Lidano Grassucci
Gli uomini di piano rispetto a quelli di montagna si distinguono dal passo. Quel passo costruito da secoli di piedi a livella, contro i piedi con le dita all’insù. Sono due tipi umani differenti quelli di piano e quelli di montagna. Poi il piano non pone limiti agli occhi, la montagna nasconde. L’Abruzzo e la sua gente sono la nostra montagna vera, per anni sono andato lì a vedere come si vedeva il mondo senza il piano. Tutto ieri correvano le immagini di quella gente di montagna, tradita dalla montagna. Occhi pieni di paura, gioia per sentire ancora il caldo di chi ti è vicino.
Raccontiamo tanto delle differenze, poi si muore uno a uno, e uguali. Mi dicono che ci sono 92 morti, che la tragedia è grande. Ma il numero è un numero ciascuno di quei morti è una tragedia, i vecchi che sono andati via si sono portati con sè memorie e persone che nessun vivo ricorderà più, i bambini si sono portati via un mondo che poteva essere e non sarà, quelli in mezzo lacrime e sorrisi del vivere di tutti giorni in questi che erano i loro giorni.
Ricordo sempre che il dono della Fede a me non è stato dato, per cui non ho spiegazioni, né consolazioni, per queste morti. Non sono giuste, sono vili, ma mi rendo anche conto che noi, per la terra, non siamo nulla. Spero di non leggere le solite menate sui soccorsi arrivati tardi, sulle possibilità di fare qualche cosa prima.
Ho visto le solite scene di vigili del fuoco, soldati, carabinieri, finanzieri, poliziotti che si rompevano le mani per spostare i sassi e giornalisti dagli studi di Milano, docciati e vestiti Armani che spiegavano il da farsi non facendo.
Alle 13 di ieri, dieci ore dopo il terremoto, in un paese colpito c’erano gli alpini che montavano le tende per gli sfollati. A l’Aquila alle 12 ho visto un ospedale da campo montato.
Sono uomo di piano, di quegli italiani a cui non è mai piaciuta la retorica, la viltà del parlare senza mai fare. Non mi è piaciuta mai l’Italia piagnona e quella capisciona.
La gente d’Abruzzo non piange per chiedere pietà, piange i suoi morti con dignità.
Questa è l’Italia che vorrei. Quelli che avrebbero fatto meglio non facendo nulla continuo a schifarli, come mi fanno senso quelli che dicono solo quello che fa piacere al capo. Per noi di piano, per noi di palude, non ci sono mai stati capi, come per quei montanari che sulle loro montagne sono “capo” e “sotto”. Come quegli alpini che sulle loro montagne non sono mai stati sconfitti, umiliati solo nella steppa da chi era fuggito di fronte al dovere suo.
lunedì 6 aprile 2009
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