Maria Corsetti
Invito una collega di Brescia, in questi giorni a Roma per lavoro, a trascorrere un giorno a Latina. Accetta volentieri, per lei sarà l’occasione per scambiare quattro chiacchiere e visitare luoghi che non conosce. Grazie all’Aeroclub vede l’Agro pontino dall’alto, il mare, i laghi, il Circeo. Quando scende dall’aereo è entusiasta. Le chiedo come hanno commentato i suoi amici romani il fatto che veniva a Latina. Intuivo la risposta. «Mi hanno detto che ero l’unica ragazza d’Italia che desiderava andare a Latina». Sottinteso: il posto più brutto del mondo. Credo l’abbia omesso per delicatezza. La porto al mare, nel tratto tra Capoportiere e Rio Martino. «Ma è bellissimo! E voi avete tutto questo a pochi minuti dalla città!». Sì, noi al mare ci andiamo quando ci avanza un’oretta di tempo, mica come i romani che intasano la Pontina avvelenati ogni fine settimana. E aggiungo: «Per fortuna che sono convinti che qui sia una schifezza, almeno le nostre spiagge ce le godiamo noi in santa pace, senza supercafoni capitolini tra i piedi». Mangiamo a un chiosco, da una parte il mare, dall’altra il lago. Il panorama è notevole. In spiaggia si sta magnificamente, l’acqua del mare è calda. Alla faccia dei romani che ieri boccheggiavano per il caldo. Le presento altri colleghi di Latina. «Ma quanto sono gentili qui le persone» mi dice. Prima di rientrare a Roma ha necessità di una messa in piega. Va dal parrucchiere. «Ma qui costa la metà che da noi. Io voglio venire a vivere a Latina». Chissà come è andata la serata a Roma, con i simpatici romani che l’avranno presa in giro per la gita pontina. Avrà tentato di spiegare che si è trovata bene e che vuole tornare. Ma quelli - mi pare di sentirli - avvelenati da un giorno di asfalto, polvere, ressa e sudore, forti dei millenni che hanno alle spalle e dei quali non hanno alcun merito, avranno risposto: «Ar massimo ‘r Circeo. E poi a Latina lassali perde che so’ tutti fascisti e se ‘n ce stava ‘r duce manco esistevano». Mi
viene da rispondere che i loro antenati erano talmente morti di fame che hanno fatto pietà a una lupa.
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