Lidano Grassucci
Il nucleare a Latina? Claudio Moscardelli, ieri su queste colonne, è inorridito per la prospettiva di avere qui una centrale.
Dissento da lui. Ricordo solo cosa c’era prima dell’arrivo della centrale nucleare di Sabotino. Una landa piatta dopo Roma. I miei, quelli delle mie montagne, scesero giù in bicicletta per fare la centrale.
Mio padre ci ha lavorato alla centrale, a farla. Divenne lì muratore e poi andò per il mondo d incassare quanto aveva imparato in quel cantiere. Zio Giggino, invece, ci rimase con l’Eni e la sua vita fu per il mondo nelle piattaforme in mare. Sarebbero rimasti contadini, chiusi nel loro mondo, senza quella centrale. Di tanto in tanto mi portavano a Borgo Sabotino a vedere il progresso e papà mi parlava dei tecnici inglesi che ne capivano di quella roba. E sui libri dove Latina non compariva mai c’era scritto di noi, era la più grande centrale nucleare d’Europa. Noi eravamo al centro del mondo nuovo.
Roba da conservatori? No, per il nucleare era la sinistra che vedeva nel progresso la fine della povertà. Energia per tutti.
Quando i socialisti andarono al governo chiesero di portare la “corrente” ovunque, di portare a tutti il nuovo. Nasceva l’Enel e con la corrente in casa arrivava la lavatrice, e le donne conquistarono il tempo, il frigorifero, e le famiglie il diritto a mangiar meglio e carne sette volte a settimana e non solo quando uccidevano il maiale, arrivò la televisione e conobbero il mondo, videro che il mondo non finiva alle Ferriere. Poi arrivò anche il telefono, ma era un’altra storia.
Senza quella centrale tutto questo non sarebbe stato e così in fretta.
Quindi? Sono per fare una centrale nuova qui, a noi serve, come direbbe Gaber, un nuovo Rinascimento. Un grande progetto per tornare a sperare. Per scendere in bicicletta e tornare in vettura. Per pensare a cose nuove.
Mi portavano alla centrale anche quando cominciarono a fare il Cirene, un reattore nucleare tutto italiano. L’Italia che si riappropriava della tecnologia di Fermi. Tornava a ricucire lo strappo che l’imbelle dittatura aveva fatta mandando via i ragazzi di via Panisperna, quelli che avevano capito l’energia dentro l’infinitamente piccolo. Fermi era andato via perché la moglie era ebrea, i dittatori sono imbecilli quanto servi i popoli che ne sentono il bisogno. E quella centrale era antifascista, democratica. Ma ha ragione il mio amico Fabrizio Bellini, la sinistra gestisce la paura, non sogna più. Sono per la centrale nucleare, la vorrei come era quella di papà bella e lucente, per portarci mio figlio e raccontargli la sfida del mondo nuovo. Papà mi portò in Vespa: mamma dietro con le gambe da un lato, io in piedi tra il manubrio ed il sedile, e mia sorella in braccio a mia madre. La Vespa l’aveva comperata con i soldi della centrale. Il mio lo porterò in auto, sperando che quando toccherà a lui usi l’astronave.
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