mercoledì 12 agosto 2009

Prof di religione: quella sottile ingiustizia

Teresa Faticoni
“In una società democratica certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell'insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un'implicita promessa di vantaggi didattici, professionali e in definitiva materiali”. (Tar Lazio, sentenza 7976/2009). Punto e basta. Ma che mondo è quello in cui la Conferenza episcopale si permette di dire “no” alle sentenze della magistratura? Chi è che ha calpestato la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza dei partigiani contro la dittatura fascista, tanto da ridurla a un pezzo di carta cui pochissimi portano rispetto? Certo, quell’articolo 7 lascia un po’ pensare chi ritiene che uno Stato debba essere laico a tutti i costi, che se il Vaticano non riesce a convincere i cattolici con i suoi metodi, non può pensare di farlo tramite la pressione sulle leggi italiane. Io non ce l’ho personalmente con i professori di religione, tutti sicuramente bravissime persone, ma con il ruolo che rivestono. La parola “ruolo”, poi, è fondamentale. Perché i professori di religione, nominati (imposti) dalle Curie insegnano (inculcano) solo la religione cattolica. Non è che spiegano che nel mondo ci sono tante religioni, che si può essere liberi di scegliere, e anche di decidere di non aderire a nessuna religione. Poi: i professori di religione sono di ruolo alla faccia di tutti i professori precari che non si sono laureati in teologia alla parrocchietta sotto casa, ma hanno conseguito il titolo nelle università italiane. Che da anni aspettano “la grazia” che invece è riservata solo a chi va a braccetto con i preti. Di più: i professori di religione, pur avendo vinto un regolare concorso, sono scelti dalle Curie ma pagati dallo Stato italiano. Semplicemente appare ingiusto.

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