Maria Corsetti
La porta non si chiude e la radioterapia salta. Non parliamo di un areosol, ma di un trattamento che può fare la differenza tra la vita e la morte. Succede all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina, dove l’acceleratore lineare è considerato uno dei punti di eccellenza. Solo che non si può utilizzare perché dal primo luglio la porta che isola la persona sottoposta a terapia, proteggendo così medici e infermieri – per loro sarebbe letale sottoporsi ogni giorno a un bombardamento ripetuto di radiazioni – non si chiude. È appena il caso di dire che non si tratta di una porta qualsiasi: pesa due tonnellate e mezza, è realizzata con metodi artigianali e per sistemarla occorrono tecnici specializzati. Un settore di super nicchia trattato da un’azienda spagnola che, contattata, manderà il personale per un sopralluogo lunedì prossimo, quindi a tredici giorni di distanza dall’accaduto. Uno spazio di tempo ingiustificabile, visto che ci troviamo in presenza di malati gravissimi. Ma tant’è. E la vicenda si colora ancora più di assurdo se pensiamo che la Asl pontina ha stipulato un contratto di manutenzione per l’acceleratore lineare, ma non per la porta che ne costituisce una pertinenza essenziale. In realtà ci sarebbe a disposizione un secondo acceleratore, più vecchio, ma comunque funzionante. I malati, gente che sta combattendo contro il tumore, hanno chiesto di poter effettuare la terapia comunque, utilizzando il secondo macchinario, ma a quanto pare non è stato possibile, la dirigenza della Asl non avrebbe accordato il permesso. Quindi a oggi ci si ritrova con qualche centinaio di malati non solo gravissimi, ma anche disperati. E la domanda è angosciante: se davvero quella terapia è indispensabile per la loro stessa sopravvivenza, possibile che gli venga comunicato che possono aspettare una ventina di giorni?
mercoledì 8 luglio 2009
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