giovedì 10 settembre 2009

Un pontino sul palcoscenico della Fitel: Giovanni Ciarlone


Un pontino sul palcoscenico della Fitel. Giovanni Ciarlone organizzerà “Proscenio Aggettante”, e il teatro sociale torna in scena dal 19 al 26 settembre 2009 per l’undicesima edizione del Festival organizzato dalla FITeL Nazionale (Federazione Italiana Tempo Libero Cgil, Cisl e Uil).  Sulla scena del Padiglione delle Feste del Grand Hotel di Castrocaro Terme si ride, si riflette, si conoscono realtà del teatro sociale che difficilmente riescono ad ambire alla scena.  Dal teatro universitario al dopolavoro bancario, dai dipartimenti di psichiatria ai Cral delle Asl, “Proscenio Aggettante” presenta un’ampia gamma di realtà nelle quali il teatro è terapia, divertimento, aggregazione, superamento di serie problematiche quotidiane. La terapia della scena trova qui una concreta realizzazione grazie alla condivisione dei problemi e delle esperienze, riportando il teatro al suo intrinseco significato di rito e sacrificio.  E le dieci edizioni passate offrono al Festival una maggiore sicurezza e consapevolezza per migliorarsi ed ambire ad un respiro nazionale. Anche quest’anno ad ospitare il Festival sono la Regione Emilia Romagna, la Provincia di Forlì, il Comune e la direzione del Grand Hotel di Castrocaro Terme, davvero preziosi per la loro disponibilità. E il Festival li ripaga con garanzia di pubblico e di stampa in un ideale prolungamento dell’estate 2009. Ricchissimo il programma delineatosi per l’undicesima edizione. Tra le numerose proposte selezionate nell’arco di mesi di lavoro, sono state individuate, nel rispetto dei criteri generali fissati dal regolamento, una serie di compagnie provenienti da varie regioni d’Italia. Si comincia sabato 19 settembre alle 21 con  “La Compagnia Borghese”, Sezione teatro del  CRUT – Università di Trieste e FITeL FVG, che propone “Fin che moglie non ci separi” da un’idea di Noel Coward, adattamento e regia di Annamaria Borghese, con Alice Ursic, Maria Cristina Fedele, Maurizio Lippi, Anna Corrente, Francesco Facca, Erica Cappello, Eva Grimaldi, Tullio Grilli e Annamaria Borghese.  Si prosegue poi domenica 20 settembre con il Gruppo Skenà Spettacolo – Unicredit Banca di Torino che presenta “L’importanza di essere Franco”, di Oscar Wilde per la regia di Rosalba Bongiovanni. Con Paolo Mazzini, Elena Ceria, Elena Alberton, Fabio Sciacca, Michela Ciciliano, Ileana Piga, Gaetano Platania, Giuseppe Mariano, Gianna Bonino, Concetta Viglianti, Francesco Bruzzese. La Compagnia ‘Quelli del Cactus’ – Giffas Napoli presenta poi lunedì 21 settembre “Caviale  e  Lenticchie”,  tre atti liberamente tratti da Scarnicci e Tarabusi, con la regia di Michele Vitale. Con  Massimo Bonaccorsi, Carla Consiglio, Giuliana Atella, Andrea Tartaglia, Anna Granito, Nicola Bozza, Maria Volpicelli, Eugenio D’Auria, Alfonso D’Auria, Eduardo Forte, Maria Rosaria Li Vigni, Lina Spagnoletti, Antonio Boni, Gaetano Campagna, Rosario Richiello, Roberto Orecchio, Luigino Abate. La USL 7 (Dipartimento di psichiatria) di Siena insieme all’Istituzione Teatro Mascagni martedì 22 settembre presentano “Dietro il proprio naso”, liberamente tratto dal “Naso” di Gogol. Consulenza artistica Manfredi Rutelli. Con Stefania Bianconi, Gianluca Ballani, Amalia D'Andrea, Enzo Dionori, Daniele Feri, Luciano Meconcelli, Carla Morgantini, Daniela Rosignoli, Anna Marosi,  Laura Pagni, Tiziana Pascucci, Armando Sciabbarrasi, Maria Raffaella Stigliani e David Zenin. Giovedì 24 settembre è in scena la Compagnia teatrale KOR con “Animelle! 1 euro al chilo”,  “Davvero oggi tutto è in vendita?”, scritto e diretto da Rocco Ricciardulli, con Man-Lç Zhang, Mirela Kovacevic, Natalia Lyubchenko, Rocco Ricciardulli. Il Festival si conclude venerdì 25 con il gruppo teatrale “Patch Adams” del CRAL ASL TO2  con “Una giornata “complessa” in un ambulatorio di diabetologia”, commedia in due atti di Salvatore Bennati con Adolfo  Suriani, Elisabetta  Fassino, Franca  Minopoli, Salvatore  Beninati, Giovanna Incatasciato, Marco Moscatelli, Raffaele Galvagni, Daniela Bocchi, Marcella Nistor, Jolanda Canonici, Maria Martinelli, Loredana Spinoglio, Rosalba Trepiccioni, Giuseppe  Marino e Monica Ferro. Attraverso la satira e l’ironia la commedia mette in risalto alcune problematiche legate alla malattia diabetica, i diversi comportamenti dei pazienti diabetici, i problemi personali di medici ed infermieri. Gli attori sono i personaggi  di ogni giorno,  medici, infermieri e pazienti . A chiudere il Festival sabato 26 settembre sarà, come di consueto, la prestigiosa cerimonia di Consegna dei Premi FITeL 2009, assegnati, nell’ambito di una serata di Gala presentata da volti noti della TV e dello spettacolo, dalla Giuria composta da attori e registi di rilievo nazionale. Non ci resta quindi che darci appuntamento a Castrocaro il 19 settembre, per chiudere l’estate 2009 con le proposte teatrali di  “Proscenio Aggettante”.

SABAUDIA - Il Casaca diventa grande

Antonio Picano
Si volta pagina da oggi al Centro Addestramento e Sperimentazione Artiglieria Controaerei di Sabaudia. Cambia il comandante. Ma soprattutto cambiano denominazione e compiti per l’istituto militare dislocato presso la Caserma Santa Barbara, che l’11 dicembre 2009 celebrerà il sessantesimo anniversario della sua inaugurazione. Dopo tre anni esatti, coronati da importanti risultati, oggi il generale di divisione Vito Di Ventura lascia l’incarico e passa le consegne al generale di brigata Maurizio Valzano. E sempre da oggi l’Ente acquisisce la denominazione e le prerogative di Comando Artiglieria Controaerei, ricoprendo il ruolo di capofila in un progetto sperimentale pilota che lo Stato Maggiore dell’Esercito mira ad estendere a tutte le Armi della Forza Armata. Una sorta di promozione per la vecchia e prestigiosa Scuola di via Caporale Tortini che, attraverso le nuove attribuzioni conferitale dagli Organi Superiori, sarà il punto di riferimento di tutta l’Artiglieria Controaerei italiana, aggiungendo alle funzioni prettamente culturali proprie della specialità, quelle strettamente operative, garantite dal 17^ Reggimento Sforzesca. Dopo aver guidato il Centro in questa delicata fase di transizione, il generale Di Ventura trasferirà, quindi, in altre mani la Bandiera d’Istituto, ultimo atto di una carriera lunga e ricca di successi e soddisfazioni, che l’ha visto protagonista nei più importanti scenari militari internazionali. A sostituirlo nella carica sarà il generale Maurizio Valzano, proveniente dal Comando Brigata di Padova, già comandante negli anni novanta, da tenente colonnello, del Gruppo Artiglieria Missili del Casaca. Nel suo cammino professionale, spiccano la partecipazione a varie missioni all’estero e quello di Capo Ufficio Rapporti con il Parlamento presso il Ministero della Difesa. La solenne cerimonia per l’avvicendamento nel comando e per la contestuale costituzione del Comando Artiglieria Controaerei avrà luogo alle 10,30 sul Piazzale del Solstizio della Caserma Santa Barbara, snodandosi, a reparti del Centro e del 17^ Sforzesca schierati in armi, lungo il consueto, emozionante rituale, che prevede tra l’altro il pronunciamento delle formule di cessazione e assunzione comando, le allocuzioni dei comandanti cedente e subentrante, gli Onori finali al Tricolore d’Italia. A seguire, all’interno della Sala Convegno Unificata, vin d’honneur per tutti i convenuti. Attesa la presenza delle massime autorità militari, civili e religiose del territorio e delle rappresentanze degli enti militari e dei corpi dello stato operanti in provincia, delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma e dei gonfaloni del Comuni limitrofi Al generale Di Ventura, che lascia il servizio attivo e che nei tre anni di permanenza ha consolidato con le sue molteplici iniziative quel filo d’amicizia che collega il Centro a Sabaudia gli auspici di analoghi successi anche nella sua nuova vita. Al generale Valzano l’augurio di una carriera costellata dal raggiungimento di traguardi sempre più prestigiosi.  

LATINA - Le verità sul commercio

Paolo Iannuccelli
Pacifici, state certi che Pacifico tornerà ad essere competitivo. Il supermercato di via Carrara, a Tor Tre Ponti sta accusando una significativa flessione degli utili ma potrà rivivere tempi d’oro se verrà attuato un serio ed ordinato piano commerciale a livello comunale. Adesso qualche politico pontino è intervenuto blandamente a favore della ditta Pacifico, ma dov’erano gli interpellanti quando si concedevano licenze commerciali a destra e manca senza alcun criterio? Roba da mettersi le mani nei capelli, bastare girare in centro città e vedere botteghe chiuse. Una volta erano fiorenti. Uno studio commissionato nel 1996 mise in evidenza che nel Comune di Latina era in attività lo stesso numero di supermercati della Regione Umbria. Sorbole, che botta. La statistica – diciamo noi – è al centro del mondo, ma non se ne tiene mai conto. Nel settore del commercio si naviga da sempre a vista, tutto è lecito e consentito. Bisogna capirle, studiarle, conoscerle, analizzarle certe cose, certi flussi. Il commercio è qualcosa di fondamentale nell’economia.  Nessun piano commerciale è mai stato attuato seriamente, a Latina e nelle zone limitrofe. Lo sanno tutti. Pacifico è in crisi, In Grande chiude, così come lo Spaccio Asi di Borgo San Michele. Da qualche anno, sia Confcommercio che Confesercenti non hanno peso, sono ininfluenti e taciturne. Associazioni di categoria che non hanno peso saliente sul territorio, non hanno contatto diretto con la realtà. Spesso si sente parlare sui giornali locali di queste sigle quando si deve distribuire qualche poltrona negli enti derivati dove, semmai, litigano per averne una in più. Quando Calvani, proprietario dell’Hotel Garden, si mise alla testa di un movimento contrario all’aumento della tariffa comunale sulle insegne luminose, il 100 per cento dei commercianti aderì alla protesta: un’ora di black out, senza luce esterna al negozio. Quando Raffaele Muzio, presidente di Confcommercio, nel 1985, riunì il suo popolo per opporsi all’apertura del supermercato Silos, in via del Lido, si presentarono in 500 all’appuntamento all’Hotel Europa, una città compatta, unita e preparata in materia di commercio, con operatori sensibili alle tematiche. Poi si è passati a totale deregulation, a supermercato selvaggio, all’apertura scriteriata. Prima tanti piccoli negozi – siamo agli anni cinquanta – poi mini-market, market, supermarket, ipermaket, un crescendo di punti vendita sicuramente superiore all’aumento degli abitanti. Questione di nomi, di licenze, di autorizzazioni, se sei grande il placet lo devi ottenere dalla Regione, se sei piccolo dal Comune ma la salsa è sempre la stessa, non puoi avere un futuro certo. Ti alzi la mattina e trovi un concorrente a dieci metri di distanza. La compravendita di licenze è sempre stato un mercato fiorente a Latina e provincia, sembrava uno scambio di figurine. Pacifico, ditta di qualità e di gente onesta che ogni pontino dovrebbe ringraziare, paga quarant’anni di caos nel settore del commercio comunale di Latina ed altri importanti comuni viciniori, mai pianificato a differenza di altre città italiane ed europee. Ci sono strade di Latina con la presenza di dieci negozi, in pochi metri, con merci dello stesso settore. Pianificazione? Neanche a parlarne. Adesso si lamentano tutti: piccoli, medi e grandi e non è solo colpa della crisi economica mondiale. per far fronte ai mutamenti sia del consumatore che della concorrenza. Un pensiero finale va a quei coraggiosi e romantici commercianti di generi alimentari che hanno aperte delle botteghe di alta specializzazione. La maggior parte cresce bene, la qualità paga. Piccolo è bello. Pacifico è bello. Gli estremi si toccano sempre.

LATINA - Le verità sul commercio

Paolo Iannuccelli
Pacifici, state certi che Pacifico tornerà ad essere competitivo. Il supermercato di via Carrara, a Tor Tre Ponti sta accusando una significativa flessione degli utili ma potrà rivivere tempi d’oro se verrà attuato un serio ed ordinato piano commerciale a livello comunale. Adesso qualche politico pontino è intervenuto blandamente a favore della ditta Pacifico, ma dov’erano gli interpellanti quando si concedevano licenze commerciali a destra e manca senza alcun criterio? Roba da mettersi le mani nei capelli, bastare girare in centro città e vedere botteghe chiuse. Una volta erano fiorenti. Uno studio commissionato nel 1996 mise in evidenza che nel Comune di Latina era in attività lo stesso numero di supermercati della Regione Umbria. Sorbole, che botta. La statistica – diciamo noi – è al centro del mondo, ma non se ne tiene mai conto. Nel settore del commercio si naviga da sempre a vista, tutto è lecito e consentito. Bisogna capirle, studiarle, conoscerle, analizzarle certe cose, certi flussi. Il commercio è qualcosa di fondamentale nell’economia.  Nessun piano commerciale è mai stato attuato seriamente, a Latina e nelle zone limitrofe. Lo sanno tutti. Pacifico è in crisi, In Grande chiude, così come lo Spaccio Asi di Borgo San Michele. Da qualche anno, sia Confcommercio che Confesercenti non hanno peso, sono ininfluenti e taciturne. Associazioni di categoria che non hanno peso saliente sul territorio, non hanno contatto diretto con la realtà. Spesso si sente parlare sui giornali locali di queste sigle quando si deve distribuire qualche poltrona negli enti derivati dove, semmai, litigano per averne una in più. Quando Calvani, proprietario dell’Hotel Garden, si mise alla testa di un movimento contrario all’aumento della tariffa comunale sulle insegne luminose, il 100 per cento dei commercianti aderì alla protesta: un’ora di black out, senza luce esterna al negozio. Quando Raffaele Muzio, presidente di Confcommercio, nel 1985, riunì il suo popolo per opporsi all’apertura del supermercato Silos, in via del Lido, si presentarono in 500 all’appuntamento all’Hotel Europa, una città compatta, unita e preparata in materia di commercio, con operatori sensibili alle tematiche. Poi si è passati a totale deregulation, a supermercato selvaggio, all’apertura scriteriata. Prima tanti piccoli negozi – siamo agli anni cinquanta – poi mini-market, market, supermarket, ipermaket, un crescendo di punti vendita sicuramente superiore all’aumento degli abitanti. Questione di nomi, di licenze, di autorizzazioni, se sei grande il placet lo devi ottenere dalla Regione, se sei piccolo dal Comune ma la salsa è sempre la stessa, non puoi avere un futuro certo. Ti alzi la mattina e trovi un concorrente a dieci metri di distanza. La compravendita di licenze è sempre stato un mercato fiorente a Latina e provincia, sembrava uno scambio di figurine. Pacifico, ditta di qualità e di gente onesta che ogni pontino dovrebbe ringraziare, paga quarant’anni di caos nel settore del commercio comunale di Latina ed altri importanti comuni viciniori, mai pianificato a differenza di altre città italiane ed europee. Ci sono strade di Latina con la presenza di dieci negozi, in pochi metri, con merci dello stesso settore. Pianificazione? Neanche a parlarne. Adesso si lamentano tutti: piccoli, medi e grandi e non è solo colpa della crisi economica mondiale. per far fronte ai mutamenti sia del consumatore che della concorrenza. Un pensiero finale va a quei coraggiosi e romantici commercianti di generi alimentari che hanno aperte delle botteghe di alta specializzazione. La maggior parte cresce bene, la qualità paga. Piccolo è bello. Pacifico è bello. Gli estremi si toccano sempre.

martedì 8 settembre 2009

LA FORMICA ATOMICA - La follia si accanisce sulle donne

Sergio Corsetti
Ancora sangue. Ancora un omicidio-suicidio. Al di là degli aspetti traumatici collegabili a eventi del genere (in primo luogo per i familiari), un problema emerge in tutta la sua complessità: la facilità con cui si trova in giro gente armata. Sembra di stare negli States, paese in cui il girare armato sembra cosa normale se non necessaria. Prima il rumeno dell'episodio di Sonnino che aveva una pistola rubata acquistata a Formia, poi il conducente del Cotral al centro del drammatico episodio di Borgo Hermada che ha freddato una giovane donna con una 7,65 detenuta in maniera irregolare. Dietro entrambe gli episodi si cela il movente sentimentale ma ciò non toglie la pericolosità del fenomeno. Ovvio che le forze dell'ordine sono chiamate a contrastare in maniera decisa questo preoccupante fenomeno. Anche perché il ricorso alle armi, al farsi giustizia da sé, potrebbe essere letto come sfiducia sulle capacità dello Stato a regolamentare le relazioni sociali. Altro aspetto che colpisce tristemente è il ruolo assegnato alle donne in queste vicende. Donne che vengono uccise in presenza di una minaccia grave alla relazione sentimentale. Mostruoso pensare che un amore andato a finir male possa concludersi con episodi di inaudita violenza. Già sono assurde le molestie telefoniche o personali, quelle che ora con un termine alla moda vanno racchiuse nel reato di stalking, ma pensare che solo per il fatto di essere stato messo in discussione o lasciato un uomo possa arrivare a uccidere la "propria" donna è abominevole. Se un'opera di prevenzione può anche immaginarsi per pistole e fucili essa appare più improbabile a proposito di educazione sentimentale. Sì, perché di vera e propria educazione al rispetto dell'altro si tratta.  Difficile immaginare, insomma, che possa crearsi in futuro "un uomo" capace di risolvere le proprie incomprensioni civilmente soprattutto per quei soggetti che per arrivare a gesti di così inaudita violenza appare evidente che nascondano dentro di loro il germe della follia.

Sabì, che storiaccia

Teresa Faticoni
Sabi’, che scherzaccio brutto che c’hai combinato. A lasciarci soli quaggiù con i compagni che non si chiamano più compagni ma amici. Con le feste de L’Unità che hanno cambiato nome e indirizzo. Con il paese tuo che non ti riconosce nemmeno una strada da intitolarti. Avevi ragione a fustigarli, sono poveracci. E adesso chi li sfotte più ai politici con quella levità che avevi nel guardare le cose? L’Emigrante triste che vedeva il mondo capoculo dall’Australia ci aiutava a ridere di fatti e persone che non sono più così simpatici. Perché visti con la tua lente gentile li potevamo pure sopportare, ma adesso sono quello che sono. Con i loro difetti e le loro miserie umane. Chissà che avrebbe detto l’Emigrante di quello che accade a Pontinia, dove la politica diventa luogo di privilegio e non di diritto. Sabi’, chissà che avresti detto tu. Che eri rimasto uno dei pochi che sapevi ancora indignarti. E lo hai insegnato a noi, povere formiche che cerchiamo di raccontare questo mondo che quasi non ci piace più. Che siamo dovute diventare grandi di colpo, perchè non ci sei più tu a riportare al reale le nostre  mezze rivoluzioni fallite semrpe all’alba. E ora è la volta di renderti merito: un premio letterario a tuo nome. Una borsa di studio. Una strada. Un palazzo. Perché tra i padri fondatori di questa provincia e tra i maestri della nostra scienza ci sei tu. E pochi altri. Sabi’, ovunque tu sia, grazie. 

Sabino e le virtù repubblicane

 
Lidano Grassucci
E’ passato un anno, sembra ieri. Ora che scrivi di questa mancanza che è prima di tutto cosa personale? Sabino Vona se ne è andato proprio un anno fa. Allora titolammo “U babbo de a patria”, in corso per via di quella assonanza di vita che aveva avuto lui con Beato Paoli il padre della nazione corsa. Sabino è stato per me un amico, un amico e basta. Poi che il tuo amico è un grande è cosa pubblica, cosa che riguarda il vivere insieme. Io parlerò della cosa privata, delle sue idee. Lui pensava di giustizia, nel senso che voleva costruire una comunità dove ciascuno fosse responsabile di quello che faceva. Marx avrebbe detto: “da ciascuno a seconda delle sue capacità, a ciascuno a seconda dei suoi bisogni”. Cosa che oggi è diventata la scusa per fare appropriazione indebita, è la scusa per una società indolente come la nostra. Perché il presupposto di quella idea che era pure di Sabino era la responsabilità, l’idea generosa dell’orgoglio di ciascuno nel voler partecipare alla vita di tutti. Se la comunità è di uomini virtuosi la cosa funziona, se è di furbi no.
Ecco Sabino non era “furbo”, era virtuoso. Credo non abbia fatto neanche una assenza sul suo posto di lavoro, quello di professore al Vittorio Veneto.
E’ stato sindacalista ma non ha usato questo come espediente per sottrarsi al lavoro, è stato segretario provinciale del Pci ma questo non è stato alibi per non stare con i suoi ragazzi, è stato sindaco di Roccagorga ed ha sempre lavorato.
Questo era la ragione, la base, la virtu’ repubblicana (oggi torna di moda) che è il presupposto di una società giusta.
Non era, Sabino, l’uomo nuovo dei regimi totalitari, era l’uomo onesto dei Lepini, era l’uomo che aveva dignità di se. Oggi ci sono in giro tanti festival del partito democratico, nessuno spende due parole, un incontro per ricordarlo.
Cercano, i democratici, un punto di riferimento per l’idea di una società postBerlusconi. Non dovrebbero andar lontano, dovrebbero raccontare, studiare (ha lasciato tanti scritti) le virtu’ repubblicane del sindaco di Roccagorga, del segretario del Pci.
Dice, ma volevi parlar di lui come amico, questo ho fatto. Si è amici di uno che si ammira, che desta il tuo stupore che fa cose meglio di te, che ha in se le virtu’ che tu non hai.
Sabino è stato questo, la sinistra senza la capacità di cercare nella sua storia, nella sua testimonianza le virtu’ repubblicane semplicemente non è. E’ destinata alla sconfitta. 

Panico tra i residenti: fiamme a Monte Tortona

Raffaele Vallefuoco
E' stata una notte di fuoco e cenere quella trascorsa tra lunedì e martedì, dai residenti del popoloso quartiere formiano di Acqualonga. A partire dalle 23, infatti, un vastissimo rogo ha interessato la montagna di Campese, avvallamento collinare che si frappone tra la frazione di Trivio e il quartiere. Fiamme altissime visibili addirittura da Gaeta. Una zona, quella di Acqualonga, densamente popolata che ha conosciuto un importante incremento urbanistico da appena quattro anni. Le fiamme, che secondo una prima ricostruzione di vigili del fuoco del distaccamento di Gaeta e carabinieri della locale stazione sarebbe di chiara matrice dolosa e sarebbero partite da via Ponzanello, hanno formato un semicerchio tutto attorno al perimetro urbanistico del quartiere, con grave rischio per le abitazioni e i residenti scesi in strada. «Erano le 22.50 - racconta Vincenzo, giovanissimo testimone del minaccio incedere della fiamme - quando erano visibili alla sinistra della montagna i primi bagliori». E’ da quel momento, infatti, che sono partite le prime segnalazioni alle forze dell’ordine. A spaventare gli abitanti dei numerosi parchi che insistono nella zona, il forte vento che, in effetti, poi, ha finito per alimentare il fronte del fuoco. «I residenti hanno avvertito i vigili del fuoco» racconta ancora Vincenzo , circondato dagli amici, ma erano già impegnati nel domare il rogo che, quasi contemporaneamente, ha investito un altro quartiere popoloso, questa volta a Gaeta: Monte Tortona. Quindi domato il rogo in Gaeta, la squadra 5a, intervenuta prontamente a Gaeta, raggiungeva  i colleghi della 6a a Formia,  giunti con un autocisterna ai piedi del Monte Campese. Qui hanno attivato la pompa in dotazione al mezzo e con tanta determinazione hanno  cominciato ad esperire le prime fasi di intervento, mentre dai parchi adiacenti i residenti offrivano il loro contributo ai vigili bagnando gli spazi verdi comuni, terrorizzati dal funesto incedere del fronte del fuoco, che trovava sul suo cammino una prateria di vegetazione secca. La determinazione dei vigili, affiancati anche dai volontari del Ver di Formia, e la morfologia di Acqualonga hanno permesso di scongiurare il peggio. Era l’una circa quando il fronte del fuoco era  definitivamente spezzato. I vigili, però, non avevano ancora debellato le fiamme. La fase di accerchiamento del fuoco entrava solo allora nella fase più importante. A destra del monte infatti la 5a continuava a lottare con le fiamme che minacciavano un’abitazione, mentre alla sinistra di Campese, lungo via Ponzanello il Ver di Formia interveniva per domare il rogo. Erano le quattro quando i vigili lasciavano il quartiere per fare rientro nel distaccamento di Gaeta. Sul posto anche il sindaco Michele Forte, che ha espresso la sua vicinanza ai residenti, ipotizzando una regia organizzata alla base dell’accaduto: «Ci troviamo di fronte ad azioni di vero e proprio terrorismo. Qui ci sono persone che pianificano strategie criminali calcolando anche i tempi e le modalità di intervento, non a caso i focolai sono stati attivati nelle ore notturne dove non è possibile fruire del soccorso aereo e degli elicotteri per lo spegnimento delle fiamme. Su questi delitti ambientali  – continua il sindaco – c’è bisogno di colpire gli autori con  pene più severe. Queste persone hanno distrutto un territorio, in pieno centro città,  non si può vivere con il terrore di vedere le proprie case avvolte dal fuoco. Devo ringraziare le forze dell’ordine e in particolare i carabinieri che hanno prestato la loro opera fino a tarda notte, allo stesso modo ringrazio  gli uomini della forestale, la protezione civile, i vigili del fuoco e la guardia costiera e i volontari della comunità montana. Il loro impegno è stato determinante per far sì che le fiamme venissero alla fine  domate e che gli abitanti potessero rientrare nelle proprie case a nottata inoltrata. Tutta la vegetazione e gli alberi del Monte Campese e di Acqualonga  sono andati in fumo con danni irreversibili al territorio e alla natura. Stessa cosa dicasi per Maranola e Trivio. Nella zona dietro al cimitero, località Farraoni il fuoco ha lambito le case mettendo a repentaglio la sicurezza dei cittadini evacuati in maniera drammatica dalle proprie abitazioni in piena notte». Stessa sorte per quelli di  Acqualonga. «La nottata di fuoco ha lasciato il segno alla pari di una  distruzione bellica». Insieme al sindaco, che è stato in continuo contatto telefonico con il prefetto di Latina, a seguire le operazioni di soccorso e spegnimento anche il consigliere regionale Aldo Forte, l’assessore alla protezione civile Gianni Carpinelli, il vice sindaco Benedetto Assaiante e il presidente della Comunità montana Nicola Riccardelli. «Con i comuni limitrofi di Minturno, Gaeta, Itri e Spigno dobbiamo concertare un piano di prevenzione e di controllo che scongiuri in futuro  azioni delittuose contro il patrimonio naturalistico. Così come sarà necessario confrontarci anche con i cacciatori e i pastori facendo capire loro le ragioni della convivenza e del rispetto dell’ambiente». Anche in materia di pulizia di giardini e aree private il primo cittadino è categorico: «I proprietari dei terreni e delle campagne hanno l’obbligo di provvedere a tagliare le erbacce e fare pulizia proprio per prevenire il propagarsi del fuoco». Intanto il sindaco convocherà nei prossimi giorni una riunione in Comune per fare il punto della situazione e attivare un piano sicurezza in grado di fronteggiare al meglio questo finale di stagione, guardando già alla prossima estate. Si cercherà inoltre di predisporre un fondo per corsi di  esercitazione e addestramento dei volontari della protezione civile da tenersi possibilmente in primavera, ma che comunque in questa circostanza hanno dimostrato competenza ed esperienza.
Mentre le tenebre avvolgevano la città di Gaeta, un bagliore
illuminava la località di Monte Tortona, interessata da un vastissimo
rogo, nella notte tra lunedì e martedì, sulla cui matrice indagano i
carabinieri della locale stazione. Le fiamme, originatesi, quasi in
contemporanea con l’incendio di Formia, hanno richiesto l’immediato
intervento del personale del distaccamento dei vigili del fuoco di
Gaeta.  Ad essere interessata soprattutto la zona dei depositi
dell’Agip, nelle cui prossimità i il personale della 5A ha
immediatamente esperito le prime fasi di spegnimento, appena sul posto
a seguito di segnalazione dei cittadini. Fiamme altissime che hanno
minacciato anche alcune abitazioni che insistono nella zona e hanno
richiesto l’immediata evacuazione, tra il panico dei cittadini. Tale è
stata la forza del rogo che il personale della 5A ha richiesto
l’intervento di rinforzi. Hanno risposto alla chiamata i colleghi
della 1A di Latina e della 3A di Terracina. Dal canto suo il sindaco
di Gaeta, Antonio Raimondi, è rimasto in contatto per tutta la notte
con i volontari della protezione civile e i dirigenti della prefettura
di Latina. Solo dopo ore di intervento, con il rogo costantemente
alimentato da fortissime raffiche di vento, i vigili del fuoco hanno
avuto la meglio. Intanto, però, ieri mattina le unità della 5A sono
tornati nella zona interessata dalle fiamme per evitare che tizzoni
ancora accesi potessero nuovamente innescare questo inferno di fine
stagione.



Scauri ospita la Valle dell’Aniene

 Raffaele Vallefuoco
Solidarietà e proposta turistica integrata sono i due motivi ricorrenti della tredicesima edizione del «Settembre a Scauri», la Fiera – Spettacolo di scena presso il Piazzale ex Sieci di Scauri ogni sera fino al prossimo 20 settembre. E proprio in questa direzione va la presenza nella kermesse scaurese dei rappresentanti del comprensorio della Media Valle dell’Aniene, aggregato di otto comuni afferenti il progetto per il recupero e la valorizzazione storico territoriale e turistico rurale dei territori a nord - est di Roma. Piccoli comuni ricadenti nella catena dei Monti Ruffi, legati tra loro per le omogenee caratteristiche sociali prima che morfologiche. Incontriamo il sindaco del comprensorio Marco Orsola, anche primo cittadino del Comune di Saracinesco, ente capofila del progetto in virtù dell’esperienza acquisita quale responsabile dal 1999 al 2001 di un partenariato transnazionale, nell’ambito del progetto comunitario Abea, acronimo per Area Based Employment Action. Un progetto che ha consentito di effettuare una diagnosi territoriale dell’area della Media Valle dell’Aniene, evidenziandone punti di forza e di debolezza, opportunità e minacce. Afferma il sindaco Orsola: «Siamo qui a Scauri per valorizzare la nostra realtà turistica. Aree rurali che presentano una vocazione ambientale, culturale, storica e archeologica, attraverso l’integrazione delle iniziative realizzabili anche dai singoli operatori. Non solo perché ci poniamo anche nella dimensione di un turismo religioso per la presenza del santuario di Santa Scolastica in Subiaco. L’obiettivo del progetto, nato con il coordinamento delle Regione Lazio, è quello di un integrato sviluppo turistico, in tutte le sue componenti e miglioramento dello stile di vita della popolazione. Queste zone hanno fortemente risentito dello spopolamento. La popolazione sta invecchiando e i giovani abbandonano il comprensorio. Per questo nasce il Pit. Creare posti di lavoro incentivando il turismo delle nostre zone, convertire e diversificare l’agricoltura in agriturismo o in ippoterapia, rivitalizzare i borghi, offrire servizi e creare microimprese sono gli interventi che stiamo mettendo in atto per innalzare i livelli della qualità della vita nel territorio della Media Valle dell’Aniene». Un aggregato di seimila abitanti che interessa i comuni di Agosta, Canterano, Cerreto Laziale, Gerano, Marano Equo, Rocca Canterano, Rocca Santo Stefano e Saracinesco  e coinvolge enti locali e partner privati e non, come l’Università Tor Vergata. Ma la presenza tra gli stand dei rappresentanti della Media Valle dell’Aniene è l’occasione per coinvolgere il Ministero dell’Agricoltura. Afferma Marco Orsola: «Nel Settembre a Scauri chiederemo al ministro Luca Zaia di coinvolgere il suo dicastero in un progetto di partenariato per il recupero e la valorizzazione storico, territoriale e turistico - rurale delle nostre zone». 
A seguire l’iter Erminio Italo Di Nora, consigliere del ministro dell’Agricoltura, che si impegnerà nel curare l’iniziativa intrapresa dal sindaco Marco Orsola, quale rappresentante degli otto comuni della Media Valle dell’Aniene. Sindaci che interverranno direttamente nella serata dell’undici settembre, quando la Fiera – Spettacolo riserverà uno spazio – dibattito sull’esperienza di sviluppo integrato del comprensorio a nord – est di Roma. Insomma turismo e partenariato sono due aspetti che convergono perfettamente nel Settembre a Scauri. Lo sottolinea anche il presidente dell’associazione Amici della Bussola, nonché organizzatore della kermesse, Giuseppe Tomao: «La presenza del sindaco Marco Orsola si integra perfettamente con gli obiettivi della manifestazione, che mira a promuovere, tra l’altro, il turismo regionale. Non a caso – conclude Giuseppe Tomao - il nostro motto è Insieme riusciamo in tutto».

FONDI - Fiamme e paura a La Portella

Raffaele Vallefuoco
7 settembre 2009
Momenti di autentico terrore nel pomeriggio di ieri a Fondi per il rogo divampato in un’abitazione in via Vitruvio, nel centro storico del comune fondano. A fuoco un appartamento inserito in una corte adiacente alla Portella di Fondi, dal quale, a partire dalle 14, ha cominciato a promanare odore di bruciato prima che le fiamme avvolgessero le finestre del secondo piano dell’abitato centrale. A dare l’allarme uno dei residenti della corte, che ha interessato i volontari dei Falchi e i carabinieri della locale stazione. Secondi di panico che hanno raggiunto l’apice della tensione quando, dal palazzo di fronte, un residente ha visto il proprietario dell’abitazione, Gianpaolo Cingalese, trentenne del luogo, in palese stato confusionario, che non fuggiva. Intervenuto prontamente, dopo aver attirato la sua attenzione, riusciva a portarlo via dell’appartamento. Proprio in quel momento entravano nella corte i volontari dei Falchi, guidati da Mario Marino. Con le bombole in spalle per l’autorespirazione hanno raggiunto il secondo piano: lì le fiamme dominavano per intero il lato notte dell’abitazione. Dal corridoio lingue di fuoco si affacciavano come lame dalle stanze dell’appartamento di via Vitruvio. Dal cortile una voce si trasforma in un incubo per i volontari dei Falchi. I residenti parlano della fornitura del gas: «C’è una bombola in casa» grida qualcuno. Mentre alcune unità entravano per domare le fiamme, e mettere in sicurezza la bombola di gas, l’altra parte del personale si curavano di far evacuare alcuni degli abitanti della struttura ancora affacciati, o in casa. Con la pompa in mano i Falchi cominciavano le operazioni di spegnimento, affiancati dai vigili del fuoco del distaccamento di Fondi, che nel frattempo predisponevano le fasi dell’intervento. Apertisi la via d’accesso alla cucina, mentre le fiamme lambivano i cardini della porta, i volontari intercettavano la bombola: prima l’interdizione e poi il trasferimento in un luogo più sicuro. Fianco a fianco Vigili e Falchi incedevano lentamente, sostituendosi alle fiamme che annerivano il corridoio, fino ad arrivare alla sala – cucina, prima, e alla stanza di Gianpaolo Cingalesi, poi. Dopo quasi un’ora di intervento gli operatori antincendio dichiaravano domate le fiamme. Quasi completamente distrutto l’appartamento. In cenere soprattutto il lato notte dell’abitazione del trentenne, da dove le fiamme hanno preso le mosse. Hanno concluso le operazioni i vigili del fuoco, che per ultimi hanno abbandonato l’aggregato urbano. Prima però i controlli per la tenuta delle abitazioni circostanti. Interdetta dai carabinieri, che nel frattempo comparivano sul posto, l’abitazione del trentenne, mentre sono proseguiti i rilievi tecnici di agibilità per gli appartamenti limitrofi. Indagini a tutto campo per i militari, che hanno ascoltato nel pomeriggio Gianpaolo Cingalese, già noto alle forze dell’ordine.

lunedì 7 settembre 2009

LATINA - Dopo Pacifico, la crisi investe InGrande

Teresa Faticoni
Si allarga a macchia d’olio la crisi della distribuzione alimentare.  Chiude anche In Grande, che fa parte del gruppo Tuo Spa presente in tutto il territorio nazionale con vari marchi. La doccia fredda è arrivata nei giorni scorsi quando la dirigenza del supermercato di via Piave ha convocato i lavoratori comunicando la decisione di chiudere definitivamente il sito di Latina. Nei mesi scorsi si era già verificata la necessità di sopprimere alcuni reparti per una riorganizzazione per la mancata risposta da parte del mercato. «Abbiamo richiesto – commenta il  Segretario UGL commercio Andrea Paggiossi- un incontro urgente per poter gestire al meglio la situazione e per discutere del futuro dei lavoratori, trattandosi di personale altamente qualificato e in gran parte a tempo indeterminato. Il nostro territorio è ormai al collasso si deve cercare in tutti i modi di salvaguardare l’occupazione». Chiedersi cosa succede, a questo punto, è tardivo. Ma il problema sta nella mancanza di un serio e concreto piano del commercio. Prendiamo via Piave, per esempio. Già da Borgo Podgora cominciano i grandi supermercati, poi arrivando verso Latina se ne incontrano almeno 4. Con Latina Fiori a fare da calamita. Le istituzioni, sempre pronte ad accorrere al capezzale del morto, perché non cercano di prevenire la malattia? A cosa serve la politica se non a dare risposte semplici a domande complesse? Intanto Le sigle di categoria di Cgil Cisl e Uil hanno richiesto che nella vertenza Pacifico intervenga il prefetto Bruno Frattasi. Nessuna novità sul fronte dei pagamenti: i lavoratori stanno aspettando 4 mensilità arretrate, la quattordicesima e il rimborso fiscale di luglio. Dopo lo sciopero di sabato, la società non ha avanzato nessuna proposta. Per questa settimana dovrebbe tenersi la riunione in piazza della Libertà.  

La mia lingua è fatta di mille lingue

 
Lidano Grassucci
Claudio Magris, sul Corriere della Sera di ieri, sostiene che “fare i napoletani” è diverso da “essere napoletani”. Il suo intervento è a proposito dell’uso del dialetto e della idea di una pretesa universalità di queste lingue. Sono, come Magris, uno che usa ancora la lingua materna per la comunicazione nel mondo degli affetti, nel microcosmo delle relazioni interpersonali vicine nel tempo e nello spazio. La lingua che ho dentro è unica nel testimoniare, nel relazionare, quella parte di me che trova nel suo spazio e solo lì la magia della consonanza, come le note di violino che vanno cercate con l’orecchio. Non c’è altra lingua, se non il mio setino, per ricordare l’affetto di certe ninne nanna che nonna dedicava solo a me. Ma non sono “comunicazioni” da hit parade, da consumo di massa, ma neanche da affetto condiviso. L’amore di Cintruta pe Pappino, in dialetto, non è la stessa cosa dell’amore di Paolo per Francesca, non ha la medesima armonia e condivisione.
Amo la mia lingua degli affetti, ma in nessuna delle nostre lingue possiamo raccontare l’armonia di Paolo e Francesca, solo in italiano. Come in italiano l’ho sentita raccontare nelle mie osterie dai contadini che quando si parlava di Dante si facevano seri, reverenziali e cancellavano gli accenti. «Amor, ch’a nullo amato amor perdona», suona in italiano perché è amore che per amore non può restar fuori dall’uscio di casa. Non è “esclusivo” ma inclusivo l’amore. L’amore non è etnico, non è a suoni, è semplicemente scambio e non ha esclusive linguistiche.
Ho rincontrato dopo anni, per caso, una mia amica e, dopo poco, la lingua d’origine ci ha richiamati al nostro parlare. Ma era testimonianza della nostra adolescenza, era il suo uso un recuperare una familiarità passata, definita, circoscritta nel tempo e nel luogo, era la parlata di quell’incontro poi perduto nei rivoli del tempo. Era una comunione linguistica nostalgica del tempo. Né lei né io viviamo più nei luoghi di quegli scambi dialettici, siamo fuori dal contesto di questa nostra lingua recuperata ma abbiamo nel dialogo ricreato quel tempo, quel mondo che è divenuto “storico”. Non può diventare, in nessun modo, invece, una modalità per scambiarsi le cose del mondo, sarebbe come chiudersi agli altri. E’ il contrario, abbiamo usato la lingua del nostro tempo adolescenziale per parlare degli spazi del mondo, l’abbiamo usata per creare le condizioni di un recupero di “comunicazione” di scambio di bianchetto del tempo.
Lei mi ha raccontato il suo viaggio in Uzbekistan. Il nostro localismo linguistico era per dilatare al massimo l’apertura al mondo. Mondo piccolo per capire il mondo grande. Magris ha ragione quando distingue tra “il fare il napoletano” ed “essere napoletano”.
Tempo fa in un convegno tenevo a sottolineare la differenza tra setinità (essere) e la sezzesità (fare), in pochi “accolsero” il distinguo. Compare Zappitto è meno ingombrante della religiosità sofisticata di San Carlo da Sezze, della rivisitazione dei pregiudizi verso la possibilità di accedere all’istruzione delle donne di Corradini, alla profonda fede di San Lidano, alla complessità sociale della pietà delle confraternite.
Il dialetto, la lingua degli affetti, non chiude rende disponibili. Magris ricorda che “Gramsci auspicava che il popolo si riappropriarsi della cultura alta e magari del latino, che aiuta a capire la complessità del mondo e a non lasciarsi fregare”.  Ecco, non escludere, non chiudersi è la parola chiave. Le nostre parlate sono dentro l’universalismo del latino, sono già globali, sono già scambio.
Per carità non fate una legge sui dialetti, fateceli parlare con la dolcezza con cui si intona la voce per dire del bimbo che è “mammoccio” (cosa della madre).
Ecco il dialetto è come un bimbo, per noi è cosa degli affetti non del potere, non della vita pubblica. Non è escludere gli altri è includere noi stessi nella storia di cui siamo parte.
Magris spiega: “il matrimonio all’interno dello stesso gruppo sociale produce malformazioni fisiche e sociali”. Da noi le ciliegie rimangono latine cerase, la doppia elle diventa la “gli” di Castiglia, le rane di Dante diventano granunchi alla francese e in cucina i carciofi li facciamo alla “giudia”. Le lingue locali non chiudono aprono, testimoniano. Vanno per il mondo. In silenzio sento la ninna nanna, con i rumori del mondo immagino di Paolo e Francesca.
Racconto in italiano i miei sogni in setino.
Le sfide del Pd
Lidano Grassucci
Ma che sinistra, che centrosinistra ci vorrebbero? In questi giorni di “Feste democratiche” e di vigilie elettorali esterne forse un riflessione sul punto andrebbe fatta. Una riflessione che tiene conto dello “specifico territoriale”.  “Questa è terra di destra” è l’osservazione da cui partono molti “democratici dolenti” che usano la tesi: tanto non vinceremo mai; qui non ci capiscono; qui sono arretrati. I “democratici dolenti” tendono a massimizzare il consenso minimo. Pensano ad un partito piccolo piccolo in corto circuito di incarichi. E’ la tesi portata avanti, di fatto, da Sesa Amici, da Loreto Bevilacqua, e nei tempi recenti dalla triade economicista Ciccarelli-Vaccarella-Salvadori.
Una tesi che è risuanata anche nelle orecchie di Domenico Di Resta a mo di sirena, anche se per lui il tema piu’ forte è quello di una “sinistra eterea”, un po’ nobile che “verrà compresa proprio perché non si compromette”. C’è la linea governativa di GiovanBattista Giorgi, popolare a volte con cadute populiste, ma sicuramente con dentro il tema del consenso, è il “popolarcomunismo” radicato nel riformismo governativo lepino.
C’è poi la posizione dei “democratici con Fede” di Moscardelli che cercano di creare un partito che parte dalle esperienze di impegno della sinistra Dc, per aprirsi a nuovi soggetti sociali, con uno sguardo attento alla sinistra cattolica francese evitando l’errore, o il limiti, di quella esperienza l’incapacità di creare consenso.
Modelli diversi per un partito solo. Una quadratura non facile. C’è, paradossalmente, nel Pd oggi una sorta di inflazione lideristica e, forse, un sottodimendionamento di prospettiva. Perché nessuna di queste anime si è posto ancora il nodo che ha messo in campo Massimo D’Alema, quello della fase discendente, fine impero d’oriente, degli avversari che dal ’93 monopolizzano il 70% dell’offerta politica provinciale.
Una prospettiva che, fino ad ora non era neanche immaginabile.
Ma nessuna delle anime del partito si pone il problema del “ponte con gli altri”. Perché se in Italia il problema è il trasferimento dal centrodestra al centrosinistra di una manciata di voti, a Latina è necessario un cambio di “massa”.
I “democratici dolenti” evitano il problema, il loro potere è inversamente proporzionale al consenso verso il Pd. La “sinistra eterea” ha un certo snobbismo culturale per porsi il problema, ha dentro la storia della “eccezione comunista” eccezione etica che non la rende “disponibile” ad entrare dentro nuovi ceti sociali, ceti sociali che hanno visto nella destra la risposta ai loro problemi, ma che ora sono delusi.
Certo che, per sua natura, il “riformismo governativo lepino” di Titta Giorgi è in una sorta di pole position nella azione di ponte. E’ pragmatico quanto la “sinistra eterea” è rigida, è privo, in nome della realpolitik, di freni ideologici ed è uso giocare a tuttocampo. Ma sconta, oggi, il suo pragmatismo. La vicenda della corsa autonoma di Guidi alle provinciali è stato un successo personale di Guidi, ma un indebolimento interno di questa componente. Inoltre non hanno pensato, ancora, ad un modello propri di partito. Un problema secondario visto che si muovono in ragione “del corso dei tempi”, il partito non è centrale.
I “democratici con Fede” possono ora rilanciare e trovare propri nel terreno del dialogo con i “delusi” una nuova forza. Una idea di partito realmente nuovo, possono sfruttare questo per eliminae il loro punto debole: la mancanza di un passaggio elettorale di massa. Hanno tastato il terreno con Mansutti alle comunali, ma ora debbono vicere. Debbono trasformare in voti il tatticismo che ha creato le precondizioni per aprire la partita. Ma oggi la partita va giocata: prima tappa la segreteria provinciale, la seconda la riconferma di Moscardelli alla Regione. Per un partito che non sia richiuso nel ridotto della Valtellina, ma aperto ad alleanze anche audaci. Alleanza non nei partiti, o nel potere, ma con la capacità di dialogare con pezzi moderati dell’elettorato già di centrodestra. Questa è la sfida sul tappeto, se questa sfida (intercettare la migrazione dal centrodestra) non si raccoglie ci saranno oltre 20 anni di monopartitismo in questa provincia.

sabato 5 settembre 2009

La Formica anarchica - L’unica ragazza italiana che desidera visitare Latina

 
 
Maria Corsetti
Invito una collega di Brescia, in questi giorni a Roma per lavoro, a trascorrere un giorno a Latina. Accetta volentieri, per lei sarà l’occasione per scambiare quattro chiacchiere e visitare luoghi che non conosce. Grazie all’Aeroclub vede l’Agro pontino dall’alto, il mare, i laghi, il Circeo. Quando scende dall’aereo è entusiasta. Le chiedo come hanno commentato i suoi amici romani il fatto che veniva a Latina. Intuivo la risposta. «Mi hanno detto che ero l’unica ragazza d’Italia che desiderava andare a Latina». Sottinteso: il posto più brutto del mondo. Credo l’abbia omesso per delicatezza. La porto al mare, nel tratto tra Capoportiere e Rio Martino. «Ma è bellissimo! E voi avete tutto questo a pochi minuti dalla città!». Sì, noi al mare ci andiamo quando ci avanza un’oretta di tempo, mica come i romani che intasano la Pontina avvelenati ogni fine settimana. E aggiungo: «Per fortuna che sono convinti che qui sia una schifezza, almeno le nostre spiagge ce le godiamo noi in santa pace, senza supercafoni capitolini tra i piedi». Mangiamo a un chiosco, da una parte il mare, dall’altra il lago. Il panorama è notevole. In spiaggia si sta magnificamente, l’acqua del mare è calda. Alla faccia dei romani che ieri boccheggiavano per il caldo. Le presento altri colleghi di Latina. «Ma quanto sono gentili qui le persone» mi dice. Prima di rientrare a Roma ha necessità di una messa in piega. Va dal parrucchiere. «Ma qui costa la metà che da noi. Io voglio venire a vivere a Latina». Chissà come è andata la serata a Roma, con i simpatici romani che l’avranno presa in giro per la gita pontina. Avrà tentato di spiegare che si è trovata bene e che vuole tornare. Ma quelli - mi pare di sentirli - avvelenati da un giorno di asfalto, polvere, ressa e sudore, forti dei millenni che hanno alle spalle e dei quali non hanno alcun merito, avranno risposto: «Ar massimo ‘r Circeo. E poi a Latina lassali perde che so’ tutti fascisti e se ‘n ce stava ‘r duce manco esistevano». Mi
viene da rispondere che i loro antenati erano talmente morti di fame che hanno fatto pietà a una lupa.  

Primo rally aereo nel cielo pontino


Francesco De Angelis

Oggi è di scena il «Primo rally aereo dell´Agro pontino». L'iniziativa è a cura dell´Aeroclub Latina, presieduto da Bruno Bulgarelli. Trentacinque i velivoli impegnati ed in arrivo da tutta Italia. Il circuito del rally aereo prevede un volo nello spazio compreso tra Latina e Terracina (dal nord al sud della provincia). All’incirca80 miglia (all’incirca 150 chilometri) per 45 minuti, con 14 punti segnalati da una giuria sui quali gli aerei dovranno passare in un preciso momento: qualsiasi variazione rispetto all´orario stabilito penalizzerà il concorrente. Si partirà alle 9, i veivoli alzeranno il muso verso il cielo a distanza di circa 2 minuti ciascuno, dando la precedenza ai più veloci. Sono infatti previsti diversi orari a secondo dell'aereo a disposizione ed i parametri di volo sono stati concepiti a seconda del mezzo che si ha a disposizione: chi ha un aereo più veloce dovrà rispettare tempi diversi rispetto a chi è più lento. Per quanto riguarda i rilievi a bordo di ogni aereo ci sarà un'apparecchiatura gps che registrerà l'andatura del volo. Dei numerosi equipaggi 8 saranno di Latina. Per non facilitare nessuno, ai concorrenti la mappa del percorso verrà consegnata 40 minuti prima dall’inizio della competizione. «La finalità della gara, che sottolineo si tiene per la prima volta a Latina, - ha riferito ieri durante la conferenza stampa di presentazione dell'evento il presidente dell'Aeroclub Latina, Bruno Bulgarelli - è quella di diffondere la cultura del volo e di far conoscere la bellezza del territorio pontino". Dunque, una splendida occasione per tutti oggi, per gli appassionati di volo e non: gli aerei non sorvoleranno le città, lo spettacolo del volo si potrà gustare da terra, ovunque nelle zone interessate dal circuito. Una particolarità: tra i piloti in gara ci sarà anche Enrico Giaretta, meglio conosciuto come il “pilota cantautore”, 39 anni originario di Latina. Già perchè Enrico oltre ad essere un affermato cantautore italiano è anche un pilota d’aereo. La carriera e la passione per gli aerei ha raggiunto il massimo connubio per lui quando il video del suo singolo dell'album “Sulle ali della musica”, sceneggiato da Silvio Cuccino,  lo ha visto apparire con l'astronauta Maurizio Cheli ai comandati dell'Eurofighter, il caccia di ultima generazione costruito grazie alla collaborazione di Alenia Aeronautica. Quando si dice che il lavoro si riesce, e si può, facilmente unire al “primo amore”.
La manifestazione che si terrà questa mattina è in collaborazione con la Federazione italiana agonistica volo motore. I piloti arriveranno da ogni parte d’Italia: da Milano, Reggio Calabria. Si tratta della quarta tappa del campionato.

LATINA - Pacifico apre nonostante lo sciopero

Teresa Faticoni
Lo striscione davanti al cancello d’entrata di via Carrara recita: «Non chiediamo la luna ma i nostri diritti». I dipendenti del Frigomarket Pacifico che ieri mattina sono scesi in sciopero hanno reso quanto più plateale possibile la loro protesta. Una trentina di persone, con cartelli attaccati al collo, a dire «Vogliamo il nostro stipendio». La società Frigormaket Pacifico è in crisi. Non si tratta solo della crisi internazionale, che sta facendo sentire le sue conseguenze più acerrime adesso, ma anche lo strapotere delle grandi catene di distribuzione che mettono ko «l’unico centro di distribuzione indipendente», come dice Massimiliano Lanzidei. Sta anche lui per qualche minuto con i suoi colleghi: ma a discutere.  Lanzidei è uno di quelli del “controsciopero”: un gruppo di dipendenti di Pacifico infatti ha deciso di non permearsi alle decisioni delle sigle Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil. E infatti ieri la spesa si poteva fare lo stesso, tutti i reparti erano coperti. Facce tristi, è vero. Un’atmosfera amara si respirava nelle corsie comunque piene di prodotti a chiamare il cliente. E di clienti ce ne erano. Molti, magari non avventori abituali, hanno scelto per solidarietà di andare a fare la spesa nel primo supermercato di Latina. Uno dei negozi storici di questa città. Quando ancora non erano arrivati i centri commerciali  a stordirci di musica, luci 24 ore su 24 e prodotti Pacifico sembrava un paradiso di distribuzione. Sembrava grandissimo, ma era tutto relativo. Ora: perdere 50mila euro - l’incasso di un sabato qualsiasi - significa levare ulteriore ossigeno a un’azienda in sofferenza. Il che va a discapito dei dipendenti. Un circolo vizioso che qualcuno ha deciso di interrompere, per non alimentare il fuoco delle crisi. Lo sciopero è pervaso da un sottile filo di veleno, perchè la scelta controcorrente di qualcuno ha aizzato i lavoratori. «Non abbiamo nemmeno i soldi per mettere carburante per venire a lavorare», si lamentano quelli che protestano. Una signora mostra otto bollette che non può pagare. Tra loro una decina di famiglie monoreddito allo stremo. Gli stipendi arretrati sono 4, ma manca anche la quatordicesima e il rimborso fiscale di luglio. «è arrivato il momento di dire basta. Questi numeri non dovrebbero proprio esserci», si lamenta Davide Favero, segretario della Fisascat Cisl. «La proprietà ha dichiarato di non avere debiti verso terzi, con una diversificazione degli utili potrebbe pagare anche i lavoratori», è la proposta dell’agguerrito Favero. «I lavoratori si sentono abbandonati - gli fa eco Gianfranco Cartisano della Uiltucs Uil -. Serve equa redistribuzione del fatturato. La spesa che mettono a disposizione non soddisfa tutti i bisogni». «Il rischio - conclude Anselmo Briganti, della Filcams Cgil - è che si vada verso un conflitto ancora più forte. Lunedì inoltreremo al prefetto di Latina una richiesta di intervento per il raffreddamento della situazione. In settimana ci aspettiamo una proposta da parte aziendale». 


venerdì 4 settembre 2009

CISTERNA - Furti a Cerciabella, avanza l'ipotesi ronde

Francesco De Angelis
Caso furti a Cerciabella: ok alle ronde cittadine per arginare il fenomeno che sta diventando una vera e propria piaga? Ancora non è detta l’ultima parola. Ieri mattina infatti, durante l’attesa riunione tecnica di coordinamento di interforze presieduta dal prefetto di Latina Bruno Frattasi, se n’è iniziato a discutere. L’argomento è stato però rinviato alla prossima seduta del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica che verrà convocata a giorni, entro la metà di settembre.
Al centro dell’incontro di ieri, ovviamente, il tema della sicurezza pubblica su tutto il territorio di Cisterna ed in particolare in località Cerciabella, vittima di una lunga serie di furti o tentati furti perpetrati nelle ultime settimane. Oltre al prefetto, erano presenti: il questore di Latina Nicolò D’Angelo, il comandante provinciale dell’arma dei carabinieri, Roberto Boccaccio, il comandante provinciale della guardia di finanza, Giuseppe Colombi, e il maggiore Luca Nuzzo, comandante della compagnia dei carabinieri di Aprilia. La riunione ha avuto ad oggetto la segnalata situazione di allarme venutasi a determinare recentemente in occasione dei ripetuti  furti nelle abitazioni perpetrati ai danni dei residenti nella frazione di Cerciabella. L’esame tecnico della situazione ha portato le forze dell’ordine a ritenere che «il fenomeno segnalato – si legge in una nota della Prefettura - soprattutto in considerazione della ristretta sequenza temporale in cui si sono verificati i reati, concentrati sostanzialmente nello scorso mese di agosto, sia verosimilmente ascrivibile ad una forma di ‘pendolarismo criminale’, occasionale peraltro, a cui la provincia pontina è notoriamente più esposta durante il periodo estivo, sia nella zona nord che in quella sud del suo territorio». E proprio in considerazione del fatto che i dati numerici riguardanti l’entità del fenomeno non si discostano da quelli registrati, per la stessa tipologia di reato, negli ultimi due anni, i componenti dell’organismo tecnico di ieri hanno condivo la proposta del prefetto Frattasi, quella cioè di dedicare all’argomento una riunione ad hoc del comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica, estesa anche alla partecipazione del sindaco di Cisterna Antonello Merolla. La riunione verrà convocata entro la metà di settembre. «E’ nella cornice del comitato – prosegue la nota della Prefettura - che potrà essere considerata l’utilità di un eventuale apporto all’attività di osservazione del territorio da parte di associazioni di cittadini, di cui all’articolo 3 della nuova legge numero 94 del 17 luglio 2009 in materia di sicurezza». Ovvero: ronde sì, ronde no. Anche se c’è da dire che in merito, l’unico finora a dire la sua è stato il sindaco di Cisterna Antonello Merolla, il quale proprio alcuni giorni fa ha tenuto a precisare: «Le ronde potranno essere impiegate solo per segnalare ed aiutare casi di disagio sociale e non certamente di sicurezza pubblica».
E sempre per quanto riguarda l’ipotesi delle ronde, il prefetto di Latina ieri ha fatto presente che la «stessa particolare conformazione territoriale della frazione di Cerciabella, in cui insistono per lo più abitazioni sparse in un tessuto relativamente urbanizzato, non corrisponde, in linea di massima, agli obiettivi di indirizzo a cu si ispira la recente disposizione sugli osservatori volontari». Nell’attesa che venga convocato il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblico, è stato confermato il rafforzamento delle attività di controllo del territorio attraverso un maggior servizio di pattugliamento da parte delle forze dell’ordine.

LATINA - I dipendenti di Pacifico fanno sciopero contro lo sciopero

Teresa Faticoni
Al grido di “lasciateci lavorare” i dipendenti di Frigo Market Pacifico, o meglio una parte di essi, oggi saranno al loro posto. Una vertenza che vede una azienda storica di questa provincia soccombere a una crisi internazionale che da queste parti oggi più che qualche mese fa si fa sentire forte. Da Pacifico almeno una volta nella vita siamo andati tutti. Anni fa era l’unico grande supermercato dove si poteva fare la spesa “del mese” a prezzi accessibili. Poi sono arivate le grandi catene di distribuzione, poi è arrivato lo tsunami proveniente dall’Amercia della crisi e la conseguente recessione. Solo che Pacifico non ha mai cambiato l’approccio relazionale con i suoi dipendenti. 87 persone tutte con contratto a tempo indeterminato e uno solo determinato. Nessuna flessibilità a coprire il precariato. Sempre tutto gestito come si fosse una grande famiglia. E questo atteggiamento, in un mercato sempre più instabile, non ha pagato. E quindi sono arrivati i problemi. Mesi di stipendi arretrati. Difficoltà a pagare i contributi previdenziali. E l’apertura di una procedura di mobilità per trenta persone. Da lì si è scatenata una battaglia sindacale che ha portato le sigle di categoria di Cgil, Cisl e Uil alla dichiarazione di sciopero per la giornata di oggi. Solo che un gruppo di dipendenti ha detto no. La natura commerciale dell’azienda «rende l'arma dello sciopero inefficace verso gli obiettivi che si propone», dicono quelli che si schierano dalla parte del lavoro. «La nostra scelta di occupare le nostre postazioni lavorative e tenere aperti tutti i punti vendita deriva proprio dalla volontà di non far mancare all'azienda quella “boccata d'ossigeno” costituita dall'incasso della giornata di sabato. Incasso che è la condizione imprescindibile per riuscire a continuare l'attività e rimanere punto di riferimento per i consumatori della provincia di Latina». Insomma, un modo per stringersi intorno ai titolari, che hanno sofferto la decisione di accedere agli ammortizzatori sociali sulla loro pelle. «Non rientra nei nostri principi - ci aveva detto nei giorni scorsi la titolare Emilia Pacifico -. Ma era una decisione non più rinviabile». I sindacati, dunque, che oggi hanno anche organizzato un sit in davanti ai cancelli del punto vendita di via Carrara a latina Scalo, hanno presto la strada più facile. Quella dell’astensione. Il difficile è stare dalla parte di chi vuole salvare un’azienda, di chi cerca di mantenere il proprio posto di lavoro. «Siamo consapevoli del difficile momento che – tutti – stiamo vivendo e speriamo che, grazie allo sforzo unitario, sia possibile avviare un percorso comune più sereno e produttivo», concludono i dipendenti  che oggi saranno al lavoro. Ma, se tutti si dicono aperti a un confronto, perchè nessuno riesce a mettersi d’accordo?

La lezione degli operai di Pacifico

 
Lidano Grassucci
A dire il vero non pensavo fosse possibile, fosse possibile vivere una pagina di storia del movimento operaio pontino, naturalmente rivisitata e corretta. Eppure è così: i dipendenti della Pacifico Frigomarket fanno uno “sciopero alla rovescia”. Difenderanno i loro diritti lavorando oggi. Non solo contestano il sindacato giudicando suicida la loro strategia di bloccare l’attività della società. Il ragionamento dei lavoratori è razionale: se l’azienda sta male, con lo sciopero non può che star peggio e quindi è meglio difendere il lavoro e dargli ossigeno.
Non conosco quel genio sindacale che, vista l’azienda in sofferenza, decide di punirla bloccandone l’attività. Lo sciopero fa danno all’azienda se questa è solida, è un’arma spuntata se già di suo bene non sta.
Il sindacato pontino non conosce la storia del movimento operaio e contadino di queste parti: alla fine della seconda guerra mondiale il lavoro non c’era e i contadini senza terra e gli operai per vedere qualche colore alla vita si inventarono di scioperare andando a lavorare. Costruirono una strada, si chiama via della Pace, che collega Roccagorga a Ceriara, c’è ancora adesso (ma nessuna targa lo ricorda). Perché il lavoro è un diritto se per quel diritto si è disposti a mettere in gioco qualche cosa, e prima di tutto il sudore.
Il sindacato difende troppo spesso non il diritto al lavoro, ma il diritto al reddito. E’ una idea non da sindacato che ha nella “dignità del lavoro” il suo riferimento culturale, ma è una “idea caritatevole”. Mao diceva: “se vedi un affamato, non dargli un pesce insegnagli a pescare”.
I lavoratori di Pacifico non vogliono una soluzione caritatevole, vogliono continuare ad avere il loro perché producono ricchezza. Hanno la dignità del lavoro. Ed è merce rara di questi tempi.
Questi lavoratori nella loro nota scrivono: “vorremmo che questa azienda commerciale continuasse a essere punto di riferimento dei consumatori pontini”.
Ho letto una pagina di orgoglio operaio.
Gli scioperi alla rovescia, il lavoro reinventato, ma anche gli operai della Fiat che difendono in armi, gratis, la loro fabbrica da tedeschi e fascisti. La difendono perché sanno che se andavano via le macchine utensili loro non avrebbero più lavorato.
L’aristocrazia operaia italiana (quelli della Fiat) ragionava come i contadini dei Lepini. Si chiama, questa roba, dignità del lavoro.
I ragazzi di Pacifico hanno dato una lezione di dignità al sindacato vertenzialista, burocratico, passatore di carte. Non conosco la sorte della vertenza Pacifico, so che la strategia del sindacato e dello sciopero è come quella del signore che per far dispetto alla moglie si evira.
PS: personalmente spero che la famiglia Pacifico a cui mi lega un profondo affetto personale riesca a trovare il punto di equilibrio per tornare ad essere il riferimento per i pontini. Con i Pacifico abbiamo conosciuto il consumo moderno, la surgelazione, prodotti che mai avevamo visto. Sono stati loro a far diventare europei i pontini, prima c’era l’autoconsumo e… la Standa.

Bisanzio, Italia

 
Lidano Grassucci
Poi ti chiedono perché ti butti a sinistra, come faceva Toto, aggiungendo “per non capie niente”. Era il tempo in cui nasceva il centrosinistra e l’Italia stava per uscire dalla civiltà contadina per diventare una grande nazione industriale. Ho creduto, e tanto, in Berlusconi e nella sua idea di rivoluzione liberale. Ho creduto nell’idea che questo paese potesse uscire dall’ipocrisia clericale, dalla palude democristiana. Invece? Andiamo strisciando (tale e quale come faceva Andreotti) da Gheddafi, affrontando la crisi dicendo che tutto va bene; e in piu’ leggo sul Corriere della Sera che l’avvocato di Berlusconi chiede ragione a L’Unità rea di aver pubblicato che egli sarebbe impotente. Serio, serio sul serio. Lo vedete De Gasperi che essendo nato nel 1881 aveva nel 53 quando lascio la carica di primo ministro discutere di questa roba in pubblico?
E vi racconto questa storia da non democristiano, anzi da antidemocristiano viscerale.
Il direttore di Avvenire Boffo si è dimesso, è la persona politicamente e culturalmente piu’ lontana da me. Ma credo sia incivile rispondere a delle opinioni con considerazioni personali, storie personali. Boffo si è contraddetto nella sua vita privata e se la vede con la sua coscienza e, essendo cattolico, con i suoi sacerdoti. Berlusconi non puo’ essere criticato per come va a letto, sono casi suoi, ma deve spiegare, questo sì, se ha fatto ministri e parlamentari le commari. Deve spiegare, questo sì, perché è pubblicamente ipermoralista cattolico e privatamente gaudente. Credo che lui a Palazzo Grazioli o a Villa Certosa possa far festa con chi vuole e come vuole, ma i suoi sindaci non possono andare a fare le multe a chi su ferma con signorine altrettanto gaudenti.
De Gasperi andò con il cappotto rivoltato (per chi è digiuno di fame, si tratta di un cappotto così vecchio che il salto rivoltando la stoffa aveva rigenerato) alla conferenza di pace di Parigi a rappresentar l’Italia sconfitta: “qui tutto mi è contrario tranne la vostra personale benevolenza”. Non ostentava e non faceva battute uomo serio in una Italia seria, adesso Berlusconi a 72 anni chiede 2 milioni di euro per confutare il sospetto di essere impotente. Sono allibito la mia speranza liberale mi ha portato ad esprimere vicinanza ad un clericale. Spero di sbagliarmi ma questa è Bisanzio.  

PONZA - Vitiello e Mazzella, datevi la mano

Paolo Iannuccelli
Ponza, 1 set. (Adnkronos) - Tracce di gasolio sulla spiaggia di Giancos a Ponza sono state segnalate questa mattina da alcuni bagnanti. Sul posto è intervenuta la Guardia di Finanza dell'isola che sta provvedendo a mettere in sicurezza la zona. Sono stati eseguiti inoltre dei prelievi che saranno poi trasmessi all'Arpa. Secondo una prima ipotesi, la presenza di gasolio sarebbe riconducibile ad una perdita dai serbatoi della centrale elettrica. "Manderemo sul posto i nostri tecnici per accertare ciò che è successo e per capire il da farsi", ha detto all'ADNKRONOS Pompeo Porzio, sindaco dell'isola di Ponza. Mentre una turista Germana Cavalieri, frequentatrice abituale dell'isola di Ponza, racconta: "La spiaggia è completamente impregnata di gasolio che arriva dal basso. L'odore è molto forte e col vento diventa ancora più intenso. Sul bagnasciuga si vedono macchie traslucide. E' impressionante". "Nel frattempo - continua la turista - è in corso la messa in sicurezza da parte della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera del tratto interessato".  Queste le notizie di agenzia, tutte imprecise, senza professionalità, ogni “lancio” delle decine di agenzie di stampa ed informazione italiane è affidato al caso, all’improvvisazione, alla poca conoscenza. Nessuna precisione nelle notizie, nessun ordine mentale, nessun giornalista di grido che parte per Ponza e va a verificare la cosa de visu. Bastano i soliti comunicati stampa. Naturalmente, i grandi quotidiani ed i maggiori telegiornali nazionali si comportano seguendo supinamente le “Ansa” di turno, ecco il caos mediatico, la totale disinformazione. Dilettanti allo sbaraglio, specchio fedele di un’Italia che affonda, per rimanere in tema marinaresco. Tutti scrivono le stesse cose, i giornali ed i telegiornali nazionali sono come fotocopie, internet impazza a dire cose astruse, inaffidabili, farsesche. Tanto rumore per nulla, operatori turistici vittime, per l’ennesima volta, di gogna mediatica, di cose false. Gente perbene costretta a vedersi arrivare telefonate di disdetta dei posti letto o dei ristoranti. La solita frase: “Ho saputo dalla televisione che a Ponza non si può fare il bagno”. Collegamenti in diretta fatti da casa, immagini dell’isola che non riguardano la zona interessata al fatto di cronaca. La verità? Nessuna macchia di gasolio in mare a Giancos, una spiaggia vietata da anni alla balneazione. Si trova in zona portuale ed è meglio non immergersi. Valli a capire gli operatori  italici d’informazione, seduti dietro una scrivania, senza mai alzare il sedere dalla sedia, senza mai verificare le cose. Tre anni fa, sempre a Ponza, hanno fatto passare per un brutale omicidio un infarto occorso al professor Campanella, stimato docente universitario capitolino che stava veleggiando in un pomeriggio ventoso. Trovate le impronte dell’assassino”, hanno scritto. Erano quelle degli addetti alle pompe funebri. Ogni commento è superfluo. Siamo a qualcosa che rasenta il ridicolo, si cerca lo scoop solo perché una persona è deceduta di morte naturale nella famosa isola di Ponza, diventata come Odeon, dove tutto fa spettacolo, le cose vengono gonfiate in un amen. Il tutto in danno degli operosi isolani. Se a Ponza uno si rompe un dito, diventano dieci. Se i punti di sutura applicati al poliambulatorio sono due si trasformano in venti, tre grammi di droga sono trenta, un giorno di ricovero in ospedale si tramuta in caso gravissimo, una crudeltà verso un posto che merita più rispetto. Ora basta, lasciate stare Ponza ed i ponzesi, oppure prendete il primo aliscafo, come fanno tanti giornalisti stranieri: seri, precisi e puntuali. Sul fatto accaduto nei pressi della centrale elettrica, la Sep, se ne stanno dicendo tante in questi giorni. Qualcuno pensa addirittura a un sabotaggio. Sarà la magistratura a indagare. Marco Giancristofaro è persona capace. Una cosa è certa: queste cose fanno male all’isola, agli isolani e chi ama a dismisura questo scoglio – e siamo tanti – come me. La diatriba – vecchia di anni - tra Enzo Mazzella, titolare del pontile Enros a Giancos, e la famiglia Vitiello, proprietaria della centrale elettrica ponzese, è fatto risaputo. Ne hanno parlato diffusamente tutti gli organi d’informazione. Ogni cosa a colpi di querele, denunce, cause, processi, avvocati, giudici, carta bollo. Una lite infinita che non fa bene a Ponza che necessita di un rilancio turistico e d’immagine. Tutti siamo d’accordo che la centrale va spostata da Giancos - zona abitata – in altra parte del’isola, a Tre Venti o Monte Pagliaro. Ma continuare a discutere animatamente, a farsi la guerra non ha senso. Amici, scambiatevi francescanamente un segno di pace. Ve ne saremo tutti grati. Incontratevi, datevi la mano dopo tanto tempo, cominciate a pensare al futuro dell’isola, al bene comune.

giovedì 3 settembre 2009

Pernarella e il suicidio di Pontinia

 
Lidano Grassucci
A Pontinia una cosa avevano fatto bene, la scelta di Clemente Pernarella alla guida del teatro. E lui ha riempito la sala, ha lavorato. Ora? Al teatro l’assessore Sperlonga ci farà un cinema, lo cederà a privati per farci un cinema, magari multisala. Finisce così, miseramente, la sfida di dare a Latina il suo secondo teatro dopo quello del capoluogo. Finisce, miseramente, l’idea di una funzione nuova di Pontinia che sta, pian piano, sta assumendo la funzione che ha Spinaceto per Roma.
Nessuno ha protestato, nessuna voce si è levata a difesa di Clemente Pernarella, lo faccio io. Lo faccio perché non solo è un fatto che penalizza una delle poche professionalità pontine serie in questo settore ma denota la miopia di certi assessori alla cultura che non perdono occasione per dare prova della loro miopia politica. Questa vicenda è la cartina al tornasole della insufficienza della nostra classe politica, di destra o di sinistra fa poca differenza. Politiche culturali abbagliate da scoperte straniere. Un cinema, soluzione facile. La privatizzazione della struttura pubblica, soluzione facile. Gli assessori cercano soluzioni facili, un teatro è un problema, un cinema non fa male.
Pontinia ha provato ad uscire dall’anonimato, Pernarella ci ha messo scienza e coscienza, ma non aveva fatto i conti con gli assessori alla cultura. Speriamo che Eligio Tombolillo ci metta una pezza: deve scegliere se essere capocaseggiato di Spinaceto, o sindaco di Pontinia città.
Dice tutto questo per un teatro? Sì, le città hanno teatri, i quartieri dormitorio i multisala.

L'ARCINORMALE - La lezione di Ciccarelli

 
Lidano Grassucci
Leggo su Latina Oggi del 2 settembre che una commissione del Partito democratico presieduta da Marcello Ciccarelli, ex professore di matematica collocato a riposo, si aggiunge a dichiarare guerra contro i doppi incarichi di esponenti del partito. Ne prendo atto, oggi il presidente della commissione Marcello Ciccarelli di incarichi non ne ha quindi può prendersela con Enzo Eramo, o con Mauro Visari, rei di stare sia nei loro Comuni, come consiglieri, sia in Consiglio provinciale. E’ giusto, mi pare una posizione non geniale ma morale. Certo Ciccarelli dovrà andare dai suoi compagni di partito, eletti con voti personali, e spiegargli come si debbono evitare questi comportamenti. Non credo che Visari ed Eramo gli ricorderanno di quando era, non certo perché vincitore di concorso, presidente provinciale della Lega coop, consigliere della Camera di Commercio, membro di giunta della stessa, membro del consiglio di amministrazione della Step.
Dirà il nostro (per questa cosa mi ha chiesto un risarcimento personale di 250 mila euro, come dire se critico Berlusca ride, se critico lui non va bene. Diciamo che è un comunista sensibile) ma la Lega Coop non è un partito. E’ vero, e perché la Lega Coop avrebbe scelto alla presidenza un professore di matematica? O i licei sono come la cooperativa muratori e cementieri?
Non lo so, so che durante la sua presenza in Camera di Commercio il problema del cumulo delle cariche non valeva, se poteva fa. E non aveva, il nostro, preso uno straccio di voto. Ora per gli altri no, non si puo’ fare.
Un tempo, quando ero socialista, questo comportamento lo avrei definito figlio della degenerazione del leninismo e della doppia morale la cosa che ci rendeva diversi, profondamente, dai comunisti.
Naturalmente spero che Eramo continui a rappresentare in Consiglio comunale a Sezze i suoi elettori, e a fare altrettanto in Provincia e lo stesso vale per il compagno Mauro Visari. Non vorrei insistere ma di moralisti a prezzo zero non c’è veramente bisogno.
Una sola domanda? Ma il nuovo del Pd è Ciccarelli? Spero di aver capito male, spero di essermi confuso. Eramo e Visari dovrebbero ricevere ordini non dai propri elettori, ma dal compagno Ciccarelli? E’ comica. I grandi sono quelli che sanno lasciare la scena a tempo debito. Ma ci vorrebbe stile.
PS: spero che Moscardelli, Eramo, Visari mandino in pensione anche dalla politica certe anticaglie.

Scauri, l'orgoglio di pensare basket

Paolo Iannuccelli
Impressioni di una serata scaurese, racconti di gloria, cestisti in prima linea. Solo a Scauri posso organizzare certe cose, respiri prima aria di basket, poi di mare. Trovi amici di una vita, scambi baci, abbracci, impressioni, cerchi di tornare giovane insieme a loro, un bagno di affetti tra gente che si vuole bene, ti vuole bene, gente perbene. L'arena Mallozzi rivive, è stata tirata nuovamente a lucido rifatta uguale a prima, solo un piccolo cambiamento nel colore degli spogliatoi. Scauri si è superata, organizzando una serata magica all'insegna di allegria, storia, presente, futuro. Bellissime le immagini storiche proiettate sullo schermo, commentate da un Antonio Lepone in splendida forma. Toccante il ricordo del grande ed inimitabile Massimo Mancini, di Gigi Ranieri, di Filippo Mallozzi, morto giovanissimo durante una gara, gentiluomo per una vita, effervescenti le parole del professor Franco Carcone, di Mimmo Ianniello, di Enzo Falso e di tanti altri che hanno dato linfa vitale alla splendida avventura della palla a spicchi scaurese. Perfetta l'organizzazione curata dal sindaco baskettaro Pino Sardelli e dal suo staff, toccanti i messaggi di Biondi e Tosarello, Coni e Fip. Davanti a 700 persone pronte ad applaudire, ad ascoltare musica, a conversare in armonia. Ci siamo sentiti a casa, non poteva essere diversamente, Scauri è la casa perpetua chi tira a canestro, guai non respirare aria salubre. L'efficienza di Scauri è quella di sempre, quella serata per inaugurare la nuova Arena Mallozzi è stata più speciale delle altre, nonostante il caldo afoso. C'erano tutti, proprio tutti, impossibile citare tanti nomi, chi non poteva essere presente ha scritto dei messaggi di saluto. Bello così. Quando si pensa basket pensi a Scauri, al giornalista Mario Arceri che ha casa vicino al mare dal 1960 ed è arrivato appositamente da Roma, ad Aldo Giordani, commentatore accanito dei mitici tornei estivi disputati su quel campo ora tornato ai fasti di un tempo. Un settembre tutto bianco e azzurro, di un'annata che nasce e già sembra avere un sapore differente dalle altre. Senza paura di pretendere il professionismo, di dire semplicemente la verità, ovvero il fine ultimo per cui questa squadra è stata costruita. Tutti lo hanno ribadito, chi in modo diretto e chi usando toni più soft. Ma dal pensiero della A dilettanti non si scappa, non ci si può esimere da un onere affascinante e misterioso, che oggi, per la prima volta, appare non essere più grande dei progetti e delle risorse umane a disposizione dello Scauri Autosoft. "Fare il possibile, tutto il possibile", è il motto di battaglia del presidente Leo Giardino, espresso venerdì sera durante la presentazione della squadra. Tradotto: non possiamo pretendere di essere imbattibili, ma questa volta ci siamo anche noi. Poi uno sguardo rapido quanto doveroso verso il passato ("ringrazio tutti gli ex presidenti scauresi, e grazie al loro lavoro") a suggellare il fatto che questa società ha una storia importante, magari non a grandissimi livelli ma fatta sicuramente da personaggi indelebili. L'impressione del presidente provinciale Fip Maurizio Tosarello, invece, è chiara e arriva diritta al cuore del discorso: "Scauri, non solo come società ma come intero movimento cestistico e sportivo, ha bisogno di una squadra che entri nel gotha e salga in A dilettanti Se lo merita chi ha seriamente lavorato fin qui, chi lavorerà quest'anno e tutto il pubblico ". Le parole delle istituzioni politiche sono quelle del sindaco Pino Sardelli: "Il comune vi è vicino, non scordatevi che porterete il nome di Scauri in giro per l'Italia. Il nostro impegno sarà sempre costante così come dovrà esserlo quello degli imprenditori. Speriamo di ritrovarci tra qualche mese per poter festeggiare qualcosa di importante". Le impressioni passano presto a quelle visive, con tutti i volti del roster  presentati uno a uno, dal tenero imbarazzo del giovane Guido Violo a quello del sicuro e abituato ai palcoscenici Federico Pieri. Un trionfo. Grazie a tutti.

BOXE - 70 anni di Colella

Paolo Iannuccelli
Per raccontare Franco Colella bisogna subito menzionare il grande pugile Bruno Arcari, una carriera straordinaria a cui manca solo la medaglia olimpica. Eppure a Tokyo ‘64 era il grande favorito, ma, al primo turno per ferita contro il keniano Alex Oundo, perse un match che stava dominando. “Potevo sicuramente andare avanti - racconta Arcari - ma l´arbitro era polacco ed il match dopo avrei per l´appunto dovuto incontrare un pugile polacco...”. Le sopracciglia sono state il suo tallone d´Achille. Perse per ferita anche il primo incontro da professionista contro il cisternese, nato a Norma, Franco Colella. “Un giorno - racconta il giornalista Rocky Giuliano - incontrai Colella e gli chiesi perché mai non avesse concesso la rivincita a Bruno. Semplice - mi rispose - Quanti possono dire di aver battuto Arcari? L´ho anche scritto sul mio biglietto da visita.... E ne tirò fuori uno dalla tasca”. Un classico formato bianco con scritto solamente “Franco Colella, vincitore di Arcari”. Nemmeno l’indirizzo, neanche il numero di telefono. Aveva battuto uno dei più grandi pugili di tutti i tempi. Franco ha compiuto 70 anni, nella quiete di Collemarcaccio, popolosa frazione agricola alle porte di Cisterna, attorniato dalla felicità di tutti i suoi familiari ed amici, che sono tanti. Una bella giornata, il riposo del guerriero del ring che ha girato tanti paesi al mondo: Germania, Svezia, Inghilterra, Svizzera, Danimarca, Austria ed Australia. Un personaggio eccentrico, passato dalla boxe al catch, poi al cavallo, sua grande passione di oggi. Lo vedi cavalcare splendidi esemplari con in testa un cappello da cow boy e abbigliamento americano, lo conoscono tutti e lo salutano. Un suo nuovo biglietto da visita recita così: “Franco Colella, il cow boy intervistatore, il mito della tv casareccia”, con tanto di foto a colori e numero di telefono cellulare per farsi riprende da TeleObiettivo, la sua emittente preferita, che manda in onda sagre paesane, con il microfono saldamente nelle mani dell’eclettico Franco che intervista i passanti e chiede un po’ di tutto.  E’ un tipo sanguigno, generoso, sempre pronto alla battuta, alla risata. Risulta essere l’unico italiano che ha rifiutato una pensione d’invalidità. Colella lavorava alla Good Year, lo visitarono e i medici riscontrarono un piccolo problema al cuore. Lo sospesero, in modo precauzionale, dall’attività in fabbrica, lui si ribellò, fece ricorso e vinse. Tornò a fare l’operaio, risultando completamente idoneo. Un uomo di sport non poteva essere malato. Questa la tesi di Colella che oggi gode di splendida salute, tra vigne e passeggiate a cavallo, buone bevute e pizze al forno a legna, i nipoti che adora. La boxe è stata sicuramente la sua grande passione, con 25 consecutivi anni sul ring, da novizio a professionista. Berlino lo ha visto spesso protagonista negli anni della città divisa tra le potenze vincitrici la seconda guerra mondiale,una volta Franco rimase senza un soldo, fece sacrifici e tornò in auge. In Australia si è divertito, in uno dei paesi con la migliore qualità della vita.  Ha conosciuto ogni risvolto di quel mondo, girando da un continente all’altro, passando rapidamente da protagonista a sparring partner e viceversa, senza arrivare mai a compromessi o combine, lui è un uomo tutto di un pezzo, un onesto che più onesto non si può. Franco Colella conosce i risvolti tecnici del pugilato, riesce a capire i segreti di un ragazzino appena salito sul ring e quelle di un consumato mestierante. A casa sua, a Collemarcaccio, possiede una vera e propria videoteca, tante cassette, filmati. Poi: locandine, foto, riconoscimenti, medaglie, coppe e trofei, cimeli. Questo per il pugilato, ma non mancano i ricordi di corsa all’anello, delle feste patronali a Norma, Borgo Carso, dove l’equitazione da palio delle contrade era sempre firmata Franco Colella, un organizzatore instancabile, anche di eventi musicali con cantanti di grido. A lui piace stare in mezzo alla gente, discutere, conversare con la moglie che cuce splendidi abiti da sposa. I settant’anni li porta bene, un fisico asciutto e voglia di divertirsi. Auguroni.
    



mercoledì 2 settembre 2009

Quella Roma negata ai burini

 Lidano Grassucci
Non so che motivo ha addotto la questura di Roma per impedire la manifestazioni della parte fondana pro-amministrazione. Non lo so, e spero di non saperlo. Ma questo episodio è la cartina al tornasole di come la politica, cioe’ il potere della rappresentanza, stia abdicando al proprio ruolo e alla propria supremazia nella res pubblica. Non entro nel merito della mafiosità dell’amministrazione di Fondi, conosco molti dei consiglieri di maggioranza e di opposizione e mi paiono persone per bene. Non sono diversi dagli amministratori di altri comuni. Ma non sono uno che si intende di mafia, camorra e affini, è roba da carabinieri, da magistrati. Io posso raccontare quel che vedo e posso lanciare allarmi sulla democrazia di questo paese. Vietare di manifestare a dei cittadini, e non ce lo vedo Parisella a fare il teppista davanti a Palazzo Chigi. Non vedo i compassati fondani in giacca e cravatta a rompere le vetrine. Che pericolo costituiscono. La cosa piu’ trasgressiva che possono fare e farsi un gelato alla crema da Giolitti.
Mao diceva: che cento scuole gareggino che cento fiori fioriscano. Che manifestino quelli di Parisella, che lo facciamo anche quelli che vogliono sciogliere Fondi. Non vedo il problema, non vedo perché il Questore di Roma ha paura, uno Stato democratico non puo’ aver paura della manifestazione di qualsiasi pensiero. Non crederà il Questore che ci sarà una nuova marcia su Roma, non crederà che fondi occuperà il Parlamento della Repubblica.
Avrei scritto questo anche davanti al questore che vietava la manifestazione alla cosa piu’ lontana da me (dopo i seguaci dei tiranni) che è l’Italia dei valori.
Sapete perché la monarchia inglese è l’unica che sopravvive? Perchè accanto al Parlamento inglese c’è la statua di Oliver Cromwell, quello che ai Re ha tagliato la testa. Un sistema è forte se non ha paura del dissenso.
Ci vorrebbe un atto di disobbedienza civile, ma per farlo ci vorrebbe una società civile. Qui non ci si indigna piu’. Il vietare è grave perché se oggi gioisci perché compisce il tuo avversario domani ti fa piangere perché compisce te.
O il questore teme i burini? Teme che quelli di Fondi non si sappiano comportare? Temo che sia questo, sporchiamo.

L’Italia ipocrita

 
Lidano Grassucci
Il caso Boffo? Per un laico la malatia peggiore della società è l’ipocrisia dei chierici. La carne è debole e siamo tutti umani, le virtu’ sono disumane perché frutto di ragioni altre. La stessa ragione per cui Berlusconi fa ogni giorno figure barbine: ammetta che è fatto come è fatto e dia gli otto giorni ai suoi sindaci che fanno i moralisti, in modo immorale, contro le prostitute in strada e dica ai suoi che si confessano un giorno si e l’altro pure di frequentare di piu’ i cittadini e meno le sacrestie.
Penso che l’anima ipocrita di questo paese stia uscendo tutta, tante ipocrisie messe insieme.
Domando: se Boffo taceva sulla doppia morale di Berlusconi, che è il capo di Feltri, quest’ultimo lo avrebbe attaccato? Per Feltri la doppia morale di Boffo sarebbe stata indifferente.
Insomma ciascun giocatore qui bara: Berlusconi non è credibile come difensore della famiglia e campione di virtu’; Feltri men che meno come vendicatore delle italiche virtu’; e manco Boffo e i suoi sono credibili come moralizzatori in servizio permanente effettivo.
Siamo la società piu’ ipocrita del mondo. Abbiamo avuto solo una paentesi in cui morale pubblica e morale privata erano compatibili: Craxi era sportivo, ma non impediva agli altri di fare altrettanto. I socialisti erano gaudenti ma immaginavano una Italia gaudente. E… non andavano a messa. I vescovi cattolici, dal canto loro, parlavano a chi seguiva il verbo meno la prassi. Un paese quasi normale. Personalmente cosa fanno a letto Berlusconi, Boffo e chiunque non mi interessa, basta che loro facciano altrettanto con il loro prossimo. Certo se una signorina gentile diventa ministro.... Certo se una signorina gentile diventa parlamentare europeo…  Qualcosa da dire c’è e da dire da parte di tutti, lo stato è di tutti. Se Boffo promuovesse una commare a redattore capo, da dire ci sarebbe ma potrebbero solo vescovi che del giornale sono padroni.
Dice, differenza da poco. No differenza tra paese civile e paese ipocrita.

Ridateci i partiti

2 Settembre 2009

Di Lidano Grassucci
“Servirebbero i partiti”. Lo sento dire spesso, sempre piu’ spesso. Come nel ’93 (l’anno del golpe dei giudici contro la democrazia) sentivo dire che “i partiti avevano occupato lo Stato”. Ora chi occupa lo stato? Senza i partiti lo occupano bontemponi, interessi consolidati, consorterie. Cme diceva Rino Formica: “nani e ballerine”. I partiti erano mostri con tre narici. In tutta europa ci sono socialisti e democratico cristiani, noi abbiamo raggruppamenti elettorali padronali. La Spd tedesca ha le sezione, ha le federazioni. La Cdu ha la sede in ogni comune tedesco. Luoghi dove si discute, quei partiti stanno lì da decenni e sopravvivranno al capo di turno che è l’ennesimo di una storia. Il Pdl sopravviverà a Berlusconi? La Lega sarà dopo il declino di Bossi? E L’Italia dei valori sopravviverà a Di Pietro?
Siamo tornati ai tempi della Destra e della Sinistra storica, dove la politica muoveva per convenienze. Siamo tornati alle carriere personali prima di qualche straccio di idea di futuro. Ma nel ’93 in pochi si sollevarono a difesa dei partiti, a difesa di quei luoghi di libero confronto politico e di formazione degli amministratori.
I magistrati ci spiegarono che erano tutti ladri, come se le idee si potessero rubare. Abbiamo, dal ’93 ad oggi, criminalizzato le idee. Il risultato? Le commari diventano ministri. Ma l’avete seguita la figura che ha fatto l’Italia in Libia? Siamo stati gli unici ad onorare un dittatore beduino, c’eravamo noi, quelli del Sudan, i pirati somali e altri 4 masnadieri. Il festeggiato ci ha spiegato che l’Africa non è rovinata dai dittatori come lui, ma dagli ebrei. Si ricordate il complotto giudaico-massonico di Mussolini, di Hitler (i dittatori non hanno mai fantasia). E noi ad onorarlo. Il dittatore beduino poi non si è accontentato dei salamelecchi italiani, voleva anche umiliarci con la storia della scia verde per le frecce tricolori. Una cosa imbarazzante, una umiliazione per le nostre forze armate e per tutto il paese. Un governo serio non crea le condizioni per queste figuracce. Ma qua nulla è serio, qui è comica tutti i giorni.
Mancano i partiti, nei partiti si sarebbe discusso, ci si sarebbe scontrati e il ministro degli esteri sarebbe stato un uomo navigato, uno che conosceva di politica.
Abbiamo festeggiato un dittatore che gli italiani li ha cacciati. Abbiamo festeggiato un dittatore che ha lanciato missili contro l’Italia a Lampedusa. A cosa servivano i partiti? A evitare figuracce.
Poi se dovevamo fare un golpe per ossequiare Gheddafi, bastava, e avanzava, Andreotti.

Il giusto e l’umano

2 Settembre 2009 
Lidano Grassucci
Faccio questo mestiere per accidenti, e forse lo faccio male. Volevo fare lo storico, raccontare le cose passate del mondo, non la ordinarietà del presente, me lo sono ricordato per via di una e-mail di una mia amica che non sentivo da anni che era inorridita dopo un documentario che raccontava delle bombe atomiche sul Giappone. “Come ha potuto una grande nazione civile fare questo?” Domanda che nelle università del mondo è quasi un ritornello. Le ho risposto di getto, con ragione: “se non lo facevano sarebbero morti migliaia di ragazzi americani e giapponesi”. Poi ci ho pensato, un po’. Ma non si fa la somma dei morti, non si muore in mille, in cento, in un milione. Si muore ciascuno per se, si muore singolarmente. Ed ogni morte è la tragedia. La mia risposta era quella di un medico davanti ad un tumore, cinica, fredda razionale. Non era umana, mi sono ripreso dicendo che “la storia non è umana”. Ma noi lo siamo, noi abbiamo la ragione ma anche la pietà, l’idea che ogni fine è fine del mondo. Perché racconti questo? Per dire che nel mio mestiere, quello che mi ha scelto (il giornale), a differenza di quello che volevo (la storia), deve essere umano, deve essere rigorosamente umano. Deve avere rispetto per il racconto e per chi viene raccontato. Rispetto che significa pensare quando si scrive che dentro le frasi ci sono persone con carne, occhi testa, tristezze e felicità. Il giudizio “hanno fatto bene perché altrimenti sarebbe stato peggio” è giusto, è razionale, ma non è umano. L’idea che i protagonisti delle storie che raccontiamo siamo rei, siano cattivi è giusta, è razionale ma non è umana. Le bombe sul Giappone le avrei sganciate era la cosa giusta, ma resta una cosa disumana. Così quando scriviamo, un pizzico di pietà non farebbe male. Alla mia amica ho risposto con saccenza, non ho risposto con umanità.