domenica 27 giugno 2010

Sarebbe… un Paese per giovani.


 Fabrizio Bellini


Il 26 giugno è apparso sulle colonne del Corriere della Sera un articolo dal contestabile titolo “Non è un Paese per giovani” a firma Pierluigi Battista. Ora, scusate l’impudenza, perché Battista è una delle più prestigiose firme del giornalismo italiano, ma a me è sembrato un po’ banale, non all’altezza di cotanto calamo. Flaneur, direbbero i francesi; vago, gli italiani. Per prima cosa, Paese.
 Battista lo scrive con la maiuscola, ma rimane la peggior sineddoche che si possa immaginare. La parte per il tutto l’individua meglio Checco Zalone in “Viva la sineddoche”. L’Italia è una nazione, Sezze un paese. La maiuscola non cambia la sostanza delle cose. E poi i giovani. È ovvio che i vecchi di oggi sono i giovani di ieri e i defunti di domani. Questa sequenza non la può cambiare nessuno. Battista sostiene che i vecchi sono così potenti e tenacemente consorziati che impediscono ai giovani di emergere. E quindi il Paese, aridaje, così come l’hanno costruito, va verso il declino. Ultima chiamata, bisogna cambiare. A sostegno di questa tesi la solita stramuffa citazione dei “pischelli” Obama, Blair, Zapatero e via dicendo che nei loro “Paesi” hanno trovato spazio. Avrà ragione? Direi di no. Infatti, chi se non questo Paese, come dice lui, Nazione sarebbe meglio, ha preparato i giovani di ieri, ovvero i vecchi di oggi? Con tutte le insufficienze, le approssimazioni, gli arroccamenti e le miserie messe in campo dai defunti di oggi che erano i vecchi di ieri? Questo per dire che il presente si fonda su un ciclo formativo completo e naturale e non è giusto analizzarlo in parte, in un momento dato e con una tesi preconfezionata. Obama e Company sono figli di un tempo che a sua volta è il frutto di un altro tempo e così via a scalare. Che senso ha giudicare e valutare solo l’istante? È la qualità complessiva del processo che certifica il prodotto. Un esempio. Ho preso la maturità classica come mio padre. All’esame io portavo il programma del terzo anno con i riferimenti degli altri due. Mio padre, al tempo suo, presentò il programma completo dei tre anni di liceo. Confrontando i nostri diciotto anni si può dire che lui, in quel momento, era più preparato di me. E poi? Nulla di più, perché il resto lo abbiamo fatto da soli. Lui è diventato un grande avvocato e io uno zotico. La colpa è mia, non del Paese. Mio figlio, maturità classica a sessantesimi, è diventato anche lui, dicono, un ottimo avvocato. Io, sono rimasto uno zotico. Merito suo e colpa mia. Non c’entrano né il sistema scolastico, né la politica, né la società né, tanto meno, il Paese. È solo che a me non è mai andato di fare niente. Non mi va di fare niente, sono pigro e quindi limitato. Tre epoche, tre generazioni, tre prodotti. Ma tutti costruiti dalla stessa Nazione, dallo stesso ambiente e dallo stesso periodo storico. Spalmato sull’intero arco generazionale il sistema ha funzionato e il mio personale insuccesso non ne inficia il principio perché mio figlio, comunque, ha recuperato su mio padre. Il vecchio Lippi che oggi ha perso il mondiale di calcio è la stessa persona che quattro anni fa l’ha vinto. Che è cambiato? Il giovane Marchetti! È scarso, ed è solo colpa sua. Il vecchio Buffon era molto più bravo. Le responsabilità, i limiti, rimangono personali. Un portiere più bravo, in questo preciso momento, non c’è. Sicuramente ci sarà domani. Ancora un esempio. A Latina, finalmente, abbiamo un assessore regionale, Stefano Zappalà, classe 1941, settant’anni scarsi. Pensate che abbia manovrato per bloccare qualche giovane? Che abbia architettato chissà quali intrighi?  Certamente no, sicurissimamente no. È solo che un giovane più bravo di lui, in Provincia, oggi, non c’è. Domani, se si sveglieranno i vari Di Giorgi, De Marchis & Co., forse. In politica Bossi è il vecchio e Cota il giovane. Prodi il vecchio e Madia la giovane. De Mita il vecchio e Franceschini il giovane. Li scambiereste? È colpa del “Paese”? In natura è la stessa cosa. In mezzo al branco delle vacche c’è sempre un toro. Le monta tutte fino a quando un torello giovane non si dimostra più forte e potente di lui e lo caccia via. Se non ci riesce finisce al macello e il vecchio continua a godere beato tra le femmine fino al successivo riproduttore. Purché gagliardo. Il nostro, dunque, sarebbe un Paese per giovani. Se ci fossero giovani capaci di sostituire i vecchi. Oggi.

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