lunedì 7 settembre 2009

La mia lingua è fatta di mille lingue

 
Lidano Grassucci
Claudio Magris, sul Corriere della Sera di ieri, sostiene che “fare i napoletani” è diverso da “essere napoletani”. Il suo intervento è a proposito dell’uso del dialetto e della idea di una pretesa universalità di queste lingue. Sono, come Magris, uno che usa ancora la lingua materna per la comunicazione nel mondo degli affetti, nel microcosmo delle relazioni interpersonali vicine nel tempo e nello spazio. La lingua che ho dentro è unica nel testimoniare, nel relazionare, quella parte di me che trova nel suo spazio e solo lì la magia della consonanza, come le note di violino che vanno cercate con l’orecchio. Non c’è altra lingua, se non il mio setino, per ricordare l’affetto di certe ninne nanna che nonna dedicava solo a me. Ma non sono “comunicazioni” da hit parade, da consumo di massa, ma neanche da affetto condiviso. L’amore di Cintruta pe Pappino, in dialetto, non è la stessa cosa dell’amore di Paolo per Francesca, non ha la medesima armonia e condivisione.
Amo la mia lingua degli affetti, ma in nessuna delle nostre lingue possiamo raccontare l’armonia di Paolo e Francesca, solo in italiano. Come in italiano l’ho sentita raccontare nelle mie osterie dai contadini che quando si parlava di Dante si facevano seri, reverenziali e cancellavano gli accenti. «Amor, ch’a nullo amato amor perdona», suona in italiano perché è amore che per amore non può restar fuori dall’uscio di casa. Non è “esclusivo” ma inclusivo l’amore. L’amore non è etnico, non è a suoni, è semplicemente scambio e non ha esclusive linguistiche.
Ho rincontrato dopo anni, per caso, una mia amica e, dopo poco, la lingua d’origine ci ha richiamati al nostro parlare. Ma era testimonianza della nostra adolescenza, era il suo uso un recuperare una familiarità passata, definita, circoscritta nel tempo e nel luogo, era la parlata di quell’incontro poi perduto nei rivoli del tempo. Era una comunione linguistica nostalgica del tempo. Né lei né io viviamo più nei luoghi di quegli scambi dialettici, siamo fuori dal contesto di questa nostra lingua recuperata ma abbiamo nel dialogo ricreato quel tempo, quel mondo che è divenuto “storico”. Non può diventare, in nessun modo, invece, una modalità per scambiarsi le cose del mondo, sarebbe come chiudersi agli altri. E’ il contrario, abbiamo usato la lingua del nostro tempo adolescenziale per parlare degli spazi del mondo, l’abbiamo usata per creare le condizioni di un recupero di “comunicazione” di scambio di bianchetto del tempo.
Lei mi ha raccontato il suo viaggio in Uzbekistan. Il nostro localismo linguistico era per dilatare al massimo l’apertura al mondo. Mondo piccolo per capire il mondo grande. Magris ha ragione quando distingue tra “il fare il napoletano” ed “essere napoletano”.
Tempo fa in un convegno tenevo a sottolineare la differenza tra setinità (essere) e la sezzesità (fare), in pochi “accolsero” il distinguo. Compare Zappitto è meno ingombrante della religiosità sofisticata di San Carlo da Sezze, della rivisitazione dei pregiudizi verso la possibilità di accedere all’istruzione delle donne di Corradini, alla profonda fede di San Lidano, alla complessità sociale della pietà delle confraternite.
Il dialetto, la lingua degli affetti, non chiude rende disponibili. Magris ricorda che “Gramsci auspicava che il popolo si riappropriarsi della cultura alta e magari del latino, che aiuta a capire la complessità del mondo e a non lasciarsi fregare”.  Ecco, non escludere, non chiudersi è la parola chiave. Le nostre parlate sono dentro l’universalismo del latino, sono già globali, sono già scambio.
Per carità non fate una legge sui dialetti, fateceli parlare con la dolcezza con cui si intona la voce per dire del bimbo che è “mammoccio” (cosa della madre).
Ecco il dialetto è come un bimbo, per noi è cosa degli affetti non del potere, non della vita pubblica. Non è escludere gli altri è includere noi stessi nella storia di cui siamo parte.
Magris spiega: “il matrimonio all’interno dello stesso gruppo sociale produce malformazioni fisiche e sociali”. Da noi le ciliegie rimangono latine cerase, la doppia elle diventa la “gli” di Castiglia, le rane di Dante diventano granunchi alla francese e in cucina i carciofi li facciamo alla “giudia”. Le lingue locali non chiudono aprono, testimoniano. Vanno per il mondo. In silenzio sento la ninna nanna, con i rumori del mondo immagino di Paolo e Francesca.
Racconto in italiano i miei sogni in setino.

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