venerdì 8 maggio 2009

L'ARCINORMALE - Che bella la mia città con la gente

Lidano Grassucci
Che bella la mia città con la gente. E’ bellissima, c’erano le fanfare agli angoli delle strade, c’era gente allegra che bevevo e… salutava. Sì, da giovedì qui a Latina ci salutiamo tutti, gli occhi della gente sembrano più dolci. Gli alpini sono gente normale, finalmente gente normale, che hanno passioni comprensibili (l’amore per il loro corpo), hanno l’orgoglio dei loro borghi. Persone che si rispettano tra di loro, che non dicono quel che gli altri non hanno fatto per loro, ma fanno per gli altri. Nei bar la gente ci entra per la ragione per cui i bar sono nati, per bere. Birra che sa di birra, vino che sa di vino, e poi tanta allegria. Loro, gli alpini, sono generosi e anche quando incontrano le ragazze si ricordano del dovere di farle sentire uniche, senza offendere.
La mia città così, con la gente, è quasi, quasi un’altra città. Gli alpini non sono impostati, non hanno i Suv, ma fanno di una vecchia aspetta Piaggio con capolavoro di veicolo in movimento, fanno di un VM della Iveco un palcoscenico, di una Fiat Campagnola un miracolo di ingegneria. Non chiedono niente, danno. Montano le loro tende, si preparano da mangiare, girano con le cartine.
Le loro facce sono tante facce uguali a quelle dei nostri cispadani. Vorrei tanto che mia nonna Gilda Pagin li avesse potuti vedere. Mi immagino come sarà stata quando è venuta qua nel ’34 lontana da casa, lontana da tutto in un posto in cu non c’era niente, in cui tutto era da fare. Un grande spiazzo con qualche casa di tanto in tanto. Come le piacerebbe questa terra piena di gente e di gente sua. Se vuoi in questi giorni la sto capendo di più nonna, quella sua laboriosa tranquillità, quella idea di fare gruppo, di stare insieme, quell’idea di famiglia allargata. E zio Tony Bergamin che del vino era maestro, che avevo il dubbio che fosse solo vino. Che venivano gli altri cispadani da lande lontane per chiedere il suo giudizio sul vino, che poi era una scusa per far festa. E la grappa, la grappa che facevano di nascosto, che era alcol puro. Poi ci mettevano la ruta per renderla di un altro sapore. Puzzava di alcol fino al podere vicino, ora che ci penso erano aromi dolciastri, quasi caramello.
Si sarebbero sentiti orgogliosi i miei dei loro che tornavano a trovarli, che venivano a ricordarseli, che venivano a testimonianza che non li hanno dimenticati. Sarebbero stati contenti tanto, perché per decenni si sono sentiti soli, abbandonati, esclusi.
Sarebbero andati a Littoria (loro che sono arrivati nel ’34 potevano chiamarla così), ci sarebbero andati in bicicletta, per vedere sfilare gli alpini. Si sarebbero messi il vestito buono dopo aver sistemato le bestie (anche quando è festa si lavora) e via fino alle 4 (dopo ci sono le bestie), con il petto gonfio. E zio Tony non si sarebbe sottratto al vino, non avrebbe passato giro, non avrebbe abbassato gli occhi.
Loro non ci sono, i loro sono arrivati tardi. Ma volevo fargli sapere che sono arrivati.
E credo sia il caso, lo faccio di rado, di ringraziare il sindaco Vincenzo Zaccheo che l’ha azzeccata. Sarei disonesto se non gli rendessi questo onore.

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