Teresa Faticoni
“In una società democratica certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell'insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un'implicita promessa di vantaggi didattici, professionali e in definitiva materiali”. (Tar Lazio, sentenza 7976/2009). Punto e basta. Ma che mondo è quello in cui la Conferenza episcopale si permette di dire “no” alle sentenze della magistratura? Chi è che ha calpestato la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza dei partigiani contro la dittatura fascista, tanto da ridurla a un pezzo di carta cui pochissimi portano rispetto? Certo, quell’articolo 7 lascia un po’ pensare chi ritiene che uno Stato debba essere laico a tutti i costi, che se il Vaticano non riesce a convincere i cattolici con i suoi metodi, non può pensare di farlo tramite la pressione sulle leggi italiane. Io non ce l’ho personalmente con i professori di religione, tutti sicuramente bravissime persone, ma con il ruolo che rivestono. La parola “ruolo”, poi, è fondamentale. Perché i professori di religione, nominati (imposti) dalle Curie insegnano (inculcano) solo la religione cattolica. Non è che spiegano che nel mondo ci sono tante religioni, che si può essere liberi di scegliere, e anche di decidere di non aderire a nessuna religione. Poi: i professori di religione sono di ruolo alla faccia di tutti i professori precari che non si sono laureati in teologia alla parrocchietta sotto casa, ma hanno conseguito il titolo nelle università italiane. Che da anni aspettano “la grazia” che invece è riservata solo a chi va a braccetto con i preti. Di più: i professori di religione, pur avendo vinto un regolare concorso, sono scelti dalle Curie ma pagati dallo Stato italiano. Semplicemente appare ingiusto.
mercoledì 12 agosto 2009
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