Sergio Corsetti
I dirigenti della Provincia di Latina possono continuare a dormire sonni tranquilli. Così come assessori, consiglieri e presidente. Di abolizione non se ne parla più. Mentre i tagli riguardanti gli altri enti locali, meno 20% di consiglieri e assessori, sono stati rinviati di un anno. Almeno così dicono. Lunga vita alle Province, dunque. Tanto costano poco, possono sostenersi anche in tempo di crisi. I dati pubblicati dal presidente Armando Cusani, per garantire trasparenza sull’ente, dipingono una Provincia che non appare tanto parsimoniosa in considerazione delle retribuzioni dirigenziali che vanno dagli 81.300 del più “povero” Ciro Ambrosino ai 169mila della più “ricca” Clorinda Baiano, direttore generale in via Costa. Passando per 120mila euro di Franca Maria Mantovani, 115mila Giovanni Terlizzi, 101mila Carlo Perotto, 99mila Aldo Silvestri, 98mila Giancarlo Siddera, 96mila Ilda Coluzzi, 94mila Nicoletta Valle, Paola Papadia e Angelica Vagnozzi, 93mila Francesco Carissimo, 87mila Attilio Novelli, 83mila Patrizia Guadagnino, Vincenzo Mattei e Ciro Ambrosino. Tornando al taglio delle poltrone, che era stato previsto dall’ultima finanziaria, è stato posticipato di un anno. Ne ha dato notizia il ministro alla semplificazione amministrativa, Roberto Calderoli della Lega nord, chiarendo che si tratta della volontà di non interferire “con le operazioni del ministero dell'Interno che sta predisponendo gli atti per le elezioni del 28 e del 29 marzo”. Qualche mal pensante però collega il rinvio a una cambiale pagata al partito di Bossi che proprio sul territorio, e quindi sugli enti locali, fonda il proprio potere. Così il dibattito sui tagli e sui ridimensionamenti agli enti inutili torna al punto di partenza. Per l’ente Provincia si torna alle perplessità manifestate già in sede di Assemblea costituente. Critiche ribadite negli anni settanta quando vennero introdotte le Regioni ordinarie e il repubblicano Ugo La Malfa propose l’abolizione. I motivi sono rimasti quelli di sempre: un inutile carrozzone, una burocrazia che raddoppia i tempi, le spese, le procedure. La proposta prevedeva contestualmente la redistribuzione delle competenze tra Comuni e Regioni, organi ritenuti più vicini al cittadino, soprattutto il primo, e storicamente più consoni al modello amministrativo italiano. La soppressione andrebbe vista, quindi, come un provvedimento doveroso per realizzare un assetto più funzionale oltre a determinare un enorme risparmio per le casse dello Stato, stimato tra i 13 e i 15 miliardi di euro l’anno. Risparmi legati a un esercito di 2900 consiglieri, 900 assessori, 50 presidenti e vicepresidenti, 100 presidenti di giunta. Senza voler cadere nella demagogia di chi vorrebbe annientare ogni istituzione e demonizzare la politica appare sempre più evidente come la riorganizzazione istituzionale sia improcrastinabile. Dal Parlamento all’ultima delle circoscrizioni dovrebbe esser finita la cuccagna.
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