sabato 4 aprile 2009

Panigutti, la Procura e le palle dell’asino

Lidano Grassucci



Non sto mai dalla parte dei giudici. Per via del ribellismo che ha caratterizzato la mia generazione. Quelli che stavano con lo Stato, con uno Stato che consideravamo iniquo, erano avversari. Certo poi ho (abbiamo) capito l’abbaglio e siamo diventato altro, ma delle cose restano. Ieri mattina però quando ho letto l’articolo del collega Panigutti sul Procuratore della Repubblica ci sono rimasto di sale. Perché noi giornalisti dovremmo raccontare i fatti non concatenarli con fantasia per gettare fango sulle istituzioni. Non dobbiamo prendere le decisioni del procuratore che non ci piacciono e giudicarle di parte, mentre quelle gradite le osanniamo. Non rammento la cultura giuridica del collega Panigutti ma rammento che il diritto non è come la pelle delle palle dell’asino che la tiri come ti pare. E’ rigido il diritto come la pietra e le incompatibilità non le stabiliscono i giornalisti, ma gli organi di controllo dei magistrati. Altrimenti qualcuno potrebbe eccepire sulla compatibilità di chi scrive, di chi pensa. Un giornalista dovrebbe partire sempre dal riconoscimento della nobiltà dell’interlocutore, dovrebbe partire dal suo rispetto. Se non c’è questo non c’è mestiere. Il procuratore della Repubblica di Latina è un galantuomo fino a prova contraria, la calunnia, il bluff sulle decisioni non assunte a comando degli editori hanno vita corta. Le inchieste e le decisioni della procura non si prenotano a mezzo stampa, la procura è un organo dello Stato non il balocco di un senile editore. Tutto qui. Ci vorrebbe onestà intellettuale ma mi rendo conto che è chieder troppo; per chi scrive e per chi detta la Procura è solo pelle delle palle dell’asino.

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