Sergio Corsetti
C'è qualcosa che non va. Lo canta anche il mitico Vasco. I dati sulla crisi finanziaria delle famiglie italiane, probabilmente, non coincidono con quello che si vede in giro. Prendiamo un venerdì in provincia di Latina. Alle 10 di mattina non si trova un posto a Sacramento. E dire che il parcheggio costa, per non parlare di ombrellone e sdraio. A Sabaudia al mare si sosta in seconda fila. Sperlonga viene presa d'assalto: solo posti in piedi. Per trovare un fazzoletto di spiaggia occorre andare nei posti un po' più "infrattati", l'unica resta puntare su Torre Astura. Per non parlare della serata-nottata. Fila di auto fino a notte inoltrata da Capoportiere a Foceverde. Locali presi d'assalto. Trattorie, pizzerie e gelaterie tutte piene. I luoghi classici della "movida" pontina si presentano con il tutto esaurito. Nella zona dei pub è giorno fino all'alba. Allora? Verrebbe da cantare "ma cos'è questa crisi?". Sembra proprio che non coincidano i dati economici con quello che si vede; un po' il discorso sulla percezione di un fenomeno. Se per un fine settimana, anche nei giorni immediatamente successivi a Ferragosto, c'è tanta gente che gira fino a notte fonda, con quel che costa farlo, probabilmente tutto questo allarmismo sui redditi bassi dovrebbe rientrare o quanto meno essere ridimensionato. A meno che, pur di apparire alla moda e per non farsi mancare nulla, il "pontino" abbia deciso di effettuare tagli in altri settori. Un vestito in meno ma tante Tennent's in più. Non si cambia il materasso ma non si rinuncia al Kebab. Si risparmia sul pesce ma non si bada a spese per il cellulare. Allora qualcosa non funziona. Non reggono gli allarmi tipo non si arriva alla quarta settimana; le difficoltà iniziano alla terza, aumenta vertiginosamente il numero dei poveri anche nel ceto che una volta era quello borghese. Non sarà che semplicemente i consumatori hanno modificato, o stanno modificando, i loro consumi sulla base di nuovi bisogni e i centri di ricerca economica ancora non riescono a registrarlo? Almeno all'apparenza pare proprio che "il pontino" riesca comunque a non farsi mancare nulla.
sabato 22 agosto 2009
venerdì 21 agosto 2009
CORI - Posto auto controverso, l'opposizione si fa sentire
Maria Corsetti
Deficit di legalità in materia urbanistica ed edilizia a Cori: a sostenerlo i consiglieri comunali del Popolo della libertà Angelo Sorcecchi, Massimo Ciardi e Tommaso Bianchi che ieri hanno presentato un’interrogazione scritta al sindaco Tommaso Conti – che ha tenuto per sé la delega all’urbanistica e all’edilizia privata, sulle procedure adottate e sulla interpretazione della legge Tognoli. Legge emanata nel 1999 e che, lo ricordiamo, permette la realizzazione di posti auto interrati corrispondenti a quelle unità immobiliari che non ne sono dotate e nel caso non ci siano nelle vicinanze del fabbricato possibilità di posteggiare le vetture. Ma vediamo nel dettaglio a cosa si riferiscono i consiglieri di opposizione. La vicenda prende le mosse da un recente permesso rilasciato in adiacenza del Convento di San Francesco. Stando a quanto rilevato da Sorcecchi, Ciardi e Bianchi, dall’ufficio tecnico comunale sarebbe stato rilasciato il permesso a costruire per la realizzazione di un garage richiamando la legge Tognoli, nonostante in quell’area ci fosse già un posto auto. Non solo, ma la superficie del garage autorizzato è tale che all’interno potrebbero trovare posto oltre 5 automobili, non giustificando in questo modo l’effettiva esigenza a realizzare un parcheggio. I dubbi, inoltre, emergono sulle procedute adottate dal comune di Cori nel rilascio dei relativi “permessi di costruire” e quindi del mancato parere del consiglio comunale per quelli in deroga al piano regolatore generale. «Più volte – spiegano i consiglieri in una nota - abbiamo mostrato perplessità sull’intera gestione del territorio e del patrimonio immobiliare di Cori e Giulianello e quindi vorremmo che l’amministrazione iniziasse in merito a dare risposte concrete ai cittadini che rappresentiamo all’insegna di una vera e propria “campagna di legalità”».
Deficit di legalità in materia urbanistica ed edilizia a Cori: a sostenerlo i consiglieri comunali del Popolo della libertà Angelo Sorcecchi, Massimo Ciardi e Tommaso Bianchi che ieri hanno presentato un’interrogazione scritta al sindaco Tommaso Conti – che ha tenuto per sé la delega all’urbanistica e all’edilizia privata, sulle procedure adottate e sulla interpretazione della legge Tognoli. Legge emanata nel 1999 e che, lo ricordiamo, permette la realizzazione di posti auto interrati corrispondenti a quelle unità immobiliari che non ne sono dotate e nel caso non ci siano nelle vicinanze del fabbricato possibilità di posteggiare le vetture. Ma vediamo nel dettaglio a cosa si riferiscono i consiglieri di opposizione. La vicenda prende le mosse da un recente permesso rilasciato in adiacenza del Convento di San Francesco. Stando a quanto rilevato da Sorcecchi, Ciardi e Bianchi, dall’ufficio tecnico comunale sarebbe stato rilasciato il permesso a costruire per la realizzazione di un garage richiamando la legge Tognoli, nonostante in quell’area ci fosse già un posto auto. Non solo, ma la superficie del garage autorizzato è tale che all’interno potrebbero trovare posto oltre 5 automobili, non giustificando in questo modo l’effettiva esigenza a realizzare un parcheggio. I dubbi, inoltre, emergono sulle procedute adottate dal comune di Cori nel rilascio dei relativi “permessi di costruire” e quindi del mancato parere del consiglio comunale per quelli in deroga al piano regolatore generale. «Più volte – spiegano i consiglieri in una nota - abbiamo mostrato perplessità sull’intera gestione del territorio e del patrimonio immobiliare di Cori e Giulianello e quindi vorremmo che l’amministrazione iniziasse in merito a dare risposte concrete ai cittadini che rappresentiamo all’insegna di una vera e propria “campagna di legalità”».
APRILIA - Scuola e cultura, le sfide di Patricia Renzi
Maria Corsetti
Sono i giorni più caldi dell’anno, quelli in cui sembra che l’estate non finirà mai, eppure tra gli scaffali dei supermercati costumi e ombrelloni hanno ceduto il posto a quaderni e matite. Segno che il conto alla rovescia verso l’inizio dell’anno scolastico è iniziato. Lo sa bene chi deve fare i conti con le strutture di una città come Aprilia, dove c’è un incremento del 5% della popolazione giovanissima. Il che, da un punto di vista delle strutture, si traduce in bisogno di aule, banchi, sedie in più. È l’urgenza più pressante alla quale ha dovuto fare fronte Patricia Renzi, assessore alla cultura e alla pubblica istruzione del Comune di Aprilia. «Abbiamo dovuto fare una corsa con il tempo – spiega la Renzi – teniamo presente che con il ballottaggio abbiamo iniziato a lavorare due settimane dopo le altre amministrazioni. Questo ci ha portato a ridosso dell’inizio dell’anno scolastico, abbiamo dovuto fare in modo di non disperdere le energie, di essere tempestivi nel seguire pratiche iniziate in precedenza, ma che rischiavano di andare perse per decorrenza di termini. Siamo riusciti a confermare il finanziamento dell’Inail di 358mila euro per la messa in sicurezza dell’istituto comprensivo Menotti Garibaldi, per quanto riguarda, invece, il Pascoli, arriverà un finanziamento dalla Regione. Ora la sfida da vincere entro 20 giorni è quello dell’abbattimento delle barriere architettoniche in alcune scuole».
Dalla scuola alla cultura, altra sfida non facile. «C’è chi dice che la città di Aprilia è senza cultura e questo è un errore enorme. Aprilia ha un grande fermento culturale, ci sono ottimi artisti nel campo della musica, delle arti figurative, del teatro. Spesso la gente non sa e dà giudizi affrettati. Forse dipende anche da una comunicazione insufficiente. Sotto questo punto di vista, grazie all’interessamento di Roberta Angeloni, una donna molto sensibile, una scrittrice, stiamo riattivando il sito www.apriliacultura.it, affinché diventi un punto di riferimento per chi produce cultura e per chi vuole fruirne». Il sogno nel cassetto? «Realizzare un Museo civico».
Sono i giorni più caldi dell’anno, quelli in cui sembra che l’estate non finirà mai, eppure tra gli scaffali dei supermercati costumi e ombrelloni hanno ceduto il posto a quaderni e matite. Segno che il conto alla rovescia verso l’inizio dell’anno scolastico è iniziato. Lo sa bene chi deve fare i conti con le strutture di una città come Aprilia, dove c’è un incremento del 5% della popolazione giovanissima. Il che, da un punto di vista delle strutture, si traduce in bisogno di aule, banchi, sedie in più. È l’urgenza più pressante alla quale ha dovuto fare fronte Patricia Renzi, assessore alla cultura e alla pubblica istruzione del Comune di Aprilia. «Abbiamo dovuto fare una corsa con il tempo – spiega la Renzi – teniamo presente che con il ballottaggio abbiamo iniziato a lavorare due settimane dopo le altre amministrazioni. Questo ci ha portato a ridosso dell’inizio dell’anno scolastico, abbiamo dovuto fare in modo di non disperdere le energie, di essere tempestivi nel seguire pratiche iniziate in precedenza, ma che rischiavano di andare perse per decorrenza di termini. Siamo riusciti a confermare il finanziamento dell’Inail di 358mila euro per la messa in sicurezza dell’istituto comprensivo Menotti Garibaldi, per quanto riguarda, invece, il Pascoli, arriverà un finanziamento dalla Regione. Ora la sfida da vincere entro 20 giorni è quello dell’abbattimento delle barriere architettoniche in alcune scuole».
Dalla scuola alla cultura, altra sfida non facile. «C’è chi dice che la città di Aprilia è senza cultura e questo è un errore enorme. Aprilia ha un grande fermento culturale, ci sono ottimi artisti nel campo della musica, delle arti figurative, del teatro. Spesso la gente non sa e dà giudizi affrettati. Forse dipende anche da una comunicazione insufficiente. Sotto questo punto di vista, grazie all’interessamento di Roberta Angeloni, una donna molto sensibile, una scrittrice, stiamo riattivando il sito www.apriliacultura.it, affinché diventi un punto di riferimento per chi produce cultura e per chi vuole fruirne». Il sogno nel cassetto? «Realizzare un Museo civico».
LATINA - Matrimonio sì, ma senza genitori
Maria Corsetti
Storie di ordinaria burocrazia, ma almeno si sapesse dove andare a chiedere. Giovanna è una ragazza albanese che risiede a Latina da più di un anno, da quando cioè si è sposata con un ragazzo italiano, conosciuto in Albania. Un matrimonio felice al punto che Giovanna, di religione cattolica, ha deciso di consacrare le proprie nozze in chiesa. Nessun problema con la parrocchia - il sì è previsto per metà settembre – ma a questo punto Giovanna desidererebbe avere vicino a sé i propri genitori in un giorno così importante. A questo punto parte la saga del permesso. Per consentire alla sua famiglia di raggiungerla in quei giorni c’è bisogno di un “invito” in Italia. Giovanna si attiva, inizia a girare per uffici e sportelli, ma nessuno le sa dare indicazioni precise. Viene a sapere che c’è bisogno di versare una sorta di fideiussione a garanzia, si reca quindi in una banca, dove l’impiegato allo sportello le dice che sì, è possibile versare lì la somma, ma non saprebbe dirle a quanto ammonta. Il risultato è che, a nemmeno un mese dalle nozze, Giovanna si sta facendo una ragione del fatto che probabilmente quel giorno non avrà vicino la sua mamma. E pensare che, oltre al suo credo che l’aveva spinta al rito religioso, Giovanna aveva pensato alle sue nozze come al giorno in cui riunire tutta la sua famiglia, Un matrimonio normale, insomma. Ma a Latina non si riesce proprio a capire come si fa. «In uno degli uffici dove mi sono recata – racconta Giovanna, che parla un italiano perfetto avendo studiato dalle suore italiane quando era nel suo paese – c’era un cartello che diceva “chiuso per motivi personali fino al 20 luglio”, dopo qualche giorno lo stesso ufficio era chiuso per ferie. Che devo fare? La mia mamma mi ha preparato il vestito per il matrimonio, ha detto che me lo spedirà. Poi, appena sarà possibile, andremo a trovarla. Le manderò le foto, ci sentiremo per telefono, ma non sarà la stessa cosa che averla qui. Io a Latina mi trovo benissimo, e non capisco proprio perché non si riesca a venire a capo di questa situazione».
Storie di ordinaria burocrazia, ma almeno si sapesse dove andare a chiedere. Giovanna è una ragazza albanese che risiede a Latina da più di un anno, da quando cioè si è sposata con un ragazzo italiano, conosciuto in Albania. Un matrimonio felice al punto che Giovanna, di religione cattolica, ha deciso di consacrare le proprie nozze in chiesa. Nessun problema con la parrocchia - il sì è previsto per metà settembre – ma a questo punto Giovanna desidererebbe avere vicino a sé i propri genitori in un giorno così importante. A questo punto parte la saga del permesso. Per consentire alla sua famiglia di raggiungerla in quei giorni c’è bisogno di un “invito” in Italia. Giovanna si attiva, inizia a girare per uffici e sportelli, ma nessuno le sa dare indicazioni precise. Viene a sapere che c’è bisogno di versare una sorta di fideiussione a garanzia, si reca quindi in una banca, dove l’impiegato allo sportello le dice che sì, è possibile versare lì la somma, ma non saprebbe dirle a quanto ammonta. Il risultato è che, a nemmeno un mese dalle nozze, Giovanna si sta facendo una ragione del fatto che probabilmente quel giorno non avrà vicino la sua mamma. E pensare che, oltre al suo credo che l’aveva spinta al rito religioso, Giovanna aveva pensato alle sue nozze come al giorno in cui riunire tutta la sua famiglia, Un matrimonio normale, insomma. Ma a Latina non si riesce proprio a capire come si fa. «In uno degli uffici dove mi sono recata – racconta Giovanna, che parla un italiano perfetto avendo studiato dalle suore italiane quando era nel suo paese – c’era un cartello che diceva “chiuso per motivi personali fino al 20 luglio”, dopo qualche giorno lo stesso ufficio era chiuso per ferie. Che devo fare? La mia mamma mi ha preparato il vestito per il matrimonio, ha detto che me lo spedirà. Poi, appena sarà possibile, andremo a trovarla. Le manderò le foto, ci sentiremo per telefono, ma non sarà la stessa cosa che averla qui. Io a Latina mi trovo benissimo, e non capisco proprio perché non si riesca a venire a capo di questa situazione».
giovedì 20 agosto 2009
LA FORMICA ROSSA - Che rabbia contessa: il lavoro c'è, mancano i lavoratori
Teresa Faticoni
Poi la Lega e i leghisti di ritorno si scatenano: lo dice Bankitalia, lo conferma uno che ha il polso della situazione. Di lavoro ce ne sarebbe, mancano i lavoratori. I fatti: la settimana scorsa la Banca d’Italia aveva diffuso una ricerca in cui si evidenziava che «la crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazioni per gli italiani» e «l’esistenza di complementarietà tra gli stranieri e gli italiani più istruiti e le donne». Insomma, gli extracomunitari non rubano il lavoro agli italiani. Poi Loris Del Vicario, imprenditore e presidente di Confartigianato Latina, annuncia che ci sono 100mila posti di lavoro nell’artigianato che non riescono a trovare titolare. Un po’ come mettere il fiato sul collo a quelli che cercano lavoro ma sperano di non trovarlo. In un mondo in cui si ambisce al reddito e non al lavoro, la denuncia di Del Vicario unita allo studio di Bankitalia è illuminante. Nell’artigianato si impara un mestiere, ci si sporca le mani con la produzione, si fa. Semplicemente si fa, in italiano voce desueta del verbo fare. In centinaia di altre lingue no. Sui camioncini dei padroni le facce brune delle donne che una trentina di anni fa, nelle campagne dell’Agro pontino, andavano con la schiena curva a prendere il raccolto nei campi, sono state sostituite da volti di indiani, marocchini, e altri. Non ci rubano il lavoro, prendono le briciole lasciate da noi alla tavola del borghesismo. E infatti la banca centrale aggiunge che «l’afflusso di lavoratori stranieri impiegati con mansioni tecniche e operaie può aver sostenuto la domanda di lavoro per funzioni gestionali e amministrative che richiedono qualifiche più elevate, maggiormente rappresentate tra gli italiani». Siamo diventati tutti colletti bianchi, «anche l'operaio vuole il figlio dottore» si diceva negli anni della contestazione in una bella canzone che si intitola Contessa. E il ritornello non è mai cambiato.
Poi la Lega e i leghisti di ritorno si scatenano: lo dice Bankitalia, lo conferma uno che ha il polso della situazione. Di lavoro ce ne sarebbe, mancano i lavoratori. I fatti: la settimana scorsa la Banca d’Italia aveva diffuso una ricerca in cui si evidenziava che «la crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazioni per gli italiani» e «l’esistenza di complementarietà tra gli stranieri e gli italiani più istruiti e le donne». Insomma, gli extracomunitari non rubano il lavoro agli italiani. Poi Loris Del Vicario, imprenditore e presidente di Confartigianato Latina, annuncia che ci sono 100mila posti di lavoro nell’artigianato che non riescono a trovare titolare. Un po’ come mettere il fiato sul collo a quelli che cercano lavoro ma sperano di non trovarlo. In un mondo in cui si ambisce al reddito e non al lavoro, la denuncia di Del Vicario unita allo studio di Bankitalia è illuminante. Nell’artigianato si impara un mestiere, ci si sporca le mani con la produzione, si fa. Semplicemente si fa, in italiano voce desueta del verbo fare. In centinaia di altre lingue no. Sui camioncini dei padroni le facce brune delle donne che una trentina di anni fa, nelle campagne dell’Agro pontino, andavano con la schiena curva a prendere il raccolto nei campi, sono state sostituite da volti di indiani, marocchini, e altri. Non ci rubano il lavoro, prendono le briciole lasciate da noi alla tavola del borghesismo. E infatti la banca centrale aggiunge che «l’afflusso di lavoratori stranieri impiegati con mansioni tecniche e operaie può aver sostenuto la domanda di lavoro per funzioni gestionali e amministrative che richiedono qualifiche più elevate, maggiormente rappresentate tra gli italiani». Siamo diventati tutti colletti bianchi, «anche l'operaio vuole il figlio dottore» si diceva negli anni della contestazione in una bella canzone che si intitola Contessa. E il ritornello non è mai cambiato.
"Non se po’ sape' tutto nella vita"
Sergio Corsetti
Prima anche gli asini, adesso solo gli scienziati. La nuova è che per essere ammessi agli esami di maturità gli alunni dovranno avere almeno la sufficienza in tutte le discipline. Lo stabilisce il decreto "Regolamento sulla valutazione degli alunni" pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. "Bene, bravi, bis" sarà l'accoglienza del provvedimento: finalmente si chiede maggiore serietà e impegno nello studio. Finalmente torna il rigore. Il Governo avrà un'altra bandierina di cui vantarsi. Poi, a pensarci bene, un dubbio viene. Ma da che mondo è mondo gli studenti hanno avuto il loro punto debole. Hanno portato la loro croce. Da un rapido sondaggio in redazione, a eccezione di un giornalista che andava bene in tutte le materie, almeno una lacuna nella preparazione la evidenziano tutti. Per non parlare dell'esperienza diretta di docente. Se il provvedimento dovesse essere applicato "letteralmente" quanti alunni andrebbero di diritto agli esami? Probabilmente le commissioni di esami a giugno potrebbero dedicarsi alla lettura o alle parole crociate. Per chi è in grado anche l'uncinetto potrebbe andar bene. La questione di fondo è che in Italia amiamo passare da un eccesso all'altro. Dal più estremo lassismo al rigore più assoluto. Per non parlare poi del fatto che spesso si fanno le riforme a rovescio. Il buon senso vorrebbe che in una riforma dell'istruzione prima si stabiliscano i percorsi formativi e i criteri, solo successivamente i criteri di valutazione. Troppo facile. Allora meglio partire dalla fine. Il decreto, poi, prevede la presenza dell'insegnamento della religione cattolica nella formulazione del giudizio di ammissione. In un colpo solo la Gelmini ha messo a tacere l'ordinanza del Tar, dispositivo volto a evitare discriminazioni di trattamento per gli alunni che non si avvalgono dell'insegnamento della religione. Tanto tuonò che non piovve. Ogni cosa è stata rimessa al proprio posto.
Prima anche gli asini, adesso solo gli scienziati. La nuova è che per essere ammessi agli esami di maturità gli alunni dovranno avere almeno la sufficienza in tutte le discipline. Lo stabilisce il decreto "Regolamento sulla valutazione degli alunni" pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. "Bene, bravi, bis" sarà l'accoglienza del provvedimento: finalmente si chiede maggiore serietà e impegno nello studio. Finalmente torna il rigore. Il Governo avrà un'altra bandierina di cui vantarsi. Poi, a pensarci bene, un dubbio viene. Ma da che mondo è mondo gli studenti hanno avuto il loro punto debole. Hanno portato la loro croce. Da un rapido sondaggio in redazione, a eccezione di un giornalista che andava bene in tutte le materie, almeno una lacuna nella preparazione la evidenziano tutti. Per non parlare dell'esperienza diretta di docente. Se il provvedimento dovesse essere applicato "letteralmente" quanti alunni andrebbero di diritto agli esami? Probabilmente le commissioni di esami a giugno potrebbero dedicarsi alla lettura o alle parole crociate. Per chi è in grado anche l'uncinetto potrebbe andar bene. La questione di fondo è che in Italia amiamo passare da un eccesso all'altro. Dal più estremo lassismo al rigore più assoluto. Per non parlare poi del fatto che spesso si fanno le riforme a rovescio. Il buon senso vorrebbe che in una riforma dell'istruzione prima si stabiliscano i percorsi formativi e i criteri, solo successivamente i criteri di valutazione. Troppo facile. Allora meglio partire dalla fine. Il decreto, poi, prevede la presenza dell'insegnamento della religione cattolica nella formulazione del giudizio di ammissione. In un colpo solo la Gelmini ha messo a tacere l'ordinanza del Tar, dispositivo volto a evitare discriminazioni di trattamento per gli alunni che non si avvalgono dell'insegnamento della religione. Tanto tuonò che non piovve. Ogni cosa è stata rimessa al proprio posto.
ROCCAGORGA - La supersquadra antincendi

Teresa Faticoni
«Sono un volontario come tutti gli altri». Tommaso Ciarmatore è stato dieci anni nella protezione civile di Roccagorga. Poi si è candidato alle scorse elezioni amministrative, è stato eletto in consiglio comunale e il sindaco Carla Amici gli ha assegnato la delega alla protezione civile e alla prevenzione e tutela del territorio. Ha 25 anni. E la sua è la storia di un ragazzo che sin da piccolo ha creduto che i Monti Lepini sono un territorio troppo bello per essere lasciato morire sotto le lingue del fuoco, sotto l’incuria. Insomma, un ragazzo che cresce in una realtà, poi diventa grande e quella realtà la prende in mano. Una storia bellissima. In questi giorni lo raggiungevamo al telefono mentre stava sul Monte Castello, dove la mano di qualcuno era spinta dall’assurdo istinto di appiccare il fuoco. E di rifarlo ancora non si sa per quante volte. I ragazzi della protezione civile comunale di Roccagorga stavano sempre lì. Sono in tutto, quelli della squadra antincendi, una 20ina. Ma l’associazione ha circa 40 iscritti, con una sede che si trova proprio sotto la scuola media Anna Frank di Roccagorga. «Facciamo attività di prevenzione e pattugliamento – ci racconta il giovane consigliere comunale -, interveniamo in inverno per frane e smottamenti che capitano spesso in un paesino collinare, e poi abbiamo la squadra antincendio che è il lavoro che ci porta via più tempo e più energie». Da maggio a settembre molto impegno è anche dedicato alla prevenzione «quando ci riusciamo» dice Ciarmatore con un sorriso amaro. Ma da Roccagorga sono partiti, coordinati dal presidente Franco Ciotti, anche per l’emergenza del terremoto in Abruzzo. I mezzi a disposizione della squadra sono due: uno con capienza 300 e l’altro 400 litri di acqua. Operai, studenti, neolaureati, imprenditori, tutti insieme e tutti volontari per una unica causa che è la salvaguardia dell’ambiente che sottrae tempo alla famiglia e alle vacanze. Non operano solo a Roccagorga, ma anche nei territori limitrofi quando viene loro segnalato dalla sala operativa della Regione Lazio. Una collaborazione strettissima con la comandante dei vigili urbani, Impera Tolfa «che voglio ringraziare insieme al nostro presidente», coadiuvati anche dal nuovo gruppo di protezione civile Lupi dei Lepini, permette di stare sul territorio 24 ore su 24 a disposizione per qualsiasi calamità. E poi? Il futuro è vicinissimo. Due corsi di formazione sovvenzionati dalla Regione Lazio partiranno a settembre: uno dedicato all’orienteering e l’altro all’antincendio boschivo di primo livello.
Italia, un paese costruito per gli anziani
Francesco Furlan
E' vero, le generazioni di oggi raggiungono l’età matura in ritardo rispetto a quelle che le hanno precedute. Uno dei motivi è quello economico che le rende meno indipendenti. Allo stesso modo, però, crescono prima delle precedenti saltando o quasi l’età adolescenziale. Non è raro, infatti, osservare ragazzi e ragazze che assumono atteggiamenti, modi di fare, vestire, ben lontani dalla loro età anagrafica, spesso per assenza di esempi in famiglia. Si sa, i genitori lavorano entrambi per arrivare a fine mese, i nonni sono lontani in quella che oggi viene definita la famiglia atomica e i ragazzi crescono da sé. Ma a fronte di tre, quattro, ma dico anche cinque, che esagerano ed entrano nella cronache nazionali, ce ne sono molti di più che conducono una vita normale, con la testa sulle spalle e che fanno gruppo in modo sano. Magari non saranno ragazzi da «Sapore di Mare», ma è evidente che ogni generazione vive di quello che ha. Negli anni 60 l’Italia era un paese giovane e ricco di entusiasmo. Oggi è un paese per anziani, che sempre più viene pensato e realizzato per loro caricando la società di divieti e impedimenti. Ricordo a esempio un’ordinanza di un comune veneto, risalente a un anno fa, dove riunirsi in tre persone dopo le dieci di sera è vietato. Andando oggi a interrogare un politico di un qualsiasi schieramento sulle priorità della sua politica, 8 su 10 risponderebbero sicurezza. E per le politiche giovanili? «Dobbiamo tagliare». Sono dell’idea che il concetto di famiglia sia costantemente in evoluzione. Durante la rivoluzione industriale, i bambini andavano a lavoro già a otto anni. Poi, grazie all’opera di giovani menti, cito la Montessori, le priorità di quell’età divennero pregiudiziali di una società che voleva crescere in modo sano. Oggi la famiglia cambia ancora. Ma io sono convinto che i giovani italiani, per quanto la cronaca li dipinga spesso sotto una cattiva luce, siano ancora più sani dei loro coetanei stranieri. Lo dico pensando alle cronache che arrivano dal Nord Europa dove imperversa una criminalità minorile che uccide i propri coetanei con una regolarità inquietante. Non è una giustificazione, ma i ragazzi italiani ancora non sono così. Investiamo su di loro, non buttiamogli la croce addosso.
E' vero, le generazioni di oggi raggiungono l’età matura in ritardo rispetto a quelle che le hanno precedute. Uno dei motivi è quello economico che le rende meno indipendenti. Allo stesso modo, però, crescono prima delle precedenti saltando o quasi l’età adolescenziale. Non è raro, infatti, osservare ragazzi e ragazze che assumono atteggiamenti, modi di fare, vestire, ben lontani dalla loro età anagrafica, spesso per assenza di esempi in famiglia. Si sa, i genitori lavorano entrambi per arrivare a fine mese, i nonni sono lontani in quella che oggi viene definita la famiglia atomica e i ragazzi crescono da sé. Ma a fronte di tre, quattro, ma dico anche cinque, che esagerano ed entrano nella cronache nazionali, ce ne sono molti di più che conducono una vita normale, con la testa sulle spalle e che fanno gruppo in modo sano. Magari non saranno ragazzi da «Sapore di Mare», ma è evidente che ogni generazione vive di quello che ha. Negli anni 60 l’Italia era un paese giovane e ricco di entusiasmo. Oggi è un paese per anziani, che sempre più viene pensato e realizzato per loro caricando la società di divieti e impedimenti. Ricordo a esempio un’ordinanza di un comune veneto, risalente a un anno fa, dove riunirsi in tre persone dopo le dieci di sera è vietato. Andando oggi a interrogare un politico di un qualsiasi schieramento sulle priorità della sua politica, 8 su 10 risponderebbero sicurezza. E per le politiche giovanili? «Dobbiamo tagliare». Sono dell’idea che il concetto di famiglia sia costantemente in evoluzione. Durante la rivoluzione industriale, i bambini andavano a lavoro già a otto anni. Poi, grazie all’opera di giovani menti, cito la Montessori, le priorità di quell’età divennero pregiudiziali di una società che voleva crescere in modo sano. Oggi la famiglia cambia ancora. Ma io sono convinto che i giovani italiani, per quanto la cronaca li dipinga spesso sotto una cattiva luce, siano ancora più sani dei loro coetanei stranieri. Lo dico pensando alle cronache che arrivano dal Nord Europa dove imperversa una criminalità minorile che uccide i propri coetanei con una regolarità inquietante. Non è una giustificazione, ma i ragazzi italiani ancora non sono così. Investiamo su di loro, non buttiamogli la croce addosso.
mercoledì 19 agosto 2009
Aprilia - Antenne e fiori, gioie e dolori
Maria Corsetti
Ferie ridotte al minimo per la giunta D’Alessio che, dopo il fine settimana di Ferragosto, si è rimessa al lavoro. D’altra parte le questioni da affrontare non sono poche e i cittadini pretendono risposte rapide. Sul tavolo in questi giorni, a parte la vicenda Aser per la quale sono stati richiesti gli atti alla Procura della repubblica, ci sono le tre antenne autorizzate ai tempi della giunta Santangelo. Si tratta dell’impianto che dovrebbe essere installato nel quartiere 167, all’interno dello spartitraffico che si trova all’incrocio tra via Toscanini e viale Europa, di quella che dovrebbe essere installata allo stadio “Quinto Ricci”, e di quella già stata sistemata sul Palazzo di vetro di piazza dei Bersaglieri. Le autorizzazioni sono oggettivamente in regola, a questo punto sembra che i giochi si spostano sul terreno del dare-avere. Per impianti di questo tipo sono previsti compensi di 13mila euro circa, che in questo caso andrebbero a finire nelle casse comunali. Bisognerà vedere, quindi, se è possibile rialzare il prezzo visto che annullare una autorizzazione già data appare cosa piuttosto difficile. Le notizie belle? Il finanziamento per il Mercato dei fiori di Campoverde, confermato l’altro ieri dall’assessore regionale all’agricoltura Daniela Valentini. «Prendo atto dell’impegno della Regione – ha commentato il sindaco Domenico D’Alessio – e mi fa piacere che ci sia. Ho avuto in tal senso anche rassicurazioni da Claudio Moscardelli. D’altra parte, poiché siamo a ridosso delle elezioni, un po’ di cautela è d’obbligo. Certo, sarebbe un passo importante per l’economia, non solo di Aprilia. Sarebbe uno stimolo anche alla produzione. Intanto su quell’area, dove comunque i floricoltori locali in questi ultimi anni hanno potuto commercializzare i loro prodotti, c’è un’urgenza da risolvere legata all’agibilità. Il tecnico che se ne sta occupando, l’ingegner Fabrizio Ferracci, mi ha assicurato che entro ottobre se ne dovrebbe venire a capo”.
Ferie ridotte al minimo per la giunta D’Alessio che, dopo il fine settimana di Ferragosto, si è rimessa al lavoro. D’altra parte le questioni da affrontare non sono poche e i cittadini pretendono risposte rapide. Sul tavolo in questi giorni, a parte la vicenda Aser per la quale sono stati richiesti gli atti alla Procura della repubblica, ci sono le tre antenne autorizzate ai tempi della giunta Santangelo. Si tratta dell’impianto che dovrebbe essere installato nel quartiere 167, all’interno dello spartitraffico che si trova all’incrocio tra via Toscanini e viale Europa, di quella che dovrebbe essere installata allo stadio “Quinto Ricci”, e di quella già stata sistemata sul Palazzo di vetro di piazza dei Bersaglieri. Le autorizzazioni sono oggettivamente in regola, a questo punto sembra che i giochi si spostano sul terreno del dare-avere. Per impianti di questo tipo sono previsti compensi di 13mila euro circa, che in questo caso andrebbero a finire nelle casse comunali. Bisognerà vedere, quindi, se è possibile rialzare il prezzo visto che annullare una autorizzazione già data appare cosa piuttosto difficile. Le notizie belle? Il finanziamento per il Mercato dei fiori di Campoverde, confermato l’altro ieri dall’assessore regionale all’agricoltura Daniela Valentini. «Prendo atto dell’impegno della Regione – ha commentato il sindaco Domenico D’Alessio – e mi fa piacere che ci sia. Ho avuto in tal senso anche rassicurazioni da Claudio Moscardelli. D’altra parte, poiché siamo a ridosso delle elezioni, un po’ di cautela è d’obbligo. Certo, sarebbe un passo importante per l’economia, non solo di Aprilia. Sarebbe uno stimolo anche alla produzione. Intanto su quell’area, dove comunque i floricoltori locali in questi ultimi anni hanno potuto commercializzare i loro prodotti, c’è un’urgenza da risolvere legata all’agibilità. Il tecnico che se ne sta occupando, l’ingegner Fabrizio Ferracci, mi ha assicurato che entro ottobre se ne dovrebbe venire a capo”.
LA FORMICA ATOMICA - Tzn, il caldo e Manuelona nostra
Sergio Corsetti
Latina ombelico del mondo. Caldo, Tzn e la Arcuri. In questi ultimi giorni la provincia pontina è assurta al centro delle notizie di cronaca: il caldo record, gli accertamenti del fisco su Tiziano Ferro e la statua ripudiata di Manuelona nostra a Porto Cesareo. Basta ascoltare un telegiornale per vedere che in questi giorni di bolla di caldo il record dei record toccherà proprio a Latina. Non si tratta di una novità assoluta anzi, è un accadimento che si ripete di sovente. Eppoi un po' di caldo in estate non guasta. Sarebbe bene ogni tanto ricordare ed evidenziare proprio le caratteristiche climatiche dell'intero comprensorio tra le migliori d'Italia tanto che in passato proprio questa virtù portò alla realizzazione del centro federale di atletica leggera, Bruno Zauli, a Formia proprio in virtù della bontà del microclima. Ancor più clamore ha destato la notizia che il fisco sta indagando sul cantante pontino Tiziano Ferro. Ma anche questa non è una novità assoluta. Da che mondo è mondo personaggi dello sport e dello spettacolo, ovviamente quelli super pagati, cercano residenze di comodo per pagare meno tasse. Nel recente passato altri "campioni" hanno avuto problemi con il fisco, da ultimo Valentino Rossi ma prima di lui aveva fatto clamore il caso di Luciano Pavarotti. Ora tocca a Tzn. I detective del fisco staranno studiando tutti gli indizi per valutare se la residenza a Londra è congrua e, soprattutto, se il numero di giorni in cui il cantante è residente in Inghilterra consenta i benefici tributari. Altrimenti per lui saranno rogne. Infine, ma non ultima per importanza, la cronaca pone il caso della statua di Manuela Arcuri che dal 2002 fa bella mostra di sé in quel di Porto Cesareo. Ora il primo cittadino ha deciso di rimuoverla, pena la distruzione. In soccorso dell'immagine della bella attrice pontina è intervenuto Vincenzo Zaccheo che si è detto disposto a ospitare l'opera al motto del “purché se ne parli”. Il capoluogo potrebbe vivere bene anche senza tale opera d'arte. Latina ombelico del mondo, insomma, dove "si incontrano facce strane di una bellezza un po' disarmante, pelle di ebano di un padre indigeno e occhi smeraldo come il diamante, facce meticcie da razze nuove come il millennio che sta arrivando".
Latina ombelico del mondo. Caldo, Tzn e la Arcuri. In questi ultimi giorni la provincia pontina è assurta al centro delle notizie di cronaca: il caldo record, gli accertamenti del fisco su Tiziano Ferro e la statua ripudiata di Manuelona nostra a Porto Cesareo. Basta ascoltare un telegiornale per vedere che in questi giorni di bolla di caldo il record dei record toccherà proprio a Latina. Non si tratta di una novità assoluta anzi, è un accadimento che si ripete di sovente. Eppoi un po' di caldo in estate non guasta. Sarebbe bene ogni tanto ricordare ed evidenziare proprio le caratteristiche climatiche dell'intero comprensorio tra le migliori d'Italia tanto che in passato proprio questa virtù portò alla realizzazione del centro federale di atletica leggera, Bruno Zauli, a Formia proprio in virtù della bontà del microclima. Ancor più clamore ha destato la notizia che il fisco sta indagando sul cantante pontino Tiziano Ferro. Ma anche questa non è una novità assoluta. Da che mondo è mondo personaggi dello sport e dello spettacolo, ovviamente quelli super pagati, cercano residenze di comodo per pagare meno tasse. Nel recente passato altri "campioni" hanno avuto problemi con il fisco, da ultimo Valentino Rossi ma prima di lui aveva fatto clamore il caso di Luciano Pavarotti. Ora tocca a Tzn. I detective del fisco staranno studiando tutti gli indizi per valutare se la residenza a Londra è congrua e, soprattutto, se il numero di giorni in cui il cantante è residente in Inghilterra consenta i benefici tributari. Altrimenti per lui saranno rogne. Infine, ma non ultima per importanza, la cronaca pone il caso della statua di Manuela Arcuri che dal 2002 fa bella mostra di sé in quel di Porto Cesareo. Ora il primo cittadino ha deciso di rimuoverla, pena la distruzione. In soccorso dell'immagine della bella attrice pontina è intervenuto Vincenzo Zaccheo che si è detto disposto a ospitare l'opera al motto del “purché se ne parli”. Il capoluogo potrebbe vivere bene anche senza tale opera d'arte. Latina ombelico del mondo, insomma, dove "si incontrano facce strane di una bellezza un po' disarmante, pelle di ebano di un padre indigeno e occhi smeraldo come il diamante, facce meticcie da razze nuove come il millennio che sta arrivando".
SCAURI - Il dizionario di nonno Caliman
Lino Sorabella
Dall'ufficio relazioni esterne fanno sapere che “Il sindaco di Minturno Giuseppe Sardelli interverrà, venerdì 21 agosto, alle 21.15, alla presentazione del libro di Marcello Caliman “Il Dizionario del Nonno” (Herald Editore), in programma presso la Darsena Flying di Scauri. Il primo cittadino porgerà all’autore, ai relatori e ai presenti il saluto dell’Amministrazione Civica, che ha concesso il proprio patrocinio all’iniziativa editoriale di Caliman, laureato in Giurisprudenza presso l'Università Federico II di Napoli, giornalista accreditato presso la Conferenza Episcopale Italiana, Capo Ufficio Stampa dell'Arcivescovo di Gaeta”. Sottolinea il Sindaco Sardelli: “L'adesione del Comune è motivata dall’importante tema del libro, il nonno, “custode dell’universo familiare”, e dal lungo e brillante impegno socio-culturale profuso nella nostra terra dal dottor Marcello Caliman, diacono permanente dal 1991, già Presidente regionale dell’associazione Italia Nostra e responsabile della Pro Loco di Minturno-Scauri”. Il libro gode di contributi di Armando Cusani, presidente della Provincia di Latina, di Paolo Russo, pedagogista e direttore del Dipartimento di Scienze Motorie e della Salute dell'Università di Cassino, dove Marcello Caliman collabora come cultore, e di Grazia Sotis, docente universitario e critico letterario che, tra l'altro, ha scritto: “Il Dizionario del Nonno di Marcello Caliman: L’alfabeto della Vita, l’insieme di valori e norme comportamentali che il nonno affida al nipotino, e che attraverso di esso continua a far sentire la sua presenza durante tutto il percorso di crescita del bambino fino all’età adulta. Ogni lettera dell’alfabeto racchiude un patrimonio di significati che, nonostante l’apparente salto generazionale, rafforza il profondo legame nella varie fasi di crescita della giovane vita asserendo la loro intrinseca universalità. Il rapporto fra il nonno e il nipote è un’esperienza profonda che non solo riafferma la vita nel presente proiettandola nel futuro, ma sprigiona una carica continua di energia. La figura del nonno diventa il referente dell’oggi con l’ieri, egli è il custode dell’universo familiare che la nuova generazione riscontra nell’immediatezza del presente. Egli è tradizione arricchita e rinnovata negli usi e costumi, modi di percepire la realtà, (T come tradizione, ma anche J come jogging, W come web), è il custode referenziale della vita dei genitori del bambino (G come Giuliano e Giusy). Usando una metafora dell’origine dell’uomo, è il dito che infonde la vita ad Adamo, è la mano del progenitore (Y come il biblico Yhwh) eternamente presente, pronta ad accogliere, nutrire, proteggere e a lasciare andare chi anela alla propria libertà e crescita (O come Odisseo) anche perché l’atavica mano si rigenera e si rinnova in quella del giovane. Il nonno è il depositario di memorie che investono la sfera pubblica degli individui e di ricordi che riguardano quella privata. Ricordi di vita familiare legati alla storia della collettività che a sua volta ha creato una rete di rapporti sociali che tessono le vicende degli uomini”. Il libro consta di 26 capitoli, tanti quante sono le lettere dell'alfabeto universale, un racconto epico, una fiaba e dodici poesie dell'autore per un totale di 240 pagine. Ogni capitolo è illustrato da una bravissima disegnatrice che è Rossella Piccolo, diplomatasi alla Scuola Internazionale Comics di Roma. Vi è anche un'appendice fotografica curata da Gian Paolo Caliman, giornalista, maestro d'arte e laureando presso il DAMS di Roma in editoria. Il presidente della Provincia di Latina Armando Cusani ha concluso il suo contributo affermando: “Questo libro, che potrebbe essere l’umile vessillo di tutti i nonni, è un grande contributo verso il recupero dell’etica esistenziale dei quali l’Autore, Marcello Caliman, giornalista che stimo per la sua onestà intellettuale, e altri come lui sono positivamente protagonisti verso i nipoti: una grande lezione per tutti”. Venerdì sera alle 21.15, nella stupenda cornice della Baia di Monte d'Oro, presso la Darsena Flying Sotis, il libro, dopo il saluto di apertura del primo cittadino, sarà presentato dal direttore editoriale della Herald Editore Roberto Boiardi, dallo scrittore e saggista Pasquale Maffeo, dal magistrato di cassazione Luigi Piccialli, dal docente universitario e critico letterario Grazia Sotis, dal vicario generale dell'Arcidiocesi di Gaeta, mons. Giuseppe Sparagna e dal dirigente di Staff Settore Cerimoniale e Turismo della Provincia di Latina Domenico Tibaldi e letture a cura di Andreina Izzo. La serata è a ingresso libero e seguirà rinfresco. I patrocini sono stati concessi dalla Provincia di Latina, dall'Arcidiocesi di Gaeta, dal Sistema Bibliotecario Sud Pontino, dall'Università degli Studi di Cassino, dal Comune di Minturno e dall'Università Verde del Mediterraneo “Umberto Zanotti Bianco”.
Dall'ufficio relazioni esterne fanno sapere che “Il sindaco di Minturno Giuseppe Sardelli interverrà, venerdì 21 agosto, alle 21.15, alla presentazione del libro di Marcello Caliman “Il Dizionario del Nonno” (Herald Editore), in programma presso la Darsena Flying di Scauri. Il primo cittadino porgerà all’autore, ai relatori e ai presenti il saluto dell’Amministrazione Civica, che ha concesso il proprio patrocinio all’iniziativa editoriale di Caliman, laureato in Giurisprudenza presso l'Università Federico II di Napoli, giornalista accreditato presso la Conferenza Episcopale Italiana, Capo Ufficio Stampa dell'Arcivescovo di Gaeta”. Sottolinea il Sindaco Sardelli: “L'adesione del Comune è motivata dall’importante tema del libro, il nonno, “custode dell’universo familiare”, e dal lungo e brillante impegno socio-culturale profuso nella nostra terra dal dottor Marcello Caliman, diacono permanente dal 1991, già Presidente regionale dell’associazione Italia Nostra e responsabile della Pro Loco di Minturno-Scauri”. Il libro gode di contributi di Armando Cusani, presidente della Provincia di Latina, di Paolo Russo, pedagogista e direttore del Dipartimento di Scienze Motorie e della Salute dell'Università di Cassino, dove Marcello Caliman collabora come cultore, e di Grazia Sotis, docente universitario e critico letterario che, tra l'altro, ha scritto: “Il Dizionario del Nonno di Marcello Caliman: L’alfabeto della Vita, l’insieme di valori e norme comportamentali che il nonno affida al nipotino, e che attraverso di esso continua a far sentire la sua presenza durante tutto il percorso di crescita del bambino fino all’età adulta. Ogni lettera dell’alfabeto racchiude un patrimonio di significati che, nonostante l’apparente salto generazionale, rafforza il profondo legame nella varie fasi di crescita della giovane vita asserendo la loro intrinseca universalità. Il rapporto fra il nonno e il nipote è un’esperienza profonda che non solo riafferma la vita nel presente proiettandola nel futuro, ma sprigiona una carica continua di energia. La figura del nonno diventa il referente dell’oggi con l’ieri, egli è il custode dell’universo familiare che la nuova generazione riscontra nell’immediatezza del presente. Egli è tradizione arricchita e rinnovata negli usi e costumi, modi di percepire la realtà, (T come tradizione, ma anche J come jogging, W come web), è il custode referenziale della vita dei genitori del bambino (G come Giuliano e Giusy). Usando una metafora dell’origine dell’uomo, è il dito che infonde la vita ad Adamo, è la mano del progenitore (Y come il biblico Yhwh) eternamente presente, pronta ad accogliere, nutrire, proteggere e a lasciare andare chi anela alla propria libertà e crescita (O come Odisseo) anche perché l’atavica mano si rigenera e si rinnova in quella del giovane. Il nonno è il depositario di memorie che investono la sfera pubblica degli individui e di ricordi che riguardano quella privata. Ricordi di vita familiare legati alla storia della collettività che a sua volta ha creato una rete di rapporti sociali che tessono le vicende degli uomini”. Il libro consta di 26 capitoli, tanti quante sono le lettere dell'alfabeto universale, un racconto epico, una fiaba e dodici poesie dell'autore per un totale di 240 pagine. Ogni capitolo è illustrato da una bravissima disegnatrice che è Rossella Piccolo, diplomatasi alla Scuola Internazionale Comics di Roma. Vi è anche un'appendice fotografica curata da Gian Paolo Caliman, giornalista, maestro d'arte e laureando presso il DAMS di Roma in editoria. Il presidente della Provincia di Latina Armando Cusani ha concluso il suo contributo affermando: “Questo libro, che potrebbe essere l’umile vessillo di tutti i nonni, è un grande contributo verso il recupero dell’etica esistenziale dei quali l’Autore, Marcello Caliman, giornalista che stimo per la sua onestà intellettuale, e altri come lui sono positivamente protagonisti verso i nipoti: una grande lezione per tutti”. Venerdì sera alle 21.15, nella stupenda cornice della Baia di Monte d'Oro, presso la Darsena Flying Sotis, il libro, dopo il saluto di apertura del primo cittadino, sarà presentato dal direttore editoriale della Herald Editore Roberto Boiardi, dallo scrittore e saggista Pasquale Maffeo, dal magistrato di cassazione Luigi Piccialli, dal docente universitario e critico letterario Grazia Sotis, dal vicario generale dell'Arcidiocesi di Gaeta, mons. Giuseppe Sparagna e dal dirigente di Staff Settore Cerimoniale e Turismo della Provincia di Latina Domenico Tibaldi e letture a cura di Andreina Izzo. La serata è a ingresso libero e seguirà rinfresco. I patrocini sono stati concessi dalla Provincia di Latina, dall'Arcidiocesi di Gaeta, dal Sistema Bibliotecario Sud Pontino, dall'Università degli Studi di Cassino, dal Comune di Minturno e dall'Università Verde del Mediterraneo “Umberto Zanotti Bianco”.
Ponza, Consiglio d’agosto.

Franco Schiano
Finalmente dopo 55 giorni dalla richiesta di convocazione da parte della minoranza si è tenuto a Ponza, il consiglio comunale con all’odg l’atteso “argomento porto”. Più precisamente la proposta era quella di approvare una zonizzazione del porto borbonico, che prende atto della situazione di fatto attuale, compresi i pontili o meglio “i punti d’ormeggio”oggetto del contendere. Una sorta di mini variante al Piano Regolatore Portuale adottato nel 2003, nel quale ci si era dimenticati d’inserire i punti d’ormeggio che di fatto già esistevano fin dai primi anni ’90. Omissione importante, forse finora sottovalutata. Infatti da essa può dipendere la sopravvivenza di tante famiglie isolane che traggono il loro reddito dalle attività connesse agli ormeggi ed al noleggio delle imbarcazioni. Anche se l’argomento proposto non era quello caldissimo ed eclatante del porto nuovo, che qualche imprenditore “straniero” vorrebbe realizzare in applicazione della Legge Burlando, non per questo era meno importante. Due ore e mezza di discussione – a tratti anche accesa – non hanno partorito alcuna decisione concreta, salvo il topolino di una commissione consiliare paritetica con cui la maggioranza ha voluto aprire alla minoranza. Con questa mossa, Porzio è riuscito a rompere –almeno in parte - l’accerchiamento politico a cui è sottoposta la sua amministrazione, a seguito del sequestro dei pontili dello scorso 11 giugno. Evento che ha sconvolto in termini economici e sociali l’estate ponzese. La commissione composta da tre membri di minoranza (Elio Zecca, Ennia Mazzella e Antonio Feola) e tre della maggioranza (Daniele Vitiello, Andrea Mazzella e Silverio Capone) avrà come primo compito quello di esaminare per il prossimo consiglio (lunedì 24.08) la proposta d’inserire nella mini variante al PRP i punti d’ormeggio esistenti. Successivamente - comunque in tempi brevi – quello di elaborare una proposta rispetto al futuro assetto portuale complessivo di Ponza. Un argomento, quello del porto, particolarmente sentito dalla popolazione isolana come ha testimoniato la folla che gremiva l’aula consiliare, nonostante il caldo pomeriggio agostano. Folla che non ha mancato di ”partecipare” approvando o disapprovando in maniera colorita e sonora i vari interventi dei consiglieri.
Ma andiamo con ordine. La seduta si è aperta con un lungo preambolo del Sindaco Porzio - che dopo aver precisato che l’interdizione dai pubblici uffici che ha colpito l’ex assessore al demanio Benedetto Sandolo, riguardava solo la carica di assessore e non quella di consigliere comunale – ha indirettamente risposto a quanti in questi giorni hanno chiesto le sue dimissioni.”Se abbiamo commesso degli abusi pagheremo. – ha detto Porzio – Se vizi di forma ci sono, essi c’erano fin dal 1997. In questi ultimi due anni il Comune non ha fatto nulla di diverso da quanto ha fatto la Capitaneria fino al 2007. Non abbandoniamo la nave nel momento delle difficoltà. – ha aggiunto il Sindaco, chiudendo la questione dimissioni - Un consiglio comunale nel pieno delle sue funzioni può difendere l’economia dell’isola meglio di qualunque commissario.”E’ seguito un apprezzato(dal pubblico) intervento dell’ex assessore Benedetto Sandolo che dopo aver orgogliosamente difeso il suo operato al demanio, ha concluso:”Dobbiamo trovare delle soluzioni concrete tutti insieme. Se non ne saremo capaci dobbiamo dimetterci.” La proposta della commissione consiliare non ha trovato il favore di Nino Feola, che l’ha definita “ un’inutile perdita di tempo che fa il gioco dalla maggioranza” e neanche quello di Silverio Parisi, che nel suo intervento ha preso posizione a favore dell’ampliamento del porto, ritenenendolo una fonte di reddito e lavoro anche invernale. Una posizione che al momento appare minoritaria. In ogni caso da questo momento la discussione è aperta ed è comunque positivo che finalmente qualcosa si sia mosso. L’isola tenta di rialzarsi dopo il KO.
LA FORMICA ROSSA - Non toglieteci il cellulare, siamo italiani
Teresa Faticoni
Posso resistere a tutto, tranne che al mio telefonino cellulare. Parafrasando Oscar Wilde gli italiani si fanno riconoscere sempre. Il rapporto sul terziario 2009 di Confcommercio fotografa le spese dei connazionali negli ultimi sette anni. E ne emerge che rinunciamo a pane, pasta, vestiti nuovi, libri e giornali. Ma mai e poi mai all’amico cellulare. Con la pancia vuota e la mente ancora di più siamo un popolo di chiacchieroni via telefono. La cosa, seppure stupefacente, non è così difficile da credere. Basta camminare una mattina per le vie del centro di Latina. Incontri un amico che ti saluta a malapena mentre sta discutendo di qualcosa di importantissimo con un interlocutore lontano. I politici nemmeno a parlarne. Pure le signore che fanno la spesa al mercato coperto chiedono al marito cosa preferiscono per cena. I citofoni? Quelli non esistono più. Potrebbero smettere di installarli nelle case: anche un bambino che va a chiamare l’amichetto per giocare a pallone sotto casa gli fa uno squillo senza risposta. Foto? Nemmeno più a parlarne. Ora i telefoni fanno degli scatti a migliaia di mexa pixel che la Nikon dovrebbe pensare di cambiare il core business. Visti personalmente: a lago Fogliano una famigliola felice prendeva un po’ di fresco sotto le palme. Lei badava ai bambini, lui guardava sul telefono il gran premio di Formula Uno. Ma poi ci sono i lati positivi: se stai a un concerto e perdi di vista tuo marito, basta uno squillo e lo ritrovi in un attimo. Se hai un appuntamento e stai per fare tardi, mandi un messaggino ed eviti l’incidente diplomatico. Senza pensare alle occasioni più tragiche come incidenti stradali o altri fatti di cronaca nera. Ma la cosa, comunque, fa notizia. In vacanza ci vanno in pochissimi per via della crisi. Le vendite dei quotidiani calano perché il giornale al massimo lo si sfoglia sul frigo dei gelati al bar. Di pesce se ne mangia pochissimo, si supplisce con bastoncini e filetti incartapecoriti che costano meno del fresco. Ma poi si ciarla al cellulare. E dire che la maggior parte di noi è pure intercettata. Che popolo stiamo diventando?
Posso resistere a tutto, tranne che al mio telefonino cellulare. Parafrasando Oscar Wilde gli italiani si fanno riconoscere sempre. Il rapporto sul terziario 2009 di Confcommercio fotografa le spese dei connazionali negli ultimi sette anni. E ne emerge che rinunciamo a pane, pasta, vestiti nuovi, libri e giornali. Ma mai e poi mai all’amico cellulare. Con la pancia vuota e la mente ancora di più siamo un popolo di chiacchieroni via telefono. La cosa, seppure stupefacente, non è così difficile da credere. Basta camminare una mattina per le vie del centro di Latina. Incontri un amico che ti saluta a malapena mentre sta discutendo di qualcosa di importantissimo con un interlocutore lontano. I politici nemmeno a parlarne. Pure le signore che fanno la spesa al mercato coperto chiedono al marito cosa preferiscono per cena. I citofoni? Quelli non esistono più. Potrebbero smettere di installarli nelle case: anche un bambino che va a chiamare l’amichetto per giocare a pallone sotto casa gli fa uno squillo senza risposta. Foto? Nemmeno più a parlarne. Ora i telefoni fanno degli scatti a migliaia di mexa pixel che la Nikon dovrebbe pensare di cambiare il core business. Visti personalmente: a lago Fogliano una famigliola felice prendeva un po’ di fresco sotto le palme. Lei badava ai bambini, lui guardava sul telefono il gran premio di Formula Uno. Ma poi ci sono i lati positivi: se stai a un concerto e perdi di vista tuo marito, basta uno squillo e lo ritrovi in un attimo. Se hai un appuntamento e stai per fare tardi, mandi un messaggino ed eviti l’incidente diplomatico. Senza pensare alle occasioni più tragiche come incidenti stradali o altri fatti di cronaca nera. Ma la cosa, comunque, fa notizia. In vacanza ci vanno in pochissimi per via della crisi. Le vendite dei quotidiani calano perché il giornale al massimo lo si sfoglia sul frigo dei gelati al bar. Di pesce se ne mangia pochissimo, si supplisce con bastoncini e filetti incartapecoriti che costano meno del fresco. Ma poi si ciarla al cellulare. E dire che la maggior parte di noi è pure intercettata. Che popolo stiamo diventando?
lunedì 17 agosto 2009
SABAUDIA - Don Camillo e Peppone si mettono a litigare
Antonio Picano
Son passati più di cinquant’anni da quando Fernandel e Gino Cervi ne vestirono i panni cinematografici. Ma nonostante l’oltre mezzo secolo di attività, Don Camillo e Peppone ancora resistono all’usura del tempo, ancora non riescono a mettersi d’accordo, trasferendo i loro litigi dal nord al sud dell’Italia. Questa estate si sono fermati anche nel cuore della penisola, nel medio Agro Pontino, a Sabaudia per la precisione. Motivo del contendere la festa patronale, o meglio la manifestazione pubblica d’intrattenimento, offerta in concomitanza proprio a ferragosto, il giorno cruciale dei festeggiamenti dedicati alla Santissima Annunziata. Anzi il 15 agosto in piazza del Comune è andato in onda l’evento ricreativo più importante, non a pagamento, dell’intera estate sabaudiana. Tra l’altro nemmeno annunciato dai depliant diffusi per propagandare gli appuntamenti estivi. Parliamo dello spettacolo musicale “Stessa spiaggia stesso mare” organizzata in Piazza del Comune da Ote By Promedia e Litorale Spa in collaborazione con il Parco Nazionale del Circeo e i comuni di San Felice Circeo e Sabaudia. Difficile per il semplice, ruspante programma, scivolato tra ballo liscio, fast food e mostra d’oggettistica varia, messo in piedi da padre Gelindo Miolo e dalla comunità parrocchiale, competere con personaggi quali Dino, I Giganti o nientepopodimenochè The Platters, nomi d’annata ma dal fascino ancora intatto, specie per chi, ormai negli anta abbondanti, da ragazzo è cresciuto sulle ali del rif delle loro canzoni. Uno show di indubbia valenza artistica e promozionale del territorio che ha riversato nella piazza principale qualche migliaio di persone, riducendo al lumicino la presenza sul sagrato della chiesa madre. “Perché con tante date a disposizione inserire la serata proprio nel momento più atteso dalla comunità religiosa di Sabaudia, quello dell’incontro vissuto in un clima di gioia tra tutti i fedeli, uniti nel ringraziamento alla Vergine Maria?” - si sono chiesti con amarezza i parrocchiani, parlando quanto meno di scarsa sensibilità da parte delle autorità civili nell’allestimento del palinsesto da regalare a residenti e turisti. “La festa patronale della Santissima Annunziata è sacra – hanno poi ironizzato – ma evidentemente inviolabile è la programmazione all’Arena del Mare!”.
Son passati più di cinquant’anni da quando Fernandel e Gino Cervi ne vestirono i panni cinematografici. Ma nonostante l’oltre mezzo secolo di attività, Don Camillo e Peppone ancora resistono all’usura del tempo, ancora non riescono a mettersi d’accordo, trasferendo i loro litigi dal nord al sud dell’Italia. Questa estate si sono fermati anche nel cuore della penisola, nel medio Agro Pontino, a Sabaudia per la precisione. Motivo del contendere la festa patronale, o meglio la manifestazione pubblica d’intrattenimento, offerta in concomitanza proprio a ferragosto, il giorno cruciale dei festeggiamenti dedicati alla Santissima Annunziata. Anzi il 15 agosto in piazza del Comune è andato in onda l’evento ricreativo più importante, non a pagamento, dell’intera estate sabaudiana. Tra l’altro nemmeno annunciato dai depliant diffusi per propagandare gli appuntamenti estivi. Parliamo dello spettacolo musicale “Stessa spiaggia stesso mare” organizzata in Piazza del Comune da Ote By Promedia e Litorale Spa in collaborazione con il Parco Nazionale del Circeo e i comuni di San Felice Circeo e Sabaudia. Difficile per il semplice, ruspante programma, scivolato tra ballo liscio, fast food e mostra d’oggettistica varia, messo in piedi da padre Gelindo Miolo e dalla comunità parrocchiale, competere con personaggi quali Dino, I Giganti o nientepopodimenochè The Platters, nomi d’annata ma dal fascino ancora intatto, specie per chi, ormai negli anta abbondanti, da ragazzo è cresciuto sulle ali del rif delle loro canzoni. Uno show di indubbia valenza artistica e promozionale del territorio che ha riversato nella piazza principale qualche migliaio di persone, riducendo al lumicino la presenza sul sagrato della chiesa madre. “Perché con tante date a disposizione inserire la serata proprio nel momento più atteso dalla comunità religiosa di Sabaudia, quello dell’incontro vissuto in un clima di gioia tra tutti i fedeli, uniti nel ringraziamento alla Vergine Maria?” - si sono chiesti con amarezza i parrocchiani, parlando quanto meno di scarsa sensibilità da parte delle autorità civili nell’allestimento del palinsesto da regalare a residenti e turisti. “La festa patronale della Santissima Annunziata è sacra – hanno poi ironizzato – ma evidentemente inviolabile è la programmazione all’Arena del Mare!”.
SABAUDIA - Scoppia la pace tra il Comune e il Parco
Antonio Picano
Che il comunicato diffuso nel pomeriggio di ieri in forma congiunta sia il primo passo verso il ripristino di un clima di collaborazione destinato a portare indubbi benefici all’intera città? Come scaturito dagli accordi intercorsi nella giornata di domenica, ieri il sindaco di Sabaudia, Maurizio Lucci, e il presidente dell’Ente Parco Nazionale del Circeo, Gaetano Benedetto hanno avuto ben due incontri, l’uno mattutino presso la Casa Municipale, l’altro pomeridiano presso gli uffici del centro visitatori del Parco, “per trovare nell’interesse di tutti il modo migliore per dar seguito all’ordinanza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche” che, esprimendosi sulle problematiche del lago di Paola ha disposto la sospensione condizionata degli atti emessi dall’Ente di via Carlo Alberto. I lavori sono iniziati con un’attenta lettura del provvedimento abbastanza articolato nei vari passaggi e si è continuato con la presa d’atto “che, allo stato attuale dei fatti e nell’attesa che l’ordinanza attribuisce al Comune di Sabaudia, sia da considerarsi mantenuto l’attuale regime di gestione della navigazione sul lago di Paola”. Vale a dire che, almeno per il momento, ancora off limits rimane per le imbarcazioni a motore solcare le acque del bacino. Ma, come anticipato ieri, entro novanta giorni, il Comune di Sabaudia dovrà provvedere “a stabilire con propria delibera gli obiettivi da conseguire, tramite Regolamento”, ed “a convocare la Conferenza dei Servizi onde procedere all’emanazione del citato Regolamento”, garantendo la partecipazione degli Enti e dei soggetti interessati relativamente alle attività del lago di Paola. Tuttavia la notizia, a nostro avviso, più importante proviene sicuramente dal fatto che, scorrendo la nota, “l’Ente Parco e il Comune di Sabaudia hanno condiviso la necessità di superare rapidamente l’attuale condizione procedendo in modo serrato ad un confronto che porti nel più breve tempo possibile da un lato, il Comune, ad esprimere gli atti previsti dall’Ordinanza e dall’altro, l’Ente Parco Nazionale del Circeo, che dovrà obbligatoriamente, per quanto di competenza, tenere conto degli stessi atti, all’approvazione del Regolamento ai sensi dell’art. 11 della legge quadro 394/91”. Il che non fa che avvalorare quanto già stabilito in sede dell’accordo generale scaturito dai tavoli tecnici sul tema convocati in Prefettura il mese scorso. “Nell’iter di regolamento, e nell’iter di Piano, Comune ed Ente Parco si sono impegnati a trovare le migliori soluzioni possibili per garantire la massima valorizzazione del Lago di Paola nell’ambito di un sistema di fruizione che garantisca la tutela e la riqualificazione ambientale”. Significativa la conclusione della reciproca volontà delle maggiori istituzioni di Sabaudia di ricercare quell’armonia e quella mutualità che negli ultimi anni erano rimaste intrappolate nelle maglie di una improduttiva polemica.
Che il comunicato diffuso nel pomeriggio di ieri in forma congiunta sia il primo passo verso il ripristino di un clima di collaborazione destinato a portare indubbi benefici all’intera città? Come scaturito dagli accordi intercorsi nella giornata di domenica, ieri il sindaco di Sabaudia, Maurizio Lucci, e il presidente dell’Ente Parco Nazionale del Circeo, Gaetano Benedetto hanno avuto ben due incontri, l’uno mattutino presso la Casa Municipale, l’altro pomeridiano presso gli uffici del centro visitatori del Parco, “per trovare nell’interesse di tutti il modo migliore per dar seguito all’ordinanza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche” che, esprimendosi sulle problematiche del lago di Paola ha disposto la sospensione condizionata degli atti emessi dall’Ente di via Carlo Alberto. I lavori sono iniziati con un’attenta lettura del provvedimento abbastanza articolato nei vari passaggi e si è continuato con la presa d’atto “che, allo stato attuale dei fatti e nell’attesa che l’ordinanza attribuisce al Comune di Sabaudia, sia da considerarsi mantenuto l’attuale regime di gestione della navigazione sul lago di Paola”. Vale a dire che, almeno per il momento, ancora off limits rimane per le imbarcazioni a motore solcare le acque del bacino. Ma, come anticipato ieri, entro novanta giorni, il Comune di Sabaudia dovrà provvedere “a stabilire con propria delibera gli obiettivi da conseguire, tramite Regolamento”, ed “a convocare la Conferenza dei Servizi onde procedere all’emanazione del citato Regolamento”, garantendo la partecipazione degli Enti e dei soggetti interessati relativamente alle attività del lago di Paola. Tuttavia la notizia, a nostro avviso, più importante proviene sicuramente dal fatto che, scorrendo la nota, “l’Ente Parco e il Comune di Sabaudia hanno condiviso la necessità di superare rapidamente l’attuale condizione procedendo in modo serrato ad un confronto che porti nel più breve tempo possibile da un lato, il Comune, ad esprimere gli atti previsti dall’Ordinanza e dall’altro, l’Ente Parco Nazionale del Circeo, che dovrà obbligatoriamente, per quanto di competenza, tenere conto degli stessi atti, all’approvazione del Regolamento ai sensi dell’art. 11 della legge quadro 394/91”. Il che non fa che avvalorare quanto già stabilito in sede dell’accordo generale scaturito dai tavoli tecnici sul tema convocati in Prefettura il mese scorso. “Nell’iter di regolamento, e nell’iter di Piano, Comune ed Ente Parco si sono impegnati a trovare le migliori soluzioni possibili per garantire la massima valorizzazione del Lago di Paola nell’ambito di un sistema di fruizione che garantisca la tutela e la riqualificazione ambientale”. Significativa la conclusione della reciproca volontà delle maggiori istituzioni di Sabaudia di ricercare quell’armonia e quella mutualità che negli ultimi anni erano rimaste intrappolate nelle maglie di una improduttiva polemica.
TERRACINA - Ferragosto in musica con le canzoni di Ligabue
Sergio Arienzo
Un colpo d’occhio bellissimo, la Piazza del Municipio stracolma, luci spente, accendini e telefonini accesi per creare un atmosfera fantastica, come meglio festeggiare la festa della Madonna dell’Assunta a Terracina? Protagonisti di questa magia, un gruppo di “ragazzi” ( sono anni che suonano, ma a vederli sul palco hanno l’entusiasmo dei giovanissimi) che hanno proposto i migliori pezzi di un grande della musica italiana, Luciano Ligabue. E’ a questo grande rocker che si rifanno Pino Scarpino, Enzo Di Girolamo, Ugo De Rosa, Antonio Niro, Davide della Fornace e Antonello Pasquali con la loro band che si chiama, per l’appunto, Liga.Express. Ho ascoltato i commenti del variopinto pubblico ( c’erano persone di tutte, ma proprio tutte le età) che soddisfatto della performance, ha sottolineato l’incredibile somiglianza della voce di Pino e la sonorità trascinante dell’intera band rispetto all’originale, un Ligabue che ha un videoclip che lo accomuna alla nostra cittadina. E’ proprio qui, sul Tempio di Giove, che è ambientato il video di Happy Hour, uno dei pezzi più belli e trascinanti del cantante di Correggio. A rivederlo ( basta digitare Happy Hour Ligabue su un qualunque motore di ricerca) vengono i brividi per quanto sono belle e suggestive le inquadrature del Tempio e del panorama che si può godere da lassù. Ero presente quando le riprese dovevano terminare nel primo pomeriggio, ma si prolungò fino a tarda sera per includere nelle scene il meraviglioso tramonto che il regista intuì come essenziale per il tocco finale al video. Tornando alla serata, da sottolineare il taglio giovanile dato al programma di festeggiamento della Madonna del Carmelo e per l’appunto, dell’Assunta, una scelta da una parte coraggiosa ma, secondo il mio e di moltissimi altri cittadini, vincente perché ha visto le piazze riempirsi e gli spettatori convinti di aver assistito a spettacoli di qualità. Per la band Liga.Express appuntamento al 18 agosto a S. Felice Circeo ( per date e contatti www.ligaexpress.com), per il prossimo evento del genere, la festa dedicata alla Madonna della Delibera.
Un colpo d’occhio bellissimo, la Piazza del Municipio stracolma, luci spente, accendini e telefonini accesi per creare un atmosfera fantastica, come meglio festeggiare la festa della Madonna dell’Assunta a Terracina? Protagonisti di questa magia, un gruppo di “ragazzi” ( sono anni che suonano, ma a vederli sul palco hanno l’entusiasmo dei giovanissimi) che hanno proposto i migliori pezzi di un grande della musica italiana, Luciano Ligabue. E’ a questo grande rocker che si rifanno Pino Scarpino, Enzo Di Girolamo, Ugo De Rosa, Antonio Niro, Davide della Fornace e Antonello Pasquali con la loro band che si chiama, per l’appunto, Liga.Express. Ho ascoltato i commenti del variopinto pubblico ( c’erano persone di tutte, ma proprio tutte le età) che soddisfatto della performance, ha sottolineato l’incredibile somiglianza della voce di Pino e la sonorità trascinante dell’intera band rispetto all’originale, un Ligabue che ha un videoclip che lo accomuna alla nostra cittadina. E’ proprio qui, sul Tempio di Giove, che è ambientato il video di Happy Hour, uno dei pezzi più belli e trascinanti del cantante di Correggio. A rivederlo ( basta digitare Happy Hour Ligabue su un qualunque motore di ricerca) vengono i brividi per quanto sono belle e suggestive le inquadrature del Tempio e del panorama che si può godere da lassù. Ero presente quando le riprese dovevano terminare nel primo pomeriggio, ma si prolungò fino a tarda sera per includere nelle scene il meraviglioso tramonto che il regista intuì come essenziale per il tocco finale al video. Tornando alla serata, da sottolineare il taglio giovanile dato al programma di festeggiamento della Madonna del Carmelo e per l’appunto, dell’Assunta, una scelta da una parte coraggiosa ma, secondo il mio e di moltissimi altri cittadini, vincente perché ha visto le piazze riempirsi e gli spettatori convinti di aver assistito a spettacoli di qualità. Per la band Liga.Express appuntamento al 18 agosto a S. Felice Circeo ( per date e contatti www.ligaexpress.com), per il prossimo evento del genere, la festa dedicata alla Madonna della Delibera.
LA FORMICA ATOMICA - Una strada per cambiare
Sergio Corsetti
Una provincia senza infrastrutture. Questo sembra il destino del comprensorio pontino. L'ultimo indizio, l'ultima prova potremmo dire, arriva direttamente dalla Regione. Il presidente Piero Marrazzo, ha confermato gli investimenti per dotare di collegamenti ferroviarie stradali l'aeroporto di Viterbo e ha confermato come scalo regionale quello di Frosinone. Quindi il piano riguardante il trasporto aereo non prevede minimamente la presenza di Latina. Decisione strana senza ombra di dubbio, al di là di ogni discorso di opportunità di sviluppo del trasporto aereo che mostra seri problemi in diverse altre realtà nazionali. Gli elementi a favore di Latina sono stati descritti tutti: la presenza del Comani, della ferrovia Roma – Napoli, la possibilità di raccordarsi abbastanza facilmente con la rete viaria nazionale con conseguenti ripercussioni positive sull'economia locale. Eppure la politica ha scelto diversamente. Si era parlato di un interessamento particolare del ministro Giuseppe Fioroni per la propria città (Viterbo), interesse che sembra confermato dal centrosinistra che guida la Regione Lazio. Certo è che se il rilancio economico passa dalle infrastrutture allora la provincia sta fresca. Come dimenticare la telenovela Corridoio? I collegamenti tra Latina e Roma sono rimasti indietro anni luce. Per non dire la tragedia per il trasporto tra il sud della provincia e Capitale. La pontina resta una delle strade più pericolose d'Italia e i tempi di percorrenza sono altissimi tanto che in alcuni casi le società di autotrasporto chiedono un supplemento. Per non parlare dei collegamenti stradali con l'interno della provincia. La 156 (Latina-Frosinone), della quale è stato aperto qualche lotto da poco e un altro è in fase di completamento, rappresenta una tela di Penelope che va avanti da decenni. Una volta che sarà completata, semmai lo sarà, sarà più vecchia di una Migliara. Se non sono arrivate opere per il comprensorio un motivo ci dovrà pur essere. Allora non resta che riappropriarsi delle scelte che riguardano il territorio e questo lo si può fare solo grazie a una nuova e migliore rappresentanza politica.
Una provincia senza infrastrutture. Questo sembra il destino del comprensorio pontino. L'ultimo indizio, l'ultima prova potremmo dire, arriva direttamente dalla Regione. Il presidente Piero Marrazzo, ha confermato gli investimenti per dotare di collegamenti ferroviarie stradali l'aeroporto di Viterbo e ha confermato come scalo regionale quello di Frosinone. Quindi il piano riguardante il trasporto aereo non prevede minimamente la presenza di Latina. Decisione strana senza ombra di dubbio, al di là di ogni discorso di opportunità di sviluppo del trasporto aereo che mostra seri problemi in diverse altre realtà nazionali. Gli elementi a favore di Latina sono stati descritti tutti: la presenza del Comani, della ferrovia Roma – Napoli, la possibilità di raccordarsi abbastanza facilmente con la rete viaria nazionale con conseguenti ripercussioni positive sull'economia locale. Eppure la politica ha scelto diversamente. Si era parlato di un interessamento particolare del ministro Giuseppe Fioroni per la propria città (Viterbo), interesse che sembra confermato dal centrosinistra che guida la Regione Lazio. Certo è che se il rilancio economico passa dalle infrastrutture allora la provincia sta fresca. Come dimenticare la telenovela Corridoio? I collegamenti tra Latina e Roma sono rimasti indietro anni luce. Per non dire la tragedia per il trasporto tra il sud della provincia e Capitale. La pontina resta una delle strade più pericolose d'Italia e i tempi di percorrenza sono altissimi tanto che in alcuni casi le società di autotrasporto chiedono un supplemento. Per non parlare dei collegamenti stradali con l'interno della provincia. La 156 (Latina-Frosinone), della quale è stato aperto qualche lotto da poco e un altro è in fase di completamento, rappresenta una tela di Penelope che va avanti da decenni. Una volta che sarà completata, semmai lo sarà, sarà più vecchia di una Migliara. Se non sono arrivate opere per il comprensorio un motivo ci dovrà pur essere. Allora non resta che riappropriarsi delle scelte che riguardano il territorio e questo lo si può fare solo grazie a una nuova e migliore rappresentanza politica.
La febbre del mare
Paolo Iannuccelli
I migranti sono l’essenza del Mediterraneo. Chi si sposta ha il mare come casa, Latina è stata il punto di approdo per tanti. A pensarci bene, tutte lo coste del Mare Nostrum sono state toccate da persone che poi hanno raggiunto il capoluogo pontini per vivervi stabilmente, per restarci. Hanno cominciato gli esuli da Venezia Giulia, Dalmazia, Istria, Fiume, poi i profughi da Egitto, Tunisia, Libia. Senza trascurare quelli arrivati da Rodi, isola del Dodecanneso annessa all’Italia negli anni venti, Algeria, Marocco, Siria. Gente di mare, con storie diverse, accenti da decifrare, tanti passaggi hanno trasformato la lingua italiana in un qualcosa di difficile da decifrare. Quando parlano tra loro, certi amici arrivati dalla stessa località non hanno problemi a comprendersi, come ad esempio gli italiani arrivati da Zara, oppure da Lussino o Parenzo. Latina è un insieme di tutto e di più, qualcosa che meriterebbe studi approfonditi. Nessuno ha mai scritto sulle tante migrazioni che da paesi del Mediterraneo hanno coinvolto Latina. Sarebbe bello saperne di più. Anche perché la città si è sviluppata molto anche grazie a questi italiani di ritorno, colpiti dalle bizze di regimi dittatoriali. Alcune associazioni coinvolgono coloro che non vogliono dimenticare la loro origine, cercano di mantenere una certa identità. Si riuniscono per serate conviviali, per appuntamenti istituzionali, nessuno – ma non ne siano certi – ha approfondito il tema con studi di un certo spessore. Non solo dal’estero sono arrivato in Agro. I panteschi di Pantelleria sono 5000, vanno da Lavinio e Lanuvio fino a Borgo Vodice, i lampedusani abitano ad Anzio, dove praticano la pesca. L’Angela Maraventano, deputato leghista di Lampedusa eletta in Romagna, abita ad Anzio e si lamenta giornalmente dei treni locali in ritardo che la ospitano per raggiungere Roma. Perché a Latina non potremo mai essere razzisti ed intolleranti? Qui abbiamo ospitato per anni uno dei più grandi campi profughi d’Europa – il Rossi Longhi – che ospitava rifugiati dell’Est Europa, pronti a trasferirsi in Australia, Canada, Stati Uniti, a seconda delle richieste di lavorio. Partendo da veneti, friulani e romagnoli, si è arrivati ad ospitare 130.000 persone, un miracolo di convivenza civile. Solo Toronto, nel mondo, ha più etnie di Latina sul proprio vasto territorio, è una città davvero cosmopolita. La prima fabbrica di fiammiferi, l’Italmatch, fu creata da siriani nel 1963, in via Nascosa, dove adesso troviamo un magazzino di forniture elettriche denominato Orel. Alla Chiesuola senti il friulano, al Grappa il veneto, in via dei Cappuccini il rocchigiano, in via Cossira il pantesco, a San Michele il marchigiano, a Pontinia il ferrarese. Bella roba, davvero bella. Piacerebbe ad Umberto Bossi che dei dialetti vuole fare una materia di studio. Non ha tutti i torti, lui lo afferma da animale politico qual è per conquistare consensi elettorali ma il rispetto di certi idiomi va rispettato e conservato. Qualche anno fa ci siamo recati in vacanza alle Isole Tremiti. Saliamo sull’aliscafo a Termoli e sentivamo i marinai parlare in dialetto campano. Saranno di una compagnia di navigazione di quelle zone? Proprio no. Alle Tremiti, colonizzate dai Borboni nel 1700, conservano la cadenza partenopea. Bellissimo. Come il tabarchino di Carloforte, l’albanese di Ururi, l’ischitano che senti a Ponza. A proposito: perché le isole ponziane appartengono alla provincia di Latina? Sono sempre state “Terra di Lavoro”, poi il fascismo le fece diventare pontine. Cos’hanno di pontino? Nulla. Sono più gli abitanti di origine sarda a Ponza che quelli di provenienza formiana. Basta scorrere l’elenco telefonico. Migranti, migranti, ancora migranti. Sempre a Ponza abitano i Tricoli. Sono originari di Lipari e Palermo. Bossi spesso esagera nelle sue esternazioni, il dialetto non va insegnato a scuola ma va difeso, preservato, valorizzato, studiato a fondo. Non divide gli italiani ma li unisce, eccome li unisce. Tornando a Latina, come non mettere in risalto che il primo medico scolastico arrivava da Fiume? Il giocatore di basket Bosizio era fiumano anche lui. La moglie del sindaco Finestra è nata a Zara, come Ottavio Missoni, grande atleta poi sommo stilista. Mario Prospero Rossi, nato a Rodi, ha introdotto il baseball a Latina, Alghiri Puglia, di Rodi, ha fondato la Confederazione degli Artigiani. Andando avanti, non finiremmo mai di scrivere. Arrivederci alla prossima puntata. Ci attende un bagno al mare, Altrimenti, perchè parliamo sempre dell’acqua azzurra?
I migranti sono l’essenza del Mediterraneo. Chi si sposta ha il mare come casa, Latina è stata il punto di approdo per tanti. A pensarci bene, tutte lo coste del Mare Nostrum sono state toccate da persone che poi hanno raggiunto il capoluogo pontini per vivervi stabilmente, per restarci. Hanno cominciato gli esuli da Venezia Giulia, Dalmazia, Istria, Fiume, poi i profughi da Egitto, Tunisia, Libia. Senza trascurare quelli arrivati da Rodi, isola del Dodecanneso annessa all’Italia negli anni venti, Algeria, Marocco, Siria. Gente di mare, con storie diverse, accenti da decifrare, tanti passaggi hanno trasformato la lingua italiana in un qualcosa di difficile da decifrare. Quando parlano tra loro, certi amici arrivati dalla stessa località non hanno problemi a comprendersi, come ad esempio gli italiani arrivati da Zara, oppure da Lussino o Parenzo. Latina è un insieme di tutto e di più, qualcosa che meriterebbe studi approfonditi. Nessuno ha mai scritto sulle tante migrazioni che da paesi del Mediterraneo hanno coinvolto Latina. Sarebbe bello saperne di più. Anche perché la città si è sviluppata molto anche grazie a questi italiani di ritorno, colpiti dalle bizze di regimi dittatoriali. Alcune associazioni coinvolgono coloro che non vogliono dimenticare la loro origine, cercano di mantenere una certa identità. Si riuniscono per serate conviviali, per appuntamenti istituzionali, nessuno – ma non ne siano certi – ha approfondito il tema con studi di un certo spessore. Non solo dal’estero sono arrivato in Agro. I panteschi di Pantelleria sono 5000, vanno da Lavinio e Lanuvio fino a Borgo Vodice, i lampedusani abitano ad Anzio, dove praticano la pesca. L’Angela Maraventano, deputato leghista di Lampedusa eletta in Romagna, abita ad Anzio e si lamenta giornalmente dei treni locali in ritardo che la ospitano per raggiungere Roma. Perché a Latina non potremo mai essere razzisti ed intolleranti? Qui abbiamo ospitato per anni uno dei più grandi campi profughi d’Europa – il Rossi Longhi – che ospitava rifugiati dell’Est Europa, pronti a trasferirsi in Australia, Canada, Stati Uniti, a seconda delle richieste di lavorio. Partendo da veneti, friulani e romagnoli, si è arrivati ad ospitare 130.000 persone, un miracolo di convivenza civile. Solo Toronto, nel mondo, ha più etnie di Latina sul proprio vasto territorio, è una città davvero cosmopolita. La prima fabbrica di fiammiferi, l’Italmatch, fu creata da siriani nel 1963, in via Nascosa, dove adesso troviamo un magazzino di forniture elettriche denominato Orel. Alla Chiesuola senti il friulano, al Grappa il veneto, in via dei Cappuccini il rocchigiano, in via Cossira il pantesco, a San Michele il marchigiano, a Pontinia il ferrarese. Bella roba, davvero bella. Piacerebbe ad Umberto Bossi che dei dialetti vuole fare una materia di studio. Non ha tutti i torti, lui lo afferma da animale politico qual è per conquistare consensi elettorali ma il rispetto di certi idiomi va rispettato e conservato. Qualche anno fa ci siamo recati in vacanza alle Isole Tremiti. Saliamo sull’aliscafo a Termoli e sentivamo i marinai parlare in dialetto campano. Saranno di una compagnia di navigazione di quelle zone? Proprio no. Alle Tremiti, colonizzate dai Borboni nel 1700, conservano la cadenza partenopea. Bellissimo. Come il tabarchino di Carloforte, l’albanese di Ururi, l’ischitano che senti a Ponza. A proposito: perché le isole ponziane appartengono alla provincia di Latina? Sono sempre state “Terra di Lavoro”, poi il fascismo le fece diventare pontine. Cos’hanno di pontino? Nulla. Sono più gli abitanti di origine sarda a Ponza che quelli di provenienza formiana. Basta scorrere l’elenco telefonico. Migranti, migranti, ancora migranti. Sempre a Ponza abitano i Tricoli. Sono originari di Lipari e Palermo. Bossi spesso esagera nelle sue esternazioni, il dialetto non va insegnato a scuola ma va difeso, preservato, valorizzato, studiato a fondo. Non divide gli italiani ma li unisce, eccome li unisce. Tornando a Latina, come non mettere in risalto che il primo medico scolastico arrivava da Fiume? Il giocatore di basket Bosizio era fiumano anche lui. La moglie del sindaco Finestra è nata a Zara, come Ottavio Missoni, grande atleta poi sommo stilista. Mario Prospero Rossi, nato a Rodi, ha introdotto il baseball a Latina, Alghiri Puglia, di Rodi, ha fondato la Confederazione degli Artigiani. Andando avanti, non finiremmo mai di scrivere. Arrivederci alla prossima puntata. Ci attende un bagno al mare, Altrimenti, perchè parliamo sempre dell’acqua azzurra?
La buona azione quotidiana corre sul filo del ticket
Maria Corsetti
Quanto è bella la generosità che non costa nulla, quella che ti concede il privilegio di fare il buono con due, tre euro al massimo, riciclando qualcosa che comunque non ti serve più. L’emozione corre sul ticket del parcheggio sul lungomare di Latina, l’odiato talloncino che si acquista a Capoportiere dagli ausiliari del traffico che ti fulminerebbero all’istante: tu te ne vai al mare e loro lì a crepare tra sole e asfalto. Tu li guardi sospirando, facendogli pesare che stai sborsando tre dei tuoi preziosissimi euro, e loro sono costretti anche a sorridere e a ringraziare. Così va il mondo. Verso Rio Martino alle nove è già tutto esaurito, trovare un posto è solo questione di fortuna e di utilitaria ristretta. Gratti il tagliandino, lo posizioni in bella vista sul cruscotto e ti senti un cittadino modello. Ma il bello viene al ritorno, è mezzogiorno e arriva la seconda ondata di vacanzieri rimasti in città, causa crisi economica mondiale che, tradotta in termini popolari significa rate della tv lcd, del pc, del telefonino che canta, suona e recita, del materasso di lattice con batteria di pentole in omaggio da pagare.
Stai andando via, sei una preda preziosissima, potresti lasciare un posto libero. Cammini sull’asfalto, sai che non puoi sfuggire a quel destino, si avvicina una macchina: «scusi signora, sta andando via?» «sì, la mia macchina è quella laggiù». Esci dal parcheggio con calma, nell’altra macchina attendono tranquilli, ormai è fatta. Quando ormai sei sgusciato fuori dal parcheggio l’ulteriore regalo: «Prego, prenda il mio tagliandino, a me tanto non serve più». Come è bello essere buoni, senza spendere una lira in più e con la sottile soddisfazione di aver dato una fregatura a chi ogni anno ti impone la gabella. Certo, non tutti quelli a cui cedi il posto sono simpatici, ad alcuni ti verrebbe quasi voglia di…come quelli che «scusi signora, sta andando via?» «sì, la mia macchina è quella laggiù». Ma tanto laggiù, è mezzogiorno e fa caldo e i cafoni neanche si sprecano a offrire un passaggio, corrono a prenotare il posto con le quattro frecce smargiasse come il loro sguardo che incrocia quello disperato di chi è ancora appeso sull’asfalto. Fastidiosi. Il massimo sarebbe ora fare dietrofront e lasciarli lì a seccarsi sotto il sole, sedersi a un chiosco e consumare un pranzo intero. A loro no, il tagliandino proprio no. Solo che ti fregano: «Può cederci il suo tagliandino? Glielo paghiamo, sennò siamo costretti a tornare indietro per acquistarlo». Cafoni e deficienti. Che fai, però? Sarebbe da dirgli: «guardate io più tardi devo tornare e il tagliandino mi serve. A questo punto posso darvi il mio grattato ma datemi i tre euro per acquistarne un altro». Non è da me. Senza alcun sorriso gli allungo il tagliandino, fanno anche finta di darmi i soldi. A denti stretti rifiuto. Questa buona azione non mi ha dato nessuna sensazione positiva, solo il rimorso per aver ceduto il posto auto a questi ventenni senza garbo e averlo dovuto dopo qualche minuto negare a quella ragazza tanto gentile. No, la generosità non è indiscriminata. Per passare tempo al semaforo mi studio il tagliandino che ho usato un pomeriggio, in realtà mi è stato dato da una coppia che stava andando via, ed essendo andata via tardi non ho potuto proseguire la catena del dono. Sul retro c’è scritto: “Il presente titolo non è cedibile”. E come fai a dimostrare che l’ho ceduto? Mi vieni a beccare in flagranza di reato mentre allungo il ticket dal finestrino? E che mi contesti, un eccesso di altruismo? Mi togli il gusto di sentirmi migliore? Però a quei quattro cafoni dell’altro giorno la risposta ci stava tutta: «Scusate, il titolo non è cedibile». Ci facevo la figura del Furio verdoniano, ma dopo mi sentivo meglio. Alle volte c’è più gusto a essere bastardi.
Quanto è bella la generosità che non costa nulla, quella che ti concede il privilegio di fare il buono con due, tre euro al massimo, riciclando qualcosa che comunque non ti serve più. L’emozione corre sul ticket del parcheggio sul lungomare di Latina, l’odiato talloncino che si acquista a Capoportiere dagli ausiliari del traffico che ti fulminerebbero all’istante: tu te ne vai al mare e loro lì a crepare tra sole e asfalto. Tu li guardi sospirando, facendogli pesare che stai sborsando tre dei tuoi preziosissimi euro, e loro sono costretti anche a sorridere e a ringraziare. Così va il mondo. Verso Rio Martino alle nove è già tutto esaurito, trovare un posto è solo questione di fortuna e di utilitaria ristretta. Gratti il tagliandino, lo posizioni in bella vista sul cruscotto e ti senti un cittadino modello. Ma il bello viene al ritorno, è mezzogiorno e arriva la seconda ondata di vacanzieri rimasti in città, causa crisi economica mondiale che, tradotta in termini popolari significa rate della tv lcd, del pc, del telefonino che canta, suona e recita, del materasso di lattice con batteria di pentole in omaggio da pagare.
Stai andando via, sei una preda preziosissima, potresti lasciare un posto libero. Cammini sull’asfalto, sai che non puoi sfuggire a quel destino, si avvicina una macchina: «scusi signora, sta andando via?» «sì, la mia macchina è quella laggiù». Esci dal parcheggio con calma, nell’altra macchina attendono tranquilli, ormai è fatta. Quando ormai sei sgusciato fuori dal parcheggio l’ulteriore regalo: «Prego, prenda il mio tagliandino, a me tanto non serve più». Come è bello essere buoni, senza spendere una lira in più e con la sottile soddisfazione di aver dato una fregatura a chi ogni anno ti impone la gabella. Certo, non tutti quelli a cui cedi il posto sono simpatici, ad alcuni ti verrebbe quasi voglia di…come quelli che «scusi signora, sta andando via?» «sì, la mia macchina è quella laggiù». Ma tanto laggiù, è mezzogiorno e fa caldo e i cafoni neanche si sprecano a offrire un passaggio, corrono a prenotare il posto con le quattro frecce smargiasse come il loro sguardo che incrocia quello disperato di chi è ancora appeso sull’asfalto. Fastidiosi. Il massimo sarebbe ora fare dietrofront e lasciarli lì a seccarsi sotto il sole, sedersi a un chiosco e consumare un pranzo intero. A loro no, il tagliandino proprio no. Solo che ti fregano: «Può cederci il suo tagliandino? Glielo paghiamo, sennò siamo costretti a tornare indietro per acquistarlo». Cafoni e deficienti. Che fai, però? Sarebbe da dirgli: «guardate io più tardi devo tornare e il tagliandino mi serve. A questo punto posso darvi il mio grattato ma datemi i tre euro per acquistarne un altro». Non è da me. Senza alcun sorriso gli allungo il tagliandino, fanno anche finta di darmi i soldi. A denti stretti rifiuto. Questa buona azione non mi ha dato nessuna sensazione positiva, solo il rimorso per aver ceduto il posto auto a questi ventenni senza garbo e averlo dovuto dopo qualche minuto negare a quella ragazza tanto gentile. No, la generosità non è indiscriminata. Per passare tempo al semaforo mi studio il tagliandino che ho usato un pomeriggio, in realtà mi è stato dato da una coppia che stava andando via, ed essendo andata via tardi non ho potuto proseguire la catena del dono. Sul retro c’è scritto: “Il presente titolo non è cedibile”. E come fai a dimostrare che l’ho ceduto? Mi vieni a beccare in flagranza di reato mentre allungo il ticket dal finestrino? E che mi contesti, un eccesso di altruismo? Mi togli il gusto di sentirmi migliore? Però a quei quattro cafoni dell’altro giorno la risposta ci stava tutta: «Scusate, il titolo non è cedibile». Ci facevo la figura del Furio verdoniano, ma dopo mi sentivo meglio. Alle volte c’è più gusto a essere bastardi.
Il disagio di viaggiare in treno, cronistoria di un ferragosto alternativo
Marcello Caliman
Festività di Ferragosto: in massa dalle città sono scesi verso il mare e le località del Golfo di Gaeta sono state prese d'assalto, anche se meno degli altri anni, da bagnanti pendolari in cerca di qualche ora di evasione a poco prezzo, mentre decine di stabili hanno ancora sui portoni la scritta “Fittasi mesi di luglio e agosto”, superfluo indicare anche settembre. Chi scrive ha deciso di passare un ferragosto alternativo, andando dal mare in città, nella sua città natale di Napoli, lasciata a vent'anni, ma di cui si conservano ricordi ora struggenti, perché velati di malinconia e di lontananza. E ancora, per non essere coinvolto nel traffico automobilistico, ha optato per il treno delle 8.52 dalla stazione di Minturno – Scauri per Napoli Campi Flegrei. Come giornalista non può fare a meno di raccontare ai lettori le sue sensazioni...dal vivo. Appena salito sul treno, con la propria consorte, scatta una profonda solidarietà verso i pendolari che tutti i giorni utilizzano questi treni. Sono sporchi, tremendamente trasandati e lerci. Si prova un senso di fastidio, qualcuno cerca di supplire con tovagliolini di carta all'altezza del capo o al di sotto del sedere. Ma serve a poco, molti utenti sono inurbani, contribuendo a sporcare ulteriormente i sedili e gli scompartimenti, i vetri dei finestrini non sono lavati da tempo e tutte le carrozze dei convogli, sia all'andata che al ritorno, sia quelli che si ha modo di vedere alla stazione di Napoli Campi Flegrei prima e poi di Napoli Centrale, sono vergognosamente sporchi. Entrando nella stazione flegrea, la terza per importanza di Napoli dopo quelle di Piazza Garibaldi e Mergellina, si nota che da tempo nessuno usa un decespugliatore per tagliare l'erba selvatica che ha invaso buona parte dell'esercizio ferroviario. E a pensare che una volta vi era un concorso per gli impianti più curati e fioriti. Sia all'andata che al ritorno nessun controllore si fa vedere lungo il convoglio, l'aria condizionata funziona a fasi alterne, in qualche carrozza si, in altre no, come d'altronde l'illuminazione degli scompartimenti. Che tristezza. Chi scrive ha amato le FS, l'Azienda Autonoma delle Ferrovie dello Stato, di cui suo padre era dirigente superiore e lo scrivente stesso da giovanissimo vi ha lavorato due anni a Milano, e ora ne vede un crollo d'immagine, in nome di una falsa economia di mercato. Dopo un pranzo consumato in famiglia ha chiesto a una nipote di accompagnarlo alla stazione di Napoli Centrale, in auto per poter rivedere la città natale, evitando la tangenziale. Ho attraversato tutto il centro urbano e ho notato l'assenza totale di una divisa per strada, non un vigile, un poliziotto o un carabiniere. Soltanto all'altezza del Consolato degli Stati Uniti d'America su Via Caracciolo era parcheggiata un autoblindo, con un militare in torretta, con le mani pronte all'uso di un mitragliatore a causa del rischio attentato. Una volta vi erano i carabinieri; ora giustamente l'utilizzo dei soldati per risparmiare appartenenti alle forze dell'ordine per usi più proficui, ma io non ne ho visti. Tanti bagnanti sulle scogliere del lungomare, ma un'assenza di assistenza bagnanti e anche la mancanza di una proficua derattizzazione, visto che gli scogli sono “abitati” tutto l'anno da roditori. Giunti alla stazione centrale, stesso senso di fastidio dell'andata. Per entrare nella stazione bisogna percorrere piccoli varchi occupati da extracomunitari, africani ed asiatici, e i visi non sono rassicuranti. Nell'area della stazione centrale non si nota un agente della Polizia Ferroviaria, si è soli, tra la folla, poiché l'impianto è dominato da stranieri, istintivamente le mani vanno su borse e borselli, a proteggerli da eventuali scippi. Dopo l'ovvio ritardo alla partenza, tra disservizi vari, il treno lascia Napoli, ma non lascia noi il clima di frustrazione provato. Giunti a casa ci si spoglia lasciando cadere al suolo tutti gli indumenti, per poi affidarli alla lavatrice per un'opportuna bonifica igienica. La mente va ad Adriano Celentano e alla sua pubblicità di qualche tempo fa sul viaggiare in treno, se ne sarà mai vergognato? Chi scrive spera di si, proprio perché rispetta tutti i lavoratori del mondo delle rotaie.
Festività di Ferragosto: in massa dalle città sono scesi verso il mare e le località del Golfo di Gaeta sono state prese d'assalto, anche se meno degli altri anni, da bagnanti pendolari in cerca di qualche ora di evasione a poco prezzo, mentre decine di stabili hanno ancora sui portoni la scritta “Fittasi mesi di luglio e agosto”, superfluo indicare anche settembre. Chi scrive ha deciso di passare un ferragosto alternativo, andando dal mare in città, nella sua città natale di Napoli, lasciata a vent'anni, ma di cui si conservano ricordi ora struggenti, perché velati di malinconia e di lontananza. E ancora, per non essere coinvolto nel traffico automobilistico, ha optato per il treno delle 8.52 dalla stazione di Minturno – Scauri per Napoli Campi Flegrei. Come giornalista non può fare a meno di raccontare ai lettori le sue sensazioni...dal vivo. Appena salito sul treno, con la propria consorte, scatta una profonda solidarietà verso i pendolari che tutti i giorni utilizzano questi treni. Sono sporchi, tremendamente trasandati e lerci. Si prova un senso di fastidio, qualcuno cerca di supplire con tovagliolini di carta all'altezza del capo o al di sotto del sedere. Ma serve a poco, molti utenti sono inurbani, contribuendo a sporcare ulteriormente i sedili e gli scompartimenti, i vetri dei finestrini non sono lavati da tempo e tutte le carrozze dei convogli, sia all'andata che al ritorno, sia quelli che si ha modo di vedere alla stazione di Napoli Campi Flegrei prima e poi di Napoli Centrale, sono vergognosamente sporchi. Entrando nella stazione flegrea, la terza per importanza di Napoli dopo quelle di Piazza Garibaldi e Mergellina, si nota che da tempo nessuno usa un decespugliatore per tagliare l'erba selvatica che ha invaso buona parte dell'esercizio ferroviario. E a pensare che una volta vi era un concorso per gli impianti più curati e fioriti. Sia all'andata che al ritorno nessun controllore si fa vedere lungo il convoglio, l'aria condizionata funziona a fasi alterne, in qualche carrozza si, in altre no, come d'altronde l'illuminazione degli scompartimenti. Che tristezza. Chi scrive ha amato le FS, l'Azienda Autonoma delle Ferrovie dello Stato, di cui suo padre era dirigente superiore e lo scrivente stesso da giovanissimo vi ha lavorato due anni a Milano, e ora ne vede un crollo d'immagine, in nome di una falsa economia di mercato. Dopo un pranzo consumato in famiglia ha chiesto a una nipote di accompagnarlo alla stazione di Napoli Centrale, in auto per poter rivedere la città natale, evitando la tangenziale. Ho attraversato tutto il centro urbano e ho notato l'assenza totale di una divisa per strada, non un vigile, un poliziotto o un carabiniere. Soltanto all'altezza del Consolato degli Stati Uniti d'America su Via Caracciolo era parcheggiata un autoblindo, con un militare in torretta, con le mani pronte all'uso di un mitragliatore a causa del rischio attentato. Una volta vi erano i carabinieri; ora giustamente l'utilizzo dei soldati per risparmiare appartenenti alle forze dell'ordine per usi più proficui, ma io non ne ho visti. Tanti bagnanti sulle scogliere del lungomare, ma un'assenza di assistenza bagnanti e anche la mancanza di una proficua derattizzazione, visto che gli scogli sono “abitati” tutto l'anno da roditori. Giunti alla stazione centrale, stesso senso di fastidio dell'andata. Per entrare nella stazione bisogna percorrere piccoli varchi occupati da extracomunitari, africani ed asiatici, e i visi non sono rassicuranti. Nell'area della stazione centrale non si nota un agente della Polizia Ferroviaria, si è soli, tra la folla, poiché l'impianto è dominato da stranieri, istintivamente le mani vanno su borse e borselli, a proteggerli da eventuali scippi. Dopo l'ovvio ritardo alla partenza, tra disservizi vari, il treno lascia Napoli, ma non lascia noi il clima di frustrazione provato. Giunti a casa ci si spoglia lasciando cadere al suolo tutti gli indumenti, per poi affidarli alla lavatrice per un'opportuna bonifica igienica. La mente va ad Adriano Celentano e alla sua pubblicità di qualche tempo fa sul viaggiare in treno, se ne sarà mai vergognato? Chi scrive spera di si, proprio perché rispetta tutti i lavoratori del mondo delle rotaie.
domenica 16 agosto 2009
Ho manipolato il Cavaliere
Lidano Grassucci
Caro Ap torno a scriverti per via che a Ferragosto il presidente Berlusconi ha dichiarato: «Non sciolgo Fondi perchè non è stato coinvolto in inchieste di mafia alcun membro della Giunta e del Consiglio comunale». Caro Ap questa volta non l'ho detto io, come feci a Fondi nel confronto dibattito organizzato dal locale Partito democratico la scorsa primavera, ma l'ha detto il capo del tuo capo. Ora che scrivi? Dovresti scrivere che Berlusconi è un “garantista ruffiano”. Dimostrami che hai ardire: scrivi che il capo del tuo capo è “ruffiano di Fazzone”. Che è colluso con la mafia. Del resto se il capo del mio capo è colluso con la mafia, anche il mio capo... e io che sono il sotto del capo?
Manda il pezzo al Ciarra dove precisi che sta in un partito di malfattori, visto che tu hai detto che a Fondi sono mafiosi e ora Berlusca (come me) dice un’altra cosa.
Scrivilo, ti ricordo che potresti fare colte citazioni tipo quella di Benito Mussolini che in parlamento dichiara, dopo l'infamia del delitto di Matteotti (i fascisti non sono brave persone, anche questo so che pensi, scrivilo): “se il fascismo è stato una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”. Potrai sostenere che i capi difendono sempre i sotto.
Ma non lo scriverai. Come io scrivo oggi che ieri Berlusconi è stato uno statista assumendosi responsabilità su una scelta a fronte di oltre un anno di pilatesca viltà.
Durante il dibattito a Fondi mi hai tacciato di non conoscenza dei fatti mentre mischiavi aspetti penali (inchiesta Damasco) con rilievi amministrativi (commissione d'accesso) evidenziando superficialità che ai giovani virgulti del giornalismo locale è concessa (“so mammocci” dice sempre un mio amico), tu non sei come loro, ora che Berlusconi usa gli identici argomenti miei, che sostieni che è ignorante? Che è manipolato da me?
Ti saluto e non tornerò sull'argomento rispetto a te. Ma questo dovevo ai miei lettori per coerenza.
Caro Ap torno a scriverti per via che a Ferragosto il presidente Berlusconi ha dichiarato: «Non sciolgo Fondi perchè non è stato coinvolto in inchieste di mafia alcun membro della Giunta e del Consiglio comunale». Caro Ap questa volta non l'ho detto io, come feci a Fondi nel confronto dibattito organizzato dal locale Partito democratico la scorsa primavera, ma l'ha detto il capo del tuo capo. Ora che scrivi? Dovresti scrivere che Berlusconi è un “garantista ruffiano”. Dimostrami che hai ardire: scrivi che il capo del tuo capo è “ruffiano di Fazzone”. Che è colluso con la mafia. Del resto se il capo del mio capo è colluso con la mafia, anche il mio capo... e io che sono il sotto del capo?
Manda il pezzo al Ciarra dove precisi che sta in un partito di malfattori, visto che tu hai detto che a Fondi sono mafiosi e ora Berlusca (come me) dice un’altra cosa.
Scrivilo, ti ricordo che potresti fare colte citazioni tipo quella di Benito Mussolini che in parlamento dichiara, dopo l'infamia del delitto di Matteotti (i fascisti non sono brave persone, anche questo so che pensi, scrivilo): “se il fascismo è stato una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”. Potrai sostenere che i capi difendono sempre i sotto.
Ma non lo scriverai. Come io scrivo oggi che ieri Berlusconi è stato uno statista assumendosi responsabilità su una scelta a fronte di oltre un anno di pilatesca viltà.
Durante il dibattito a Fondi mi hai tacciato di non conoscenza dei fatti mentre mischiavi aspetti penali (inchiesta Damasco) con rilievi amministrativi (commissione d'accesso) evidenziando superficialità che ai giovani virgulti del giornalismo locale è concessa (“so mammocci” dice sempre un mio amico), tu non sei come loro, ora che Berlusconi usa gli identici argomenti miei, che sostieni che è ignorante? Che è manipolato da me?
Ti saluto e non tornerò sull'argomento rispetto a te. Ma questo dovevo ai miei lettori per coerenza.
TERRACINA - Il silenzio di Nardi sull'arrivo dei cantieri navali
Teresa Faticoni
Il cantiere dove lo metto? Parte, si dice, si mormora che siano in arrivo i cantieri navali Rizzardi, ma nessuno sa con certezza i tempi e i modi. L’articolata denuncia arriva dal capogruppo del Partito democratico in consiglio comunale Antonio Bernardi. Nei giorni scorsi l’ufficio stampa del Comune aveva diffuso una nota nella quale si annunciava il trasferimento, deciso dalla Regione Lazio, dei cantieri navali da Sabaudia (dove evidentemente nessuno vuole assumersi la responsabilità e piuttosto che decidere cosa fare del lago di Paola, preferisce spostare altrove) all’area ex Sep nella città del Monte Giove. «Su questa notizia sugli organi di stampa si è sviluppato un dibattito a cui ha contribuito anche il sindaco, con affermazioni personali, vaghe e fantasiose», dichiara Bernardi. Ma nessuno ha ufficialmente informato il consiglio comunale. Anche se Nardi nell’ultimo consiglio comunale prima di Ferragosto in risposta a una mozione presentata sul bando dei porti a fatto accenno a un confronto avuto in merito con la Regione Lazio. La Regione Lazio, in sostanza, avrebbe preso la decisione di de localizzare i cantieri Rizzardi all’ex Sep con il solo coinvolgimento del sindaco, avendo concertato la cosa con il Ministero dell’ambiente. Di più: la notizia della delocalizzazione è stata celata per qualche giorno, poi, essendo uscita sul Corriere della sera, la regione è stata costretta a uno striminzito comunicato stampa diffuso con quattro giorni di ritardo. Bernardi a questo punto avanza una serie di domande: «il cantiere nautico che verrebbe realizzato nell’ex Sep, quanta area occuperebbe? Includerebbe o meno il centro turistico del molo? Il cantiere nautico interesserebbe anche grandi imbarcazioni? In caso affermativo, come e da dove raggiungerebbero l’area del molo senza creare problemi alla viabilità o alla costa?». Interrogativi al momento senza risposta, anche perché nemmeno si conoscono i termini della proposta. Il capogruppo del Pd, da parte sua, svolge alcune considerazioni sulla possibilità di trasferire il cantiere nautico di Rizzardi a Badino in alternativa all’ex Sep. «In merito alla proposta del Piano particolareggiato della C2 con le nostre osservazioni, inviate anche alla Regione Lazio, abbiamo espresso un giudizio negativo per la realizzazione dell’avamporto che inciderebbe negativamente sulla morfologia della fascia costiera e delle due darsene: una alla foce e l’altra nella parte storica lato Roma del nuovo ponte». Insomma, l’impressione sembra essere quella di una necessità da parte della Regione Lazio di fare presto, perché i cantieri Rizzardi sono un fiore al’occhiello dell’economia pontina e italiana. Una mancata decisione provocherebbe come conseguenza immediata una figuraccia alla quale sarebbe difficile riparare. Ma con la decisione di spostare i cantieri non solo non sono state tenuti nel computo necessario i passaggi istituzionali, ma sono state lasciate nell’oblio anche alcune attività dell’indotto. «Per quanto mi riguarda, chiedo una maggiore considerazione da parte della regione, sia sulle nostre proposte che per le decisioni, che la Regione Lazio intende adottare sulla nostra città. Ritengo che noi siamo e dobbiamo essere il partito del fare; ma di un fare che trova la sua fonte ispiratrice nella dinamica politica locale che si apre e che concerta con gli enti provinciali e regionali scelte di governo del territorio nel rispetto dello sviluppo sostenibile», aggiunge Bernardi.
Il capogruppo ricorda in conclusione al sindaco Nardi come «una cosa è discutere dello spostamento di un cantiere nautico, un’altra è legare tale scelta a quella della portualità. Se il Sindaco crede di poter strumentalizzare la prima per ottenere il via libera a progetti di portualità scellerata e che vanno in contrasto con l’interesse della collettività terracinese noi l’osteggeremo con tutte le nostre forze anche a costo, se necessario, di ingaggiare un duro braccio di ferro con la Regione Lazio».
Il cantiere dove lo metto? Parte, si dice, si mormora che siano in arrivo i cantieri navali Rizzardi, ma nessuno sa con certezza i tempi e i modi. L’articolata denuncia arriva dal capogruppo del Partito democratico in consiglio comunale Antonio Bernardi. Nei giorni scorsi l’ufficio stampa del Comune aveva diffuso una nota nella quale si annunciava il trasferimento, deciso dalla Regione Lazio, dei cantieri navali da Sabaudia (dove evidentemente nessuno vuole assumersi la responsabilità e piuttosto che decidere cosa fare del lago di Paola, preferisce spostare altrove) all’area ex Sep nella città del Monte Giove. «Su questa notizia sugli organi di stampa si è sviluppato un dibattito a cui ha contribuito anche il sindaco, con affermazioni personali, vaghe e fantasiose», dichiara Bernardi. Ma nessuno ha ufficialmente informato il consiglio comunale. Anche se Nardi nell’ultimo consiglio comunale prima di Ferragosto in risposta a una mozione presentata sul bando dei porti a fatto accenno a un confronto avuto in merito con la Regione Lazio. La Regione Lazio, in sostanza, avrebbe preso la decisione di de localizzare i cantieri Rizzardi all’ex Sep con il solo coinvolgimento del sindaco, avendo concertato la cosa con il Ministero dell’ambiente. Di più: la notizia della delocalizzazione è stata celata per qualche giorno, poi, essendo uscita sul Corriere della sera, la regione è stata costretta a uno striminzito comunicato stampa diffuso con quattro giorni di ritardo. Bernardi a questo punto avanza una serie di domande: «il cantiere nautico che verrebbe realizzato nell’ex Sep, quanta area occuperebbe? Includerebbe o meno il centro turistico del molo? Il cantiere nautico interesserebbe anche grandi imbarcazioni? In caso affermativo, come e da dove raggiungerebbero l’area del molo senza creare problemi alla viabilità o alla costa?». Interrogativi al momento senza risposta, anche perché nemmeno si conoscono i termini della proposta. Il capogruppo del Pd, da parte sua, svolge alcune considerazioni sulla possibilità di trasferire il cantiere nautico di Rizzardi a Badino in alternativa all’ex Sep. «In merito alla proposta del Piano particolareggiato della C2 con le nostre osservazioni, inviate anche alla Regione Lazio, abbiamo espresso un giudizio negativo per la realizzazione dell’avamporto che inciderebbe negativamente sulla morfologia della fascia costiera e delle due darsene: una alla foce e l’altra nella parte storica lato Roma del nuovo ponte». Insomma, l’impressione sembra essere quella di una necessità da parte della Regione Lazio di fare presto, perché i cantieri Rizzardi sono un fiore al’occhiello dell’economia pontina e italiana. Una mancata decisione provocherebbe come conseguenza immediata una figuraccia alla quale sarebbe difficile riparare. Ma con la decisione di spostare i cantieri non solo non sono state tenuti nel computo necessario i passaggi istituzionali, ma sono state lasciate nell’oblio anche alcune attività dell’indotto. «Per quanto mi riguarda, chiedo una maggiore considerazione da parte della regione, sia sulle nostre proposte che per le decisioni, che la Regione Lazio intende adottare sulla nostra città. Ritengo che noi siamo e dobbiamo essere il partito del fare; ma di un fare che trova la sua fonte ispiratrice nella dinamica politica locale che si apre e che concerta con gli enti provinciali e regionali scelte di governo del territorio nel rispetto dello sviluppo sostenibile», aggiunge Bernardi.
Il capogruppo ricorda in conclusione al sindaco Nardi come «una cosa è discutere dello spostamento di un cantiere nautico, un’altra è legare tale scelta a quella della portualità. Se il Sindaco crede di poter strumentalizzare la prima per ottenere il via libera a progetti di portualità scellerata e che vanno in contrasto con l’interesse della collettività terracinese noi l’osteggeremo con tutte le nostre forze anche a costo, se necessario, di ingaggiare un duro braccio di ferro con la Regione Lazio».
L'inno di Italia e l'ignoranza della storia
Lidano Grassucci
Ora anche l’inno di Mameli infastidisce il nostro amico, capo di governo di fatto, Umberto Bossi. Dice, il nostro, che questo inno non lo conosce nessuno, che non vale nulla. Io gli voglio sommessamente ricordare che questo inno lo ha scritto un ragazzo, Goffredo Mameli, nato nella nordissima Genova. E che è andato a morire a Roma nel tentativo di liberarla da preti e lacchè stranieri al servizio dei preti. Questo ragazzo aveva 22 anni quando è morto in nome di quella libera Repubblica che aveva tra i suoi padri Mazzini (anche lui genovese), Armellini e Saffi. È morto, come tanti altri ragazzi del nord, in nome dell’utopia di un’Italia una, libera e repubblicana. Quelle stesse idee che avevano i ragazzi partiti da Quarto in camicia rossa molti dei quali essendo di Bergamo vedevano il mare per la prima volta. Andarono a liberare il sud dai Borboni, una delle dinastie più imbelli che la storia ricordi in nome dell’Italia libera. Con lo stesso spirito con cui i piccoli fanti della Sassari andarono a morire per fare italiana Trento e Trieste. E scrivo questa mia difesa dell’inno nazionale con lo stesso spirito con cui lo avrebbe fatto Giuseppe Verdi, colui che ha dato all’umanità il Va’ pensiero. Perché Verdi nelle tribolazioni del popolo di Israele senza patria vedeva quelle dell’Italia asservita allo straniero. Lo dico con lo stesso spirito con cui i ragazzi italiani scrivevano sui muri “viva Verdi” volendo significare Viva Vittorio Emanuele re d’Italia. Con lo stesso spirito dei ragazzi milanesi che durante le rappresentazioni verdiane gettavano i volantini inneggianti all’unità d’Italia sulle teste degli ufficiali austriaci. Con lo stesso spirito delle giornate di Milano. Ma come al solito per sapere di cosa si parla bisognerebbe conoscere un po’ di storia. Goffredo Mameli ha avuto il coraggio di morire per la sua idea a 22 anni. Bossi di anni ne ha 68 e non mi pare che trovi qualcuno disposto a tagliarsi un’unghia per la sua patriella inventata.
Ora anche l’inno di Mameli infastidisce il nostro amico, capo di governo di fatto, Umberto Bossi. Dice, il nostro, che questo inno non lo conosce nessuno, che non vale nulla. Io gli voglio sommessamente ricordare che questo inno lo ha scritto un ragazzo, Goffredo Mameli, nato nella nordissima Genova. E che è andato a morire a Roma nel tentativo di liberarla da preti e lacchè stranieri al servizio dei preti. Questo ragazzo aveva 22 anni quando è morto in nome di quella libera Repubblica che aveva tra i suoi padri Mazzini (anche lui genovese), Armellini e Saffi. È morto, come tanti altri ragazzi del nord, in nome dell’utopia di un’Italia una, libera e repubblicana. Quelle stesse idee che avevano i ragazzi partiti da Quarto in camicia rossa molti dei quali essendo di Bergamo vedevano il mare per la prima volta. Andarono a liberare il sud dai Borboni, una delle dinastie più imbelli che la storia ricordi in nome dell’Italia libera. Con lo stesso spirito con cui i piccoli fanti della Sassari andarono a morire per fare italiana Trento e Trieste. E scrivo questa mia difesa dell’inno nazionale con lo stesso spirito con cui lo avrebbe fatto Giuseppe Verdi, colui che ha dato all’umanità il Va’ pensiero. Perché Verdi nelle tribolazioni del popolo di Israele senza patria vedeva quelle dell’Italia asservita allo straniero. Lo dico con lo stesso spirito con cui i ragazzi italiani scrivevano sui muri “viva Verdi” volendo significare Viva Vittorio Emanuele re d’Italia. Con lo stesso spirito dei ragazzi milanesi che durante le rappresentazioni verdiane gettavano i volantini inneggianti all’unità d’Italia sulle teste degli ufficiali austriaci. Con lo stesso spirito delle giornate di Milano. Ma come al solito per sapere di cosa si parla bisognerebbe conoscere un po’ di storia. Goffredo Mameli ha avuto il coraggio di morire per la sua idea a 22 anni. Bossi di anni ne ha 68 e non mi pare che trovi qualcuno disposto a tagliarsi un’unghia per la sua patriella inventata.
venerdì 14 agosto 2009
Giustizialismo sotto dettatura
Lidano Grassucci
Caro Ap (Alessandro Panigutti) le mando questa mia in ragione della tua di ieri pubblicata sul tuo giornale in prima pagina. Mi definivi, testuale, “garantista ruffiano”. Menti sapendo di mentire, ma non credo sia cosa nuova, conoscendomi da quasi 30 anni, conoscendo la mia fede garantista che era anche quando lavoravo nel tuo giornale e non era facile mentre tu già facevi il megafono acritico della Procura. Sai anche che la ruffianeria non mi appartiene tanto è che quando quel giornale che ora nominalmente dirigi non era piu' compatibile con i miei valori ho lasciato rinunciando a buoni stipendi e a prospettive di carriera certo non seconde alle tue. Ho dato vita a questo foglio con mie, tante, spese e sai quanto “non sono ricco”, qui c'è tutto quello che avevo: un ruffiano si sarebbe arruffianato e messo al servizio di qualche nuovo padrone. Tu lo avresti fatto?
Ero e sono garantista perche non ho mai lavorato nelle segreterie comunali di potenti democristiani abbandonati quando impotenti, non sono mai entrato da ingressi posteriori nei pubblici municipi, né ho mai frequentato per far sapere Procure e commissariati. Sai odio i delatori e per me da quando son nato le spie non sono figlie di Maria. Spero che tu con il mio stesso onore di uomo possa dire lo stesso.
Sono garantista e non ho mai scritto sotto dettatura né o fatto il prestanome nel dirigere giornali. Sempre in prima persona, spero tu possa dire con il mio stesso orgoglio altrettanto.
Mi accusi di non aver letto (a proposito quel libro di Celine in francese accompagnato per 15 anni in redazione, lo hai finito?) credo che tu non abbia neanche visto la decisione del Riesame su Mariorenzi che recitava della non possibilità di arresto dello stesso perchè non era consentito dalla legge. Non ho detto, perchè non hai letto, che quella sentenza inficiava l'inchiesta Damasco, ma che chi era stato tirato dentro con fumo e genio mediatico per dimostrare connivenza tra politica e malavita era limpido come l'acqua. Ma tu non hai letto e chi ti detta non voleva sentire. Mi hai accusato di “garantismo ruffiano”, io non ti accuso di “giustizialismo sotto dettatura”. Capisco, vengo da famiglie proletarie, che guadagnarsi il pane sotto padrone è difficile e per te ancor di piu' perchè ti hanno concesso anche il companatico.
Ti saluto e ti capisco, la libertà costa è un lusso che costa caro.
Caro Ap (Alessandro Panigutti) le mando questa mia in ragione della tua di ieri pubblicata sul tuo giornale in prima pagina. Mi definivi, testuale, “garantista ruffiano”. Menti sapendo di mentire, ma non credo sia cosa nuova, conoscendomi da quasi 30 anni, conoscendo la mia fede garantista che era anche quando lavoravo nel tuo giornale e non era facile mentre tu già facevi il megafono acritico della Procura. Sai anche che la ruffianeria non mi appartiene tanto è che quando quel giornale che ora nominalmente dirigi non era piu' compatibile con i miei valori ho lasciato rinunciando a buoni stipendi e a prospettive di carriera certo non seconde alle tue. Ho dato vita a questo foglio con mie, tante, spese e sai quanto “non sono ricco”, qui c'è tutto quello che avevo: un ruffiano si sarebbe arruffianato e messo al servizio di qualche nuovo padrone. Tu lo avresti fatto?
Ero e sono garantista perche non ho mai lavorato nelle segreterie comunali di potenti democristiani abbandonati quando impotenti, non sono mai entrato da ingressi posteriori nei pubblici municipi, né ho mai frequentato per far sapere Procure e commissariati. Sai odio i delatori e per me da quando son nato le spie non sono figlie di Maria. Spero che tu con il mio stesso onore di uomo possa dire lo stesso.
Sono garantista e non ho mai scritto sotto dettatura né o fatto il prestanome nel dirigere giornali. Sempre in prima persona, spero tu possa dire con il mio stesso orgoglio altrettanto.
Mi accusi di non aver letto (a proposito quel libro di Celine in francese accompagnato per 15 anni in redazione, lo hai finito?) credo che tu non abbia neanche visto la decisione del Riesame su Mariorenzi che recitava della non possibilità di arresto dello stesso perchè non era consentito dalla legge. Non ho detto, perchè non hai letto, che quella sentenza inficiava l'inchiesta Damasco, ma che chi era stato tirato dentro con fumo e genio mediatico per dimostrare connivenza tra politica e malavita era limpido come l'acqua. Ma tu non hai letto e chi ti detta non voleva sentire. Mi hai accusato di “garantismo ruffiano”, io non ti accuso di “giustizialismo sotto dettatura”. Capisco, vengo da famiglie proletarie, che guadagnarsi il pane sotto padrone è difficile e per te ancor di piu' perchè ti hanno concesso anche il companatico.
Ti saluto e ti capisco, la libertà costa è un lusso che costa caro.
Ritorno nella terra di Franciacorta: un cielo stellato di bollicine
Maria Corsetti
Come le stelle di agosto, che rapiscono lo sguardo e la mente, fresche come la notte, spensierate come un soffio di vento nella sera. Vanitose e ridenti portano con loro tutto il fascino del made in Italy. Sono le bollicine di Franciacorta, con il loro nome un po’ orientale e sontuoso, nate nei vigneti e cresciute nelle cantine della Contadi Castaldi.
Tornare in questa terra ogni anno è come scoprire ogni volta un angolo d’Italia nascosto da uno schermo magico che lo copre agli occhi del mondo. Aeroporto di Orio al Serio, una striscia di autostrada, e poi il verde assoluto. È lì che nascono le bollicine di Franciacorta, da lì arriva l’idea stessa del Satèn. Un percorso alla ricerca delle origini, dalla terra alla cantina, un mondo di sole e di ombra, alla ricerca di un equilibrio fatto di emozioni.
E mentre sei lì che ti lasci andare un po’ alla poesia, torni in quel momento della vita in cui maturi un pensiero più elaborato, si fa l’ora del Gioco delle cuvée.
Eccoli lì, tanti piccoli chimici intorno a bicchieri e bottiglie per ritrovare il divertimento senza scopo che solo il gioco fine a se stesso sa dare. Puoi saperne quanto ne vuoi di vino, ma prova a immaginare come si trasformerà quel gusto che oggi sembra indovinato e come si arricchirà quello che oggi non convince.
Navigati sommelier, semplici appassionati, neofiti: tutti possono dire la loro intorno a una tavola rotonda. C’è il caposquadra che, guida diligente, di buon’ora, mentre gli altri si facevano il bagno in piscina, ha ripercorso tutto la strada del Satèn insieme all’enologo. Adesso, tra i grandi silos, impone la sua scienza al resto del gruppo che guarda affascinato gli alambicchi. Che bello fare il vino. Specie se sul serio lo fanno gli altri. Si assapora, si annusa, si mischia, si ride. È un gioco, concentrazione sì, ma anche tanta allegria.
Un’ora di tempo, come nei quiz a risposta multipla, per consegnare la preziosa bottiglia con il risultato dello sforzo di cervelli e palati. Un ultimo assaggio per rendersi conto di quanto cambia il gusto della base al variare della temperatura, ma la prima risposta è quella che conta, non si può tornare indietro. In attesa del responso una visita alla mostra “Ballo+ballo”, con gli scatti magnifici di Aldo e Marirosa Ballo, foto che rivelano la precisione, l’intensità e la poesia di architetture, interni e oggetti. Uno spettacolo dentro un gioco, dentro un paesaggio incantato. La cena è di quelle che non si dimenticano, le bottiglie sono un inno alla Franciacorta. L’estate è qui, fuori c’è il mondo.
Come le stelle di agosto, che rapiscono lo sguardo e la mente, fresche come la notte, spensierate come un soffio di vento nella sera. Vanitose e ridenti portano con loro tutto il fascino del made in Italy. Sono le bollicine di Franciacorta, con il loro nome un po’ orientale e sontuoso, nate nei vigneti e cresciute nelle cantine della Contadi Castaldi.
Tornare in questa terra ogni anno è come scoprire ogni volta un angolo d’Italia nascosto da uno schermo magico che lo copre agli occhi del mondo. Aeroporto di Orio al Serio, una striscia di autostrada, e poi il verde assoluto. È lì che nascono le bollicine di Franciacorta, da lì arriva l’idea stessa del Satèn. Un percorso alla ricerca delle origini, dalla terra alla cantina, un mondo di sole e di ombra, alla ricerca di un equilibrio fatto di emozioni.
E mentre sei lì che ti lasci andare un po’ alla poesia, torni in quel momento della vita in cui maturi un pensiero più elaborato, si fa l’ora del Gioco delle cuvée.
Eccoli lì, tanti piccoli chimici intorno a bicchieri e bottiglie per ritrovare il divertimento senza scopo che solo il gioco fine a se stesso sa dare. Puoi saperne quanto ne vuoi di vino, ma prova a immaginare come si trasformerà quel gusto che oggi sembra indovinato e come si arricchirà quello che oggi non convince.
Navigati sommelier, semplici appassionati, neofiti: tutti possono dire la loro intorno a una tavola rotonda. C’è il caposquadra che, guida diligente, di buon’ora, mentre gli altri si facevano il bagno in piscina, ha ripercorso tutto la strada del Satèn insieme all’enologo. Adesso, tra i grandi silos, impone la sua scienza al resto del gruppo che guarda affascinato gli alambicchi. Che bello fare il vino. Specie se sul serio lo fanno gli altri. Si assapora, si annusa, si mischia, si ride. È un gioco, concentrazione sì, ma anche tanta allegria.
Un’ora di tempo, come nei quiz a risposta multipla, per consegnare la preziosa bottiglia con il risultato dello sforzo di cervelli e palati. Un ultimo assaggio per rendersi conto di quanto cambia il gusto della base al variare della temperatura, ma la prima risposta è quella che conta, non si può tornare indietro. In attesa del responso una visita alla mostra “Ballo+ballo”, con gli scatti magnifici di Aldo e Marirosa Ballo, foto che rivelano la precisione, l’intensità e la poesia di architetture, interni e oggetti. Uno spettacolo dentro un gioco, dentro un paesaggio incantato. La cena è di quelle che non si dimenticano, le bottiglie sono un inno alla Franciacorta. L’estate è qui, fuori c’è il mondo.
Tar: discriminati e discriminanti
Sergio Corsetti
"Dov'è il privilegio se non nella mente di alcuni laicisti esasperati?". Il quesito lo pone il presidente dell'Unione giuristi cattolici italiani. Proviamo a ragionarci un po' su. La lettura data del dispositivo del Tar relativo all'insegnamento della religione cattolica appare una mistificazione. Vengono dipinti come discriminati la disciplina e gli insegnanti. Ma il tribunale amministrativo non ha detto questo. Ha semplicemente evidenziato che, sulla base delle leggi italiane, l'ordinanza ministeriale emanata da Giuseppe Fioroni poneva dei problemi di disparità di trattamento. Dobbiamo chiederci semplicemente se sulla base delle leggi vigenti un ragazzo che non intende frequentare le lezioni di religione possa essere discriminato nei confronti di un altro premiato per il contrario. Perché questo avviene. Poniamo il caso che un primo alunno si avvalga dell'insegnamento della religione e che eccella nella disciplina. Poniamo ancora che per questo motivo l'insegnante lo proponga con un voto di eccellenza, giudizio che gli dà diritto a un punto di credito. Allora, è lecito (non ci poniamo per ora un quesito di giustizia) nei confronti dell'altro ragazzo che non avvalendosene non può aver diritto a tale punto aggiuntivo, punto che andrà a concorrere alla formazione del voto finale? Si fa presto a dire poteva seguire le lezioni oppure non possiamo premiare chi va a casa. Più corretto sarebbe ragionare, come ha fatto il Tar, sui principi fondamentali della Carta costituzionale e sulla normativa che regola la materia. Basta soffermarsi sugli articoli della Costituzione. La legge non può creare discriminazioni dovute all'opinioni religiose. Punto. Perché uno studente che prende 10 in diritto-economia non ha diritto a un punto di credito e chi lo prende in religione sì? Si replica adducendo che questo concorre alla media finale ma la media dipende appunto da una decina di materie e una da sola non è sufficiente a far assegnare un punto di credito. Ecco molto semplicemente, e senza polemiche preconcette, una "controdeduzione" al presidente dell'Unione giuristi cattolici italiani.
"Dov'è il privilegio se non nella mente di alcuni laicisti esasperati?". Il quesito lo pone il presidente dell'Unione giuristi cattolici italiani. Proviamo a ragionarci un po' su. La lettura data del dispositivo del Tar relativo all'insegnamento della religione cattolica appare una mistificazione. Vengono dipinti come discriminati la disciplina e gli insegnanti. Ma il tribunale amministrativo non ha detto questo. Ha semplicemente evidenziato che, sulla base delle leggi italiane, l'ordinanza ministeriale emanata da Giuseppe Fioroni poneva dei problemi di disparità di trattamento. Dobbiamo chiederci semplicemente se sulla base delle leggi vigenti un ragazzo che non intende frequentare le lezioni di religione possa essere discriminato nei confronti di un altro premiato per il contrario. Perché questo avviene. Poniamo il caso che un primo alunno si avvalga dell'insegnamento della religione e che eccella nella disciplina. Poniamo ancora che per questo motivo l'insegnante lo proponga con un voto di eccellenza, giudizio che gli dà diritto a un punto di credito. Allora, è lecito (non ci poniamo per ora un quesito di giustizia) nei confronti dell'altro ragazzo che non avvalendosene non può aver diritto a tale punto aggiuntivo, punto che andrà a concorrere alla formazione del voto finale? Si fa presto a dire poteva seguire le lezioni oppure non possiamo premiare chi va a casa. Più corretto sarebbe ragionare, come ha fatto il Tar, sui principi fondamentali della Carta costituzionale e sulla normativa che regola la materia. Basta soffermarsi sugli articoli della Costituzione. La legge non può creare discriminazioni dovute all'opinioni religiose. Punto. Perché uno studente che prende 10 in diritto-economia non ha diritto a un punto di credito e chi lo prende in religione sì? Si replica adducendo che questo concorre alla media finale ma la media dipende appunto da una decina di materie e una da sola non è sufficiente a far assegnare un punto di credito. Ecco molto semplicemente, e senza polemiche preconcette, una "controdeduzione" al presidente dell'Unione giuristi cattolici italiani.
Latina abbraccia Pantelleria
Paolo Iannuccelli
Latina e il Nord Africa, Latina e il Mediterraneo del Sud, un rapporto stretto, strettissimo. Si comincia da Tangeri, Orano, Bona, Tunisi, Tripoli, Bengasi, Derna, Alessandria d’Egitto, Il Cairo, tutti migranti di ritorno verso l’Italia dopo aver vissuto lunghi anni in Africa lavorando assiduamente. I primi ad arrivare furono nel 1956 gli italiani di Alessandria, quasi tutti insegnanti, tecnici aziendali, professionisti. Venivano da un ottimo insegnamento ricevuto nelle famose scuole italiane di Alessandria, città che diede i natali a Filippo Tommaso Marinetti, Giuseppe Ungaretti, Anna Magnani, Demetrio Stratos. Il re d’Italia in esilio, Vittorio Emanuele III scelse Alessandria come luogo di residenza nel 1946, la decisione non fu casuale. Lì si sentiva meno solo. Il presidente Nasser aveva appena conquistato il potere nel 1956. L’Egitto era una repubblica indipendente, il canale di Suez nazionalizzato. L’anno del ritorno in patria per rappresentanti di classi agiate, colte e raffinate che in Egitto avevano fatto fortuna, godevano di larga stima. Anche la lingua italiana, ad inizio Novecento, era entrata nei porti commerciali egiziani come qualcosa di necessario per poter lavorare. Perché Latina? Semplice. Qui vi erano terreni incolti, fabbriche in costruzione, la Cassa per il Mezzogiorno, voglia di fare e crescere. Un gruppo fu inviato dal Governo italiano anche al campo profughi Le Fraschette di Alatri, retaggio del regime fascista, ma vi restò poco. Fecero tutti fortuna e si inserirono nel contesto ciociaro. La grande migrazione verso l’Agro Pontino fu però quella dei “tunisini” – li chiamavano così – che cominciò nel 1957 con punte fortissime nel 1964, con l’ascesa al potere di Burghiba, mai tenero verso i coloni di origine siciliana che avevano preso possesso delle terre, quasi tutte coltivate a vite. L’esproprio fece scappare quasi tutti, rimasero senza proprietà e scelsero Latina, Aprilia, Campoleone, Nettuno, Cisterna, Anzio, Lavinio, Sabaudia. Molti erano originari della splendida isola di Pantelleria, basta scorre i cognomi: Brignone, Valenza, Garsia, Pandolfo, Herrera, D’Aietti, Modica, Fasano, Rizzo, Ferrandes, Belvisi, Bonanno, Bruni ed altri. A Tunisi sono nati italiani illustri come il tennista Nicola Pietrangeli, il politico Maurizio Valenzi, diventato sindaco di Napoli, l’attrice Claudia Cardinale. Gli agricoltori arrivati nel Lazio fecero subito sistema. A Le Ferriere fu potenziata la cooperativa Cossira, costituita da panteschi per produrre uva da tavola, furono inaugurate cantine importanti come Enotria, Colli del Cavaliere, Cantina del Circeo. Poi, recentemente, la superba escalation del marchio Sant’Andrea a Borgo Vodice, premiata a Vinitaly come la migliore cantina d’Italia, capace di riportare in auge il Moscato di Terracina e proporre un passito da mille e una notte. I “tunisini” parlavano correntemente italiano, con accento siciliano, arabo e francese, erano pronti per qualsiasi impresa economica, grandi lavoratori, abituati alla fatica giorno e notte, come i loro padri. Nel 1970 arrivarono i “libici”, dopo l’insediamento del colonnello Gheddafi. Stessa storia, stessa scelta: Latina. L’accoglienza fu squisita da parte dei cittadini del capoluogo, nacque un quartiere, quello di piazza Moro, abitato prevalentemente da profughi provenienti dalla Libia, che ottennero numerose agevolazioni da governo di centrosinistra. Avevano perso ogni cosa. Gli imprenditori si dedicarono alle costruzioni edili, molti altri espropriati preferirono più tranquilli impieghi statali.
L’emigrazione italiana, che si è attuata tra la fine dell’ ‘800 e la Prima guerra mondiale, ha prevalentemente le stesse caratteristiche. Gli italiani migravano soprattutto verso la Francia, la Tunisia, l’Egitto, l’Argentina e l’Uruguay. Tra il 1876 e il 1918, più di 14 milioni di persone lasciarono l’Italia; di questi 2/3 ritornarono in patria, ma la restante parte rimase nel Paese di emigrazione. La provincia di Latina ne ha accolti almeno ventimila di ritorno, un pezzo di Mediterraneo italiano è qui. Le tradizioni restano, la gente di Egitto, Libia e Tunisia s’incontra e si frequenta come una volta. Per crederci, basta passare la domenica mattina al bar pasticceria Turi Rizzo. Stesse facce, passito e cannoli, Africa e Italia. Nostalgia per terre lontane che non hanno mai dimenticato.
Latina e il Nord Africa, Latina e il Mediterraneo del Sud, un rapporto stretto, strettissimo. Si comincia da Tangeri, Orano, Bona, Tunisi, Tripoli, Bengasi, Derna, Alessandria d’Egitto, Il Cairo, tutti migranti di ritorno verso l’Italia dopo aver vissuto lunghi anni in Africa lavorando assiduamente. I primi ad arrivare furono nel 1956 gli italiani di Alessandria, quasi tutti insegnanti, tecnici aziendali, professionisti. Venivano da un ottimo insegnamento ricevuto nelle famose scuole italiane di Alessandria, città che diede i natali a Filippo Tommaso Marinetti, Giuseppe Ungaretti, Anna Magnani, Demetrio Stratos. Il re d’Italia in esilio, Vittorio Emanuele III scelse Alessandria come luogo di residenza nel 1946, la decisione non fu casuale. Lì si sentiva meno solo. Il presidente Nasser aveva appena conquistato il potere nel 1956. L’Egitto era una repubblica indipendente, il canale di Suez nazionalizzato. L’anno del ritorno in patria per rappresentanti di classi agiate, colte e raffinate che in Egitto avevano fatto fortuna, godevano di larga stima. Anche la lingua italiana, ad inizio Novecento, era entrata nei porti commerciali egiziani come qualcosa di necessario per poter lavorare. Perché Latina? Semplice. Qui vi erano terreni incolti, fabbriche in costruzione, la Cassa per il Mezzogiorno, voglia di fare e crescere. Un gruppo fu inviato dal Governo italiano anche al campo profughi Le Fraschette di Alatri, retaggio del regime fascista, ma vi restò poco. Fecero tutti fortuna e si inserirono nel contesto ciociaro. La grande migrazione verso l’Agro Pontino fu però quella dei “tunisini” – li chiamavano così – che cominciò nel 1957 con punte fortissime nel 1964, con l’ascesa al potere di Burghiba, mai tenero verso i coloni di origine siciliana che avevano preso possesso delle terre, quasi tutte coltivate a vite. L’esproprio fece scappare quasi tutti, rimasero senza proprietà e scelsero Latina, Aprilia, Campoleone, Nettuno, Cisterna, Anzio, Lavinio, Sabaudia. Molti erano originari della splendida isola di Pantelleria, basta scorre i cognomi: Brignone, Valenza, Garsia, Pandolfo, Herrera, D’Aietti, Modica, Fasano, Rizzo, Ferrandes, Belvisi, Bonanno, Bruni ed altri. A Tunisi sono nati italiani illustri come il tennista Nicola Pietrangeli, il politico Maurizio Valenzi, diventato sindaco di Napoli, l’attrice Claudia Cardinale. Gli agricoltori arrivati nel Lazio fecero subito sistema. A Le Ferriere fu potenziata la cooperativa Cossira, costituita da panteschi per produrre uva da tavola, furono inaugurate cantine importanti come Enotria, Colli del Cavaliere, Cantina del Circeo. Poi, recentemente, la superba escalation del marchio Sant’Andrea a Borgo Vodice, premiata a Vinitaly come la migliore cantina d’Italia, capace di riportare in auge il Moscato di Terracina e proporre un passito da mille e una notte. I “tunisini” parlavano correntemente italiano, con accento siciliano, arabo e francese, erano pronti per qualsiasi impresa economica, grandi lavoratori, abituati alla fatica giorno e notte, come i loro padri. Nel 1970 arrivarono i “libici”, dopo l’insediamento del colonnello Gheddafi. Stessa storia, stessa scelta: Latina. L’accoglienza fu squisita da parte dei cittadini del capoluogo, nacque un quartiere, quello di piazza Moro, abitato prevalentemente da profughi provenienti dalla Libia, che ottennero numerose agevolazioni da governo di centrosinistra. Avevano perso ogni cosa. Gli imprenditori si dedicarono alle costruzioni edili, molti altri espropriati preferirono più tranquilli impieghi statali.
L’emigrazione italiana, che si è attuata tra la fine dell’ ‘800 e la Prima guerra mondiale, ha prevalentemente le stesse caratteristiche. Gli italiani migravano soprattutto verso la Francia, la Tunisia, l’Egitto, l’Argentina e l’Uruguay. Tra il 1876 e il 1918, più di 14 milioni di persone lasciarono l’Italia; di questi 2/3 ritornarono in patria, ma la restante parte rimase nel Paese di emigrazione. La provincia di Latina ne ha accolti almeno ventimila di ritorno, un pezzo di Mediterraneo italiano è qui. Le tradizioni restano, la gente di Egitto, Libia e Tunisia s’incontra e si frequenta come una volta. Per crederci, basta passare la domenica mattina al bar pasticceria Turi Rizzo. Stesse facce, passito e cannoli, Africa e Italia. Nostalgia per terre lontane che non hanno mai dimenticato.
FORMIA - Strage del Garigliano: l’epilogo
Raffaele Vallefuoco
La strage del Garigliano giunge al triste epilogo. Il dramma diventa strazio. Il dolore soffocamento. I lamenti dei familiari urla che si fissano nella testa e ti stringono le tempie. Tutta Penitro e lì, abbracciata dalla città di Formia, che la contiene come una madre con il suo piccolo. Il cielo è terso, ma a nord - ovest grosse nuvole torreggiano sulla piazza. Le poche gocce di pioggia che cadono si mischiano alle lacrime di parenti e amici. Penitro ha pagato un prezzo troppo alto. Un tributo eccessivo. Qualcuno stenta ancora a crederci. Eppure è lì per ricordare quel ragazzo che «sapeva essere a Bologna» e che «era pure fidanzato». Dio non dovrebbe mai permettere che un padre seppellisca il proprio figlio e per questo dall’altare della piazza, al lato della Chiesa del Buon Pastore l’Arcivescovo solleva un grande problema: «Se davvero c’è un Dio? O se due giorni fa era distratto», mentre un signore che mi è davanti scuote la testa, sconsolato, deluso, amareggiato. Sentimenti collettivi da quando a Penitro e poi a Formia la notizia dell’incidente è passata di bocca in bocca, impastandosi di nomi, particolari. Nessuno voleva crederci. Eppure erano le 13.15 quando lunedì una manovra, una sterzata diventa dramma, la carreggiata testimone muto di un errore. Inutile la disperata corsa all’ospedale. La morte ha avuto il suo tributo al chilometro 0,7 della Domiziana. Al rito c’è il sindaco di Formia Michele Forte. Il primo cittadino è incaricato dal prefetto di farsi portavoce del suo cordoglio. Al fianco del primo cittadino, tra gli altri, ci sono gli assessori Treglia e Carpinelli, il vice sindaco Assaiante, l'assessore provinciale D’Arco e i consiglieri Simeone e Orsini. Ognuno è lì per esprimere il suo dolore e quello dei cittadini che rappresenta. Gli amici di Francesco Cristian, Arturo e Fabrizio si avvicinano alle bare, poggiano fiori. Ho come in mente le fotografie scattate all’Aquila il giorno delle esequie, il dolore è lo stesso. Chi è aggrappato ai feretri, chi si avvicina per un bacio. La frazione formiana è così vicina al paesone di Giugliano, comune che perde Angelo Testa. E questa vicinanza spirituale si plasma nelle parole dell’Arcivescovo quando per due volte lo nomina. La morte sulla strada calda dell’estate di Francesco, Arturo, Cristian e Fabrizio non sarà vana, perché «susciterà quel senso di responsabilità vigile» in amici e conoscenti, si auspica l’Arcivescovo. Ma intanto dalle prime fila posizionate davanti all'altare si leva il grido disperato delle madri. Un lamento che speriamo «converta il nostro cuore in azioni di giustizia e legalità».
giovedì 13 agosto 2009
Latina - Gasauto Bertipaglia, mezzo secolo di carburanti alternativi
Maria Corsetti
Oggi tutti dicono con disinvoltura “gpl”, c’è chi ha scelto il metano e, quando si parla di “gasauto”, gli automobilisti rimangono perplessi. Bisogna scavare a furia di dinamite nella memoria, fare una mezza confusione con il gasolio, e alla fine il ricordo esce vivo dalla fine degli anni ’70, quando i portabagagli di tante automobili furono occupate dai bomboloni per il gas.
Diciamolo subito, era una cosa da poveri. Negli anni ’80, a coscienza ambientalista zero nonostante si combattessero le battaglie contro il nucleare, con il soldo – vero o scaturito da un giro di cambiali – in tasca, l’unico risparmio ammesso era rappresentato dal motore diesel. Eppure chi abita a Latina, almeno una volta nella vita, ha accompagnato qualche amico a “fare gas” al distributore del Piccarello. Perché ci si andava in compagnia a rifornirsi, minimo c’era da attendere mezz’ora.
Nella memoria collettiva, dunque, i ricordi più recenti del Gasauto risalgono a trent’anni fa, ma quella del gas, anzi del gpl, a Latina è una storia iniziata molto prima. Precisamente nel 1959. È Antonio Bertipaglia a lanciarsi nel’avventura. Vuole affrancarsi dalla vita di contadino. È arrivato nell’Agro Pontino da Arre, in provincia di Padova, a nove anni. Al padre Francesco era stato assegnato il podere dell’Onc nella zona del Piccarello, allora in aperta campagna. Quando finisce la guerra bisogna fare i conti con la vita e a un certo punto Antonio decide di affrancarsi dalla vita contadina. Ha 34 anni, apre un distributore di gpl sul terreno di sua proprietà. L’idea arriva da alcuni operatori del nord Italia, precisamente romagnoli, che avevano iniziato a sperimentare il gas liquido.
A questo punto c’è da immaginare una piccola colonnina con scritto “gasauto” in piena campagna, nella pianura dell’Agro pontino. Pochissime automobili, e quel distributore, unico in tutta la provincia di Latina, a metà tra Roma e Napoli. Una meta importante per i tassisti che coprivano quella tratta. Anzi, il primo cliente fu proprio un tassista che passò la voce ai colleghi.
A fare tappa da Bertipaglia anche i mezzi che portavano da Roma i detenuti al carcere militare di Gaeta, quindi fu la volta dell’accordo con la Goodyear. Sì, erano tempi in cui un piccolo esercente poteva fare accordi con una multinazionale. Ma come accadeva tutto questo? Semplice: la Goodyear aveva necessità di collaudare i pneumatici, lo faceva su strada. I mezzi sui quali venivano montate le ruote facevano su e giù da da Roma a Napoli, in continuazione. Avevano quindi la necessità di una grande autonomia di carburante: per questo oltre alla benzina, facevano il pieno di gpl, raddoppiando così la propria capacità di stare su strada. Altra esigenza era quella legata agli orari: tassisti e mezzi Goodyear potevano passare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Nessun problema: bastava citofonare a casa Bertipaglia e Antonio scendeva immediatamente per garantire il rifornimento. Ferragosto e capodanno compresi. Negli anni ’70 si diffonde l’uso del gas nelle auto, i primi modelli a installare l’impianto sono i Maggioloni e le 500. Bertipaglia nel frattempo ha aperto anche apre anche un’officina per l’installazione: se ne occupa il cugino Ennio che negli anni ’60 è andato a Bologna per seguire un corso di formazione. «Erano anni in cui la gente non aveva fretta – racconta Antonio Bertipaglia – si diventava amici con i propri clienti. Tanti erano di Sezze e quando passavano mi portavano una cassetta di carciofi. Allora io aprivo il cocomero e rimanevamo qui a mangiare il cocomero, si faceva anche mezzanotte a chiacchierare».
Negli anni ’80 in molti hanno la bombola del gas nella propria auto: il risparmio è evidente e le file si moltiplicano alla colonnina. La vigilia di Ferragosto 1987 rimane memorabile anche grazie a una foto che immortala le macchine incolonnate in attesa di fare il pieno. Tra gli anni ’80/’90 si sperimentano gli impianti a gpl sulle barche, sulle moto, sugli autobus. Bertipaglia è sempre presente.
E c’è ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, fino a quindici anni fa distribuiva solo gpl, oggi fornisce anche metano e benzina. C’è anche il lavaggio auto e un piccolo centro commerciale. Le redini dell’attività da Antonio sono passate al figlio Alberto, si fa orario continuato durante il giorno, non ci si sogna neanche di citofonare a mezzanotte per chiedere di rifornirsi. È tutto moderno, veloce, come il mondo di adesso. La coscienza ecologica è cresciuta, le macchine a gpl e metano escono già pronte dalla casa madre, ci sono gli incentivi, il popolo del gasauto è diventato enorme, ma nessuno si ferma con una cassetta di carciofi.
Oggi tutti dicono con disinvoltura “gpl”, c’è chi ha scelto il metano e, quando si parla di “gasauto”, gli automobilisti rimangono perplessi. Bisogna scavare a furia di dinamite nella memoria, fare una mezza confusione con il gasolio, e alla fine il ricordo esce vivo dalla fine degli anni ’70, quando i portabagagli di tante automobili furono occupate dai bomboloni per il gas.
Diciamolo subito, era una cosa da poveri. Negli anni ’80, a coscienza ambientalista zero nonostante si combattessero le battaglie contro il nucleare, con il soldo – vero o scaturito da un giro di cambiali – in tasca, l’unico risparmio ammesso era rappresentato dal motore diesel. Eppure chi abita a Latina, almeno una volta nella vita, ha accompagnato qualche amico a “fare gas” al distributore del Piccarello. Perché ci si andava in compagnia a rifornirsi, minimo c’era da attendere mezz’ora.
Nella memoria collettiva, dunque, i ricordi più recenti del Gasauto risalgono a trent’anni fa, ma quella del gas, anzi del gpl, a Latina è una storia iniziata molto prima. Precisamente nel 1959. È Antonio Bertipaglia a lanciarsi nel’avventura. Vuole affrancarsi dalla vita di contadino. È arrivato nell’Agro Pontino da Arre, in provincia di Padova, a nove anni. Al padre Francesco era stato assegnato il podere dell’Onc nella zona del Piccarello, allora in aperta campagna. Quando finisce la guerra bisogna fare i conti con la vita e a un certo punto Antonio decide di affrancarsi dalla vita contadina. Ha 34 anni, apre un distributore di gpl sul terreno di sua proprietà. L’idea arriva da alcuni operatori del nord Italia, precisamente romagnoli, che avevano iniziato a sperimentare il gas liquido.
A questo punto c’è da immaginare una piccola colonnina con scritto “gasauto” in piena campagna, nella pianura dell’Agro pontino. Pochissime automobili, e quel distributore, unico in tutta la provincia di Latina, a metà tra Roma e Napoli. Una meta importante per i tassisti che coprivano quella tratta. Anzi, il primo cliente fu proprio un tassista che passò la voce ai colleghi.
A fare tappa da Bertipaglia anche i mezzi che portavano da Roma i detenuti al carcere militare di Gaeta, quindi fu la volta dell’accordo con la Goodyear. Sì, erano tempi in cui un piccolo esercente poteva fare accordi con una multinazionale. Ma come accadeva tutto questo? Semplice: la Goodyear aveva necessità di collaudare i pneumatici, lo faceva su strada. I mezzi sui quali venivano montate le ruote facevano su e giù da da Roma a Napoli, in continuazione. Avevano quindi la necessità di una grande autonomia di carburante: per questo oltre alla benzina, facevano il pieno di gpl, raddoppiando così la propria capacità di stare su strada. Altra esigenza era quella legata agli orari: tassisti e mezzi Goodyear potevano passare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Nessun problema: bastava citofonare a casa Bertipaglia e Antonio scendeva immediatamente per garantire il rifornimento. Ferragosto e capodanno compresi. Negli anni ’70 si diffonde l’uso del gas nelle auto, i primi modelli a installare l’impianto sono i Maggioloni e le 500. Bertipaglia nel frattempo ha aperto anche apre anche un’officina per l’installazione: se ne occupa il cugino Ennio che negli anni ’60 è andato a Bologna per seguire un corso di formazione. «Erano anni in cui la gente non aveva fretta – racconta Antonio Bertipaglia – si diventava amici con i propri clienti. Tanti erano di Sezze e quando passavano mi portavano una cassetta di carciofi. Allora io aprivo il cocomero e rimanevamo qui a mangiare il cocomero, si faceva anche mezzanotte a chiacchierare».
Negli anni ’80 in molti hanno la bombola del gas nella propria auto: il risparmio è evidente e le file si moltiplicano alla colonnina. La vigilia di Ferragosto 1987 rimane memorabile anche grazie a una foto che immortala le macchine incolonnate in attesa di fare il pieno. Tra gli anni ’80/’90 si sperimentano gli impianti a gpl sulle barche, sulle moto, sugli autobus. Bertipaglia è sempre presente.
E c’è ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, fino a quindici anni fa distribuiva solo gpl, oggi fornisce anche metano e benzina. C’è anche il lavaggio auto e un piccolo centro commerciale. Le redini dell’attività da Antonio sono passate al figlio Alberto, si fa orario continuato durante il giorno, non ci si sogna neanche di citofonare a mezzanotte per chiedere di rifornirsi. È tutto moderno, veloce, come il mondo di adesso. La coscienza ecologica è cresciuta, le macchine a gpl e metano escono già pronte dalla casa madre, ci sono gli incentivi, il popolo del gasauto è diventato enorme, ma nessuno si ferma con una cassetta di carciofi.
Lo Stato a Sabaudia
Lidano Grassucci
Dice il presidente della Provincia, Armando Cusani, che la ministra Stefania Prestigiacomo abbia assunto quelle posizioni su Sabaudia per via della conoscenza con Anna Scalfati. Dice, il presidente che è dello stesso partito della Prestigiacomo, che una parte del governo non è d'accordo con la ministressa. Insomma le ministre girano l'Italia confortando le cose di Stato con i consigli delle comari, il governo è peggio della corte di Versailles di Luigi XVI. L'altro ieri il Tar ha detto che le questioni di fede non possono avere nulla a che fare con il rendimento scolastico dei nostri ragazzi. Un'altra ministressa, Mariastella Gelmini ha fatto ricorso contro la sentenza del tribunale amministrativo, i vescovi si erano arrabbiati. Certo che, in cambio di professori di religione a go go, si può chiudere un occhio su certe feste divertenti e senili. Diciamo che c'è un senso privato dello Stato e i preti, come da 2000 anni a questa parte, chiudono due occhi sulla morale dei potenti (quanto restano rigidi su quella degli impotenti), fanno il tornaconto loro. L'Italia del resto non gli è mai andata giù, troppi liberali, troppi massoni, troppi socialisti. Sta di fatto che nelle cose pubbliche fino al lago di Sabaudia ormai si ragiona privato, si ragiona con la doppia morale. Mi spiace per Berlusconi che ho ammirato ma che oggi usa il peggio della cultura leninista e controriformista.
La Prestigiacomo dovrebbe stare dalla parte degli elettori, le Gelmini da quella dei ragazzi. La prima sta con quelli della villa sulle dune, la seconda con i preti. E Berlusconi? Non c'è, semplicemente.
Dice il presidente della Provincia, Armando Cusani, che la ministra Stefania Prestigiacomo abbia assunto quelle posizioni su Sabaudia per via della conoscenza con Anna Scalfati. Dice, il presidente che è dello stesso partito della Prestigiacomo, che una parte del governo non è d'accordo con la ministressa. Insomma le ministre girano l'Italia confortando le cose di Stato con i consigli delle comari, il governo è peggio della corte di Versailles di Luigi XVI. L'altro ieri il Tar ha detto che le questioni di fede non possono avere nulla a che fare con il rendimento scolastico dei nostri ragazzi. Un'altra ministressa, Mariastella Gelmini ha fatto ricorso contro la sentenza del tribunale amministrativo, i vescovi si erano arrabbiati. Certo che, in cambio di professori di religione a go go, si può chiudere un occhio su certe feste divertenti e senili. Diciamo che c'è un senso privato dello Stato e i preti, come da 2000 anni a questa parte, chiudono due occhi sulla morale dei potenti (quanto restano rigidi su quella degli impotenti), fanno il tornaconto loro. L'Italia del resto non gli è mai andata giù, troppi liberali, troppi massoni, troppi socialisti. Sta di fatto che nelle cose pubbliche fino al lago di Sabaudia ormai si ragiona privato, si ragiona con la doppia morale. Mi spiace per Berlusconi che ho ammirato ma che oggi usa il peggio della cultura leninista e controriformista.
La Prestigiacomo dovrebbe stare dalla parte degli elettori, le Gelmini da quella dei ragazzi. La prima sta con quelli della villa sulle dune, la seconda con i preti. E Berlusconi? Non c'è, semplicemente.
mercoledì 12 agosto 2009
Fondi, giustizia ingiusta
Lidano Grassucci
In un paese normale ora i signori della Dia (direzione investigativa anti mafia), dovrebbero convocare una conferenza stampa e dichiarare pubblicamente di essersi sbagliati sulla vicenda di Mariorenzi, di aver fatto la cosa più grave che un organo dello Stato può fare nell’esercizio delle sue funzioni: togliere la libertà di un cittadino senza averne diritto. E’ la cosa più ripugnante possibile nel vivere civile. Sono convinto, però, che nessuno farà questo, sono convinto che questi funzionari dello Stato al servizio dei cittadini non avranno il senso del dovere e della responsabilità che gli consentirebbe dignitosamente di chiedere scusa. Mariorenzi è un galantuomo, non doveva essere arrestato come dicono i giudici stessi e invece è stato, non solo arrestato, ma messo alla berlina pubblica per giorni interi, violentato nella sua dignità umana di funzionario dello Stato quale è, il tutto ingiustamente. Su queste colonne ho sostenuto che si trattava di un galantuomo e che ci trovavamo dinanzi ad un caso grave di ingiustizia e di abuso di potere. Lo ribadisco oggi, come ribadisco che i miei colleghi che hanno infangato senza dubbio alcuno quel nome oggi dovrebbero avere la dignità professionale, se professionisti sono, di dire che hanno preso un abbaglio e che sono stati complici di un’ingiustizia amplificandola. Sono certo, anche, che non lo faranno. Questo è lo stato di diritto in Italia, un Paese in cui non esiste il senso dello Stato il rispetto dei cittadini. Come voi sapete sono in vacanza ad Honolulu, qui il capo della polizia viene eletto tra liberi cittadini da liberi cittadini, i giudici sono eletti tra liberi cittadini da liberi cittadini ed è la più grande democrazia del mondo, ed è la nazione più ricca del mondo, ci sarà una ragione? Quando noi ci suicidavamo con dittatorelli da operetta o con comici tragici, loro sono venuti a salvarci dalla nostra ignavia. Forse dovremmo imparare da loro. Qui la giustizia è capace di chiedere scusa, da noi l’arbitrio non chiede mai scusa. Qui i giornalisti non stanno dalla parte del potere ma fanno il loro dovere anche dinanzi ai giudici argomentando dubbi e mai certezze, questo è il Paese della libera stampa. Dico questo per sostenere con coerenza che da queste colonne, soli, abbiamo difeso l’onore di Mariorenzi. Oggi con soddisfazione gridiamo forte che avevamo ragione dinanzi agli sciacalli di giornalismo, ai coyote di verità, davanti a un sistema giudiziario investigativo che manifesta comportamenti inquietanti. Prima di tutto viene la libertà e l’onore del cittadino. Chiunque in nome dello Stato viola questo principio non compie il suo dovere ma abusa del suo potere.
In un paese normale ora i signori della Dia (direzione investigativa anti mafia), dovrebbero convocare una conferenza stampa e dichiarare pubblicamente di essersi sbagliati sulla vicenda di Mariorenzi, di aver fatto la cosa più grave che un organo dello Stato può fare nell’esercizio delle sue funzioni: togliere la libertà di un cittadino senza averne diritto. E’ la cosa più ripugnante possibile nel vivere civile. Sono convinto, però, che nessuno farà questo, sono convinto che questi funzionari dello Stato al servizio dei cittadini non avranno il senso del dovere e della responsabilità che gli consentirebbe dignitosamente di chiedere scusa. Mariorenzi è un galantuomo, non doveva essere arrestato come dicono i giudici stessi e invece è stato, non solo arrestato, ma messo alla berlina pubblica per giorni interi, violentato nella sua dignità umana di funzionario dello Stato quale è, il tutto ingiustamente. Su queste colonne ho sostenuto che si trattava di un galantuomo e che ci trovavamo dinanzi ad un caso grave di ingiustizia e di abuso di potere. Lo ribadisco oggi, come ribadisco che i miei colleghi che hanno infangato senza dubbio alcuno quel nome oggi dovrebbero avere la dignità professionale, se professionisti sono, di dire che hanno preso un abbaglio e che sono stati complici di un’ingiustizia amplificandola. Sono certo, anche, che non lo faranno. Questo è lo stato di diritto in Italia, un Paese in cui non esiste il senso dello Stato il rispetto dei cittadini. Come voi sapete sono in vacanza ad Honolulu, qui il capo della polizia viene eletto tra liberi cittadini da liberi cittadini, i giudici sono eletti tra liberi cittadini da liberi cittadini ed è la più grande democrazia del mondo, ed è la nazione più ricca del mondo, ci sarà una ragione? Quando noi ci suicidavamo con dittatorelli da operetta o con comici tragici, loro sono venuti a salvarci dalla nostra ignavia. Forse dovremmo imparare da loro. Qui la giustizia è capace di chiedere scusa, da noi l’arbitrio non chiede mai scusa. Qui i giornalisti non stanno dalla parte del potere ma fanno il loro dovere anche dinanzi ai giudici argomentando dubbi e mai certezze, questo è il Paese della libera stampa. Dico questo per sostenere con coerenza che da queste colonne, soli, abbiamo difeso l’onore di Mariorenzi. Oggi con soddisfazione gridiamo forte che avevamo ragione dinanzi agli sciacalli di giornalismo, ai coyote di verità, davanti a un sistema giudiziario investigativo che manifesta comportamenti inquietanti. Prima di tutto viene la libertà e l’onore del cittadino. Chiunque in nome dello Stato viola questo principio non compie il suo dovere ma abusa del suo potere.
Prof di religione: quella sottile ingiustizia
Teresa Faticoni
“In una società democratica certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell'insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un'implicita promessa di vantaggi didattici, professionali e in definitiva materiali”. (Tar Lazio, sentenza 7976/2009). Punto e basta. Ma che mondo è quello in cui la Conferenza episcopale si permette di dire “no” alle sentenze della magistratura? Chi è che ha calpestato la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza dei partigiani contro la dittatura fascista, tanto da ridurla a un pezzo di carta cui pochissimi portano rispetto? Certo, quell’articolo 7 lascia un po’ pensare chi ritiene che uno Stato debba essere laico a tutti i costi, che se il Vaticano non riesce a convincere i cattolici con i suoi metodi, non può pensare di farlo tramite la pressione sulle leggi italiane. Io non ce l’ho personalmente con i professori di religione, tutti sicuramente bravissime persone, ma con il ruolo che rivestono. La parola “ruolo”, poi, è fondamentale. Perché i professori di religione, nominati (imposti) dalle Curie insegnano (inculcano) solo la religione cattolica. Non è che spiegano che nel mondo ci sono tante religioni, che si può essere liberi di scegliere, e anche di decidere di non aderire a nessuna religione. Poi: i professori di religione sono di ruolo alla faccia di tutti i professori precari che non si sono laureati in teologia alla parrocchietta sotto casa, ma hanno conseguito il titolo nelle università italiane. Che da anni aspettano “la grazia” che invece è riservata solo a chi va a braccetto con i preti. Di più: i professori di religione, pur avendo vinto un regolare concorso, sono scelti dalle Curie ma pagati dallo Stato italiano. Semplicemente appare ingiusto.
“In una società democratica certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell'insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un'implicita promessa di vantaggi didattici, professionali e in definitiva materiali”. (Tar Lazio, sentenza 7976/2009). Punto e basta. Ma che mondo è quello in cui la Conferenza episcopale si permette di dire “no” alle sentenze della magistratura? Chi è che ha calpestato la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza dei partigiani contro la dittatura fascista, tanto da ridurla a un pezzo di carta cui pochissimi portano rispetto? Certo, quell’articolo 7 lascia un po’ pensare chi ritiene che uno Stato debba essere laico a tutti i costi, che se il Vaticano non riesce a convincere i cattolici con i suoi metodi, non può pensare di farlo tramite la pressione sulle leggi italiane. Io non ce l’ho personalmente con i professori di religione, tutti sicuramente bravissime persone, ma con il ruolo che rivestono. La parola “ruolo”, poi, è fondamentale. Perché i professori di religione, nominati (imposti) dalle Curie insegnano (inculcano) solo la religione cattolica. Non è che spiegano che nel mondo ci sono tante religioni, che si può essere liberi di scegliere, e anche di decidere di non aderire a nessuna religione. Poi: i professori di religione sono di ruolo alla faccia di tutti i professori precari che non si sono laureati in teologia alla parrocchietta sotto casa, ma hanno conseguito il titolo nelle università italiane. Che da anni aspettano “la grazia” che invece è riservata solo a chi va a braccetto con i preti. Di più: i professori di religione, pur avendo vinto un regolare concorso, sono scelti dalle Curie ma pagati dallo Stato italiano. Semplicemente appare ingiusto.
TERRACINA - Gli amici del canile protagonisti sul molo

Sergio Arienzo
Avete presente quei dolcissimi sguardi di chi disperatamente è alla ricerca di qualcuno che, in cambio di moltissimo affetto, è disposto a dare una casa e un po di mangiare al migliore amico dell’uomo? Stasera potrete incrociare quegli sguardi, intenerirvi e perchè no, portarvi a casa chi vi vorrà bene sempre e comunque. Il luogo: l’arena il molo a Terracina a partire dalle 19, titolo della serata “Coraggio….fatti adottare”. L’organizzazione del’evento parte da un gruppo fondato su facebook dal nome che è tutto un programma “ Emergenza Canile Terracina” e che vide Fabio Garzaro mobilitare cittadini di Terracina ( e anche turisti che avevano letto l’appello) per fornire al canile il mangiare necessario a superare un periodo di transizione tra la vecchia e la nuova gestione. Dopo questa situazione di stallo verificatasi lo scorso Aprile in merito alla gestione del canile, Fabio si è attivato con questa manifestazione per cercare di dare visibilità al problema del numero esiguo di adozioni rispetto ai 400 cani ospitati, in parte nella struttura comunale di Terracina e in parte a pagamento nei comuni di Latina e Fondi, ma anche al non marginale problema della sterilizzazione e marcatura attraverso chip di riconoscimento, entrambe gratuite e sponsorizzate dalla Regione Lazio per i cani patronali.
Passiamo al programma della serata presentato da Francesca Rasi e che inizierà con un dibattito tenuto dai volontari del canile e la proiezione di un filmato da loro realizzato all’interno del canile stesso, si proseguirà con la presentazione al pubblico di cani grandi e piccoli e di diversa età per poi continuare con una dimostrazione da parte dell’Associazione Nazionale Carabinieri, che si servirà di cani allenati presso le loro strutture nel nostro Comune. A seguire una sfilata di moda organizzata dall’associazione DemaN'Art, simpatica sorpresa: le modelle saranno accompagnate da alcuni ospiti del canile di Terracina.
Infine musica live fino alle 2 del mattino, con la partecipazione di diversi gruppi musicali.
La serata sarà ricca di eventi, grazie alle numerose adesioni spontanee di commercianti ed associazioni, con stand enogastronomici e di artigianato locale.
Durante tutta la manifestazione l’area sarà rallegrata dalla presenza del giocoliere Lorenzo Ritondale, per il piacere di grandi e piccoli.
Naturalmente l’entrata è gratuita, fido dick mickey pisolo e tutti gli altri cagnolini vi aspettano numerosi anche per regalare loro una carezza affettuosa in più di quelle che già ricevono dalle mani dei volontari che mandano avanti amorevolmente il canile
Programma Dettagliato (
- Ore 19.00 Apertura al pubblico dell’area
- Ore 19.30 Dibattito con i volontari del canile e la proiezione del documentario da loro prodotto “Vita da Cani”
- Ore 20.30 Intervento Musicale degli Onda riflessa
- Ore 21.30 Sfilata di moda organizzata dalle associazioni DemaN'Art e “Bianco e Nero l’immagine latente”
- Ore 22.30 Intervento Musicale dei QUBE
- Ore 23.00 Intervento Musicale dei CONTRORDINE
- Ore 23.30 Intervento Musicale dei ALMADEVA
- Ore 00.00 Intervento Musicale degli ANTONIO ZITARELLI TRIO
- Ore 00.30 Intervento Musicale dei EX EX
martedì 11 agosto 2009
SABAUDIA - varchi a mare e gente che non legge Rousseau
Teresa Faticoni
Aperti i primi due varchi sulle dune di Torre Paola. Non hanno perso tempo a Sabaudia, e nemmeno in Procura a Latina. Ieri a completamento di un’azione giudiziaria intrapresa ormai da settimane da parte del Nipaf di Latina del Corpo Forestale dello Stato in sinergia con l’Ente Parco Nazionale del Circeo col pieno supporto e collaborazione di via Ezio, sono stati aperti i primi due accessi a mare. Il Gip del tribunale di Latina Tiziana Coccoluto ha infatti convalidato con una ordinanza la richiesta di sequestro preventivo avanzata dal Pubblico ministero della procura di Latina Miliano. Stavolta si fa sul serio. Due giorni fa il sindaco Maurizio Lucci aveva convocato in Comune un vertice per cercare di risolvere l’annosa situazione dell’inglobamento nelle proprietà delle servitù per accedere alla spiaggia. In sostanza chi si è costruito una villa sulle dune, per godersi meglio la tranquillità che la città del Parco offre, aveva posizionato cancelli e barriere per impedire il passaggio delle persone. Ci sono tratti in cui per oltre 2 chilometri e mezzo non ci sono spazi per scendere sull’arenile. Il tratto interessato è quello che da ponte Giovanni XIII arriva fino al promontorio del Circeo. Ora pare che un attacco incrociato all’abuso riesca finalmente a scrivere la parola fine sulla vicenda. Nel 1998 l’allora sindaco di Sabaudia Salvatore Bellassai provò una riapertura tramite un’ordinanza successivamente sospesa dal Tar. Un problema decennale, che si era arenato contestualmente alla realizzazione delle prime ville sui Tumoleti di Paola. Ora: secondo il codice la proprietà privata è “il diritto di godere e disporre della cosa in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi stabiliti dall'ordinamento giuridico”. Ma se il bene è pubblico, potrebbe trattarsi di appropriazione indebita. Gente che evidentemente non deve aver mai letto il Contratto sociale di Rousseau. Dalla nascita della proprietà privata conseguono le ineguaglianze tra gli uomini. Teoria perfettamente calzante alla realtà di Sabaudia. «L’intervento odierno riapre una questione di legalità e di diritto all’accesso al mare - ha dichiarato il presidente dell’Ente Parco Gaetano Benedetto - continuiamo a operare nell’interesse di tutti e nel pieno rispetto delle regole ed intendiamo garantire il diritto e la possibilità di tutti i cittadini ad accedere a tratti di costa che sono stati indebitamente sottratti alla possibilità di fruizione. L’azione intrapresa con la Procura di Latina può rappresentare l’inizio di un percorso - anche in collaborazione con il Comune di Sabaudia - finalizzato a ristabilire gli accessi al mare, da sempre previsti e da sempre negati, definendo anche le modalità di utilizzo di questi nonché l’integrazione degli stessi con quelli previsti dal PUA. Rafforzando la collaborazione con il Comune - conclude Benedetto - si possono individuare le migliori forme di fruizione e di utilizzo dell’arenile, tramite la predisposizione di apposite passerelle nei posti più idonei, il tutto nel pieno interesse dei residenti, dei turisti e degli operatori commerciali».
Aperti i primi due varchi sulle dune di Torre Paola. Non hanno perso tempo a Sabaudia, e nemmeno in Procura a Latina. Ieri a completamento di un’azione giudiziaria intrapresa ormai da settimane da parte del Nipaf di Latina del Corpo Forestale dello Stato in sinergia con l’Ente Parco Nazionale del Circeo col pieno supporto e collaborazione di via Ezio, sono stati aperti i primi due accessi a mare. Il Gip del tribunale di Latina Tiziana Coccoluto ha infatti convalidato con una ordinanza la richiesta di sequestro preventivo avanzata dal Pubblico ministero della procura di Latina Miliano. Stavolta si fa sul serio. Due giorni fa il sindaco Maurizio Lucci aveva convocato in Comune un vertice per cercare di risolvere l’annosa situazione dell’inglobamento nelle proprietà delle servitù per accedere alla spiaggia. In sostanza chi si è costruito una villa sulle dune, per godersi meglio la tranquillità che la città del Parco offre, aveva posizionato cancelli e barriere per impedire il passaggio delle persone. Ci sono tratti in cui per oltre 2 chilometri e mezzo non ci sono spazi per scendere sull’arenile. Il tratto interessato è quello che da ponte Giovanni XIII arriva fino al promontorio del Circeo. Ora pare che un attacco incrociato all’abuso riesca finalmente a scrivere la parola fine sulla vicenda. Nel 1998 l’allora sindaco di Sabaudia Salvatore Bellassai provò una riapertura tramite un’ordinanza successivamente sospesa dal Tar. Un problema decennale, che si era arenato contestualmente alla realizzazione delle prime ville sui Tumoleti di Paola. Ora: secondo il codice la proprietà privata è “il diritto di godere e disporre della cosa in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi stabiliti dall'ordinamento giuridico”. Ma se il bene è pubblico, potrebbe trattarsi di appropriazione indebita. Gente che evidentemente non deve aver mai letto il Contratto sociale di Rousseau. Dalla nascita della proprietà privata conseguono le ineguaglianze tra gli uomini. Teoria perfettamente calzante alla realtà di Sabaudia. «L’intervento odierno riapre una questione di legalità e di diritto all’accesso al mare - ha dichiarato il presidente dell’Ente Parco Gaetano Benedetto - continuiamo a operare nell’interesse di tutti e nel pieno rispetto delle regole ed intendiamo garantire il diritto e la possibilità di tutti i cittadini ad accedere a tratti di costa che sono stati indebitamente sottratti alla possibilità di fruizione. L’azione intrapresa con la Procura di Latina può rappresentare l’inizio di un percorso - anche in collaborazione con il Comune di Sabaudia - finalizzato a ristabilire gli accessi al mare, da sempre previsti e da sempre negati, definendo anche le modalità di utilizzo di questi nonché l’integrazione degli stessi con quelli previsti dal PUA. Rafforzando la collaborazione con il Comune - conclude Benedetto - si possono individuare le migliori forme di fruizione e di utilizzo dell’arenile, tramite la predisposizione di apposite passerelle nei posti più idonei, il tutto nel pieno interesse dei residenti, dei turisti e degli operatori commerciali».
Gabbie salariali da ingabbiare
Sergio Corsetti
Cori monte si prepara alla battaglia contro i vallarani. Gli abitanti della stazione sono pronti alle barricate pur di difendere il loro stipendio rispetto ai lavoratori di Sezze centro. A Latina fanno i galletti immaginando di aver diritto a un salario superiore a quello dei paesi circostanti ma, allo stesso tempo, qualche pontino più sveglio si rende conto che i romani li avranno "ciulati" nuovamente. Roma capitale avrà diritto a uno stipendio più alto rispetto al resto della regione. Sono queste le prime reazioni alla proposta leghista dei salari differenziati. Se al nord la vita costa di più, il ragionamento di Bossi, appare evidente che si debba guadagnare di più. Ecco allora le gabbie. Al sud sono disgraziati di loro tanto vale affossarli come si deve. Ebbene sì, questo il dibattito dell'estate. Visto che la nostra provincia rientra pienamente nel concetto economico di sud perché preoccuparsi delle aziende che chiudono o dei tantissimi lavoratori in cassa integrazione? Favorire la ripresa del settore farmaceutico con un progetto organico è utopia. Così come avere finalmente in dotazione infrastrutture efficienti. Si continua ancora a parlare di Corridoio o di Super pontina ma chissà tra quanti anni arriverà e se mai arriverà. L'assurdo è proprio questo: invece di pensare a come aumentare la ricchezza si pensa a come ripartirla. In realtà, una forza di governo, anche se fortemente radicata nel territorio locale come la Lega, dovrebbe badare all'interesse comune e quindi pensare a una strategia capace di favorire la ripresa della produttività e aumentare la ricchezza da distribuire anche nelle zone più disagiate del paese. Di tutto questo non c'è traccia, non c'è neanche l'idea. Anzi, altri, Berlusconi in primis, sembrano sposare questa tesi. Verrebbe da pensare che a forza di voler privilegiare gli interessi locali venga meno il collante dell'interesse collettivo. Il senso di Stato. Interesse collettivo che dovrebbe tener conto della nazione nella sua interezza anteponendo una legislazione centrale capace di livellare le situazioni socio-economiche nelle diverse aree geografiche del paese. Altro che gabbie salariali allora. Il rischio è che alcuni cittadini possano vivere solo in gabbia.
Cori monte si prepara alla battaglia contro i vallarani. Gli abitanti della stazione sono pronti alle barricate pur di difendere il loro stipendio rispetto ai lavoratori di Sezze centro. A Latina fanno i galletti immaginando di aver diritto a un salario superiore a quello dei paesi circostanti ma, allo stesso tempo, qualche pontino più sveglio si rende conto che i romani li avranno "ciulati" nuovamente. Roma capitale avrà diritto a uno stipendio più alto rispetto al resto della regione. Sono queste le prime reazioni alla proposta leghista dei salari differenziati. Se al nord la vita costa di più, il ragionamento di Bossi, appare evidente che si debba guadagnare di più. Ecco allora le gabbie. Al sud sono disgraziati di loro tanto vale affossarli come si deve. Ebbene sì, questo il dibattito dell'estate. Visto che la nostra provincia rientra pienamente nel concetto economico di sud perché preoccuparsi delle aziende che chiudono o dei tantissimi lavoratori in cassa integrazione? Favorire la ripresa del settore farmaceutico con un progetto organico è utopia. Così come avere finalmente in dotazione infrastrutture efficienti. Si continua ancora a parlare di Corridoio o di Super pontina ma chissà tra quanti anni arriverà e se mai arriverà. L'assurdo è proprio questo: invece di pensare a come aumentare la ricchezza si pensa a come ripartirla. In realtà, una forza di governo, anche se fortemente radicata nel territorio locale come la Lega, dovrebbe badare all'interesse comune e quindi pensare a una strategia capace di favorire la ripresa della produttività e aumentare la ricchezza da distribuire anche nelle zone più disagiate del paese. Di tutto questo non c'è traccia, non c'è neanche l'idea. Anzi, altri, Berlusconi in primis, sembrano sposare questa tesi. Verrebbe da pensare che a forza di voler privilegiare gli interessi locali venga meno il collante dell'interesse collettivo. Il senso di Stato. Interesse collettivo che dovrebbe tener conto della nazione nella sua interezza anteponendo una legislazione centrale capace di livellare le situazioni socio-economiche nelle diverse aree geografiche del paese. Altro che gabbie salariali allora. Il rischio è che alcuni cittadini possano vivere solo in gabbia.
lunedì 10 agosto 2009
FONDI - Folgorato dall'alta tensione
Irene Chinappi
Una scarica da 130 Kv avrebbe potuto investire in pieno Antonio Fagiolo, operaio delle Ferrovie dello Stato nei pressi della stazione di Fondi-Sperlonga. Ma, fortunatamente gliene sono arrivate circa 10. La tragedia è stata sfiorata. L’uomo stava effettuando un’operazione, assieme ad altri due tecnici del settore manutenzione della Rete Ferroviaria Italiana (Mario Valle 46enne e Gennarino Ambrosanno 54enne) su un sezionatore ad alta tensione all’interno della cabina elettrica di trasformazione che alimenta la linea Roma-Formia, nel piazzale della sottostazione, dove convergono le linee che portano elettricità da Sezze, Minturno e Ceprano. Erano le 4 e 15 quando i tecnici si sono avvicinati al separatore per controllare alcune anomalie tecniche segnalate all’interno della cabina. Improvvisamente dalla linea ad alta tensione, collegata alla cabina in cui scorrono i 130 Kv, è divampata un’enorme fiammata proprio sul luogo in cui si trovavano i tre operai. Immediati sono scattati i soccorsi, allertati dagli operai più fortunati. Il 43enne è stato prima trasferito al Santa Maria Goretti di Latina dove, considerata la gravità delle sue condizioni, i medici hanno disposto il trasferimento immediato presso il centro grandi ustioni dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma. L’uomo ha infatti riportato ustioni sul 60% del corpo e la prognosi resta, al momento, riservata.
È andata meglio agli altri tre operai. Mario Valle, di Sezze, è in osservazione al San Giovanni di Dio, la prognosi è di cinque giorni. Gennarino Ambrosanno, che ha riportato solo escoriazioni, è stato invece dimesso dal nosocomio di Fondi.
Sulle cause che hanno provocato la folgorazione stanno indagando i carabinieri della Compagnia di Gaeta da subito al lavoro per ricostruire le dinamiche di quella che avrebbe potuto trasformarsi in una vera e propria tragedia.
Al lavoro assieme ai militari ci sono anche gli ispettori della Asl chiamati ad intervenire in occasione degli incidenti sul lavoro. Sul posto è giunta anche la squadra 3 A dei vigili del fuoco di Terracina che, tuttavia, non ha riscontrato incendi. Le fiamme, infatti, si sono limitate alla vampata provocata dalla scarica elettrica e non sono divampate. Importanti, comunque, ai fini delle indagini, saranno anche i loro rilievi.
L’episodio ha scosso il personale ferroviario e i cittadini che nella notte sono stati destati dalle sirene spiegate di ambulanze, carabinieri e vigili del fuoco.
Gli incidenti sul lavoro restano un grave problema nel nostro paese. Sarà da vedere, adesso, se l’episodio avvenuto all’interno della cabina elettrica di via Stazione a Fondi, è stato dovuto ad un errore umano, alla mancanza di sicurezza o in ultima analisi, all’ineluttabile fato. La Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo FS) ha avviato un’inchiesta tecnica interna. In un comunicato stampa, diffuso nella giornata di ieri, l’azienda parla di un’operazione errata da parte dei tecnici. Il personale dell’Asl dovrà anche valutare se ha scatenare la scintilla è stata effettivamente la centralina elettrica. Dovranno stabilirlo le autorità inquirenti. Intanto si spera per la vita di Antonio Fagiolo.
Una scarica da 130 Kv avrebbe potuto investire in pieno Antonio Fagiolo, operaio delle Ferrovie dello Stato nei pressi della stazione di Fondi-Sperlonga. Ma, fortunatamente gliene sono arrivate circa 10. La tragedia è stata sfiorata. L’uomo stava effettuando un’operazione, assieme ad altri due tecnici del settore manutenzione della Rete Ferroviaria Italiana (Mario Valle 46enne e Gennarino Ambrosanno 54enne) su un sezionatore ad alta tensione all’interno della cabina elettrica di trasformazione che alimenta la linea Roma-Formia, nel piazzale della sottostazione, dove convergono le linee che portano elettricità da Sezze, Minturno e Ceprano. Erano le 4 e 15 quando i tecnici si sono avvicinati al separatore per controllare alcune anomalie tecniche segnalate all’interno della cabina. Improvvisamente dalla linea ad alta tensione, collegata alla cabina in cui scorrono i 130 Kv, è divampata un’enorme fiammata proprio sul luogo in cui si trovavano i tre operai. Immediati sono scattati i soccorsi, allertati dagli operai più fortunati. Il 43enne è stato prima trasferito al Santa Maria Goretti di Latina dove, considerata la gravità delle sue condizioni, i medici hanno disposto il trasferimento immediato presso il centro grandi ustioni dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma. L’uomo ha infatti riportato ustioni sul 60% del corpo e la prognosi resta, al momento, riservata.
È andata meglio agli altri tre operai. Mario Valle, di Sezze, è in osservazione al San Giovanni di Dio, la prognosi è di cinque giorni. Gennarino Ambrosanno, che ha riportato solo escoriazioni, è stato invece dimesso dal nosocomio di Fondi.
Sulle cause che hanno provocato la folgorazione stanno indagando i carabinieri della Compagnia di Gaeta da subito al lavoro per ricostruire le dinamiche di quella che avrebbe potuto trasformarsi in una vera e propria tragedia.
Al lavoro assieme ai militari ci sono anche gli ispettori della Asl chiamati ad intervenire in occasione degli incidenti sul lavoro. Sul posto è giunta anche la squadra 3 A dei vigili del fuoco di Terracina che, tuttavia, non ha riscontrato incendi. Le fiamme, infatti, si sono limitate alla vampata provocata dalla scarica elettrica e non sono divampate. Importanti, comunque, ai fini delle indagini, saranno anche i loro rilievi.
L’episodio ha scosso il personale ferroviario e i cittadini che nella notte sono stati destati dalle sirene spiegate di ambulanze, carabinieri e vigili del fuoco.
Gli incidenti sul lavoro restano un grave problema nel nostro paese. Sarà da vedere, adesso, se l’episodio avvenuto all’interno della cabina elettrica di via Stazione a Fondi, è stato dovuto ad un errore umano, alla mancanza di sicurezza o in ultima analisi, all’ineluttabile fato. La Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo FS) ha avviato un’inchiesta tecnica interna. In un comunicato stampa, diffuso nella giornata di ieri, l’azienda parla di un’operazione errata da parte dei tecnici. Il personale dell’Asl dovrà anche valutare se ha scatenare la scintilla è stata effettivamente la centralina elettrica. Dovranno stabilirlo le autorità inquirenti. Intanto si spera per la vita di Antonio Fagiolo.
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