martedì 6 ottobre 2009

Lettera aperta al Pd - Caro Claudio, avete bisogno del socialismo





Lidano Grassucci


Avrei voluto scrivere ieri, quando ho saputo la notizia, ma non ne ho avuto modo. Lo faccio oggi, lo stesso, per via di alcune cose che mi hanno riportato al ricordo del giorno prima. E’ morto a 84 anni, Gino Giugni. E chi è diranno in molti? Un tempo mi sarebbe bastato dire, e si sarebbe compreso, è morto un socialista. Oggi dubito che siano in molti a capire da questo soltanto. Lui, Giugni, è il padre dello Statuto dei Lavoratori, nel senso che lo ha scritto proprio, era ministro, allora, un altro socialista Giacomo Brodolini.
Diceva quella carta che il lavoro è dignità, diceva questo. Perché il riformismo era questo: cambiare la vita degli ultimi ora e qui, altri rimandavano a vite future e a società perfette. I riformisti dicevano che la società perfetta è un sogno, e mentre si dorme dobbiamo riempir la pancia.
Lo Statuto dei lavoratori, difendeva chi lavorava non era il viatico dei furbi per non farlo. Dopo anni lo stesso Giugni sosteneva che forse qualcosa andava cambiato, per via che era cambiata la società.
Ho fatto questa premessa, e colto l’occasione luttuosa della scomparsa di Gino Giugni, per legarmi ad un dibattito che in questi giorni riempie le pagine dei giornali europei che verte intorno all’assunto della “morte della socialdemocrazia”. Seguo da vicino il dibattito nel Pd, dove il fantasma socialdemocratico si aggira silenzioso e negato.
Il consigliere regionale del Pd Claudio Moscardelli mi spiega ogni volta che ci incontriamo che il suo partito è altro dalla socialdemocrazia, che la socialdemocrazia è vecchia. E non nasconde la forza innovativa che vede nella Merkel.
Non discuto, Claudio Moscardelli viene da una tradizione politica che ha le sue radici dentro la storia dell’interclassismo Dc, nella conciliazione sociale che aveva come ordinatore, morale, la chiesa. Nulla a che fare con il clericalismo, ma molto con l’idea di una società dove la divisione non era certo per classi.
Ora domando: esiste un paese europeo occidentale senza una forza socialista? Esiste un paese europeo senza una forza socialista di governo?
L’Italia sarebbe nel novero delle società occidentali avanzate se all’idea dell’ordine sociale evirato delle sue classi, non ci fosse stato il lievito socialista?
Intendo dire: l’Italia del boom economico liberista a cavallo degli anni 50 e 60, sarebbe diventata una società oltre che ricca, socialmente equa?
L’energia elettrica per tutti, la scuola media unica, l’apertura delle università, la nascita delle Regioni e, non ultimo, lo Statuto dei lavoratori. Cose vecchie?
Negli anni ’70 Willy Brandt, leader della socialdemocrazia tedesca, ci spiegava che compito dei socialisti non era più “distribuire la ricchezza dentro gli stati nazionali”, ma “tra il sud e il nord del mondo”. Ci parlava dei nuovi proletari che erano l’umanità del sud del mondo. Se allora avessimo fatto politiche di distribuzione del benessere verso il sud, oggi non avremo milioni di uomini e donne affamate che assediano il nord grasso del mondo. Non era la pietà cattolica, non era la carità. La questione sociale in Italia non è stata risolta con la carità, non con gli oratori, ma con la lotta di classe e lo Statuto dei lavoratori. Il diritto allo studio è diventato di tutti non per gentile concessione degli ordini religiosi, ma per la forza della scuola dello Stato che diventava per tutti e gratuita.
E’ vecchio questo? Non sono qui a fare la prova del carbonio per datare le idee politiche, ma non credo che Zapatero, così tanto figlio del socialismo italiano, sia antico. Che il Pasok greco sia antico, che i socialisti portoghesi siano antichi.
Credo che ci sarebbe da riflettere molto sulle ragioni di un partito politico che entra nella scena politica del paese con vaghe idee di se stesso, senza confrontarsi con le tradizioni di cui è erede. E’ vero che la componente cattolico-democratica ha un peso, ma non si può negare che un problema con la storia del movimento operaio italiano va fatta. Il centro-sinistra senza la sinistra è centro. Che questa storia, quella socialista, non venga difesa da chi viene dalla tradizione comunista è ovvio. Si preferisce il moralismo ascetico berlingueriano alle conquiste riformiste del centrosinistra che pure, queste sì, erano i prodromi dell’idea di Partito Democratico.
Non vorrei che quella stagione di pragmatismo riformatore fosse congelata in favore di un integralismo democristiano dalle incerte prospettive di rifondazione e dal ritorno alla “diversità etica” di Berlinguer. Ricordo a me stesso che le stagioni migliori del centro Dc furono quando trovò conforto nel liberismo di Einaudi, e nacque l’Italia industriale, e quando trovò la forza di fare la grande redistribuzione della ricchezza con il riformismo socialista.
Scrivo queste cose per dare un piccolo contributo al confronto per la nascita del partito democratico e perché mi pare triste, e politicamente sbagliato, che la tradizione della sinistra europea sia completamente cancellata. Un contributo, niente più.

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