Fabrizio Bellini
eccomi. Come abbiamo stabilito venerdì durante la manifestazione del Partito democratico, “insultiamoci”, civilmente, a mezzo stampa. Onestamente a me qualche “eccesso” sarebbe piaciuto, ma, come sai, Grassucci è un po’ bacchettone e dovremo limitarci.
Eppure la parola pesantuccia, il motto salace, l’espressione diretta, tutte insieme, compongono il termometro della polemica e segnano la temperatura della passione politica. Ed io proprio di passione politica voglio parlarti. Dunque, venerdì in Piazza della Libertà c’era poca gente. E’ vero che faceva freddo e pioveva ma un partito importante come il tuo dovrebbe essere in grado di mobilitare molte più persone di quanto abbia fatto. Comunque e con qualunque tempo. Pena, il ridicolo e la credibilità delle recenti primarie. Non è pensabile che siate capaci di raccogliere ottomila firme di protesta se poi non riuscite a portarne in piazza neanche il cinque per cento. Non vale neanche il tuo discorso sulla qualità delle presenze perché sai bene che in democrazia conta il numero e non la sua qualità. Il tuo rispettabilissimo voto di ottimo e intelligente professionista pesa come il mio che faccio il contadino e non capisco niente. Può darsi che quello democratico sia un cattivo sistema per regolare i rapporti tra gli uomini ma, come diceva Churchill, teniamocelo, perché tutti gli altri sono peggiori. E’ semplice, si basa sulla conta delle “teste”. Senza aggettivi. Poi, visto che siamo in polemica, ti dirò che, a parte Salvatore D’Incertopadre, Pina Sorrentino e alcuni degli esponenti di spicco del Pd, non è che di “qualità” ce ne fosse poi tanta. “Qualità” intesa solo nel senso che, chi c’era, non rappresentava altro che se stesso e non mi sembra che siano apparsi i simboli di specifici mandanti. Solo singoli, pochi, semplici, infreddoliti, appassionati, cocciuti, coraggiosi, coerenti, bagnati testimoni di una protesta civile. Ed io fra loro. Forse D’Incertopadre era lì anche per le altre, influenzate, sigle Confederali, ma tutte le altre organizzazioni datoriali, starnazzanti sullo scippo dei diritti dei propri rappresentati, dove stavano? Te lo dico io: al calduccio con il Sindaco Zaccheo che, a questo punto, ha perfettamente ragione. Lui il consenso ce l’ha e chi stava in piazza a protestare, no. Quindi, viva le strisce blu. Le cinquemilacinquecento strisce blu che faranno Urbania ricca e felice. Gli impiegati, le organizzazioni, i commercianti, gli ambientalisti, i consumatori, i lavoratori, dimostrano con la loro indifferenza di volerle e allora è giusto che il parcheggio in centro si paghi dappertutto. E chissene frega di quelli che si indignano poiché lo fanno di nascosto e con i piedi davanti al caminetto. A me sembra che la scelta blu-striata di chi ha la delega della maggioranza della popolazione sia e rimanga una solenne puttanata (scusa, questa mi è scappata) ma, se è questo che si vuole, sia. Se questa delega non viene né discussa né limitata allora è corretto che chi ce l’ha l’eserciti come meglio crede. E’ vero che un grande numero, di per sé, non è collegabile né alla giustizia né alla verità, però profuma di vittoria e chi ha quello più alto, vince. Noi che “baccagliamo” pubblicamente non ce l’abbiamo e quindi paghiamo. Transeat. Neanche tu ce l’hai e anche tu … perdi. Transeat di nuovo. Zaccheo invece ce l’ha e … vince. Prosit. Funzionerà così fino a quando non tirerete fuori le palle (scusami, mi è scappata anche questa). Dovresti chiederti perché a Latina il Partito democratico non sfonda. Credo che vincere sia esclusivamente una questione di carattere e la passione attiene al carattere delle persone, come l’entusiasmo, l’ardore e il coraggio. E’ il carattere che distingue i leader e ne determina il successo. La strategia può essere un buon complemento ma, da sola, non serve a niente. In politica se ne occupano i ragionieri. Il 16 ottobre 2008 voi avete adottato una tattica, per tua ammissione così banalmente contabilistica, che Zaccheo vi ha fregati: uscire dall’aula per far mancare il numero legale. Roba da post delitto Matteotti. Archeologia politica. Insomma, ‘na pena! Vincenzo Zaccheo è rientrato in aula, una furia, una belva e la delibera dalla quale nascono le strisce blu, è passata con 21 sì e 20 assenti. Assenti, Maurizio, non contrari. Assenti, Maurizio, non trascinati fuori dall’aula a forza. Assenti, Maurizio, non massacrati. Questa è la verità e la differenza: Zaccheo ha grinta, passione, irruenza, coraggio e si è scapicollato per battervi, si sarebbe fatto tritare per farlo. Voi no. Siete strateghi, eleganti signori, pensate fino e fate fiasco. Ma con classe. Passione, Maurizio, ci vuole passione, carattere, grinta e enormi coglioni pelosi e fumanti (scusami, oggi mi scappano quasi tutte). Chi ce l’ha e lo dimostra, diventa tenore mentre le voci bianche rimangono a cantare nel coro. Ho sentito Armando Cusani parlare alla gente con la camicia stazzonata dal sudore e beccarsi un mare di applausi. Grondava e parlava, si abbrustoliva in mezzo alla folla sotto il sole di agosto e non si è mosso nessuno. Sudavano tutti e applaudivano. Ho guardato Fazzone sproloquiare in un fondano così stretto che non lo capivano neanche quelli del Mof e godersi una standing ovation da record. Non aveva capito niente nessuno ma era la forza, la passione con la quale quel niente era piombato in mezzo alla gente che aveva spinto tutti in piedi. Ho visto Zaccheo fare il tribuno e galvanizzare il pubblico con una serie di immagini così fantasiose che definirle surreali è un eufemismo. Ma chi l’ascoltava, annuiva. Sentiva e vedeva crescere cittadelle di ogni tipo, da quella giudiziaria a quella universitaria. E porti e strade e aeroporti, gallerie in pianura e sottopassi in palude. Cose incredibili come il monumento alla Littorina che non è mai arrivata, ma dette con straordinario entusiasmo da un uomo appassionato che anche per questo diventava credibile. Così convincente che quando ha detto: “pagate per stare al lavoro” in troppi hanno detto: “ sì, se lo dice lui deve essere una buona cosa. Mettiamoci la vasellina e andiamo a lavorare”. Forse la gente non li capisce del tutto ma “li sente”, “li vive”, si emoziona per loro e con loro e alla fine, li vota. Vincenzo facci sognare, paghiamo, ma facci sognare. E se non pagate anche voi consiglieri, non fa niente, appartenete alla “casta”. E’ il carattere che distingue la destra dalla sinistra. La differenza tra un grido di battaglia continuo e un pianto dirotto e perenne in cui il singulto, porco Silvio, non manca mai. Anche tu sei bravo e serio, forse anche più bravo e serio dei tuoi antagonisti. In più non sbagli un congiuntivo neanche a volerlo e sei politicamente corretto. Questo è il tuo più grande difetto: non ti si può dire niente. Sono convinto che sul piano culturale tu abbia pochi rivali. Come te, solo Claudio Moscardelli. Ma non penetrate, non emozionate, non catturate, siete troppo qualunque cosa. La gente lo sente e rimane distante. Hai presentato il miglior programma elettorale che io abbia letto a Latina. Il più credibile, realizzabile e condivisibile. E non hai vinto. Perché? Solo misere contabilità interne al partito? Non so, ma forse anche perché la prima volta che ti ho visto candidato Sindaco, apparivi su un manifesto elettorale con una camicia bianca a righine rosa aperta sul collo e stirata con l’appretto. Eri perfetto. Distante e inaccessibile come un dio pagano pettinato da Fidia. Come oggi, del resto. Maurizio, se vuoi vincere, se vuoi emozionare, se vuoi trascinare, se vuoi che il tuo partito lo faccia, “ciancicati” la camicia e spettinati. Arruffati i capelli, scendi in mezzo a noi e la prossima volta parleremo del sogno che era il Pd. L’aveva fatto il mio maestro ed io che non l’ho mai capito, ci avevo sperato. Per pura stima. I grandi uomini trasmettono soprattutto i loro sogni. Li chiamano idee. Poi, un giorno, ho visto Veltroni al Lingotto, sudato e scamiciato come fa Cusani ad agosto ed io, che rispondo a stimoli elementari, ci ho creduto. Il sogno è svanito, sciupato da un mezzo pelato che giocherella con il ferro da stiro per lisciare i baffetti più ridicoli e battuti d’Europa. Anche di questo parleremo, se vorrai. Un abbraccio, ti aspetto. Fabrizio
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