sabato 7 febbraio 2009

Il caso di Eluana e la mia risposta umana

Lidano Grassucci




Mi hanno chiesto che cosa pensavo del caso di Eluana. Sono rimasto perplesso, non avevo una risposta.
Il mio bagaglio di idee, la mia etica civile, non mi davano una risposta veloce, pronta.
Poi c’è la vita. Ho visto mio nonno Lidano invocare la morte per via delle sofferenze e dell’immobilismo cui lo aveva costretto una malattia vile (un contadino fermo non è un uomo). Per questo comprendo chi pensa alla “fine della pena”.
Poi mi chiedo, ma cosa è vita? E’ vita la mia vita? E’ vita quella di quello che mi sta vicino?
Come faccio a dire che la mia vita vale la pena di viverla e quella di un altro no?
Penso al dolore di mio nonno, alla sua invocazione di morte, ma io non volevo che morisse. Mi stava bene anche così, neanche potevo immaginare il mondo senza di lui. Poi è finita ed è stato peggio.
Lui soffriva, ma…
Non lo so, ho le sue grida nelle orecchie. Ma non so dire cosa sia meglio.
Sono laico, credo che il mondo finisca qua. Non credo in riscatti nei paradisi danteschi o negli inferi. Non credo nell’apocalisse, nelle tragedie collettive, nella fine del mondo: si muore sempre uno alla volta, si muore soli.
Forse la posso mettere così: sarei in grado di chiudere il sondino che alimenta Eluana? No, non sarei capace. Quindi, non sarei in grado di chiedere a chiunque altro di fare quel che io non sarei capace di fare. Sarei in grado di uccidere uno che mi fa un torto, sarei in grado di colpire chi cerca di colpirmi (resto buttero anche se ho la giacca), ma non sarei in grado di staccare quel sondino.
Non sarei neanche in grado di guardare senza orrore chi lo fa.
Capisco che la mia non è una risposta etica, non è una risposta civile, è solo una risposta umana.
Mi hanno mandato a scuola, mi hanno educato in famiglia, mi hanno cresciuto i libri, ma l’unica risposta che posso dare a questo caso è “umana”. Altro non dico, non entro neanche nel conflitto tra governo e presidente, perché l’umanità contraddice anche i miei fini (o rozzi) eventuali ragionamenti giuridici.

1 commento:

  1. Vengo subito ai miei dubbi, tralasciando volentieri sia le battute di spirito di alcuni componenti del Parlamento sia il cambiamento di indirizzo compiuto per non si sa bene quali imprecisate motivazioni dall’odierno governo di centrodestra in carica anche nel 2005.

    Proverò quindi ad esporre diversi scenari immaginari a cui mi sono sottoposto.
    Suppongo allora di trovarmi nelle ormai note condizioni vegetative permanenti per le quali sono inesistenti persino pensiero e dolore, ma solo le funzioni cosiddette vegetative delle piante.
    In tale stato non potrei sentire niente. Personalmente non mi piacerebbe persistere eternamente in tale stato, anche se non me ne cruccerei più di tanto. Tanto non potrei nemmeno accorgermene. Ne farei volentieri a meno lasciare quel mio corpo esanime ormai straziato e deformato dall’usura del tempo e dei medicinali alla mercè di chi passi da quelle parti. Lo ricongiungerei volentieri con la mia anima, se ci credessi. In realtà se questo facesse stare meglio chi mi ama, o anche se solo credesse di stare meglio, potrei benissimo fare uno sforzo e continuare a straziare le mie membra fino alla sfinimento.
    Ma sono stato molto ottimista.
    Si, perché spesso qualcuno ipotizza diversi scenari. Preoccupato dice: “E se chi è in tale stato potesse sentire?” Cosa intenda con il termine sentire non si ha da sapere.

    Immagino allora di non essere propriamente cosciente ma di provare dolore fisico, certo del fatto che in tale stato non potrei provare certamente benessere. Un dolore che si potrebbe definire perpetuo, fisso, lancinante, diciamo eterno che caratterizza una situazione che potrei definire spaventosa.

    Poi immagino, come alcun altro ipotizza, di poter “interagire” con l’esterno. Certo, magari anche non continuamente date le condizioni, ma solo per brevi periodi.
    Senza poter muovere nemmeno un dito, aprire bocca, muovere gli occhi, nemmeno le ciglia, potrei però nei momenti in cui mi trovo cosciente sentire le parole di chi mi sta vicino e avvertire la loro sofferenza straziata dalla mia persistente e immutabile condizione persa nel tempo.
    Potrei riuscire ad odiarmi per quello che sto provocando come odierei tutti quelli che sono consenzienti di farmi proseguire in un tale stato dis-umano, per un principio che solo gli stolti credono di poter fare universale.
    Se la condizione di prima mi sembrava spaventosa questa mi appare persino crudele.

    Poi immagino, invece, un’altra possibilità.
    Mi trovo cosciente, se per coscienza intendiamo la percezione del propria esistenza, del proprio “io”. In questo stato il pensiero è attivo, ma ogni comunicazione con l’esterno è impedita.
    Aristotele alla domanda: “ma allora, che cosa fa Dio?” rispose “Dio pensa se stesso”. Ma l’uomo non è Dio e noi non siamo stati creati per pensare noi stessi. Al contrario, sappiamo che questo stato conduce in breve tempo alla pazzia. Un pazzo costretto a pensare incessantemente nel buio in una notte senza cambiamento e senza fine.
    Questa condizione che fa rabbrividire si può bene definire angosciosa, degna del peggiore film d’orrore mai inventato, e sorpassa di gran lunga le altre due.
    Mi pare di poter dire che alti intellettuali cristiani definiscano l’inferno in questo modo. Un salto nel buio nella solitudine della propria mente lontani da Dio e quindi lontani da tutto.
    Chi sentenzia con tanta enfasi che la scienza non può escludere qualche cosa “di vitale”, non può certamente escludere le condizioni su menzionate, anzi, queste sono le più probabili.
    Chi poi volesse obbligare in base ad un proprio ignoto principio fatto universale a farle rischiare anche a chi non è disposto, è una persona che mi provoca un senso di ripugnanza e di cui ho ribrezzo.

    Personalmente, siccome non è nelle mie preferenze mettere la mia vita nelle mani di tali persone che credono di dover legiferare per tutti su argomenti esistenziali pur non sapendone molto di più di chi non lo fa, credo che la soluzione che adotterò sia la seguente: riempire il futuro e inutile testamento biologico con note ben precise sulla mia decisione come del resto lasciare altri scritti, ben sapendo che l’amore dei propri cari è di gran lunga superiore dell’arroganza di stupidi uomini che credono di sapere per tutti quale sia il destino della vita di ciascuno.

    Il termine su cui bisognerebbe riflettere maggiormente è EGOISMO. Quanti sono e sarebbero disposti a straziare fino all'inverosimile una persona cara per avere il proprio infimo tornaconto di felicità. L'essere "uomo" all'apice dell'egoismo e quando non è più in grado di riconoscere di esserlo, ecco cos'è che mi fa più paura. Massimo de Simone

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