Antonio Picano
Cade ormai a pezzi il litorale di Sabaudia. E, per simpatia, cade a pezzi l’economia turistica della città, quella che da sempre costituisce la maggiore fonte di sostentamento della città. Vento un po’ più forte del consueto ed ecco il mare ingigantirsi fino generare flutti che trasformano la situazione in mareggiata. Incontrollabile, irrefrenabile, irresistibile. L’acqua salata avanza e divora metri e metri di spiaggia, che non vomiterà più, se non in minima parte, s’incunea subdolamente nella duna mediterranea, vi scava dentro, apre voragini sensibili. Aiutata dalla pioggia, va ad insidiare e indebolire le fondamenta della strada che la costeggia e i sostegni degli stabilimenti balneari che dominano lo scenario. La distesa di sabbia, una volta tra le più quotate ed ammirate d’Italia per la sua argentea ampiezza, si riduce ad una lingua sottile, scomparendo addirittura in alcuni tratti. Senza protezione adeguata, la Lungomare Pontina frana e le strutture di supporto alla balneazione rischiano di fare la stessa fine. Come periodicamente succede, purtroppo, mandando all’aria il lavoro di diverse famiglie. Ieri mattina, durante un normale sopralluogo, la Polizia Municipale di Sabaudia, ha constatato il cedimento dell’area di parcheggio ricavata nell’area attigua al lido-ristorante La Giunca, già minacciato dal devastante fenomeno erosivo. Durante la notte, l’accentuato moto ondoso, permanente ormai da molti giorni, oltre a determinare la scomparsa della spiaggia, era entrato profondamente all’interno della duna, abbattendo l’attigua passerella di discesa e provocando lo smottamento della parte iniziale del piccolo piazzale di sosta. Il Comandante Ugo Tomei ha inviato sul posto la squadra di servizio del nucleo di protezione civile comunale con il compito di interdire la zona, affinché non ne scaturissero guai maggiori. “Ci hanno lasciati soli – diceva ieri mostrando il disastro Franco Natale, gestore di un’attività produttiva sulla Lungomare -. La spiaggia non c’è più, la strada è diventata impraticabile, quella che non lo è rimane per mesi chiusa al traffico per lavori e il tratto Bufalara-Rio Martino è ormai interrotta da circa 25 anni e mai più sarà ripristinato”. “Di interventi per fronteggiare l’erosione nemmeno l’ombra, tranne semplici e tenui palliativi, rivelatisi inconsistenti. Deboli cannucce a far da frangiflutti e sacchi di terreno buttati in acqua nel tentativo di contrastare la furia del vento e del mare. Come dire ad un peso mosca di fare a pugni con Cassius Clay”. Calzante la metafora, per sollecitare le autorità competenti ad attuare progetti capaci di contenere gli effetti di quello che, secondo Natale, “può definirsi, sì a giusta ragione, un vero e proprio scempio ambientale”.
sabato 7 febbraio 2009
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