sabato 9 maggio 2009

L'ARCINORMALE - Gente normale

Lidano Grassucci

“Siamo tosti, siamo di montagna, gente dura ma generosa”. E’ de L’Aquila, è alpino d’Abruzzo, ti guarda spaurito, divertito, curioso, quasi piange quando ricorda del terremoto: “pora gente”. Poi loda gli alpini: “noi ci riconosciamo a distanza, siamo generosi”. Ci sono quelli di Trento che spiegano di aver lasciato le mogli a casa: “perche gli vogliamo troppo bene”. E ridono di gusto. C’è il ragazzo di Torino: “nonno alpino, papà alpino, io dovevo andare in fanteria, ho chiesto di fare l’alpino”. Non avrà 30 anni, lavora in fabbrica, metalmeccanico, e sta qui. Arrivano 4 ragazze di Lecco, maglietta verde: “ma voi in siete alpine”. In coro: “simpatizzanti, ma papà era alpino e poi all’adunata c’è tanta confusione”. Sto li due ore e mi sento normale, mi sento tra gente normale. Ti salutano, ti offrono una birra, se la fanno offrire ma non hanno retropensieri, gente normale.
Sono di piano, si capisce dal passo. Sono di piano si capisce dallo sguardo che tira dritto e non all’insù. Sono di piano si capisce da come guardo il cielo partendo dalla marina. Ma questo mondo quello di questa gente che è venuta a trovarci è tanto, tanto vicina, alla mia gente. Loro sono qui per testimoniare le loro radici: nonno era alpino, papà era alpino. Quelli del reggimento Aquila, gli abruzzesi, cantano e ogni tanto ripetono le parole di Benedetto XVI (io che cito un Papa ho del senile, ma mi viene): “L’aquila ferita tornerà a volare”. Chiari, semplici.
Gente che ha preso le ferie per testimoniare di essere alpino, gente che per 4 giorni lascia tutto che, se serve, lascia tutto.
Dico al mio amico abruzzese ma voi siete soldati ribadisce: “Siamo buona gente”. Insisto, i soldati fanno la guerra, e lui: “se ce lo chiedono”. Le chiamavano queste, i rivoluzionari francesi, virtù repubblicane. L’idea che la Nazione, lo Stato, la Patria può chiedere. Che è la ragione per cui Piuccio Faciolone da Cori partì alla guerra (la prima) come fantaccino: “pe lo giusto”. E lui “pe lo giusto se faceva accide”. Lo giusto di Piuccio erano Trento e Trieste, lui che non era mai stato a Velletri. Partì. “Di qui non si passa” fu l’ordine dopo Caporetto e non passarono. Nell’Isba il sergente di Mario Rigoni Stern trova altri contadini, ma nemici, mangiano perché la fame è uguale, fa male auguale ad un montanaro italiano, ad un contadino russo, ad un operaio inglese. Fa male uguale.Ieri sono stato dentro la gente mia, le facce colorite i dialetti cispadani, sembrava quando venivo da nonna a Santa Fecitola e venivano i cugini e gli zii da Piazzola sul Brenta, era festa.
Forse mi sono perso tanta della mia ingenuità, forse sono diventato un po’ levantino, bizantino,. Troppo greco per capire la vita romana.“Di qui non si passa”, il resto era noia, il resto è noia. E forse anche io sono un po’ noioso

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