Lidano Grassucci
Comprendo l’errore per l’umano che contiene. Non giudico perché so che, umanamente, potrei cadere. Quindi non affondo il coltello nell’avversario che si ritira senza gloria. Ma… perché in questa storia c’è un ma. Ma Zaccheo dal ’93 e anche prima si è proposto come “eticamente superiore”. Portatore di valori di una destra senza macchia e senza paura, una destra che non si sporcava le mani con il grasso potere. Mi meraviglio, ma capisco, Bossi che gira con il figlio e non si sente ridicolo, Cossiga ha piazzato il pargolo come sottosegretario, pure Piero Angela ci diletta con la prole che capisce di misteri, il sindaco di Roma piazza la moglie sul listino e gira senza provare un p’ò di vergogna. “Tengo famiglia” voleva scrivere qualcuno sulla bandiera della nuova repubblica italiana. Io non mi meraviglio del nepotismo, ma tanto se il nepotista è uno che mi ha raccontato di “essere diverso”. Tanto se il nepotista ha indicato il marcio a Fondi, a Sezze, altrove. Mi ha riempito le orecchie di “cavalieri dell’apocalisse”, di mafie e mafiette. No, questo no. La moglie di Cesare deve essere lontana anche dai dubbi altrimenti? Non è moglie di Cesare.
La seconda repubblica, quella che nega la storia repubblicana di democristiani, socialisti e anche comunisti, non è differente dalla prima ma è solo piu’ ipocrita, piu’ maldestra. La Polverini che definisce il sindaco di Latina “bbello” è il simbolo di questa storia.
Ieri ho scritto un pezzo ipotizzando di essere Zaccheo, se fossi stato in lui mi sarei dimesso alle 20.30 di mercoledì, avrei chiesto scusa ai miei concittadini, alla mia gente e sarei andato in un monastero.
Ieri è finita un’epoca quella iniziata nel ’93, è finita, in maniera non nobile come, del resto era iniziata non per virtu’ propria ma per suicidio democratico. La storia non risparmia, quelli che hanno governato dal ’93 ad oggi non erano migliori degli altri, ma solo piu’ ipocriti. E forse non è un caso che a formare la fine dell’ipocrisia ci siano le firme di Catani, di Nasso, del figlio di Calvi, di Mansutti. C’è la regia di Michele Forte. La storia non fa sconti, mai.
Saluto Zaccheo senza l’onore delle armi.
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