.000, era un figura elegante, rigorosa. Scese il silenzio in sala. Eravamo i giovani di uno dei più vecchi partiti d’Europa, quello con più storia anche in Italia. Iniziò a parlare: cinquemila ragazzi in silenzio non li ho più incontrati, non volava una mosca e lui inizio a parlare: “oggi siamo alla vigilia di grandi cambiamenti, gli uomini grazie alle macchine si stanno liberando dalla fatica. Avranno tempo per la politica, per conoscere il mondo, per la felicità”. E, noi socialisti: “dobbiamo cambiare la casa in cui viviamo senza farla crollare, mattone dopo mattone fino a quando non sarà la casa nuova”. Parlava di futuro, ci spiegava come sarebbe stato domani. Il nostro domani. Era la prima volta che mi confrontavo con il “rigore repubblicano” azionista, con l’etica civile laica che quella gente aveva coltivato in un paese di chiese e di baroni. Mi schierai con lui al congresso, scelsi Riccardo Lombardi come mia idea del mondo di domani. In cameretta conservavo una sua foto con riportata una sua frase: “è socialista quella società che concede a ciascuno le medesime opportunità”.
Avevamo allora una rivista “Giovane Sinistra”, pubblicò una intervista a Willy Brandt, capo del più grande partito socialista del mondo, Spd tedesca. Lui è stato sindaco di Berlino quando dall’altra parte c’era l’orrore comunista. Parlava del compito dei socialisti: “noi socialisti abbiamo il compito della distribuzione equa della ricchezza, ma oggi la diseguaglianza non sta più dentro le nostre nazioni, ma tra le nazioni. Tra il sud e il nord del mondo”. Il futuro? “La sfida è rompere questa diseguaglianza”.
Parlava di futuro. Noi ci innamorammo di questo futuro, per questo futuro libero dal lavoro e libero dal bisogni per gli ultimi del mondo valeva la pena di impegnarsi, di sacrificarsi, di fare politica.
Molti anni dopo intervistai, c’era stato il golpe giudiziario del ’93, il nuovo sindaco di Latina Ajmone Finestra. Gli chiesi: “lei come immagina Latina nel 2020?”. Lui mi rispose che “bisognava ripartire dalla città di fondazione, bisognava ripartire da Littoria”.
Quel passato mi faceva orrore, ma ancor di più era orribile questa idea della politica. Avete mai sognato al passato? Avete avuto mai speranze all’indietro? Capii allora che la politica come sogno di domani era finita, e con questo l’idea stessa dell’agire politico. Traduco ci si può “innamorare” del Lodo Alfano? Possono stare 5.000 ragazzi in silenzio davanti all’eloquio di Ghedini? Che idea ha di domani, che Italia, che Europa nel 2020 ha in testa Antonio Di Pietro? Con che faccia dici, io sono di Rutelli? Mi dite quale ragazzo può trovare affascinante l’agire levantino, gelido, cattivo di Massimo D’Alema?
Faccio il giornalista a Latina, la domanda “come immagina Latina nel 2020” non l’ho sentita più fare. La politica è uno stillicidio sull’idea di chi è più a meno onesto. Ma l’onesta è una categoria della morale, non della politica. Su chi è mafioso e chi no, ma la mafia è una categoria del codice penale non della politica.
La politica è l’arte di governare la città, nulla le è sopra. E le città si immaginano non per perpetrare il presente, non per rivendicare il passato, ma per costruire il futuro.
Per questo non capisco la politica dei giorni correnti, non comprendo il nostalgismo-moralistico corrente, l’accanimento per restare nel presente.
La passione politica è speranza, non è immaginare. Enrico Berlinguer, che viene da una tradizione politica lontana dalla mia e del moralismo dilagante è uno dei, suo malgrado, responsabili: “La fantasia non è solo propria dei bambini, ma anche dei rivoluzionari, perché senza non si può immaginare il mondo di domani”.
Per questo non mi affascino, non mi riguardano: le diatribe tra mafi e antimafi (roba utile per i Carabinieri); le nostalgie del passato (roba per storici). Vorrei ascoltare un signore che dal rigore repubblicano immagina il mondo di domani.

Strisce blu e la fucilazione per chi va in centro

Lidano Grassucci
Un delirio di blu, ovunque fastidioso, invadente. E… inutile. Le strisce blu, la sosta a pagamento, non serve per far far cassa ai comuni. Serve per rendere facile lo scambio nei punti sosta e facilitare la mobilità. Ora mi spiegare la ragione di strisce blu intorno ai giardini pubblici di Latina? Non ci sono negozi, non ci sono uffici, niente. Non c’è ragione di velocizzare il ricambio nei singoli punti sosta, è un provvedimento per fare cassa, per rendere difficile (o piu’ difficile) la vita ai cittadini. Gli automobilisti, ricordo agli amministratori di Latina, pagano l’Iva per acquistare l’automobile, per ogni intervento di manutenzione. Pagano la tassa di circolazione, pagano su un litro di benzina o gasolio quasi un euro di tasse e accise varie, pagare anche per star fermi e offensivo, ingiusto. Non nobile.
Ho ritenuto che le strisce blu in alcune aree del centro storico rispondessero ad una logica razionale, al bisogno di rendere vivibile la città, con la creazione di aree sosta di scambio, ora è volere i soldi dai cittadini per nulla.
Avrei compreso anche un aumento dei punti sosta a pagamento con l’arrivo delle metro leggera, il Comune “voleva scoraggiare” l’uso dell’auto privata. Ma la metro non c’è, l’auto è lpunico mezzo per muoversi e ci rendono difficile la sosta?
Potrei segnalare chi lavora negli uffici, i residenti, ricordo che i clienti dei centri commerciali non pagano la sosta. A Natale, sono facile profeta, al centro storico a fare acquisti ci andranno in pochi.
A Sabaudia hanno fatto pagare la sosta sul lungomare, Sabaudia è un deserto turistico. Sta, turisticamente, morendo.
Il Comune di Latina con l’inflazione delle strisce blu rende la vita impossibile ai cittadini e uccide il commercio in centro. Sono brutale? Cosa vuoi dire davanti ad un provvedimento palesemente fuori contesto, inutile. Il Comune penderà qualche spiccio in piu’, i cittadini useranno la città molto di meno. Ma nelle altre città hanno problemi di spazio, città medievali, rinascimentali nate con i cavalli riutilizzate per le automobili. Latina è un’altra cosa, strade dritte larghe, pensate nel mito dell’auto.
Stanno uccidendo Latina, la sua anima, in silenzio. La città già è vuota ora, dal primo dicembre sarà desolante. Fortuna che volevano valorizzare il centro storico, se lo volevano penalizzare che facevano istituivano la pena di morte per gli avventori in centro?
I centri commerciali ringraziano.
A Natale? Tutti a Valmontone
  

prima pagina


LATINA - Strisce blu... morte

Andrea Apruzzese
Provincia contro Comune per le “strisce blu”, che l’amministrazione di piazza del Popolo ha disegnato in tutto il centro storico, anche intorno ai palazzi dell’ente di via Costa. È l’assessore provinciale all’Ambiente, Gerardo Stefanelli, a “dissotterrare l’ascia di guerra”, sottolineando come «la nuova mappa dei parcheggi comunali prevede la sosta a pagamento intorno alle sedi istituzionali distaccate della Provincia di Latina, là dove prima era gratuita: strisce blu al posto delle strisce bianche». Stefanelli lancia quindi un appello al sindaco, Vincenzo Zaccheo: «Vorrei raccomandargli di prevedere forme di abbonamento che agevolino la sosta dei dipendenti non residenti nel capoluogo, alla stregua di quanto avviene a Formia, Minturno e Gaeta, dove i dipendenti comunali che provengono da altre città, hanno le stesse agevolazioni dei residenti. Se ciò non fosse, i dipendenti della Provincia, così come quelli di altri Enti, ad esempio la Camera di Commercio, sarebbero costretti a sostenere il costo giornaliero dei parcheggi a pagamento che andrebbe a gravare sul loro già magro stipendio». Avviata da tempo, la rivoluzione dei parcheggi nasce dal nuovo piano sosta del Comune capoluogo, approvato in commissione Viabilità il 15 luglio 2008, ed in Consiglio il 16 ottobre scorso, i cui effetti entreranno in vigore tra due settimane, il 1 dicembre. La sosta oraria passerà da 0,60 a 0,70 euro; i residenti del centro storico avranno la sosta gratuita per la prima auto, mentre, a partire dalla seconda, saranno disponibili diverse tipologie di abbonamento, da quelli mensili (10 euro) a quelli annuali (100 euro). Riduzioni per gli abbonamenti ordinari, che passano rispettivamente da 750 euro a 500 euro per quello annuale e da 70 a 50 euro per quello mensile. Diverse agevolazioni, concordate con le associazioni di categoria, andranno infine incontro a chi lavora in centro, sia in maniera stabile (ad esempio, i commercianti), sia in maniera occasionale (come un’impresa che debba ristrutturare uno stabile). Tariffe che stanno però suscitando polemiche tra i cittadini, in particolare per l’ampliamento delle zone di sosta a pagamento.

venerdì 13 novembre 2009

TELE ETERE SUL DIGITALE


giovedì 12 novembre 2009

Pontini maestri di agricoltura

Teresa Faticoni
Sulla bella giornata di premiazione dei “Maestri dell’agricoltura” ha regnato l’emozione che hanno portato i ragazzi della fattoria soldiale del Circeo. E la commozione di Giovanni Giacomo Ruggiero, accompagnato dal nipotino, che si è sciolto in lacrime quando gli hanno consegnato la cornucopia. Ieri all’Acquario di Roma l'assessorato all'agricoltura della Regione Lazio, guidato da Daniela Valentini, ha reso merito a 66 imprenditori che si sono distinti in intraprendenza, qualità, originalità e impegno nella propria attività. Tra questi anche dieci aziende della provincia di Latina. La cornucopia di legno realizzata per l'occasione dall'artista artigiano Ferdinando Codognotto è stata consgenata dall’atore Giorgio Tirabassi, mattatore dell’emozionante cerimonia. Un modo per mettere in luce le eccellenze, e quelle pontine hanno brillato. Marco Di Stefano, che gestisce la Fattoria soldiale del Circeo, era con alcuni dei ragazzi della sua azienda. «Abbiamo dimostrato - ci ha detto molto contento del successo ottenuto - che delle persone disabili, senza ipocrisia, lavorano, vengonop pagate per questo e anche premiate perchè lo fanno bene». «C’è stata una bella partecipazione - ha aggiunto Anita Riggiero, dell’azienda che porta il nome di suo padre - abbiamo visto un altro modo di fare agricoltura». «Anche se un po' in ritardo – ha commentato l'assessore regionale all'Agricoltura, Daniela Valentini – con questo premio abbiamo voluto ringraziare e incentivare tutti quegli uomini e quelle donne che, con sacrificio e rinunce, hanno saputo investire in progettazione e innovazione, anche in tempi di crisi economica come quella che stiamo vivendo, contribuendo a dare impulso e lustro alle realtà imprenditoriali della nostra Regione».

Wyeth, del doman non v'è certezza

Teresa Faticoni
Volantini e bandiere e molta incertezza. Ieri mattina davanti ai cancelli della Wyeth in via Nettunense ad Aprilia Dario D’Arcangelis, segretario generale della Filcem Cgil di Latina, ha cercato di dar voce ai lavoratori della multinazionale del farmaco. Nello stabilimento regna l’incertezza, i lavoratori sono sottoposti a uno stress psicologico conseguente alla poca chiarezza rispetto alla fase di passaggio da Wyeth a Pfizer. Il colosso farmaceutico americano, per togliere dal mercato un competitor e come va molto di moda ultimamente nel mercato del farmaco, ha acquisito la Wyeth per 75 milioni di dollari. Un’operazione mastodontica, che comporta tempi lunghissimi perchè venga portata a compimento. La Pfizer è interessata soprattutto a tre linee di prodotti: emofilia, embrelle, vaccini salute donna bambino. E ha annunciato che prenderà in affitto da Wyeth, prima che sia concluso l’epocale procedimento di acquisizione, le tre linee di informazione relative a questi prodotti. E il resto? Rimangono 130 persone, che lavorano sulle linee ospedaliera e antibiotica, che non sanno cosa sarà domani. Si capisce come la situazione, piena di fatti che si spiegano solo se visti da un’ottica cinica di tagli e ristrutturazioni, possa ingenerare dubbi sul futuro dei lavoratori. Soprattutto se si pensa che Pfizer, quando ancora stava nello stabilimento di Borgo San Michele a Latina, ha aperto una procedura di mobilità (a livello nazionale) con la quale ha mandato a casa 369 informatori scientifici. Ma a che gioco stanno giocando? D’Arcangelis lo ha chiesto a gran voce. «Siamo preoccupati – ha detto ieri il sindacalista – ma siamo anche preoccupati per la sede». Pare infatti che la sede legale, una volta completata l’acquisizione, sarà spostata su Roma. Ma uno stabilimento solo produttivo, senza mente pensante, come può procedere? Sembra che l’intenzione del management sia quella di depotenziare il sito apriliano. «La direzione aziendale Wyeth  - denuncia D’Arcangelis ricordando anche il tentativo dell’azienda di rompere il fronte sindacale - sta gestendo i processi non coinvolgendo rappresentanze sindacali». Quale sarà il destino delle circa 500 persone impiegate in via Nettunense? Ancora è un mistero. Intanto le parti sociali annunciano un ricorso ex articolo 28: condotta antisindacale.

La sinistra che sta con fascisti, preti e latifondisti



Lidano Grassucci



A 14 anni mi iscrissi alla Fgsi (federazione dei giovani socialisti) perchè sognavo il 2000 (allora lontano) in cui gli uomini sarebbero stati liberi dalle superstizioni, in cui ciascuno avrebbe avuto valore per il suo lavoro e non per quello che “gli aveva lasciato il nonno”, o per il cognome che portava. Ho pensato a questa cosa mentre riprendevo mio figlio a scuola, ha la mia età di allora, e la scuola è la stessa. Allora immaginavo così domani. Invece? In questi giorni sono incappato in preti (Don Ciotti e Don Gianni Tony) che spiegano ai gentili come vivere, che hanno netto il confine tra il bene (loro) e il male (chi non la pensa come loro). Siamo nel 2009 in questo tempo nel mio tempo ragazzo pensavo che la Fede sarebbe stata dono di ciascuno, dialogo libero di ognuno con la sua coscienza e con il Signore. Pensavo che, sapendo tutto leggere scrivere e far di conto, non ci sarebbe stato spazio per sapienti in tonaca. Mi sbagliavo sono ancora lì a negare a me e agli altri la libertà di capire. E pensare che mia nonna, donna pia fino allo zelo, mi donò un vocabolario, della Zanichelli, diceva che se avessi conosciuto le parole poi avrei potuto capire il Verbo di Dio senza l’aiuto del “sor curato”.
Mio nonno era contadino senza terra e libero, piu’ vicino a Bakunin che a Marx. Non si toglieva il cappello davanti ad alcuno, manco al curato, men che meno ai fascisti per via che “fadio de lo me” (trad.  “lavoro del mio”). In Chiesa non metteva piede e di tanto in tanto cantava una spernza “se non sarà quest’anno sarà il prossimo anno anche i preti lavoreranno”. Si sbagliava, stanno ancora qui a spiegarmi come debbo pensare ed ad indicarmi il bene. Non mi piego e chi non lavora non è un uomo, non ha nulla da insegnare se non la superstizione. Nonno aveva le mani dure come il sasso per via della fatica sulla terra e… “la terrà, come il cielo, come l’aria è di chi lavora, è di chi lavora”. Per questo credevo che nel 2000 non ci sarebbero stati piu’ padroni, gente che diceva “il lago è mio”. Credevo che ciascuno nel 2000 sarebbe stato padrone del proprio destino, ciascuno avrebbe avuto opportunità eguali.
Invece: i preti mi spiegano il bene e il male e scomunicanti, i latifondisti (leggi Anna Scalfati) rivendicano la “roba”. Pensavo che l’ignoranza che porta ai fascismi sarebbe stata cancellata dalla faccia della terra dalla ragione, dalla emancipazione degli umili, e invece c’è gente che da retta, senza vergognarsene, ad un fascista come Giuseppe Ciarrapico.
Credevo a 14 anni che tutto questo preti, latifondisti, fascisti fossero retagio di un mondo passato, odioso, ignobile. E invece sono loro che mi danno lezioni di vita che danno del mafioso a chi non la pensa come loro, che bocciano gente come Claudio Fazzone reo di essere uno normale, di famiglia normale, di Fondi che vuole fare, pensate, il senatore. I suoi, i fondani, poi vorrebbero governarsi da soli senza essere guidati da preti antimafi, da fascisti e da latifondisti.
E i miei? La sinistra con chi sta? Sta con i fascisti, i latifondisti e i preti.
A 14 anni mi sbagliavo, a 50 non ho piu’ sogni. Ma non mi tolgo il cappello e questa gente continua a farmi ribrezzo. Continuo a stare dalla mia parte, senza ordini libero come l’aria. E se la sinistra sta con questa gente non ho niente a che spartire con loro, niente.
“Quando muoio io non voglio né preti ne Cristi, ma la bandiera rossa di tutti i socialisti”, non sono io che sono cambiato, è la sinistra che è morta. Sto con gli ultimi, come sempe, sto con i liberi, come sempre, non sto con fascisti, preti e latifondisti, come sempre.

PS: il sindacato dei giornalisti ha espresso solidarietà a Alessandro Panigutti che ha dato del mafioso a Fazzone. Sono stato querelato dalla signora Anna Scalfati, mi pare sia pure giornalista di Rai 3, non ho avuto alcuna solidarietà. Evidentemente la libertà di Panigutti è piu’ libertà della mia.
Ringrazio il sindacato che solidarizza con preti, fascisti e latifondisti. Mi scuserete, ma mi fa un po’ senso un sindacato così.

mercoledì 11 novembre 2009

Don Ciotti e la libertà



Lidano Grassucci

“Non leggete i giornali cattivi”. “Leggete i giornali che il bene ha portato a voi”. Chi la pensa diversamente? “e’ il demonio che li fa parlare”. Don Ciotti ha fatto la lista delle buone letture: Il Messaggero, l’Unità, Latina Oggi e in Tv guardate solo Annozero.
I preti hanno antichi vizi che non perdono mai: “bambini non leggete, lo facciamo noi per voi”. E così il Vangelo lo spiegano loro, in esclusiva. E tu popolo bue non farti una opinione, non spremere le meningi. Pensiamo noi per tutti.
Don Ciotti a Fondi ha spiegato che c’era un giornale che ha osato contestare una sua tesi, ha chiuso “era di mafiosi”.
Cose già viste, chi non la pensa come lui è mafioso, complice della mafia, o pessimo giornalista.
Noi da queste colonne abbia osato dissentire, non unirci al coro. Ma non siamo bravi, sono bravi i colleghi che hanno scritto sotto dettatura del senatore Ciarrapico, che è una brava persona.
I preti benedicono sempre le guerre sante, e se è santa la guerra anche i soldati arruolati allo scopo sono santi, sono mondati da ogni peccato. Il circo degli antimafi di professione ha fatto il suo giro nuovo, ha seminato veleno contro chi dissente.
L’umiltà è cosa rara, noi abbiamo peccato. Peccato grave, vogliamo continuare a pensare con la nostra testa. Saremo stupidi? No, siamo onesti. Parlo per me e di altri non posso dire. Don Ciotti sta con Ciarrapico, questo mi basta. Dimmi con chi vai ti dirò chi sei, dicevano i miei. Ecco questi sono, Dio li perdoni per la superbia, loro sanno quel che fanno. Peccato che il popolo non è bue, peccato, per loro, che siamo cittadini e non fedeli.
Noi siamo rei confessi caro Don Ciotti, pensiamo con la nostra testa. E non chiediamo neanche scusa, senza padroni liberi da preti, latifondisti e traffichini.


APRILIA - Abbott, sconto sui numeri dei licenziati

Teresa Faticoni
Se 165 vi sembran troppi, 200 sarebbe stato peggio. I licenziamenti all’Abbott, dopo la lunga concertazione territoriale, si sono ridotti di numero. Gli informatori scientifici del farmaco della linea primary care (quella dedicata ai medici di famiglia) che andranno a casa avranno una serie di agevolazioni e incentivi economici che renderanno meno drammatico l’addio al lavoro. L’intesa è stata sottoscritta ieri in Confindustria Latina alla presenza delle parti sociali e del management del colosso farmaceutico con sede a Campoverde. L’accordo sarà poi ratificato in Regione Lazio, come hanno voluto fortemente i sindacati, dove si arriva con un’intesa solo da ratificare. Il documento prevede che l’Abbott darà la precedenza, nell’accesso agli ammortizzatori sociali, a coloro che vanno in pensione, andando a pescare anche nelle altre linee di informazione. Saranno poi presi in considerazione quelli che nei quattro anni possibili di mobilità si agganciano alla pensione. Per coloro cui mancherà un anno l’azienda mette a disposizione il pagamento dei contributi previdenziali e una retribuzione pari all’80% dello stipendio netto. In seconda battuta vanno in mobilità coloro che - con una formula un po’ ipocrita - «non si opporranno alla messa in mobilità». I volontari insomma. Anche per questi ci sono buoni incentivi all’esodo, che certo non pagano il dramma di perdere un posto di lavoro, ma consolano un po’. Per tutti i lavoratori che ne facciano richiesta è prevista l’adesione al progetto Welfarma per la ricollocazione in altre aziende del settore farmaceutico. Ancora non è dato sapere, perchè devono essere valutate anche le condizioni delle famiglie di provenienza, i licenziati in provincia di Latina. «Parlando di licenziamenti - ha dichiarato Dario D’Arcangelis della Cgil, presente con i colleghi Roberto Cecere della Cisl e Luigi Cavallo della Uil - siamo parzialmente soddisfatti. Sono sempre perdite di posti di lavoro». «Pur comprendendo la situazione difficile - gli fa eco Armando Valiani della Ugl chimici - , si è giunti ad un accordo dove i parametri di legge  saranno valutati secondo un “quoziente familiare”  argomento caro a tutta l’organizzazione che rappresento;
l’ Abbott è stata la  prima azienda ad applicare il quoziente familiare dove verranno tutelati i lavoratori più disagiati».

L’influenza senza novità



Lidano Grassucci

Non vorrei insistere, ma non siamo eterni. Lo dico ad uso e consumo dei colleghi che in questi giorni raccontano come è strana la morte per influenza. Gli indiani d’America furono massacrati dal raffreddore. Chi ha paura del raffreddore? Nessuno, qualche folle. Ogni anno arriva una influenza, sempre diversa, e si muore. Muoiono in media in Italia 8000 persone, mica pochissime, è un paese intero tipo Sermoneta, e nessuno ha paura. Nessuno va in ospedale, nessuno si preocupa di vaccinre i bambini.
L’influenza in corso è come le altre, si muore, ma per complicazioni su patologie già esistenti. Ma questo non si dice e la tv parla di questa influenza e non di altre e tutti andiamo in ospedale, tutti a cercare l’immortalità davanti a questa morte epocale. Nessuno ha visto, o conosce, qualche vittima di questo male, ma abbiamo paura lo stesso. Perché ci pensiamo ormai tutti come gli dei dell’Olimpo, eterni, posaimo perire solo per qualche ira di Giove, tipo l’influenza.
Ma neanche loro, gli dei dell’Olimpo, rimasero tali. Vennero certi da oriente a dire che Dio era uno solo e li mandarono in cassa integrazione prima e in mobilità poi. Oggi sono disoccupati se non dimenticati.
Passerà questa influenza, come ne sono passate tante e noi saremo ancora qui. Perché il mondo non terminerà mai per tutti, ma per uno alla volta come dalla notte dei tempi.
Si muore e questa è la notizia che bisognerebbe avere il coraggio di dire, e l’influenza sarà per i più una scocciatura da stare a letto, l’occasione per riposare. Resterà la paura.
Leggeremo ancora di vittime dell’influenza, ma è come meravigliarsi del cane che morde l’uomo. Un tempo dicevano che era notizia l’uomo che mordeva il cane. Tempi nuovi

“Maestri dell’agricoltura”: premiati la G. G. Ruggiero e la Fattoria solidale del Circeo


Teresa Faticoni
Tra i Maestri dell’agricoltura spiccano anche due importanti nomi pontini. E non si tratta della solita figura dell’agricoltore con l’aratro che ci portiamo appresso. L’eredità della bonifica si è fatta futuro in due aziende che oggi saranno presenti presso l’Acquario di Roma, dove l’assessore all’agricoltura della Regione Lazio Daniela Valentini (con la partecipazione all’iniziativa dell’attore Giorgio Tirabassi) premierà i “Maestri dell’agricoltura”. E tra i premiati figurano la Fattoria solidale del Circeo e l’Azienda Giovanni Giacomo Ruggiero. Naturalmente oggi conosceremo bene motivazioni e premi, ma possiamo anticipare.
La Fattoria solidale, gestita mirabilmente da Marco Di Stefano,  prenderà il titolo per via dell'impegno solidale verso i disabili. Sul sito, con la bella foto di Valerio, il testimonial e di tanti altri ragazzi impegnati nella fattoria, si legge la mission: «Contribuire a costruire una società aperta a tutti». L’azienda si trova nel territorio comunale di Pontinia, all’interno della tenuta Mazzocchio. Un’area di 175 ettari su cui si fanno coltivazioni e allevamento di bovini e bufalini. Nella fattoria sono impiegati ragazzi diversamente abili, un modo per condividere il miglioramento della qualità della vita di ognuno. «In agricoltura una relazione diretta ed immediata tra azione ed effetto, facilmente percettibile anche da una persona che avesse una disabilità cognitiva o psichica, il fatto che una pianta si secchi o un animale possa soffrire perché non è stato accudito, si è visto che permette di acquisire un grande senso di responsabilità e la percezione di diventare indispensabili per qualche cosa, quindi di riconquistare la propria autostima» dicono i responsabili attraverso il sito internet. Noi li abbiamo conosciuti questi ragazzi sorridenti e “faticatori” come dicono nelle campagne. La “fatìa”non pesa loro. E quelle facce soddisfatte, la loro commozione sono l’essenza della vita e della vitalità. L’azienda G.G. Ruggiero, invece, è una parte della storia pontina fatta realtà produttiva. Nel 1950 Jean Jacques aveva 25 anni ed era esule della Tunisia. Viaggiava sul treno da Napoli a Roma e dal finestrino scorse «i terreni ondulati della Riserva de’ Vacci e se ne innamorò». Così raccontano le sue figlie che riconoscono al padre il ruolo centrale nella conduzione di un’azienda che dalla viticoltura si è specializzata nella frutticoltura di qualità. A Campoverde da maggio a novembre nascono susine, albicocche, pesche gialle e bianche, nettarine gialle e bianche, pere, mele e olio. L’azienda G. G. Ruggiero sarà premiata come pioniera: non solo del comparto agricolo, ma come pioniera di sviluppo. E noi pontini oggi saremo rappresentati a Roma e ci stringeremo in un abbraccio ideale con chi fiero di aver realizzato la nostra storia sta costruendo il futuro.

Sciopero delle fame per Gaetano Valentino

Il 57enne affetto di sla aderisce alla protesta proclamato dalla Coscioni

 Raffaele Vallefuoco
Registra un'adesione eccellente a Minturno lo sciopero della fame proclamato da Salvatore Usala, Giorgio Pinna e Mauro Serra, malati di Sla residenti in Sardegna, che attraverso questo gesto denunciano all’opinione pubblica nazionale il grave deficit sanitario di cui sono vittime. A suffragare la protesta Gaetano Valentino, cinquantacinquenne minturnese, affetto da distrofia muscolare, appena nominato consigliere generale dell'associazione Luca Coscioni, e che ormai da diversi anni denuncia gli inadeguati livelli sanitari prestati dalle istituzioni locali. «Viviamo senza alcuna assistenza», denunciano Usala, Pinna e Serra in una lettera al vice - ministro della Salute Ferruccio Fazio. «La loro è una scelta difficile, che comprendo e per aiutarli mi affianco alla loro iniziativa» solidarizza Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale e co - presidente dell'omonima associazione, che si è unita da sabato a questa manifestazione nonviolenta di dialogo. Spiega la deputata: «Stiamo parlando di pazienti e di famiglie in situazioni spesso disperate, senza aiuti economici adeguati o di assistenza. Hanno diritto ad una vita dignitosa, ed è nostro dovere assicurargliela. Ho già presentato diverse interrogazioni al ministro della Salute, nelle quali denuncio la situazione avvilente nella quale Usala, Pinna, Serra e tanti malati di Sla, si vengono a trovare e patiscono». Dal canto suo il consigliere Gaetano Valentino ha deciso di sposare la protesta, ovviamente con riserva data la sua precaria situazione di malato di Sla privo di assistenza sanitaria adeguata. «Anch'io - spiega - come Salvatore Usala, Giorgio Pinna, Mauro Serra e tanti altri, desidero vivere una vita dignitosa, adeguatamente assistito. Perciò intendo sostenere la loro lotta, che è anche la mia. Effettuerò lo sciopero della fame oggi, ma sono costretto a limitarmi ad un unico giorno». Una protesta a tempo. Potrebbe sopraggiungere un'ipoglicemia, il coma e un'insufficienza respiratoria. Ma Gaetano, che lotta da 2 anni per ottenere un'assistenza h24, come previsto dalla «inapplicata» legge regionale n. 20 del 23 novembre 2006, è pronto a bissare lo sciopero della fame, sia per il nobile fine di affiancare Usala, Pinna e Serra, che per rivendicare i suoi diritti: «Ho appena saputo che il contributo datomi dalla Provincia, attraverso il Comune, non mi sarà più liquidato». La quotidineità adesso si complica. La luce della speranza si smorza. Se quel contributo era appena sufficiente alla sopravvivenza, adesso Gaetano rischia. Confidiamo nelle istituzioni. 

martedì 10 novembre 2009

Fondi regionali per ristrutturare il palazzo, ultima della saga Scalfati

Irene Chinappi

Palazzo San Rocco  è una proprietà privata, non un museo». Alfredo Scalfati detiene il 41% dell’eredità di famiglia eppure della convenzione firmata alcuni giorni fa dai suoi familiari con l’Ente Parco Riviera di Ulisse non ne sapeva nulla. «Quel che so l’ho letto sui giornali e la notizia mi ha lasciato esterrefatto». Non è solo una questione di beghe familiari tra i fratelli Scalfati, che hanno recentemente occupato gli schermi nazionali pure con la questione del lago di Paola. Ma a quanto pare è soprattutto un fatto di giustizia pubblica. «Il comunicato della Riviera d’Ulisse è preoccupante» sottolinea Alfredo Scalfati. La nota data alla stampa in sostanza dice che Palazzo San Rocco, un edificio di cinque piani ad angolo tra via San Rocco e la via del Porto, con giardino, cappella annessa, oltre ad un aranceto in località Angolo, saranno gestiti in comodato d’uso gratuito dall’Ente Parco. Lo scopo, secondo chi ha diffuso la notizia, sarebbe quello di adibire alcuni di questi spazi ad un museo,  un centro culturale e un punto informazioni dell’ente.
«Fermo restando che il palazzo è un’abitazione privata, ci abitava mio padre, e non un museo, al comune di Sperlonga non è stato presentato alcun progetto - spiega Alfredo Scalfati - per l’allestimento dei servizi culturali annunciati». Il sospetto, fondato per l’erede escluso dalla decisione sulla casa di famiglia, è che la manovra possa servire ad ottenere finanziamenti pubblici per la ristrutturazione di una proprietà privata. E se così fosse sarebbe davvero grave. Per questo Scalfati vuole prendere tutte le precauzioni necessarie a tenersi fuori da questa storia. «Ho dato mandato ai miei avvocati - annuncia - di recuperare tutti i documenti relativi alla questione e, dato che anch’io sono un erede Scalfati, ci tengo a sottolineare che nel caso in cui venissero investiti soldi pubblici, io non ho nulla a che vedere con la convenzione né con le iniziative dei miei coeredi».
Parenti serpenti, sì. Ma a rimetterci sarebbero i cittadini che pagano le tasse e che potrebbero veder spesi i loro soldi negli affari della famiglia che un tempo governava il paese, piuttosto che nei servizi pubblici a cui hanno diritto. Allora però eravamo in epoca feudale. E fortunatamente oggi ne siamo lontani.
Quello che per adesso è solo un sospetto per il fratello ignaro, tuttavia, c’è il rischio che diventi una certezza. Ancor più certo è                                                                                                                                                                     che se l’intenzione è questa non sarà facile ai firmatari della convenzione perseguire l’intento. Perché Alfredo Scalfati vuole la verità.
E se il suo sospetto si rivelerà fondato non è escluso che possa ricorrere, ancora una volta, come nel caso dei pontili di Sabaudia, alla giustizia.

Super Pontina a piedi, il Governo non finanzia

Alessia Tomasini

Roma - Latina bloccata. E’ questo il risultato del mancato finanziamento dell’opera, sostenuta dalla giunta regionale di centrosinistra, da parte del Comitato interministeriale. Il ministero dei trasporti è venuto meno alla parola data. Proprio il ministro Altero Matteoli si era speso a destra e a manca per assicurare a tutti i rappresntanti istituzionali del Lazio che le somme c’erano e sarebbero state destinate nell’immediato. Tutte le parole si sono risolte in una bolla d’aria. All’appello manca l’ultima tranche di finanziamenti pubblici per l’autostrada Roma-Latina e per la bretella di collegamento con l’A1 Campoverde-Cisterna-Valmontone. «Auspi-chiamo che nella prossima seduta siano approvate le risorse mancanti, circa il 50% della quota a carico dello Stato, in modo che - interviene il consigliere regionale del Pd, Claudio Moscardelli - si possa bandire la gara d’appalto per un’opera strategica». La Regione ha svolto quanto di sua competenza. Il progetto preliminare è stato approvato e pubblicato, sono state prodotte le osservazioni che sono state esaminate, il progetto è passato con esito positivo nella conferenza dei servizi. «E’ stata costituita la società mista Anas-Regione che farà da stazione appaltante dell’opera, che ricordiamo - continua Moscardelli - essere unica in quanto la gara d’appalto sarà fatta sia per la Roma-Latina che per la bretella. La società vede presente l’Anas, pertanto coinvolge il Ministero dei lavori pubblici». Ad entrare in cantiere sarà il tracciato che è succeduto a quello proposto dalla giunta Storace, e approvato dal Cipe nel 2004, che fa fede ad un accordo di programma sottoscritto l’8 novembre del 2006 con l’Anas e l’allora Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Si tratta di un’ autostrada a pagamento tra Castel di Decima e Borgo Piave con un impatto ambientale minimo grazie alla scelta di ricalcare per la massima parte l’attuale Pontina. Il costo dell’opera è di 2 miliardi di euro per il 40% a carico dello Stato e per il 60% a carico dell’aggiudicatario. La realizzazione di questa infrastruttura, la più grande degli ultimi 30 anni, è prevista in tre anni. «Con la Roma-Latina verrà realizzata la tangenziale nord-est tra Borgo-Piave e Borgo San Michele, che libererà dal traffico pesante il tratto di Pontina - conclude Claudio Moscardelli - che divide i quartieri Nuova Latina e Nascosa (ex Q4 e Q5) dal resto della Città e consentirà il collegamento con l’ultimo tratto della nuova 156 e con la Mare-Monti tra Latina e Latina scalo». Manca l’accesso con il grande raccordo anulare e con la Roma-Fiumicino. Restano escluse dalla rivoluzione infrastrutturale le aree a sud di Latina nelle quali insistono numerose aziende agricole che hanno da sempre sollevato la necessità di far fronte alla carenza di strade per il trasporto più agevole e veloce delle merci. Da Terracina a Formia si interverrà infatti con la messa in sicurezza dell’attuale Pontina e con la creazione di undici rotonde con le quali superare il nodo di quegli incroci a raso che rappresentano l’elemento di maggiore criticità per la viabilità made in Latina. La Pontina era ed è il punto debole per una provincia che continua a soffrire di isolamento indotto dalla assenza di scelte e dalla mancanza di carattere della sua classe politica ed amministrativa. Questa battuta d’arresto non era stata calcolata. Mentre il centrosinistra guarda in alto e spera che si sia trattato solo di una svista qualcun altro pensa sia arrivato il momento migliore, data l’imminenza delle elezioni regionali, per alzare la guardia e tornare sul ring a combattere per il Corridoio tirrenico.

Il curato di Latina alta



Lidano Grassucci



Gli uomini di Fede tra le loro virtù dovrebbero avere l’umiltà. Umili nel mondo a portare il Verbo del Signore, non padroni del mondo ad imporre il domino della Chiesa. Sottigliezze. La Chiesa nel mondo sta da 2000 anni e di cose del mondo si è sporcata le mani, non umile e non virtuosa è la sua strada. I sacerdoti hanno sempre avuto la tendenza a ingrassare, tanto magro era il Cristo su quella croce. Ma questo è. Un sacerdote di uno dei quartieri alti di questa città piatta nell’omelia ha accusato una giornalista di questo quotidiano di non esser tale, come se dicessi di lui che è una “specie di sacerdote”. Ha aggiunto che siamo così poco letti da essere regalati, allora il Verbo del Signore è poca cosa perché non si paga con denari? O la sua grandezza si misura in averi? Eppure Matteo scriveva che “è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli”. Curato mio, curato mio.
L’umiltà, che è rispetto, è virtù del signore e la superbia non lo è altrettanto. La superbia è errore, peccato. Giovanni XXIII distinguendo l’errore dall’errante si fece gigante rispetto al male e umile rispetto all’ammalato. Ma se sei curato dei quartieri alti e ti ritieni superiore a chi umile si è fatto guidando la Chiesa hai qualche peccatuccio di superbia. Noi nelle cose di Fede non entriamo, troppo grandi per noi gentili, ma credo lo siano anche per tanti chierici superbi.
La superbia ha fatto ferite sanguinolente a Santa Romana Chiesa, la grandezza di San Pietro è costata con quel laicissimo commercio del paradiso, metà dei sudditi di Dio. Ne valeva la pena?
Credo che il Cristo è una cosa che sta poco sui muri e tanto nel cuore, per chi ha questa grane virtù.
Torniamo al curato dei quartieri alti: lui forte del suo pulpito, sicuro dell’assenza della replica, fa il monologo. La Chiesa non ha paura del pensiero diverso, la Chiesa deve temere i sanfedisti, gli zelanti, gli integralisti. Era zelante Francesco quando si fece povero nella Chiesa grassa?
La fine del potere temporale ha fatto più grande o più piccola la Chiesa di Roma? Non è con un crocefisso solo e dimenticato su un muro di scuola che si è cristiani, si è civili contro gli incivili. Quel crocefisso non è Lepanto, e il curato della Latina Alta non è Carlo Martello a Poitiers e la giornalista non è la perdizione araba.
Non siamo alle crociate. Poveri curati lasciati solo davanti ai mali del mondo che si meravigliano dei mali del mondo che alla verità delle idee e alla loro diversità preferiscono l’ipocrisia.
Sì curato mio noi preferiamo quei cristiani che hanno Cristo nel cuore e non “esiliato” su un muro, a noi piacciono le facce sincere non le ipocrisie, a noi piacciono le virtù pubbliche e private. Ma forse è troppo per un curato di Latina alta.

lunedì 9 novembre 2009

L'ARCINORMALE - Croci, Prefetti e ipocrisia


Lidano Grassucci



Tutti a difesa del crocifisso, tutti a difesa delle istituzioni. Tutti pii, tutti cittadini modello. Quanta ipocrisia. Sono per il crocefisso sui muri delle scuole ma dimenticano Cristo nel vivere quotidiano. Sono con il Prefetto quando debbono attaccare Fazzone, non lo sono altrettanto quando fa intervenire la polizia, che so, per aprire un cantiere di una centrale, o una discarica. Questa Italia ipocrita, bara, è, per me, il peggio che c’è. Rispettare le istituzioni? Giusto, vale per il Prefetto, ma vale anche per il governo che “non ha sciolto” il Comune di Fondi. Ma le istituzioni sono buone e non attaccabili quando la pensano come me, criticabili quando vanno contro di me. Il Crocifisso sta bene sui muri delle scuole, meno, anzi per nulla, a via Gradoli o a Palazzo Grazioli.
Questa meschinità è  il cancro del mio paese, questo soccorso alla maggioranza che è  inquietante.
Il pensiero unico ributtante. Ma Maroni era d’accordo con il Prefetto su Fondi, vero. Come è vero che la decisione ultima non spettava nè al primo nè al secondo, ma a al governo che ha detto “il comune di Fondi non è da sciogliere per mafia”. Perché questa decisione non la rispetta nessuno? Ci sono due tipi di istituzioni?
C’è una legge che vieta al senatore Fazzone che ritiene lesi suoi diritti di denunciare il Prefetto? Non mi risulta, anche il diritto alla tutela dei propri interessi e della propria onorabilità è una “istituzione”. Fermo restando la possibilità del Prefetto di tutelare il suo lavoro in ogni sede, anche rispetto al senatore Fazzone.
Trovo pelosi i neochierici e gli antimafi nati e cresciuti Fondi e dintorni, che è come essere capitani di lungo corso navigando intorno al lago dell’Eur.
Credo che la Fede non dipenda da dove sta appeso il Cristo morto se non lo hai nella tua coscienza, per chi ha questo dono. Non credo che le istituzioni della repubblica siano in pericolo per la denuncia di un senatore ad un prefetto. Nel primo caso sarebbe poca cosa la Fede, nel secondo la Repubblica. Sono fedele, ma ho giurato solo davanti alla Repubblica e questa ipocrisia repubblicana è disonesta, bieca.
Il mio amico Bellini ha detto, ma lui lo ha fatto con onesta intellettuale adamantina, che sta con il Prefetto, io sto con la Repubblica come da giuramento, perché  non sono spergiuro. Con la Repubblica che recita “tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge”. Tutti, prefetti e senatori compresi. Tutti eguali.

Cattivik - Novenovembre




Maria Corsetti

9 novembre 1989. Cade il Muro di Berlino. Chi è cresciuto negli anni ‘70 guarda la storia con emozione.
9 novembre 1999. Chi è cresciuto negli anni ‘70 guarda il mondo con delusione: doveva essere l’anno delle profezie della serie Spazio 1999 .
9 novembre 2009. Chi è cresciuto negli anni ‘70 legge i giornali con sgomento: non può credere che ci si stia scannando per il crocifisso.

domenica 8 novembre 2009

Sto col Prefetto


Fabrizio Bellini 
“Latina oggi” ha lanciato una campagna di solidarietà a favore del Prefetto di Latina Bruno Frattasi. Io ho avuto modo di conoscerlo, di apprezzarlo e quindi, pur non sottoscrivendo l’iniziativa giornalistica, confermo con piacere e orgoglio la stima e la considerazione che ho per lui.
Ma la domanda è: perché “Latina oggi” ritiene che abbia bisogno di solidarietà? Perché, spiega il quotidiano, il Senatore Fazzone ha minacciato denunce per la questione Fondi. Ora, premesso che non vedo cosa abbia da temere Sua Eccellenza dalla vicenda Fondi, ricordo che sull’argomento si è scritto molto, ma mancando un giudizio “terzo”, è difficile avere certezze. L’unica, è che il Prefetto ha fatto il Prefetto e che il politico ha fatto il politico. Per ora non c’è nulla di più. Altri giudicheranno e chiuderanno il cerchio. Mi sembra che questo sia diventato chiaro anche in corso della Repubblica dove, allora, hanno pensato bene di trasferire la questione dal piano giudiziario a quello strettamente personale. Una sorta di ordalia mediatica: il Prefetto è una degnissima persona, Fazzone, no: confermate? Stimare il Prefetto, credere che faccia bene il proprio lavoro, riconoscere che è persona di grande sensibilità e cultura, offrire la propria solidarietà, vuol dire, di converso e sempre secondo la predetta “question”,  che non si stima Claudio Fazzone, anzi, che lo si ritiene addirittura mafioso. E’ questo lo schema bicefalo nel quale “Latina oggi” sembra voler ridurre la pubblica opinione: bianco o nero, bello o brutto, buono o cattivo, Frattasi o Fazzone. Ansia da antagonismo condita in salsa di contrapposizione permanente. Un po’ di sano disprezzo, due maldicenze, una spruzzatina d’odio e la polemica è servita a pagina tre. Direi che il quadretto risulta troppo semplificato, al limite dell’insulso. Meglio, eccessivamente rozzo. Ma ognuno maneggia le cose che ha in casa e respira gli odori che emanano. E’ a questo punto che la politica con la “P” maiuscola è scesa in campo. La sinistra, in genere, per il Prefetto e la destra, prevalentemente, per Fazzone. Si scaldano le ugole e la “querelle” tende ad assumere toni sempre più aspri . Speriamo che non degeneri ulteriormente. Credo che il Prefetto di Latina non abbia bisogno di nessuna solidarietà. Immagino che non l’abbia chiesta e chi gliela offre, posta nei termini appena descritti e ammesso che siano esatti, più che sostenere lui sembra voler colpire l’altro. Nessun alto dirigente pubblico, che faccia bene e cristallinamente il proprio lavoro, come fa il nostro Prefetto, ha bisogno di solidarietà. Basta l’evidenza e la consapevolezza della propria integrità e questo mi sembra proprio il caso di Sua Eccellenza Frattasi. E il Senatore Fazzone? A me è simpatico, mi contagia la sua straripante energia, ma politicamente lo conosco poco e non sta a me giudicarlo. Tanto più che ancora voto a Roma. Certo, se è così ingenuo da andare a Anno Zero e credere di poter chiarire la propria posizione davanti a una telecamera che lo inquadra come il boss Sollozzo nel film “Il padrino”, con una regia audio che sottolinea maliziosamente tutte le inflessioni fondane e un conduttore che assume le pose di un inquisitore introverso e prevenuto, direi che si merita le chiacchiere che da tre giorni girano per tutti i bar di Latina e provincia. Ma sono chiacchiere, non verità, anche se certe “cappellate” non si perdonano facilmente a un politico di lungo corso. La verità è che, figlio della cospirazione internazionale e delle plutocrazie giudaico-massoniche e padre della teoria iper-paesana-nostrana del complotto, “il grande vecchio” è di nuovo tra noi. Una figura a metà tra il surreale e il mitologico che per anni ha giustificato e coperto tutto quello che non era spiegabile. Un prodotto della politica del “non ti ci faccio capire niente, ma ti fornisco una buona spiegazione e un perfetto colpevole”. Cioè, un “nulla” elevato a teorema che collima perfettamente con il nostro atavico bisogno di dietrologia. La vera pandemia nazionale. Noi, un popolo di geni, nipoti di Machiavelli e convinti che tutti i gatti siano bigi e che miagolino sempre nell’interesse di qualcuno e per ordine di qualcun altro, che non sappiamo chi sia, ma che da qualche parte ci deve pure essere. Noi, furbissimi, che non facciamo credito di autonomia, correttezza e intelligenza a nessuno. C’è sempre una trama di mezzo, tanto più se non si capisce e non si vede l’ordito. Così Berlusconi è il “grande vecchio” che diventa trans nel caso Marrazzo e lo è contemporaneamente anche D’Alema quando si trasforma in Noemi nel caso Berlusconi. E si prosegue così fino a un Prefetto che, nella visione di certa destra, si immagina simile ad uno di quelli di giolittiana memoria o a un Senatore che alcuni rivincisti, stramassacrati, di sinistra, vogliono assolutamente equiparare a una star della saga dei Soprano. Che modo elementare di porre le questioni! Uccidiamo, sotterriamo per sempre il “grande vecchio”. Ragioniamo sui fatti. Sulle e delle cose. Ci sono speranze di farla finita, di normalità, di equilibrio, di un minimo di eleganza? Nessuna, purtroppo! Comunque io sto col Prefetto. E’ un organo monocratico dello Stato. Rappresenta la stabilità delle istituzioni e senza istituzioni io non posso credere che il domani possa essere migliore.

Sto col Prefetto


Fabrizio Bellini 
“Latina oggi” ha lanciato una campagna di solidarietà a favore del Prefetto di Latina Bruno Frattasi. Io ho avuto modo di conoscerlo, di apprezzarlo e quindi, pur non sottoscrivendo l’iniziativa giornalistica, confermo con piacere e orgoglio la stima e la considerazione che ho per lui.
Ma la domanda è: perché “Latina oggi” ritiene che abbia bisogno di solidarietà? Perché, spiega il quotidiano, il Senatore Fazzone ha minacciato denunce per la questione Fondi. Ora, premesso che non vedo cosa abbia da temere Sua Eccellenza dalla vicenda Fondi, ricordo che sull’argomento si è scritto molto, ma mancando un giudizio “terzo”, è difficile avere certezze. L’unica, è che il Prefetto ha fatto il Prefetto e che il politico ha fatto il politico. Per ora non c’è nulla di più. Altri giudicheranno e chiuderanno il cerchio. Mi sembra che questo sia diventato chiaro anche in corso della Repubblica dove, allora, hanno pensato bene di trasferire la questione dal piano giudiziario a quello strettamente personale. Una sorta di ordalia mediatica: il Prefetto è una degnissima persona, Fazzone, no: confermate? Stimare il Prefetto, credere che faccia bene il proprio lavoro, riconoscere che è persona di grande sensibilità e cultura, offrire la propria solidarietà, vuol dire, di converso e sempre secondo la predetta “question”,  che non si stima Claudio Fazzone, anzi, che lo si ritiene addirittura mafioso. E’ questo lo schema bicefalo nel quale “Latina oggi” sembra voler ridurre la pubblica opinione: bianco o nero, bello o brutto, buono o cattivo, Frattasi o Fazzone. Ansia da antagonismo condita in salsa di contrapposizione permanente. Un po’ di sano disprezzo, due maldicenze, una spruzzatina d’odio e la polemica è servita a pagina tre. Direi che il quadretto risulta troppo semplificato, al limite dell’insulso. Meglio, eccessivamente rozzo. Ma ognuno maneggia le cose che ha in casa e respira gli odori che emanano. E’ a questo punto che la politica con la “P” maiuscola è scesa in campo. La sinistra, in genere, per il Prefetto e la destra, prevalentemente, per Fazzone. Si scaldano le ugole e la “querelle” tende ad assumere toni sempre più aspri . Speriamo che non degeneri ulteriormente. Credo che il Prefetto di Latina non abbia bisogno di nessuna solidarietà. Immagino che non l’abbia chiesta e chi gliela offre, posta nei termini appena descritti e ammesso che siano esatti, più che sostenere lui sembra voler colpire l’altro. Nessun alto dirigente pubblico, che faccia bene e cristallinamente il proprio lavoro, come fa il nostro Prefetto, ha bisogno di solidarietà. Basta l’evidenza e la consapevolezza della propria integrità e questo mi sembra proprio il caso di Sua Eccellenza Frattasi. E il Senatore Fazzone? A me è simpatico, mi contagia la sua straripante energia, ma politicamente lo conosco poco e non sta a me giudicarlo. Tanto più che ancora voto a Roma. Certo, se è così ingenuo da andare a Anno Zero e credere di poter chiarire la propria posizione davanti a una telecamera che lo inquadra come il boss Sollozzo nel film “Il padrino”, con una regia audio che sottolinea maliziosamente tutte le inflessioni fondane e un conduttore che assume le pose di un inquisitore introverso e prevenuto, direi che si merita le chiacchiere che da tre giorni girano per tutti i bar di Latina e provincia. Ma sono chiacchiere, non verità, anche se certe “cappellate” non si perdonano facilmente a un politico di lungo corso. La verità è che, figlio della cospirazione internazionale e delle plutocrazie giudaico-massoniche e padre della teoria iper-paesana-nostrana del complotto, “il grande vecchio” è di nuovo tra noi. Una figura a metà tra il surreale e il mitologico che per anni ha giustificato e coperto tutto quello che non era spiegabile. Un prodotto della politica del “non ti ci faccio capire niente, ma ti fornisco una buona spiegazione e un perfetto colpevole”. Cioè, un “nulla” elevato a teorema che collima perfettamente con il nostro atavico bisogno di dietrologia. La vera pandemia nazionale. Noi, un popolo di geni, nipoti di Machiavelli e convinti che tutti i gatti siano bigi e che miagolino sempre nell’interesse di qualcuno e per ordine di qualcun altro, che non sappiamo chi sia, ma che da qualche parte ci deve pure essere. Noi, furbissimi, che non facciamo credito di autonomia, correttezza e intelligenza a nessuno. C’è sempre una trama di mezzo, tanto più se non si capisce e non si vede l’ordito. Così Berlusconi è il “grande vecchio” che diventa trans nel caso Marrazzo e lo è contemporaneamente anche D’Alema quando si trasforma in Noemi nel caso Berlusconi. E si prosegue così fino a un Prefetto che, nella visione di certa destra, si immagina simile ad uno di quelli di giolittiana memoria o a un Senatore che alcuni rivincisti, stramassacrati, di sinistra, vogliono assolutamente equiparare a una star della saga dei Soprano. Che modo elementare di porre le questioni! Uccidiamo, sotterriamo per sempre il “grande vecchio”. Ragioniamo sui fatti. Sulle e delle cose. Ci sono speranze di farla finita, di normalità, di equilibrio, di un minimo di eleganza? Nessuna, purtroppo! Comunque io sto col Prefetto. E’ un organo monocratico dello Stato. Rappresenta la stabilità delle istituzioni e senza istituzioni io non posso credere che il domani possa essere migliore.

PENSIERI IMPURI - Pd con i vecchi vizi del Pci


Franco Schiano
Bersani è stato incoronato segretario del Pd: «Il bambino nuovo è nato!Un partito popolare, giovane e che chiede di essere giovani nel cuore. Che non deve cedere alla nostalgia, che sarà plurale ma non deve scivolare nell'anarchismo e nella feudalizzazione». È il profilo del nuovo partito tracciato dal neo segretario.  Un chiaro messaggio di distensione è partito dal centro. Ora dovrà raggiungere la periferia necessariamente in tempi brevi: la campagna per le regionali è cominciata e quindi è necessario bloccare le tensioni per tirare tutti nella stessa direzione. Moscardelli o Di Resta, ma sempre Pd. Ma  non sarà facile. Nell'era della comunicazione globale speriamo non sopravvivano alcuni vecchi vizi del Pci, come quelli degli anni '70: mentre  Botteghe Oscure  predicava la distensione e si consumava il distacco con il Comunismo Sovietico, in periferia imperavano ancora concetti e comportamenti stalinisti. Esagerando un po', il parallelismo potrebbe reggere anche oggi, se consideriamo le tensioni che attraversano il Pd locale. I consiglieri Luciani e Fantasia ( Bersani), dopo circa un anno di pensosa riflessione, decidono – alle tre di notte, durante il consiglio per gli equilibri di bilancio -  di uscire “senza sbattere la porta” dal gruppo consiliare della lista di Raimondi, in cui erano stati eletti. «Vogliamo aderire al gruppo del Pd a cui ci sentiamo di appartenere» dicono chiedendo di entrare nel gruppo consiliare di Pina Rosato (Franceschini), ricevendone un diniego motivato sul piano formale dal regolamento del consiglio comunale di Gaeta, che non consente la costituzione di gruppi consiliari di partiti che non hanno partecipato alla competizione elettorale. Una norma anti ribaltini,  discutibile ma esistente. Tanto che la Rosato è capo del gruppo consiliare della Margherita/PD, con la quale è stata eletta, pur avendo aderito al PD. Regolamento alla mano non ha potuto andare oltre  l'aggiunta  trattino PD al nome Margherita. Insomma due pezzi del PD che si danno battaglia senza quartiere, dove solo uno resterà in piedi. Rosato ha il controllo della maggioranza dei tesserati (come i Franceschiniani in tutta la provincia), mentre i Bersaniani hanno vinto le primarie a Gaeta e in provincia. Un rebus di non facile soluzione che rischia di rimanere irrisolto almeno fino a dopo le  elezioni di marzo. Nessun partito mette mano a questioni potenzialmente laceranti alla vigilia di una competizione elettorale. I conti si faranno dopo. Intanto il duo Luciani-Fantasia essendo uscito dal gruppo “Lista per Raimondi” dovrà accomodarsi obtorto collo nel Gruppo Misto di Maggioranza, insieme a Vecchio, Laselva e il Presidente Magliuzzi. Per poter costituire il gruppo consiliare del PD, qualcuno pensa ad  una modifica del regolamento comunale. Ma anche questa è una strada  “rischiosa”: potrebbe aprire scenari incontrollabili e far esplodere irrimediabilmente non solo il PD locale, ma la stessa maggioranza di Raimondi. La possibilità di costituire nuovi gruppi – per esempio l'IDV -  potrebbe scatenare una lotta per le investiture(in giunta) dalle conseguenze imprevedibili. Forse è meglio aspettare e nel frattempo far lavorare i pontieri.

sabato 7 novembre 2009

Al Galilei il dirigente scolastico condannato dal tribunale del lavoro

Quando vivere è già difficile, perchè una malattia grave mina la serenità del quotidiano, ci si aspetterebbe che non ci sia accanimento. Ma all’istituto Galilei di Latina, il dirigente scolastico ha evidentemente preso un abbaglio. Per questo è stato condannato «a concedere a una docente i permessi mensili ex legge 104/92 art 33 c. 6 e le assenze per gravi patologie ex art 17 c. 9 ccnl scuola». Una storiaccia che comincia un brutto giorno, quando la professoressa ammalata ha dovuto ricorrere, per una grave invalidità riconosciuta dall’Inps al 100%, ad alcuni permessi. Come previsto dalla legge. Ma il dirigente aveva negato sia le assenze per gravi patologie sia i permessi, contestando alla docente il fatto che era già in malattia d'ufficio. è cominciata una guerra di carte, giocata sulla pelle di una donna malata. E contro le ipotesi del dirigente ci sono state le tesi  del direttore generale dell'Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio, che gli ha dato torto; dell’associazione Dirigenti e Alte Professionalità della Scuola, di cui lo stesso dirigente è esponente provinciale, che gli ha dato torto; del Ministero del lavoro, salute e politiche sociali, con il dirigente della Direzione Generale dei diritti sociali, dichiaratosi per la concessione in favore della docente delle assenze per gravi patologie. Si è dovuti arrivare al tribunale del lavoro. che su ricorso proposto dalla docente, ha dichiarato «il diritto della ricorrente a usufruire delle richieste di assenza per gravi patologie di cui all'art 17 c. 9 ccnl scuola, anche se presentate contemporaneamente e successivamente all'emissione del provvedimento di collocamento in malattia d'ufficio da parte del dirigente della scuola, con conseguente scomputo dai periodi di assenza per malattia ordinaria». Il giudice ha condannato «le amministrazioni reclamate (la scuola ed il Ministero dell'Istruzione) in solido al pagamento delle spese di giudizio». Una specie di puntiglio, dunque, che non fa bene all’immagine della scuola italiana. Chi pagherà queste incombenze? Ovvio, i soldi dei cittadini ìgettati alle ortiche per un puntiglio. Una discrasia, questa, conseguente ai poteri assunti dai dirigenti scolastici, che hanno scambiato l’autonomia per autocrazia. La docente, con una anzianità di servizio tra le maggiori del Galilei,  per la vicenda è stata costretta a chiedere il trasferimento.

Consorzio agrario fa cause senza causa

Teresa Faticoni
Cambiali mai registrate rischiano di mettere in pericolo aziende agricole. Carte bollate e aule di tribunali che si occupano ancora del Consorzio agrario di Latina. Un pozzo senza fondo le notizie che si cavano dal baratro dell’ente di via dei Monti Lepini. E tutto gira intorno ai soldi. Inevitabile quando il buco si aggira sui 50 milioni di euro. Quello che stupisce, però, è la poca lucidità con la quale ci si muove in un momento così difficile per il comparto agricolo. La storia che stiamo per raccontare ha dell’incredibile, e per tutelare i protagonisti ometteremo i nomi. Ma non si può tacere. Cominciamo da una compravendita. Per svariati milioni di euro, di una azienda agricola. Chi compra firma l’atto dopo la visura del notaio. Finita la transizione, arrivano le beghe. Perchè chi aveva venduto aveva delle cambiali da scontare con il Consozio agrario. Che erano rimaste in bilico e non essendo mai state registate non comparivano nella visura del notaio. Il Consorzio però, quando si è evidentemente aggravata la sua crisi, ha deciso di far rientrare a tutti i costi i suoi crediti. E quindi se la prende con il nuovo proprietario, mettendo tutto in mano agli avvocati, accusandolo di aver sottoscritto un patto con il debitore. I due, secondo le insinuazioni del Consorzio, avrebbero rivisto al ribasso il valore reale del’azienda agricola  in modo che il Consorzio non potesse rivalersi sul vecchio proprietario per le cambiali. Insomma, Un pastrocchio che finirà presumibilmente con una brutta batosta per il Consorzio. Perchè quelle cambiali non sono state registrate? Perchè, soprattutto, sconfessare gli atti di un notaio a parole solo per tentare di fare un po’ di cassa? La gestione finanziaria del Consorzio negli anni appena trascorsi è stata disinvolta, oramai è chiaro. Ma adesso, con la nuova dirigenza, le cose dovrebbero cambiare e in fretta. Perchè sono troppe le pezze da mettere a una situazione che fa acqua da tutte le parti. Non bastava la cassa integrazione, con i licenziamenti. Adesso anche i ritardi nei pagamenti degli stipendi. è pur vero che il Consorzio deve avere diversi milioni di euro dalla Regione Lazio e da Acqualatina. «Sono mesi, se non anni - aveva dichiarato un paio di settimane fa Eugenio Siracusa, segretario provinciale della Flai Cgil -, che denunciamo un uso distorto dello straordinario che ha comportato il pagamento, non avvallato dal direttore generale, di centinaia di migliaia di euro in più, solo in questi dieci mesi, dei quali hanno goduto solo pochi lavoratori. Così come i costi relativi a lavori dati in appalto esterno. Questo denota lacune organizzative alle quali, auspichiamo, l’attuale dirigenza metta mano, anche con il nostro contributo. E’ indubbio che la libertà che viene data ad alcuni responsabili rischia di portare, se non coordinata al meglio nel rispetto del Contratto Nazionale di Lavoro, a generare dei sovracosti di gestione che influiscono negativamente sulle già esigue casse del Consorzio di Bonifica». Insomma, una sola cosa appare chiara. Intentare cause alla cieca non fa che aggravare la situazione.

TERRACINA - La crociata antislamica del sindaco Nardi: «ho un progetto planetario»

Rita Alla
Oggi , alle 10,30, in Comune, alla presenza dei docenti Terenzi, per l'istituto comprensorio di Borgo Hermada; Ialongo, per il 2° circolo di Terracina; G.Giuliani e Suor Maria Pia, per l'Istituto San Giuseppe Suore Orsoline primaria e secondaria e le maestre pie filippine, il sindaco Stefano Nardi e l'assessore ai Servizi Sociali Zicchieri, a nome di tutta l'amministrazione, hanno spiegato i motivi della protesta nei riguardi della sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che ha bocciato l'esposizione del crocefisso in quanto viola la libertà religiosa degli alunni; protesta che ha portato l'amministrazione a regalare a tutte le scuole e a tutti quelli che ne faranno richiesta il crocefisso. Una sentenza «non condivisibile e che- ha spiegato il sindaco - non si può accettare, in quanto offende il nostro essere cittadini italiani; perché oggi più che mai abbiamo bisogno di punti di riferimento e perché su certe questioni non si possono applicare criteri di legge». Sulla stessa linea l'assessore Zicchieri che ha aggiunto che «nessuna sentenza potrà vietargli di portare il crocefisso, simbolo di un reale percorso di fede». A margine anche la proposta del sindaco, di abbinare alla Festa di san Cesareo, nel caso Don Peppino,(parroco della Cattedrale di San Cesareo) fosse d'accordo, con la giornata del Crocefisso, in memoria dell'assurda sentenza. E fin qui tutto nella norma, se non fosse per il fatto che mancano ancora le motivazioni della sentenza e che «i progetti planetari, continentali riguardo alle religioni d'assalto che vorrebbero ammazzare la cultura cristiana e che manderebbero a rotoli l'Europa» sono altra cosa visti da Terracina. La fede non dovrebbe aver bisogno di “crociate” in nome di un simbolo, segno di identità per alcuni e non per tutti; e non dovrebbe limitarsi a manifestazioni esteriori. Essere o apparire?

Servire il Popolo e le eresie




Lidano Grassucci



La Corte europea dice che il crocifisso non va affisso nelle scuole pubbliche e tutti insorgono scoprendosi zelanti, ad Annozero fanno uno spettacolino su Fondi e la mafia e tutti si scoprono Prefetti Mori in nuce. Due cose distanti tra loro anni luce, a questo si aggiunge un episodio personale: ieri mattina incontro un vecchio amico con cui ho condiviso una passione politica, quella del socialismo. Tre cose distanti tra loro anni luce e piani. Eppure la cosa che mi tormenta è il filo, c’è un filo?
Non ho il dono della Fede, per via sempre di quella passione di cui mi sono ammalato da piccolo e da cui ancora non guarisco, che mi spinge a non avere mie certezze, ma a farmi domande.
Per questa mia malattia da ragazzo quelli che avevano Fedi importanti mi tacciavano di “tradimento”, mi indicavano come “social traditore”, e mi cantavano una canzoncina di Claudio Lolli che recitava così: “la socialdemocrazia è un mostro senza testa…”. Erano virgulti i “fedeli” venivano dalle parrocchie e pensavano che Cristo era Marx nato prima e che loro erano i sacerdoti di questa “fede nuovissima”. Gli infedeli? Al rogo, erano “mostri senza testa” erano aborti.
Santoro stava a Servire il Popolo, Panigutti dalle parti di Lotta Continua, Sandro Ruotolo da quelle de Il Manifesto. Loro sanfedisti del Verbo nuovo. Contro? “I mostri senza testa”. E la cosa non è mutata: cambiate i termini al posto della liberazione dell’umanità dai mostri senza testa del capitalismo ora hanno la liberazione della Mafia. Naturalmente tutti coloro che non stavano pronti alla rivoluzione erano “traditori” o padroni da eliminare, chi non condivide l’antimafismo militante è… mafioso. E il tribunale del popolo? E’ quello che gli hanno insegnato in parrocchia: “sei peccatore, puoi solo confessare”.
Gli eretici? Da mettere al rogo, ignoranti, impuri, venduti.
I roghi sono sempre accesi, cambia il combustibile.
Naturalmente si omette che i sacerdoti peccano: Santoro ha lavorato per Berlusconi, Panigutti lavora per il fascista Ciarrapico. Ma anche Lenin prese i soldi dai capitalisti tedeschi, vai guardare il pelo. Il marcio è nelle eresie, in quelli che pensano da soli che non abboccano al politicamente corretto.
Fazzone non è di famiglia buona come la Scalfati, non è di Roma, non è amico dell’amico mio. E il popolo puzza, il popolo è ignorante. Il popolo va guidato dai sacerdoti (Santoro e Panigutti).
E i crocifissi? Semplice sono i massoni insieme agli ebrei che congiurano, sono i socialdemocratici senza testa, che vogliono distruggere le virtù. E tutti di corsa a testimoniare di stare dalla parte giusta. Vagli a spiegare che una sentenza della Corte europea non vale nulla. L’importante è esserci.
E quindi su 5, dico, 5 giornali provinciali 4 dicono la stessa cosa, non si fanno domande altre seguono la corrente (poi protestano per la libertà di stampa, per avere la libertà bisogna farsi le domande non  pubblicare le risposte).
Ma è difficile dissentire, devi usare il cervello, e perché? Poi osare di criticare Santoro sulla mafia, è come se Galileo insistesse a dire davanti al Sant’Uffizio che la terra è tonda e gira intorno al sole. Che ti vuoi rovinare.
“Eppur si muove” sussurrava Galileo, ma i Ruotolo, i Panigutti, i Santoro, le Scalfati avevano dalla loro la Fede, il Verbo, la verità rivelata. Avevano le risposte, Galileo si faceva le domande.
E il popolo? Tifava per i preti, aveva paura dei dubbi di Galileo, meglio le certezze di Bellarmio, meglio le certezze di Servire il Popolo e del Grande Timoniere.
Cose già viste. Sì siamo sempre noi i mostri senza testa, i catari, i dolciniani, i massoni, i cafoni, gli anarchici, i liberali. Magari il popolo si sveglia e vi manda a lavorare, sarebbe ora.
  

Gaeta, Conto Consuntivo 2008.

Franco Schiano
Il Consiglio Comunale di Gaeta, nella tarda serata di venerdì ha approvato con 11 voti  della sola maggioranza (assente  Saccone) il conto consuntivo 2008. Un atto dovuto che giunge al traguardo in netto ritardo sui tempi canonici, che pur non perentori,  dovrebbero coincidere con il 30 aprile. Ritardi a cui l'amministrazione Raimondi finora sembra ormai abbonata. Il rendiconto  è stato approvato, dopo un ampio dibattito  durante il quale la minoranza ha messo il dito nella piaga di alcune criticità emerse dal documento. In primo luogo il ricorso continuo alle anticipazioni di cassa, in crescita costante negli ultimi tre esercizi. Infatti si passa da 1,8 mil di euro del 2006, ai 4,5 del 2007(primo anno gestione Raimondi) ai 5,6 del 2008. Un macigno che -oltre ad avere un costo non piccolo( circa 250mila euro per il 2008) - certo pone non poche difficoltà alla normale  amministrazione rendendo tutto sicuramente più difficile. La stessa relazione dei revisori – pur fornendo alla fine un pare positivo – non manca di stigmatizzare    alcune anomalie. Nel mirino in particolare le entrate per violazioni del codice della strada che  non sembrano al collegio adeguatamente accertate.  Questione il qualche modo collegata al famoso  milione e mezzo di euro di multe scadute e sulle quali c'è un contenzioso tra il Comune e la Soes, oltre ad un'indagine della GdF. Altro rilievo riguarda l'entità e l'anzianità dei residui. Anche in questo caso i revisori ravvisano una carenza di documentazione ed una insufficiente capacità di riaccertamento. Come  a dire una scarsa capacità ad incassare i crediti. A margine segnaliamo una raccolta di firme di solidarietà al Prefetto Frattasi, in relazione al “caso Fondi”: il documento promosso dal Consigliere Luciani è stato sottoscritto da tutti i consiglieri presenti meno quelli della PdL.

Formia: presi due pusher degli scissionisti

Raffaele Vallefuoco
Due arresti e due denunce. Da un lato gli spacciatori e dall’altro gli assuntori. E’ questo il risultato del blitz scattato mercoledì sera in terra campana, all’altezza del Lago Patria, messo in atto dagli agenti del commissariato di polizia di Formia. Dopo mesi di pedinamento, avviati con l’ex commissario Tatarelli, e continuati con il nuovo vicequestore Paolo Di Francia, al fine di monitorare il territorio e gli abituali assuntori, il personale formiano, coadiuvato dalla squadra mobile di Latina, ha arrestato Giuseppe Maoloni e Carlo Marchese. Il fermo è scattato dopo il pedinamento ai danni di due formiani. Seguire l’utente per risalire al grossista. Questa la strategia messa in atto. In particolare gli agenti sono stati impegnati per tutta la giornata di mercoledì in un servizio di controllo delle piazze di spaccio napoletane: in primis Scampia. “Non c’era la possibilità di intervenire” hanno spiegato gli inquirenti, spesso lo scambio veniva realizzato su strada ad alta percorrenza, come sulla circumvallazione di Napoli. Ma l’attenzione massima è scattata proprio quando, due formiani, già interessati dal monitoraggio effettuato dagli agenti di polizia, alle 23 di mercoledì oltrepassavano il Garigliano. Il pedinamento si è protratto per 60 chilometri: fino a lago Patria. Qui i due formiani, nei pressi dello spiazzale antistante un centro commerciale, hanno avvicinato un’auto. A bordo il Maoloni e il Marchese. La cessione è stata rapida, l’intervento della polizia altrettanto, al punto da bloccare le due auto. E’ scattato l’ammanettamento e la conduzione presso il commissariato di Scampia. Nella piazzola gli agenti hanno rinvenuto le due dosi di cocaina, fatte cadere dall’auto appositamente nel momento del blitz della polizia, mentre nella vettura del Maoloni e del Marchese hanno rinvenuto due banconote da 50 euro, provento della cessione. Parallelamente all’identificazione sono scattati i controlli domiciliari. “Abbiamo perquisito ben 4 appartamenti tra Pozzuoli e Scampia” afferma il commissario Di Francia. Gli arrestati avevano accesso al mercato di Scampia. Un accredito derivante dall’appartenenza al clan dei Maoloni, famiglia afferente gli scissionisti. Carlo, infatti, è nipote di uno dei dirigenti del gruppo, che sconta una condanna per associazione mafiosa. Parte integrante, quindi, di un sodalizio criminale che fa fronte alle richieste degli assuntori del sud pontino. Il cliente deve per forza raggiungere il pusher, in quanto “non ci sono grandi piazze di spaccio nel territorio” spiega Di Francia. La trasferta quindi è inevitabile. Il Maoloni e il Marchese sono stati associati presso il carcere di Rebibbia. 

venerdì 6 novembre 2009

Annozero contro Fazzone e tutti e due contro Maroni

Irene Chinappi

Per il Giornale Santoro stavolta
ha cambiato bersaglio.
Ha lasciato in pace per
questa settimana Silvio
Berlusconi e ha preso di mira il
ministro Roberto Maroni, attaccato
in trasmissione dall’eurodeputato
Idv nonché ex magistrato Luigi
De Magistris per il mancato scioglimento
del Consiglio comunale
di Fondi. Maroni, assente in studio,
ieri ha voluto chiarire. Sul caso
Fondi «c'è stata - ha detto ai cronisti
della stampa estera - una vergognosa
strumentalizzazione da parte
della sinistra» snocciolando poi i
risultati della lotta del governo alla
mafia. «La legge - prosegue - dice
che lo scioglimento non viene
deciso dal ministro dell'Interno ma
dal Consiglio dei ministri che valuta
su indicazione del ministro: il
Consiglio evidentemente non si è
convinto delle ragioni che ho portato,
ma non ci vedo nulla di drammatico,
è una valutazione collegiale,
non tutti i provvedimenti che
vengono portati vengono accolti.
Dei 12 consigli sciolti - ha concluso
il ministro - ce n'erano anche di
amministrati dalla sinistra e adesso
ci stiamo occupando di
Castellammare di Stabia dove un
consigliere comunale del Pd e'
stato ucciso: io non guardo in faccia
a nessuno ma è il Consiglio a
decidere». I passaggi li ha chiariti
con tanto di complimeti di
Santoro, il ministro Pdl, ex An,
Italo Bocchino. «Il governo - ha
detto - deve prendere una decisione
equilibrata, ha scelto di non
sospendere la democrazia per 18
mesi ma di nominare un commissario
che porti la città alle elezioni
». Se Maroni difende il consiglio
dei Ministri non fa la stessa cosa
con il senatore Claudio Fazzone
che ha ribadito davanti alle telecamere
della tv pubblica, di voler
querelare il prefetto Bruno Frattasi.
«Ho condiviso parola per parola
quella relazione, - ha annunciato il
ministro dell’Interno intervenuto a
Bologna al convegno nazionale
Anfaci - se qualcuno vorrà querelare
il prefetto di Latina dovrà querelare
anche il ministro
dell'Interno. Non ritengo corretto -
ha aggiunto - attaccare una persona
che non ha nemmeno gli strumenti
per difendersi». Maroni ha poi
concluso dicendo che «quando il
ministro condivide e firma la relazione,
si assume sempre la responsabilità
di questi atti». Ma Fazzone
chiede solo che sia fatta luce sulla
vicenda. Se qualcuno ha sbagliato,
a qualsiasi livello, di qualsiasi
colore politico sia, è giusto che
paghi. Il senatore fondano ritiene
che Frattasi abbia sbagliato. Ha gli
strumenti per conoscere la verità e
li usa. E Frattasi, come ogni buon
cittadino, avrà i suoi per difendersi.

Dame, mafie e idiozie


Di Alessia Tomasini
La Scalfati, con tanto di lacrimoni malcelati e occhioni lucidi sparati in primi piani studiati, ha spiegato che “povera è tornata a Sabaudia solo per difendere un patrimonio ambientale e archeologico dai soprusi” indovinate di chi? Della mafia, dei signori del cemento e degli abusivismi. Poi, coraggiosa e determinata punta il dito contro la telecamera e dice: “io non ho paura di Claudio Fazzone e del suo braccio armato Armando Cusani”. E lì il sangue mi si è gelato nelle vene. Secondo lei, Fazzone è il mandatario degli abusi e Cusani quello che porta per porta li impone intimorendo e minacciando. La dama del lago, non ha paura. Beata lei perchè io di paura ne comincio ad avere. Ho paura di chi pensa di possedere un lago e che chi la ascolta sia venuto giù con la sgrullata. Visto che la Scalfati è tornata povera a Sabaudia (per una che ha un lago tutto suo mi sembra un cazzotto in un occhio a quelli che non arrivano a fine mese) per difendere il patrimonio di tutti perché non dona il lago ai cittadini di Sabaudia? Perché non spiega che sta guardando i suoi affari? Perché non spiega che il ponte romano è un mostruoso rappiccico di cemento? Ho paura del fatto che se non reagiamo lasciamo spazio a questi predicatori di idiozie. Santoro, Panigutti, la Scalfati offrono una visione di noi cittadini pontini (e sic! dei giornalisti) e ci costringono a specchiarci in uno specchio distorto, per convincerci di essere superficiali, sciatti, incapaci visto che ci lasciamo governare da Cusani e Fazzone.

Mafiofregnacce


Lidano Grassucci

C’è un vizio in questo paese, la Santa Inquisizione, quella di Santa Romana Chiesa (mo non vorrei mettere in difficoltà Panigutti, ma l’esempio m’è scappato). L’idea che siamo tutti colpevoli e dobbiamo solo confessare e che alcuni, gli inquisitori, sono santi, puri. Annozero, il programma Tv di Santoro, di giovedì sera è stato inquietante: sospetti che diventavano certezze, parole rubate che diventavano Vangelo e tanto teatro.
Il cattivo era Claudio Fazzone ed ecco inquadrature da film sui gangster, invitati scelti con certosina meticolosità per la loro fedeltà alla linea, e servizi montati con disinvoltura per fare di un romanzo una realtà. Il magistrato De Magistris che ha usato il suo ufficio per il lancio politico, infatti è parlamentare (ma questo si omette); Alessandro Panigutti direttore sulla carta di Latina Oggi al servizio del pluricondannato Giuseppe Ciarrapico (ma questo si omette) che diventa difensore della morale e antimafio militante; Anna Scalfati sedicente padrona di un lago (ma questo si omette). Il tutto condito con il sale di interviste montate ad arte per strada con gente comune trasformata in picciotti. Oppositori politici che diventano depositari di verità che sono, legittime, se politiche ma sempre fregnacce giudiziarie. Ma loro sono inquisitori loro sono i garanti della virtù cristiana, della Fede, e non possono essere in errore: Dio è con loro.
La Scalfati piange sul suo lago, Panigutti ne sa piu’ di tutta l’Arma dei carabinieri, della Magistratura italiana, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato. Mi domando: perché paghiamo tutta sta gente, basta Panigutti. Santoro è la Cassazione delle virtù civiche a 60 mila euro al mese di stipendio, 720 mila l’anno.
Nessun amministratore di Fondi è stato raggiunto da avviso di garanzia, nessun funzionario lo ha ricevuto, anzi: due funzionari sono stati coinvolti nell’inchiesta Damasco, entrambi hanno avuto riviste le loro posizioni e il Tribunale del Riesame (quindi un giudice) ha stabilito che il loro coinvolgimento era un arbitrio. Ma Santoro non lo dice e Panigutti dimentica o non sa, o ignora.
I rilievi mossi per opere pubbliche sono di forma e non di sostanza, ma questo si omette e diventano lavori ordinati direttamente da Totò Riina.
Tutto era predefinito, preconfezionato. Nel tribunale della Santa Inquisizione è prevista solo la confessione, non la smentita dell’eresia.
Fondi è mafiosa e basta, ai fondani non resta che andare da Santoro, o da Panigutti (alias Ciarrapico) e confessare. Terza via non è data.
Poi ci bruceranno tutti nella pubblica piazza con Ruotolo che fa le interviste ai sudditi soddisfatti della giustizia fatta, la signora Scalfati mangerà brioches, Panigutti sotto dettatura del senatore Ciarrapico scriverà che quando c’era il Duce questi roghi erano organizzati meglio e De Magistris spiegherà che se a indagare era lui, saremmo tutti mafiosi da Aosta a Pantelleria. Chiude Vauro che nella vignetta ricorda che “i catari bruciavano meglio, e Giordano Bruno faceva meno cenere. Perché erano tempi più puliti”.
E il popolo? Dorme, come sempre
Buonanotte popolo.

   

RONDE RAUS

Teresa Faticoni
Ronde no grazie. Ai cittadini della provincia di Latina l’idea di armarsi di spirito da sceriffo de noantri e sostituirsi alle forze dell’ordine non è proprio piaciuta. Sebbene si vociferi in giro di gruppi che si stanno organizzando, a ieri le domande di accredito presso la prefettura di Latina erano zero. Un flop clamoroso quello del governo Berlusconi, che con la testa sotto il tacco della Lega ha dovuto spingere il pedale sull’acceleratore della sicurezza fai da te. Che evidentemente ai cittadini italiani non va proprio a genio, se è vero che in tutto il Paese le richieste di iscrizione negli albi delle prefetture sono state sei. In giro per la provincia di Latina qualcuno forse ci aveva pure fatto la bocca. A Fondi, per esempio, in qualche zona dove sono reiterati i furti nelle abitazioni, qualche residente si era organizzato. Una volta riuscirono anche a mettere nell’angolo una banda: peccato che si trattasse di un consesso amoroso e non di un vertice criminale. A Sezze, poi, e a Priverno, qualche gruppo di ragazzotti di belle speranze di destra si stava attrezzando di divise, che devono essere rigorosamente diverse da quelle che possano anche solo lontanamente ricordare un partito politico. Ma poi tutto è finito nel dimenticatoio. Almeno per adesso. Di storie grottesche ne abbiamo sentite tante: di poliziotti che devono intervenire a scortare i rondisti; di rondisti di destra contro rondisti di sinistra; di ronde abbigliate alla maniera nazista con tanto di aquila sul cappello e fascia al braccio. I poliziotti, poi, lamentano ogni giorno mancanza di risorse e carenze di organico. Ma quanti soldi avranno stanziato per le ronde? Il presidente della provincia di Milano (Penati, centrosinistra) aveva messo 250mila euro. Una battaglia, quella per la sicurezza, che i cittadini chiedono sia combattuta diversamente. A volte i cittadini sono più evoluti di quanto i governanti eletti credano. Per fortuna.

giovedì 5 novembre 2009

Autovelox nel ciclone, De Monaco li difende




Alessia Tomasini

Frenate gli autovelox. Sono loro, le macchinette installate sul ciglio delle strade più trafficate, a mantenere alta l’attenzione. Sono loro i “mostri” contro cui i cittadini stanno lanciando tutta la propria repressa rabbia per multe che si accatastano nelle cassette della posta e portafoglio che si svuota a suon di 50 euro a foglietto. Se la tolleranza è di 5 km orari rispetto alla velocità prevista il tasso di pazienza da parte deio cittadini è decisamente inferiore. Lo dimostra il fatto che solo un paio di giorni fa sulla Pontina un autovelox è stato sradicato, due sono stati oscurati e due manomessi. Le Poste italiane made in Latina sono ricoperte da verbali e multe che sembra stiano sfiorando quota mille. Altrettanti i ricorsi. Basta pensare che sulla 156 dei Monti Lepini c’è chi è riuscito a fare il pieno con multa all’andata e multa a ritorno. Gli autovelox sono limitatori di velocità e dovrebbero fungere da deterrenti per chi prende le strade per la pista di Vallelunga. Resta il nodo di una cultura, quella dell’automobilista che continua a vacillare tanto che spesso la presenza dei limitatori è indicata non tanto dai cartelli quanto dalle strisce delle gomme sulla strada per improvvise frenate molte delle quali creano tamponamenti. «L’amministrazione provinciale nell’installare i congegni che rilevano la velocità sulle strade interessate, ha ritenuto opportuno inserire il progetto – spiega il vice presidente della Provincia, Salvatore De Monaco -di localizzazione all’interno del sito istituzionale nella sezione sicurezza stradale, dove sono indicate già da un anno le chilometriche esatte di posizionamento degli autovelox e addirittura una foto». I proventi delle multe saranno utilizzate per l’80% per potenziare e migliorare la segnaletica stradale. Il 16,50 % va ad interventi per la sicurezza stradale a tutela degli utenti deboli, l’1,50% per corsi finalizzati all’educazione stradale, lo 0,50 % per la redazione dei piani , l’1,50 % a fornitura di mezzi per i servizi di polizia stradale di competenza. «Il tutto - conclude De Monaco - a differenza di tante amministrazioni che li utilizzano per risanare i propri bilanci». Nonostante i buoni propositi la polemica continua e gli autovelox restano il nemico da abbattere.

"Perdono l'amore" di Alessia Tomasini a Radio 1 Rai con Maurizio Costanzo



Notte e parole, se la voce arriva dalla radio è subito magia. Tra i minuti pieni di stelle i pensieri si rincorrono, sul filo del telefono le domande cedono veloci il passo alle risposte, e in un attimo ci si trova immersi tra le pagine di “Per dono l'amore”, il libro di Alessia Tomasini che la stessa autrice racconta, insieme alla sua vita e alle emozioni che lo hanno scritto. A chiedere è Maurizio Costanzo con quella sua capacità nell'incuriosirsi di tutto e di tutto trovare immediatamente la chiave di lettura più profonda. “Per dono l'amore” o “Pèrdono” o “Perdòno”? Si parte dal gioco di parole creato dal titolo del libro, scherzando sui significati, per arrivare in pochi secondi dietro le quinte della scrittura. Un sussurro prima, la sicurezza dopo, un sorriso che sfiora le labbra e torna a chi sa acoltare.
“Accendete la radio e spegnete la luce....” diceva una canzone degli anni '80, quando le emozioni erano accompagnate dalla penombra, in quella penombra l'appuntamento di questa notte è alle 00:25 con "L'Uomo della Notte" sulle frequenze di Rai Radio 1 FM(MHz) 88.7 con Alessia Tomasini intervistata da Maurizio Costanzo.

FORMIA - Cupo: «Ma che pretese!»

Il neo assessore si inserisce nella querelle Golfo Ambiente e si scaglia contro l’ex presidente

 Raffaele Vallefuoco

Venerdì 6 Novembre 2009


Il neo assessore Pasquale Cardillo Cupo si inserisce nella querelle Golfo Ambiente. A Scatenare la discussione un’interrogazione consiliare vergata Sandro Bartolomeo, capogruppo Pd, attraverso la quale l’ex sindaco incalzava l’amministrazione sulo stato di liquidazione della società municipalizzata. Le repliche e le controrepliche si sono sprecate. Arriviamo oggi a quella di Cupo. L’assessore afferma: «Un’interrogazione consiliare non può diventare il pretesto per tenere sulle pagine dei giornali un ex consigliere comunale ed ex presidente di una società municipalizzata. Gli ex di norma non trovano titoli e non trovano spazi. Se nell’intervento dell’assessore o del sindaco l’avv. Aprea avesse riscontrato diffamazioni o calunnie è libero di querelare ma certamente è censurabile che lo minacci solo sulla stampa. Mi chiedo – sottolinea l’assessore Cardillo Cupo – con quale faccia un ex consigliere comunale pretenda dall’amministrazione un suo personale e congruo risarcimento per il solo fatto che la società di cui era presidente è stata sciolta. Ci spieghi Aprea quali sono le logiche che spingono un amministratore a rivendicare pretese sulla cassa e le finanze pubbliche in un momento di difficoltà economica per tutti. Dove sta il senso della responsabilità ? Lo spieghi a quei cittadini che non hanno lavoro e pane di cosa si sta parlando e cosa sta rivendicando l’ex consigliere-presidente, nominato dal suo sindaco a dirigere una società prima che la stessa vedesse la luce. Perché non informa i cittadini anche sulla cifra del risarcimento ? In politica – continua Cupo - bisognerebbe privilegiare sempre l’aspetto etico e amministrativo a tutela degli interessi collettivi della gente. Ci sorprende a riguardo il comportamento della stampa locale nel dare risonanza e voce ad una espressione che non ha più compiti e ruoli politici e amministrativi ma che difende solo sue posizioni personali. Il chiasso che si è fatto in aula chiama – a mio avviso -  in causa anche il regolamento consiliare in materia di interrogazioni ed interpellanze. Questi istituti all’interno del consiglio comunale di Formia vengono completamente stravolti. Una interrogazione non può trasformarsi in un ordine del giorno e consentire una discussione generale di consiglio comunale. Siamo fuori da ogni contesto e logica amministrativa. La prassi vuole che un consigliere interroga e l’assessore o il sindaco risponda dopodiché il consigliere si dichiara soddisfatto o insoddisfatto e finisce lì. L’iter ha un suo schema preciso e rispetta anche dei tempi. Sarebbe opportuno – conclude l’assessore Cardillo Cupo - stabilire delle apposite sedute sulle interrogazioni con la formula del “question time”. Modifiche al regolamento di Consiglio Comunale che andrebbero adottate in tempi rapidi  per consentire un migliore e più agevole svolgimento dei lavori consiliari».


Aprea: «Rivendico il risarcimento per l’atto scellerato»

L'ex presidente della Golfo Ambiente, Mattia Aprea, non ci sta. Non digerisce proprio la replica dell'assessore Pasquale Cardillo Cupo. Nell'ormai fisiologica contro - controrisposta non si risparmia. La sua disamina è puntale quanto le accuse mossegli. Afferma: «In questo dibattito non sono intervenuto con un'interpellanza, ma in quanto chiamato direttamente in causa dal sindaco Michele Forte, il quale mi ha colpito frontalmente». Quindi passa all'attacco in merito alla presunta illegittimità della sua replica. Per scacciarla si affida all’investitura elettorale ricevuta a suo tempo: «Io - ricostruisce - sono stato amministratore eletto dal popolo e l'assessore Cardillo Cupo mi sembra sia stato nominato. Non capisco a che titolo parla». L'assessore alla Viabilità parla di «aspetto etico», Mattia Aprea risponde: «Per ricoprire l'incarico alla Golfo Ambiente mi sono dimesso da consigliere comunale, anche se non c'era incompatibilità, almeno fino a quando non mi sono stati dati i servizi. Potevo restare consigliere, ma non lo fatto. Ritengo di essere una persona corretta, per questo ho rinunciato al doppio incarico. Mi si dice che utilizzo questa questione per farmi spazio sui giornali? Non esperisco questi mezzucci. Ci sono comunque per via della mia professionalità».  Quindi intervenendo sul merito delle pretese, Aprea afferma: «Io rivendico il risarcimento per l'atto politico scellerato messo in atto da questa amministrazione. In primis perché ha tolto lavoro ai dipendenti dell'azienda. Mentre dal canto mio ho dovuto fare scelte limitanti per la mia carriera forense. Si documentasse l'assessore Cardillo Cupo, visto che dimostra di non conoscere la vicenda». Poi, Aprea biasima la natura stessa della replica: «Questa moda di fare il cortigiano non mi piace. Difendere l'altrui posizioni è biasimevole. Se il sindaco doveva dirmi qualcosa poteva  farlo direttamente. Mi sembra che voglia solo apparire». Inoltre, tornado sull'etica: «L’assessore dice che bisognerebbe privilegiare sempre l’aspetto etico e amministrativo a tutela degli interessi collettivi della gente. Mi fa specie quindi che abbia aderito ad un'amministrazione che ha mandato sul lastrico 20 famiglie. Un terribile salto della quaglia» accusa in conclusione quasi togliendosi un sassolino dalla scarpa. 

21 chiese un municipio






Lidano Grassucci



In Chiesa la domenica ci vanno in pochi, il 12% della popolazione. Di magro il venerdì non mangia più nessuno, la quaresima per tanti è una gallina un po’ grassa. Marrazzo andava sempre dal Papa, per farsi la foto, finanziava un eremo in Siria per zelo in Cristo, poi la sera se la girava per via Gradoli. Ho assistito a un assemblea di un partito cattolico dove si inveiva contro il divorzio, peste del XXI secolo, e i leader erano tutti divorziati. E sapete qual è il problema? Il crocefisso a scuola, la nostra identità è tutta lì. Lì sul muro.
Ho sentito la signora Palombelli, di fresco tornata alla Chiesa, che sosteneva: «E’ chiaro che la gente non va in chiesa, le messe sono in orari scomodi». Lo dovrebbe andare a dire ai cristiani del Sudan, a quelli delle catacombe, ai missionari. Signora la Fede non è mai “comoda”. Sono comodi i sofà, le autovetture, la Fede no.
Da noi si fa finta di credere, basta mostrare. Non è cristiano di più chi ha in petto una croce d’oro grossa come una mano. L’identità di un Paese è cosa profonda. E gli immigrati non hanno nulla a che fare con la vicenda del crocefisso sulle pareti delle scuole è uno dei temi del confronto tra laici e cattolici da decenni. 150 anni fa molti chierici volevano far credere la popolo che la Chiesa sarebbe finita senza il potere temporale. Si erano inventati che Roma era roba loro, dei preti, per via di Costantino che l’aveva data in dote proprio a loro. I bersaglieri fecero Roma italiana e la Chiesa del mondo. Il giorno dopo che il fardello del potere temporale era finito la chiesa di Cristo divenne più potente nel mondo. Non credo che la forza della Chiesa sia in un crocefisso a scuola, ma nel profondo delle coscienze di chi crede, non credo che la nostra identità sia tutta lì. Credo che l’identità sta nei valori, che hai dentro.
Servirebbe la Fede, servirebbe per chi ne ha.
Per me laico vale il principio di tener lontano lo Stato dalle coscienze, lo Stato si occupa delle cose degli uomini. Per quelle di Dio c’è la Chiesa, nel mio Paese erano 21 le chiese, ma c’era un solo municipio. Ciascuno preghi come vuole, dove vuole, ma in Comune parliamo di strade, di fogne, di marciapiedi, di acqua ma non di Dio.