aemme
Ho lavorato per tanti anni nel magico mondo dell’infanzia. ’ I bambini hanno bisogno di regole’ era la prima regola. Non sono un’educatrice, ma mi occupavo del coordinamento delle strutture che l’azienda possedeva in giro per l’Italia. Mai con i montessoriani, mai con la signorina Rottermaier. Entrambi i metodi secondo la psicologia aziendale, rischiavano di far crescere dei bambini che in un futuro più o meno prossimo avrebbero avuto seri problemi nel relazionarsi col mondo e con i loro coetanei immediatamente fuori da quel mondo. Regole si, quindi, ma soprattutto educazione, rispetto dell’altro, e…amore. Condividevo la scelta che caratterizzava il metodo educativo dei nostri bimbi nella loro età evolutiva. E i bimbi, giocano, ridono , litigano, mangiano, dormono, piangono. E tutto questo accompagna il bambino per sempre, salvo diminuire gradualmente lo spazio dedicato al gioco e, si spera, quello dedicato al pianto. Non che giocare sia disdicevole in età adulta e non lo è, secondo il mio modestissimo parere ( o arrogante parere, ma pur sempre di parere si tratta), neanche il pianto. Una persona cui ho tenuto tanto mi raccontava, tanti anni fa, che non aveva mai pianto davanti a nessuno, e se proprio, dopo la morte della sua mamma, non riusciva a trattenere le lacrime, lo faceva la sera a letto, soffocando i singhiozzi, per non farsi sentire né dal marito, né dai figli. Una cultura contadina la sua, dove capivo che il pianto è cosa riprovevole. Dove la forza fisica si misura con la potenza delle braccia e quella psicologica o morale con la freddezza ostentata di alcuni atteggiamenti, considerati roba da deboli. Forse non è sempre così: mai accarezzare i figli, rimboccargli le coperte, (per farmi dare da lei un bacio della buona notte, ci ho messo anni) mai un vezzeggiativo stupido. Figurarsi capire il pianto se la creatura aveva passato i 4 anni d’età. La psicologia dell’età evolutiva non la pensa così, ma anche quella dell’età più avanzata. Il mio amico Ernesto Coletta, che di professione fa il neuropsichiatra, ha accanto alla scrivania rotoli di carta tipo scottex, non certo per bloccare, ma al contrario, per assecondare, attraverso il pianto, lo sfogo di chi gli sta davanti. Certo è che non lo si può, o non si dovrebbe fare dinnanzi a chicchessia. Magari affidarlo a chi non lo giudicherà come una sgradevole diminutio dell’opinione che ha di noi. Se così non fosse significherà che qualunque cosa aggiungeremo, o avremo riposto nelle sue mani, sarà poco considerata, mal considerata, perché abbiamo messo il nostro dispiacere nelle mani di una persona insensibile o che di fatto non sarà mai in grado di capire. Quando piangevo da piccolina, per qualunque timore, mio padre mi rassicurava e alzandomi il mento e asciugandomi le lacrime mi diceva ‘ tranquilla ci sono qua io’. E io facevo un respiro profondo e mi sentivo immediatamente meglio. Il mio problema aveva trovato una soluzione. E lo ha fatto anche quando molto più grande, il motivo del mio piangere non era più per un giocattolo rotto. Era mio padre e mi ero affidata. E il mio piangere era stato, oltre che liberatorio per me, un momento di grande comunione con lui. E io non lo dimenticherò mai.
Ho lavorato per tanti anni nel magico mondo dell’infanzia. ’ I bambini hanno bisogno di regole’ era la prima regola. Non sono un’educatrice, ma mi occupavo del coordinamento delle strutture che l’azienda possedeva in giro per l’Italia. Mai con i montessoriani, mai con la signorina Rottermaier. Entrambi i metodi secondo la psicologia aziendale, rischiavano di far crescere dei bambini che in un futuro più o meno prossimo avrebbero avuto seri problemi nel relazionarsi col mondo e con i loro coetanei immediatamente fuori da quel mondo. Regole si, quindi, ma soprattutto educazione, rispetto dell’altro, e…amore. Condividevo la scelta che caratterizzava il metodo educativo dei nostri bimbi nella loro età evolutiva. E i bimbi, giocano, ridono , litigano, mangiano, dormono, piangono. E tutto questo accompagna il bambino per sempre, salvo diminuire gradualmente lo spazio dedicato al gioco e, si spera, quello dedicato al pianto. Non che giocare sia disdicevole in età adulta e non lo è, secondo il mio modestissimo parere ( o arrogante parere, ma pur sempre di parere si tratta), neanche il pianto. Una persona cui ho tenuto tanto mi raccontava, tanti anni fa, che non aveva mai pianto davanti a nessuno, e se proprio, dopo la morte della sua mamma, non riusciva a trattenere le lacrime, lo faceva la sera a letto, soffocando i singhiozzi, per non farsi sentire né dal marito, né dai figli. Una cultura contadina la sua, dove capivo che il pianto è cosa riprovevole. Dove la forza fisica si misura con la potenza delle braccia e quella psicologica o morale con la freddezza ostentata di alcuni atteggiamenti, considerati roba da deboli. Forse non è sempre così: mai accarezzare i figli, rimboccargli le coperte, (per farmi dare da lei un bacio della buona notte, ci ho messo anni) mai un vezzeggiativo stupido. Figurarsi capire il pianto se la creatura aveva passato i 4 anni d’età. La psicologia dell’età evolutiva non la pensa così, ma anche quella dell’età più avanzata. Il mio amico Ernesto Coletta, che di professione fa il neuropsichiatra, ha accanto alla scrivania rotoli di carta tipo scottex, non certo per bloccare, ma al contrario, per assecondare, attraverso il pianto, lo sfogo di chi gli sta davanti. Certo è che non lo si può, o non si dovrebbe fare dinnanzi a chicchessia. Magari affidarlo a chi non lo giudicherà come una sgradevole diminutio dell’opinione che ha di noi. Se così non fosse significherà che qualunque cosa aggiungeremo, o avremo riposto nelle sue mani, sarà poco considerata, mal considerata, perché abbiamo messo il nostro dispiacere nelle mani di una persona insensibile o che di fatto non sarà mai in grado di capire. Quando piangevo da piccolina, per qualunque timore, mio padre mi rassicurava e alzandomi il mento e asciugandomi le lacrime mi diceva ‘ tranquilla ci sono qua io’. E io facevo un respiro profondo e mi sentivo immediatamente meglio. Il mio problema aveva trovato una soluzione. E lo ha fatto anche quando molto più grande, il motivo del mio piangere non era più per un giocattolo rotto. Era mio padre e mi ero affidata. E il mio piangere era stato, oltre che liberatorio per me, un momento di grande comunione con lui. E io non lo dimenticherò mai.
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