Maria Corsetti
Quanto è bella la generosità che non costa nulla, quella che ti concede il privilegio di fare il buono con due, tre euro al massimo, riciclando qualcosa che comunque non ti serve più. L’emozione corre sul ticket del parcheggio sul lungomare di Latina, l’odiato talloncino che si acquista a Capoportiere dagli ausiliari del traffico che ti fulminerebbero all’istante: tu te ne vai al mare e loro lì a crepare tra sole e asfalto. Tu li guardi sospirando, facendogli pesare che stai sborsando tre dei tuoi preziosissimi euro, e loro sono costretti anche a sorridere e a ringraziare. Così va il mondo. Verso Rio Martino alle nove è già tutto esaurito, trovare un posto è solo questione di fortuna e di utilitaria ristretta. Gratti il tagliandino, lo posizioni in bella vista sul cruscotto e ti senti un cittadino modello. Ma il bello viene al ritorno, è mezzogiorno e arriva la seconda ondata di vacanzieri rimasti in città, causa crisi economica mondiale che, tradotta in termini popolari significa rate della tv lcd, del pc, del telefonino che canta, suona e recita, del materasso di lattice con batteria di pentole in omaggio da pagare.
Stai andando via, sei una preda preziosissima, potresti lasciare un posto libero. Cammini sull’asfalto, sai che non puoi sfuggire a quel destino, si avvicina una macchina: «scusi signora, sta andando via?» «sì, la mia macchina è quella laggiù». Esci dal parcheggio con calma, nell’altra macchina attendono tranquilli, ormai è fatta. Quando ormai sei sgusciato fuori dal parcheggio l’ulteriore regalo: «Prego, prenda il mio tagliandino, a me tanto non serve più». Come è bello essere buoni, senza spendere una lira in più e con la sottile soddisfazione di aver dato una fregatura a chi ogni anno ti impone la gabella. Certo, non tutti quelli a cui cedi il posto sono simpatici, ad alcuni ti verrebbe quasi voglia di…come quelli che «scusi signora, sta andando via?» «sì, la mia macchina è quella laggiù». Ma tanto laggiù, è mezzogiorno e fa caldo e i cafoni neanche si sprecano a offrire un passaggio, corrono a prenotare il posto con le quattro frecce smargiasse come il loro sguardo che incrocia quello disperato di chi è ancora appeso sull’asfalto. Fastidiosi. Il massimo sarebbe ora fare dietrofront e lasciarli lì a seccarsi sotto il sole, sedersi a un chiosco e consumare un pranzo intero. A loro no, il tagliandino proprio no. Solo che ti fregano: «Può cederci il suo tagliandino? Glielo paghiamo, sennò siamo costretti a tornare indietro per acquistarlo». Cafoni e deficienti. Che fai, però? Sarebbe da dirgli: «guardate io più tardi devo tornare e il tagliandino mi serve. A questo punto posso darvi il mio grattato ma datemi i tre euro per acquistarne un altro». Non è da me. Senza alcun sorriso gli allungo il tagliandino, fanno anche finta di darmi i soldi. A denti stretti rifiuto. Questa buona azione non mi ha dato nessuna sensazione positiva, solo il rimorso per aver ceduto il posto auto a questi ventenni senza garbo e averlo dovuto dopo qualche minuto negare a quella ragazza tanto gentile. No, la generosità non è indiscriminata. Per passare tempo al semaforo mi studio il tagliandino che ho usato un pomeriggio, in realtà mi è stato dato da una coppia che stava andando via, ed essendo andata via tardi non ho potuto proseguire la catena del dono. Sul retro c’è scritto: “Il presente titolo non è cedibile”. E come fai a dimostrare che l’ho ceduto? Mi vieni a beccare in flagranza di reato mentre allungo il ticket dal finestrino? E che mi contesti, un eccesso di altruismo? Mi togli il gusto di sentirmi migliore? Però a quei quattro cafoni dell’altro giorno la risposta ci stava tutta: «Scusate, il titolo non è cedibile». Ci facevo la figura del Furio verdoniano, ma dopo mi sentivo meglio. Alle volte c’è più gusto a essere bastardi.
lunedì 17 agosto 2009
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