Le sfide del Pd
Lidano Grassucci
Ma che sinistra, che centrosinistra ci vorrebbero? In questi giorni di “Feste democratiche” e di vigilie elettorali esterne forse un riflessione sul punto andrebbe fatta. Una riflessione che tiene conto dello “specifico territoriale”. “Questa è terra di destra” è l’osservazione da cui partono molti “democratici dolenti” che usano la tesi: tanto non vinceremo mai; qui non ci capiscono; qui sono arretrati. I “democratici dolenti” tendono a massimizzare il consenso minimo. Pensano ad un partito piccolo piccolo in corto circuito di incarichi. E’ la tesi portata avanti, di fatto, da Sesa Amici, da Loreto Bevilacqua, e nei tempi recenti dalla triade economicista Ciccarelli-Vaccarella-Salvadori.
C’è poi la posizione dei “democratici con Fede” di Moscardelli che cercano di creare un partito che parte dalle esperienze di impegno della sinistra Dc, per aprirsi a nuovi soggetti sociali, con uno sguardo attento alla sinistra cattolica francese evitando l’errore, o il limiti, di quella esperienza l’incapacità di creare consenso.
Modelli diversi per un partito solo. Una quadratura non facile. C’è, paradossalmente, nel Pd oggi una sorta di inflazione lideristica e, forse, un sottodimendionamento di prospettiva. Perché nessuna di queste anime si è posto ancora il nodo che ha messo in campo Massimo D’Alema, quello della fase discendente, fine impero d’oriente, degli avversari che dal ’93 monopolizzano il 70% dell’offerta politica provinciale.
Una prospettiva che, fino ad ora non era neanche immaginabile.
Ma nessuna delle anime del partito si pone il problema del “ponte con gli altri”. Perché se in Italia il problema è il trasferimento dal centrodestra al centrosinistra di una manciata di voti, a Latina è necessario un cambio di “massa”.
I “democratici dolenti” evitano il problema, il loro potere è inversamente proporzionale al consenso verso il Pd. La “sinistra eterea” ha un certo snobbismo culturale per porsi il problema, ha dentro la storia della “eccezione comunista” eccezione etica che non la rende “disponibile” ad entrare dentro nuovi ceti sociali, ceti sociali che hanno visto nella destra la risposta ai loro problemi, ma che ora sono delusi.
Certo che, per sua natura, il “riformismo governativo lepino” di Titta Giorgi è in una sorta di pole position nella azione di ponte. E’ pragmatico quanto la “sinistra eterea” è rigida, è privo, in nome della realpolitik, di freni ideologici ed è uso giocare a tuttocampo. Ma sconta, oggi, il suo pragmatismo. La vicenda della corsa autonoma di Guidi alle provinciali è stato un successo personale di Guidi, ma un indebolimento interno di questa componente. Inoltre non hanno pensato, ancora, ad un modello propri di partito. Un problema secondario visto che si muovono in ragione “del corso dei tempi”, il partito non è centrale.
I “democratici con Fede” possono ora rilanciare e trovare propri nel terreno del dialogo con i “delusi” una nuova forza. Una idea di partito realmente nuovo, possono sfruttare questo per eliminae il loro punto debole: la mancanza di un passaggio elettorale di massa. Hanno tastato il terreno con Mansutti alle comunali, ma ora debbono vicere. Debbono trasformare in voti il tatticismo che ha creato le precondizioni per aprire la partita. Ma oggi la partita va giocata: prima tappa la segreteria provinciale, la seconda la riconferma di Moscardelli alla Regione. Per un partito che non sia richiuso nel ridotto della Valtellina, ma aperto ad alleanze anche audaci. Alleanza non nei partiti, o nel potere, ma con la capacità di dialogare con pezzi moderati dell’elettorato già di centrodestra. Questa è la sfida sul tappeto, se questa sfida (intercettare la migrazione dal centrodestra) non si raccoglie ci saranno oltre 20 anni di monopartitismo in questa provincia.
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