Lidano Grassucci
Dio vi salvi Regina, è il brano che i corsi scelsero, e stava finendo il ‘700, come inno nazionale per la loro identità. Una canzone di fede dedicata alla Vergine Maria. Segna la fede profonda delle terre ancora non “segnate” dalla rivoluzione giacobina, dalla dea ragione. Cito quel lontano precedente per via del presente della idea sottile, un venticello, che soffia su questa terra nostra, l’idea di una identità pontina, di una scoperta dell’appartenenza a questo posto per la caratteristica di questo posto di essere stato come il Sudafrica dei boeri, come l’Argentina per gli italiani. Gente che perde la patria che lascia e condivide, con prepotenza o con gentilezza, fa poca differenza, la Patria che trova. Certo qui c’erano fiere popolazioni da altipiano, culture che si perdevano nei secoli grigie da montagne, nere da palude.
Genti che altro non tenevano se non l’aria marcita dalla putrefazione della terra troppo umida. Qui tutto si ferma, qui tutto marcisce. Anche i nostri boeri, i nostri argentini. Qui si diventa un’altra cosa, qui si diventa quello che non si era. Veneto-pontini dice Antonio Pennacchi nel suo “Canale Mussolini” che estende anche a cooptati “marocchini” (così i veneti definivano gli indigeni che a loro volta li definivano cispadani per via della repubblica di Napoleone) crea la base letteraria per un nuovo senso di appartenenza. Una sorta di “Dio vi salvi Regina” ma in forma letteraria dei pontini. Il tema dell’autonomia, dell’identità, della mia Lepinia è il tema con cui questa provincia entra dentro l’Europa globale per quante identità riscatta. Per una volta non arriviamo tardi, ma siamo dentro il confronto del nuovo assetto di questa nazione che diventa Stato da solo 150 anni ma che sarà una solo se saprà leggere le sue 1000 differenze.
Dio vi salvi Regina, è il brano che i corsi scelsero, e stava finendo il ‘700, come inno nazionale per la loro identità. Una canzone di fede dedicata alla Vergine Maria. Segna la fede profonda delle terre ancora non “segnate” dalla rivoluzione giacobina, dalla dea ragione. Cito quel lontano precedente per via del presente della idea sottile, un venticello, che soffia su questa terra nostra, l’idea di una identità pontina, di una scoperta dell’appartenenza a questo posto per la caratteristica di questo posto di essere stato come il Sudafrica dei boeri, come l’Argentina per gli italiani. Gente che perde la patria che lascia e condivide, con prepotenza o con gentilezza, fa poca differenza, la Patria che trova. Certo qui c’erano fiere popolazioni da altipiano, culture che si perdevano nei secoli grigie da montagne, nere da palude.
Genti che altro non tenevano se non l’aria marcita dalla putrefazione della terra troppo umida. Qui tutto si ferma, qui tutto marcisce. Anche i nostri boeri, i nostri argentini. Qui si diventa un’altra cosa, qui si diventa quello che non si era. Veneto-pontini dice Antonio Pennacchi nel suo “Canale Mussolini” che estende anche a cooptati “marocchini” (così i veneti definivano gli indigeni che a loro volta li definivano cispadani per via della repubblica di Napoleone) crea la base letteraria per un nuovo senso di appartenenza. Una sorta di “Dio vi salvi Regina” ma in forma letteraria dei pontini. Il tema dell’autonomia, dell’identità, della mia Lepinia è il tema con cui questa provincia entra dentro l’Europa globale per quante identità riscatta. Per una volta non arriviamo tardi, ma siamo dentro il confronto del nuovo assetto di questa nazione che diventa Stato da solo 150 anni ma che sarà una solo se saprà leggere le sue 1000 differenze.
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