Lidano Grassucci
Sono cresciuto con il rito del Venerdì santo fino alla Pasqua di resurrezione. Ma era una sorta di momento in cui il dolore che era cosa di ciascuno diventava cosa di tutti. Il cibo che già era povero diventava ancor più povero in attesa dell’esplosione di Pasqua. Ieri questa via Crucis è diventata visibile con le 205 bare allestite nella scuola della Guardia di Finanza de L’Aquila. Certo quando si fanno queste cose un po’ di passerella è il rischio che si corre, ma credo che ieri la Nazione si sia sentita, una delle poche volte della sua storia, unita alla sua profonda tradizione religiosa e al suo sentimento nazionale. Il presidente del consiglio ha detto che in quel momento c’erano 12mila persone che stavano lavorando per assistere le popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto, quasi un soccorritore ogni quattro persone che del terremoto sono state vittime. E’ la prova che la tradizione, la cultura e il senso profondo del Venerdì santo (il momento in cui il dolore di ciascuno diventa il dolore di tutti) esprimevano il suo senso più profondo. Non sono cristiano, ma sono figlio di questa umanità che è stata capace di pensare che è possibile anche piangere intorno a un dramma che è la somma di tutti i drammi del mondo. Nel mio paese sono state rievocate scenograficamente le tappe della vita e della morte del Cristo che, per i cristiani, rappresentano la memoria della loro fede mentre per noi laici sono il racconto più alto del percorso di vita degli uomini. Per questo noi oggi testimoniamo la nostra vicinanza a quanti sono stati colpiti dal terremoto in Abruzzo, per quanti stanno lavorando lì al servizio dello Stato o volontariamente ma tutti con lo stesso impegno. C’erano delle bare bianche il che mi fa dubitare sull’esistenza di un Dio giusto, ma c’erano tanti bambini che sorridevano giocando ed è questa la ragione per cui dopo le lacrime è doveroso ricostruire quel pezzo d’Italia che si chiama Abruzzo.
venerdì 10 aprile 2009
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