Lidano Grassucci
Da noi la Destra divenne sinonimo di nostalgia totalitaria, divenne testimonianza antiliberale.
In quel percorso mi incuriosii del tentativo di dar vita ad una destra europea, tradizionalista ma anche dentro il solco del liberalismo, laica e non clericale.
Quel percorso che dalle università sfocerà nell’esperienza di Alleanza nazionale. Non era facile in Italia, dirsi di destra e dirsi, al contempo, antifascisti. Quel percorso era, e resta, interessante.
Inoltre si aprivano varchi nuovi anche fuori da questo percorso che chiameremo di “destra nazionale”. Nasceva nel vuoto che lasciava il golpe giudiziario lo spazio per un sogno, anche questo molto accademico, quello di un grande partito liberale di massa. Era evidente, anche a loro, che una certa malattia infantile (il leaderismo esasperato) con i rischi propri del caudillismo sudamericano c’erano tutti. Ma l’idea era affascinate. Socialisti da una parte che sfidavano i liberali alla guida del paese. Un modello politico anglosassone.
Se la prima destra doveva fare i conti, comunque, con i tromboni della “destra nostalgia” e doveva mediare con una classe dirigente che già c’era, la destra liberale era anche sede della possibilità di una rivoluzione copernicana nella classe dirigente. Non a caso a Latina emergono ragazzi intorno ai 40 anni (Fazzone, Cusani). Una classe dirigente effettivamente innovativa, pragmatica, capace di interpretare la velocità della società pontina (il ragionamento è poco diverso su scala nazionale). Le due destre non sono nate per unirsi. La battaglia sul piano regolatore di Latina ne è l’esempio, e credo sia stata una specie di battaglia delle Ardenne, della destra nostalgica, fascista, di riprodursi come modello di recupero totalitario. Viene fermata proprio dalla destra liberale, imprenditoriale, delle partite Iva di Stefano Zappalà. In quella battaglia la sinistra dirigista, quella sinistra che prende in eredità (e se lo porta avanti per 60 anni) l’idea della funzione pedagogica dello Stato, la visione della democrazia come il luogo barbaro della dittatura delle canaglie, che vede la massa incapace di autotutelarsi. Insomma la sinistra paternalista che considera il popolo non bue, ma bambino, da proteggere (Per inciso è quella sinistra che sta conducendo, non senza attenzione da parte dei mentori della “Destra nostalgia”, la battaglia per lo scioglimento del consiglio comunale di Fondi).
Queste differenze profonde sono oggi diventate, nel buio della notte, vacche nere tutte eguali.
Ma la differenza resta, Fini dice cose che non stanno dentro il caudillismo della corte di Berlusconi, a Latina fette di ex An stanno più vicine a Di Pietro che a Cusani e Fazzone.
Non a caso la vicenda Fondi è condotta da iperfascisti o meglio paraculfascisti, alla Ciarrapico.
Ma quello che emerge è una parabola discendente di questo modello di destra bidone dove dentro c’è tutto.
Le stesse forze propulsive degli anni ’90 stanno diventando forze difensive. Cusani e Fazzone da protagonisti di un cambiamento profondo della società pontina sono costretti ad una logorante battaglia di difesa del consolidato. C’è il rischio che entri in crisi la destra liberale, che la destra storica si consolidi e si torni alla destra di testimonianza.
Il tutto a fronte di un partito democratico non acora attrezzato per essere alternativo. Prima il caso Cirilli a Latina, il Pd va al ballottaggio per una manciata di voti sul trasfuga di An, ad Aprilia non ci ariva proprio e il candidato fuori schema, Domenico D’Alessio, diventa alternativo alla destra.
Perché se la crisi delle destre è evidente, non è da meno l’impreparazione del Pd pontino. Impreparazione progettuale, politica, di classi dirigenti. Al festival provinciale democratico c’è stata non “una” festa, ma una galassia di feste. La “sinistra eterea”, ma anche storica di Domenico Di Resta, il giorno di Bersani; i “democratici di Fede” di Moscardelli il giorno di Franceschini, e la “sinistra riformista-governativa” di Titta Giorgi il giorno di Meta-Marino.
Manca la sintesi con gli ex Pci che ancora debbono fare i conti con il dato generazionale e gli ex democristiani che sono nella fase di consolidamento di una classe dirigente percepibile come nuova.
Credo che ci troviamo alla vigilia di un nuovo terremoto politico. Fini e i suoi distinguo cosa vorranno dire alle regionali? Fondi sciolta, o non sciolta, non sarà fatto neutro per la provincia.
Sono temi di cui si dovrebbe discutere dentro i partiti, analisi che dovrebbero dare prospettiva all’agire politico. Invece? Non ci sono classi dirigenti in grado di ridurre a sintesi questi elementi ed il caso regna sovrano.
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