martedì 6 aprile 2010

FiloLogico - Il Circeo e i figli degni dei genitori



Maria Corsetti

Pranzo al mare di Latina. Vista Circeo. Ricordo – l’ho fatto altre volte – che al marketing territoriale di quel promontorio ci ha pensato Omero qualche migliaio di anni fa. Una bella tavola apparecchiata, una veranda inondata di sole, guardando i luoghi di Ulisse e Circe. Adesso vallo a raccontare. Innanzitutto a Latina non c’è il mare.  Molti la pensano così. Non gli abitanti che invece apprezzano da sempre e scorrazzano avanti e indietro sulla pista ciclabile. Un po’ di tristezza la fanno gli studenti, quelli che studiano greco in particolare, che dell’Odissea non vanno oltre «Andra moi ennepe Musa, poliutropon os mala polla». D’altra parte è l’unico verso che ricordo. Magari interessarli un po’ sulla descrizione che Omero fa di un posto a trenta chilometri da casa, e che non è solo « ‘rcirceo» come dicono i romani, non sarebbe male.  Il problema? Antropologico. Che nomi si mettono ai figli? Maicol, Noà, Ridge. Nessuno pensa magari a Margherita (Huck), Rita (Levi Montalcini), Barbara (Ensoli), Ettore (Majorana), Enrico (Fermi). C’è il rischio che crescano complessati, schiacciati dal nome? Meglio che scemi, degni interpreti dell’idea dei genitori. 

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