Lidano Grassucci
La scuola è iniziata. Ma a che serve la scuola? A poco se oggi abbiamo un ministro della Pubblica istruzione che urla: “fuori gli insegnanti che fanno politica”. Come dire ad un cuoco: “fuori quelli che cucinano”. La politica è il governo della città, la politica è la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. Forse la ministra voleva dire: “fuori gli insegnanti che seguono le indicazioni dei partiti”. Ma in democrazia anche questa è una bestemmia, meglio una prova di “ignoranzità”.
Cosa deve fare la scuola? Evitare che da grande si parli come il ministro, insegnare il passato per essere attrezzati per il presente. Formare uomini coscienti di sé, che sappiano leggere scrivere far di conto, che conoscano le parole e il mondo. Don Milani ricordava che la differenza tra un ricco ed un povero non sta nei danari, ma nel numero di parole. I poveri sono tali se non conoscono le parole. Ecco la scuola dovrebbe insegnare le parole, dovrebbe insegnare a non farsi imbrogliare con i conti. Vi immaginate come sarebbe andata se nelle scuole avessimo insegnato a capire i prodotti finanziari derivati? Se a scuola avessimo insegnato a far di conto? Non ci sarebbero stati i furbi delle banche, non ci sarebbe stata la finanza creativa. Una volta a scuola si insegnava a leggere e a far di conto, basterebbe tornare a questo rigorosamente. Non ci sarebbe, se questo fosse, un ministro che non conosce la parola “politica”, che non conosce la parola democrazia. Democrazia come potere del popolo, basterebbe già questo. Neanche questo.
Mi dicono: la scuola deve formare cittadini. Vale a dire attori della vita della città, meglio attori della politica. Ma il ministro vuole fuori la politica dalla scuola?
Naturalmente sto dalla parte del ministro, mica è colpa sua. Lei non conosce, e fa quel che può con le poche parole di cui dispone. Don Milani aveva ragione, i poveri sono quelli che conoscono poche parole.
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