mercoledì 11 novembre 2009

Don Ciotti e la libertà



Lidano Grassucci

“Non leggete i giornali cattivi”. “Leggete i giornali che il bene ha portato a voi”. Chi la pensa diversamente? “e’ il demonio che li fa parlare”. Don Ciotti ha fatto la lista delle buone letture: Il Messaggero, l’Unità, Latina Oggi e in Tv guardate solo Annozero.
I preti hanno antichi vizi che non perdono mai: “bambini non leggete, lo facciamo noi per voi”. E così il Vangelo lo spiegano loro, in esclusiva. E tu popolo bue non farti una opinione, non spremere le meningi. Pensiamo noi per tutti.
Don Ciotti a Fondi ha spiegato che c’era un giornale che ha osato contestare una sua tesi, ha chiuso “era di mafiosi”.
Cose già viste, chi non la pensa come lui è mafioso, complice della mafia, o pessimo giornalista.
Noi da queste colonne abbia osato dissentire, non unirci al coro. Ma non siamo bravi, sono bravi i colleghi che hanno scritto sotto dettatura del senatore Ciarrapico, che è una brava persona.
I preti benedicono sempre le guerre sante, e se è santa la guerra anche i soldati arruolati allo scopo sono santi, sono mondati da ogni peccato. Il circo degli antimafi di professione ha fatto il suo giro nuovo, ha seminato veleno contro chi dissente.
L’umiltà è cosa rara, noi abbiamo peccato. Peccato grave, vogliamo continuare a pensare con la nostra testa. Saremo stupidi? No, siamo onesti. Parlo per me e di altri non posso dire. Don Ciotti sta con Ciarrapico, questo mi basta. Dimmi con chi vai ti dirò chi sei, dicevano i miei. Ecco questi sono, Dio li perdoni per la superbia, loro sanno quel che fanno. Peccato che il popolo non è bue, peccato, per loro, che siamo cittadini e non fedeli.
Noi siamo rei confessi caro Don Ciotti, pensiamo con la nostra testa. E non chiediamo neanche scusa, senza padroni liberi da preti, latifondisti e traffichini.


APRILIA - Abbott, sconto sui numeri dei licenziati

Teresa Faticoni
Se 165 vi sembran troppi, 200 sarebbe stato peggio. I licenziamenti all’Abbott, dopo la lunga concertazione territoriale, si sono ridotti di numero. Gli informatori scientifici del farmaco della linea primary care (quella dedicata ai medici di famiglia) che andranno a casa avranno una serie di agevolazioni e incentivi economici che renderanno meno drammatico l’addio al lavoro. L’intesa è stata sottoscritta ieri in Confindustria Latina alla presenza delle parti sociali e del management del colosso farmaceutico con sede a Campoverde. L’accordo sarà poi ratificato in Regione Lazio, come hanno voluto fortemente i sindacati, dove si arriva con un’intesa solo da ratificare. Il documento prevede che l’Abbott darà la precedenza, nell’accesso agli ammortizzatori sociali, a coloro che vanno in pensione, andando a pescare anche nelle altre linee di informazione. Saranno poi presi in considerazione quelli che nei quattro anni possibili di mobilità si agganciano alla pensione. Per coloro cui mancherà un anno l’azienda mette a disposizione il pagamento dei contributi previdenziali e una retribuzione pari all’80% dello stipendio netto. In seconda battuta vanno in mobilità coloro che - con una formula un po’ ipocrita - «non si opporranno alla messa in mobilità». I volontari insomma. Anche per questi ci sono buoni incentivi all’esodo, che certo non pagano il dramma di perdere un posto di lavoro, ma consolano un po’. Per tutti i lavoratori che ne facciano richiesta è prevista l’adesione al progetto Welfarma per la ricollocazione in altre aziende del settore farmaceutico. Ancora non è dato sapere, perchè devono essere valutate anche le condizioni delle famiglie di provenienza, i licenziati in provincia di Latina. «Parlando di licenziamenti - ha dichiarato Dario D’Arcangelis della Cgil, presente con i colleghi Roberto Cecere della Cisl e Luigi Cavallo della Uil - siamo parzialmente soddisfatti. Sono sempre perdite di posti di lavoro». «Pur comprendendo la situazione difficile - gli fa eco Armando Valiani della Ugl chimici - , si è giunti ad un accordo dove i parametri di legge  saranno valutati secondo un “quoziente familiare”  argomento caro a tutta l’organizzazione che rappresento;
l’ Abbott è stata la  prima azienda ad applicare il quoziente familiare dove verranno tutelati i lavoratori più disagiati».

L’influenza senza novità



Lidano Grassucci

Non vorrei insistere, ma non siamo eterni. Lo dico ad uso e consumo dei colleghi che in questi giorni raccontano come è strana la morte per influenza. Gli indiani d’America furono massacrati dal raffreddore. Chi ha paura del raffreddore? Nessuno, qualche folle. Ogni anno arriva una influenza, sempre diversa, e si muore. Muoiono in media in Italia 8000 persone, mica pochissime, è un paese intero tipo Sermoneta, e nessuno ha paura. Nessuno va in ospedale, nessuno si preocupa di vaccinre i bambini.
L’influenza in corso è come le altre, si muore, ma per complicazioni su patologie già esistenti. Ma questo non si dice e la tv parla di questa influenza e non di altre e tutti andiamo in ospedale, tutti a cercare l’immortalità davanti a questa morte epocale. Nessuno ha visto, o conosce, qualche vittima di questo male, ma abbiamo paura lo stesso. Perché ci pensiamo ormai tutti come gli dei dell’Olimpo, eterni, posaimo perire solo per qualche ira di Giove, tipo l’influenza.
Ma neanche loro, gli dei dell’Olimpo, rimasero tali. Vennero certi da oriente a dire che Dio era uno solo e li mandarono in cassa integrazione prima e in mobilità poi. Oggi sono disoccupati se non dimenticati.
Passerà questa influenza, come ne sono passate tante e noi saremo ancora qui. Perché il mondo non terminerà mai per tutti, ma per uno alla volta come dalla notte dei tempi.
Si muore e questa è la notizia che bisognerebbe avere il coraggio di dire, e l’influenza sarà per i più una scocciatura da stare a letto, l’occasione per riposare. Resterà la paura.
Leggeremo ancora di vittime dell’influenza, ma è come meravigliarsi del cane che morde l’uomo. Un tempo dicevano che era notizia l’uomo che mordeva il cane. Tempi nuovi

“Maestri dell’agricoltura”: premiati la G. G. Ruggiero e la Fattoria solidale del Circeo


Teresa Faticoni
Tra i Maestri dell’agricoltura spiccano anche due importanti nomi pontini. E non si tratta della solita figura dell’agricoltore con l’aratro che ci portiamo appresso. L’eredità della bonifica si è fatta futuro in due aziende che oggi saranno presenti presso l’Acquario di Roma, dove l’assessore all’agricoltura della Regione Lazio Daniela Valentini (con la partecipazione all’iniziativa dell’attore Giorgio Tirabassi) premierà i “Maestri dell’agricoltura”. E tra i premiati figurano la Fattoria solidale del Circeo e l’Azienda Giovanni Giacomo Ruggiero. Naturalmente oggi conosceremo bene motivazioni e premi, ma possiamo anticipare.
La Fattoria solidale, gestita mirabilmente da Marco Di Stefano,  prenderà il titolo per via dell'impegno solidale verso i disabili. Sul sito, con la bella foto di Valerio, il testimonial e di tanti altri ragazzi impegnati nella fattoria, si legge la mission: «Contribuire a costruire una società aperta a tutti». L’azienda si trova nel territorio comunale di Pontinia, all’interno della tenuta Mazzocchio. Un’area di 175 ettari su cui si fanno coltivazioni e allevamento di bovini e bufalini. Nella fattoria sono impiegati ragazzi diversamente abili, un modo per condividere il miglioramento della qualità della vita di ognuno. «In agricoltura una relazione diretta ed immediata tra azione ed effetto, facilmente percettibile anche da una persona che avesse una disabilità cognitiva o psichica, il fatto che una pianta si secchi o un animale possa soffrire perché non è stato accudito, si è visto che permette di acquisire un grande senso di responsabilità e la percezione di diventare indispensabili per qualche cosa, quindi di riconquistare la propria autostima» dicono i responsabili attraverso il sito internet. Noi li abbiamo conosciuti questi ragazzi sorridenti e “faticatori” come dicono nelle campagne. La “fatìa”non pesa loro. E quelle facce soddisfatte, la loro commozione sono l’essenza della vita e della vitalità. L’azienda G.G. Ruggiero, invece, è una parte della storia pontina fatta realtà produttiva. Nel 1950 Jean Jacques aveva 25 anni ed era esule della Tunisia. Viaggiava sul treno da Napoli a Roma e dal finestrino scorse «i terreni ondulati della Riserva de’ Vacci e se ne innamorò». Così raccontano le sue figlie che riconoscono al padre il ruolo centrale nella conduzione di un’azienda che dalla viticoltura si è specializzata nella frutticoltura di qualità. A Campoverde da maggio a novembre nascono susine, albicocche, pesche gialle e bianche, nettarine gialle e bianche, pere, mele e olio. L’azienda G. G. Ruggiero sarà premiata come pioniera: non solo del comparto agricolo, ma come pioniera di sviluppo. E noi pontini oggi saremo rappresentati a Roma e ci stringeremo in un abbraccio ideale con chi fiero di aver realizzato la nostra storia sta costruendo il futuro.

Sciopero delle fame per Gaetano Valentino

Il 57enne affetto di sla aderisce alla protesta proclamato dalla Coscioni

 Raffaele Vallefuoco
Registra un'adesione eccellente a Minturno lo sciopero della fame proclamato da Salvatore Usala, Giorgio Pinna e Mauro Serra, malati di Sla residenti in Sardegna, che attraverso questo gesto denunciano all’opinione pubblica nazionale il grave deficit sanitario di cui sono vittime. A suffragare la protesta Gaetano Valentino, cinquantacinquenne minturnese, affetto da distrofia muscolare, appena nominato consigliere generale dell'associazione Luca Coscioni, e che ormai da diversi anni denuncia gli inadeguati livelli sanitari prestati dalle istituzioni locali. «Viviamo senza alcuna assistenza», denunciano Usala, Pinna e Serra in una lettera al vice - ministro della Salute Ferruccio Fazio. «La loro è una scelta difficile, che comprendo e per aiutarli mi affianco alla loro iniziativa» solidarizza Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale e co - presidente dell'omonima associazione, che si è unita da sabato a questa manifestazione nonviolenta di dialogo. Spiega la deputata: «Stiamo parlando di pazienti e di famiglie in situazioni spesso disperate, senza aiuti economici adeguati o di assistenza. Hanno diritto ad una vita dignitosa, ed è nostro dovere assicurargliela. Ho già presentato diverse interrogazioni al ministro della Salute, nelle quali denuncio la situazione avvilente nella quale Usala, Pinna, Serra e tanti malati di Sla, si vengono a trovare e patiscono». Dal canto suo il consigliere Gaetano Valentino ha deciso di sposare la protesta, ovviamente con riserva data la sua precaria situazione di malato di Sla privo di assistenza sanitaria adeguata. «Anch'io - spiega - come Salvatore Usala, Giorgio Pinna, Mauro Serra e tanti altri, desidero vivere una vita dignitosa, adeguatamente assistito. Perciò intendo sostenere la loro lotta, che è anche la mia. Effettuerò lo sciopero della fame oggi, ma sono costretto a limitarmi ad un unico giorno». Una protesta a tempo. Potrebbe sopraggiungere un'ipoglicemia, il coma e un'insufficienza respiratoria. Ma Gaetano, che lotta da 2 anni per ottenere un'assistenza h24, come previsto dalla «inapplicata» legge regionale n. 20 del 23 novembre 2006, è pronto a bissare lo sciopero della fame, sia per il nobile fine di affiancare Usala, Pinna e Serra, che per rivendicare i suoi diritti: «Ho appena saputo che il contributo datomi dalla Provincia, attraverso il Comune, non mi sarà più liquidato». La quotidineità adesso si complica. La luce della speranza si smorza. Se quel contributo era appena sufficiente alla sopravvivenza, adesso Gaetano rischia. Confidiamo nelle istituzioni. 

martedì 10 novembre 2009

Fondi regionali per ristrutturare il palazzo, ultima della saga Scalfati

Irene Chinappi

Palazzo San Rocco  è una proprietà privata, non un museo». Alfredo Scalfati detiene il 41% dell’eredità di famiglia eppure della convenzione firmata alcuni giorni fa dai suoi familiari con l’Ente Parco Riviera di Ulisse non ne sapeva nulla. «Quel che so l’ho letto sui giornali e la notizia mi ha lasciato esterrefatto». Non è solo una questione di beghe familiari tra i fratelli Scalfati, che hanno recentemente occupato gli schermi nazionali pure con la questione del lago di Paola. Ma a quanto pare è soprattutto un fatto di giustizia pubblica. «Il comunicato della Riviera d’Ulisse è preoccupante» sottolinea Alfredo Scalfati. La nota data alla stampa in sostanza dice che Palazzo San Rocco, un edificio di cinque piani ad angolo tra via San Rocco e la via del Porto, con giardino, cappella annessa, oltre ad un aranceto in località Angolo, saranno gestiti in comodato d’uso gratuito dall’Ente Parco. Lo scopo, secondo chi ha diffuso la notizia, sarebbe quello di adibire alcuni di questi spazi ad un museo,  un centro culturale e un punto informazioni dell’ente.
«Fermo restando che il palazzo è un’abitazione privata, ci abitava mio padre, e non un museo, al comune di Sperlonga non è stato presentato alcun progetto - spiega Alfredo Scalfati - per l’allestimento dei servizi culturali annunciati». Il sospetto, fondato per l’erede escluso dalla decisione sulla casa di famiglia, è che la manovra possa servire ad ottenere finanziamenti pubblici per la ristrutturazione di una proprietà privata. E se così fosse sarebbe davvero grave. Per questo Scalfati vuole prendere tutte le precauzioni necessarie a tenersi fuori da questa storia. «Ho dato mandato ai miei avvocati - annuncia - di recuperare tutti i documenti relativi alla questione e, dato che anch’io sono un erede Scalfati, ci tengo a sottolineare che nel caso in cui venissero investiti soldi pubblici, io non ho nulla a che vedere con la convenzione né con le iniziative dei miei coeredi».
Parenti serpenti, sì. Ma a rimetterci sarebbero i cittadini che pagano le tasse e che potrebbero veder spesi i loro soldi negli affari della famiglia che un tempo governava il paese, piuttosto che nei servizi pubblici a cui hanno diritto. Allora però eravamo in epoca feudale. E fortunatamente oggi ne siamo lontani.
Quello che per adesso è solo un sospetto per il fratello ignaro, tuttavia, c’è il rischio che diventi una certezza. Ancor più certo è                                                                                                                                                                     che se l’intenzione è questa non sarà facile ai firmatari della convenzione perseguire l’intento. Perché Alfredo Scalfati vuole la verità.
E se il suo sospetto si rivelerà fondato non è escluso che possa ricorrere, ancora una volta, come nel caso dei pontili di Sabaudia, alla giustizia.

Super Pontina a piedi, il Governo non finanzia

Alessia Tomasini

Roma - Latina bloccata. E’ questo il risultato del mancato finanziamento dell’opera, sostenuta dalla giunta regionale di centrosinistra, da parte del Comitato interministeriale. Il ministero dei trasporti è venuto meno alla parola data. Proprio il ministro Altero Matteoli si era speso a destra e a manca per assicurare a tutti i rappresntanti istituzionali del Lazio che le somme c’erano e sarebbero state destinate nell’immediato. Tutte le parole si sono risolte in una bolla d’aria. All’appello manca l’ultima tranche di finanziamenti pubblici per l’autostrada Roma-Latina e per la bretella di collegamento con l’A1 Campoverde-Cisterna-Valmontone. «Auspi-chiamo che nella prossima seduta siano approvate le risorse mancanti, circa il 50% della quota a carico dello Stato, in modo che - interviene il consigliere regionale del Pd, Claudio Moscardelli - si possa bandire la gara d’appalto per un’opera strategica». La Regione ha svolto quanto di sua competenza. Il progetto preliminare è stato approvato e pubblicato, sono state prodotte le osservazioni che sono state esaminate, il progetto è passato con esito positivo nella conferenza dei servizi. «E’ stata costituita la società mista Anas-Regione che farà da stazione appaltante dell’opera, che ricordiamo - continua Moscardelli - essere unica in quanto la gara d’appalto sarà fatta sia per la Roma-Latina che per la bretella. La società vede presente l’Anas, pertanto coinvolge il Ministero dei lavori pubblici». Ad entrare in cantiere sarà il tracciato che è succeduto a quello proposto dalla giunta Storace, e approvato dal Cipe nel 2004, che fa fede ad un accordo di programma sottoscritto l’8 novembre del 2006 con l’Anas e l’allora Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Si tratta di un’ autostrada a pagamento tra Castel di Decima e Borgo Piave con un impatto ambientale minimo grazie alla scelta di ricalcare per la massima parte l’attuale Pontina. Il costo dell’opera è di 2 miliardi di euro per il 40% a carico dello Stato e per il 60% a carico dell’aggiudicatario. La realizzazione di questa infrastruttura, la più grande degli ultimi 30 anni, è prevista in tre anni. «Con la Roma-Latina verrà realizzata la tangenziale nord-est tra Borgo-Piave e Borgo San Michele, che libererà dal traffico pesante il tratto di Pontina - conclude Claudio Moscardelli - che divide i quartieri Nuova Latina e Nascosa (ex Q4 e Q5) dal resto della Città e consentirà il collegamento con l’ultimo tratto della nuova 156 e con la Mare-Monti tra Latina e Latina scalo». Manca l’accesso con il grande raccordo anulare e con la Roma-Fiumicino. Restano escluse dalla rivoluzione infrastrutturale le aree a sud di Latina nelle quali insistono numerose aziende agricole che hanno da sempre sollevato la necessità di far fronte alla carenza di strade per il trasporto più agevole e veloce delle merci. Da Terracina a Formia si interverrà infatti con la messa in sicurezza dell’attuale Pontina e con la creazione di undici rotonde con le quali superare il nodo di quegli incroci a raso che rappresentano l’elemento di maggiore criticità per la viabilità made in Latina. La Pontina era ed è il punto debole per una provincia che continua a soffrire di isolamento indotto dalla assenza di scelte e dalla mancanza di carattere della sua classe politica ed amministrativa. Questa battuta d’arresto non era stata calcolata. Mentre il centrosinistra guarda in alto e spera che si sia trattato solo di una svista qualcun altro pensa sia arrivato il momento migliore, data l’imminenza delle elezioni regionali, per alzare la guardia e tornare sul ring a combattere per il Corridoio tirrenico.

Il curato di Latina alta



Lidano Grassucci



Gli uomini di Fede tra le loro virtù dovrebbero avere l’umiltà. Umili nel mondo a portare il Verbo del Signore, non padroni del mondo ad imporre il domino della Chiesa. Sottigliezze. La Chiesa nel mondo sta da 2000 anni e di cose del mondo si è sporcata le mani, non umile e non virtuosa è la sua strada. I sacerdoti hanno sempre avuto la tendenza a ingrassare, tanto magro era il Cristo su quella croce. Ma questo è. Un sacerdote di uno dei quartieri alti di questa città piatta nell’omelia ha accusato una giornalista di questo quotidiano di non esser tale, come se dicessi di lui che è una “specie di sacerdote”. Ha aggiunto che siamo così poco letti da essere regalati, allora il Verbo del Signore è poca cosa perché non si paga con denari? O la sua grandezza si misura in averi? Eppure Matteo scriveva che “è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli”. Curato mio, curato mio.
L’umiltà, che è rispetto, è virtù del signore e la superbia non lo è altrettanto. La superbia è errore, peccato. Giovanni XXIII distinguendo l’errore dall’errante si fece gigante rispetto al male e umile rispetto all’ammalato. Ma se sei curato dei quartieri alti e ti ritieni superiore a chi umile si è fatto guidando la Chiesa hai qualche peccatuccio di superbia. Noi nelle cose di Fede non entriamo, troppo grandi per noi gentili, ma credo lo siano anche per tanti chierici superbi.
La superbia ha fatto ferite sanguinolente a Santa Romana Chiesa, la grandezza di San Pietro è costata con quel laicissimo commercio del paradiso, metà dei sudditi di Dio. Ne valeva la pena?
Credo che il Cristo è una cosa che sta poco sui muri e tanto nel cuore, per chi ha questa grane virtù.
Torniamo al curato dei quartieri alti: lui forte del suo pulpito, sicuro dell’assenza della replica, fa il monologo. La Chiesa non ha paura del pensiero diverso, la Chiesa deve temere i sanfedisti, gli zelanti, gli integralisti. Era zelante Francesco quando si fece povero nella Chiesa grassa?
La fine del potere temporale ha fatto più grande o più piccola la Chiesa di Roma? Non è con un crocefisso solo e dimenticato su un muro di scuola che si è cristiani, si è civili contro gli incivili. Quel crocefisso non è Lepanto, e il curato della Latina Alta non è Carlo Martello a Poitiers e la giornalista non è la perdizione araba.
Non siamo alle crociate. Poveri curati lasciati solo davanti ai mali del mondo che si meravigliano dei mali del mondo che alla verità delle idee e alla loro diversità preferiscono l’ipocrisia.
Sì curato mio noi preferiamo quei cristiani che hanno Cristo nel cuore e non “esiliato” su un muro, a noi piacciono le facce sincere non le ipocrisie, a noi piacciono le virtù pubbliche e private. Ma forse è troppo per un curato di Latina alta.

lunedì 9 novembre 2009

L'ARCINORMALE - Croci, Prefetti e ipocrisia


Lidano Grassucci



Tutti a difesa del crocifisso, tutti a difesa delle istituzioni. Tutti pii, tutti cittadini modello. Quanta ipocrisia. Sono per il crocefisso sui muri delle scuole ma dimenticano Cristo nel vivere quotidiano. Sono con il Prefetto quando debbono attaccare Fazzone, non lo sono altrettanto quando fa intervenire la polizia, che so, per aprire un cantiere di una centrale, o una discarica. Questa Italia ipocrita, bara, è, per me, il peggio che c’è. Rispettare le istituzioni? Giusto, vale per il Prefetto, ma vale anche per il governo che “non ha sciolto” il Comune di Fondi. Ma le istituzioni sono buone e non attaccabili quando la pensano come me, criticabili quando vanno contro di me. Il Crocifisso sta bene sui muri delle scuole, meno, anzi per nulla, a via Gradoli o a Palazzo Grazioli.
Questa meschinità è  il cancro del mio paese, questo soccorso alla maggioranza che è  inquietante.
Il pensiero unico ributtante. Ma Maroni era d’accordo con il Prefetto su Fondi, vero. Come è vero che la decisione ultima non spettava nè al primo nè al secondo, ma a al governo che ha detto “il comune di Fondi non è da sciogliere per mafia”. Perché questa decisione non la rispetta nessuno? Ci sono due tipi di istituzioni?
C’è una legge che vieta al senatore Fazzone che ritiene lesi suoi diritti di denunciare il Prefetto? Non mi risulta, anche il diritto alla tutela dei propri interessi e della propria onorabilità è una “istituzione”. Fermo restando la possibilità del Prefetto di tutelare il suo lavoro in ogni sede, anche rispetto al senatore Fazzone.
Trovo pelosi i neochierici e gli antimafi nati e cresciuti Fondi e dintorni, che è come essere capitani di lungo corso navigando intorno al lago dell’Eur.
Credo che la Fede non dipenda da dove sta appeso il Cristo morto se non lo hai nella tua coscienza, per chi ha questo dono. Non credo che le istituzioni della repubblica siano in pericolo per la denuncia di un senatore ad un prefetto. Nel primo caso sarebbe poca cosa la Fede, nel secondo la Repubblica. Sono fedele, ma ho giurato solo davanti alla Repubblica e questa ipocrisia repubblicana è disonesta, bieca.
Il mio amico Bellini ha detto, ma lui lo ha fatto con onesta intellettuale adamantina, che sta con il Prefetto, io sto con la Repubblica come da giuramento, perché  non sono spergiuro. Con la Repubblica che recita “tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge”. Tutti, prefetti e senatori compresi. Tutti eguali.

Cattivik - Novenovembre




Maria Corsetti

9 novembre 1989. Cade il Muro di Berlino. Chi è cresciuto negli anni ‘70 guarda la storia con emozione.
9 novembre 1999. Chi è cresciuto negli anni ‘70 guarda il mondo con delusione: doveva essere l’anno delle profezie della serie Spazio 1999 .
9 novembre 2009. Chi è cresciuto negli anni ‘70 legge i giornali con sgomento: non può credere che ci si stia scannando per il crocifisso.

domenica 8 novembre 2009

Sto col Prefetto


Fabrizio Bellini 
“Latina oggi” ha lanciato una campagna di solidarietà a favore del Prefetto di Latina Bruno Frattasi. Io ho avuto modo di conoscerlo, di apprezzarlo e quindi, pur non sottoscrivendo l’iniziativa giornalistica, confermo con piacere e orgoglio la stima e la considerazione che ho per lui.
Ma la domanda è: perché “Latina oggi” ritiene che abbia bisogno di solidarietà? Perché, spiega il quotidiano, il Senatore Fazzone ha minacciato denunce per la questione Fondi. Ora, premesso che non vedo cosa abbia da temere Sua Eccellenza dalla vicenda Fondi, ricordo che sull’argomento si è scritto molto, ma mancando un giudizio “terzo”, è difficile avere certezze. L’unica, è che il Prefetto ha fatto il Prefetto e che il politico ha fatto il politico. Per ora non c’è nulla di più. Altri giudicheranno e chiuderanno il cerchio. Mi sembra che questo sia diventato chiaro anche in corso della Repubblica dove, allora, hanno pensato bene di trasferire la questione dal piano giudiziario a quello strettamente personale. Una sorta di ordalia mediatica: il Prefetto è una degnissima persona, Fazzone, no: confermate? Stimare il Prefetto, credere che faccia bene il proprio lavoro, riconoscere che è persona di grande sensibilità e cultura, offrire la propria solidarietà, vuol dire, di converso e sempre secondo la predetta “question”,  che non si stima Claudio Fazzone, anzi, che lo si ritiene addirittura mafioso. E’ questo lo schema bicefalo nel quale “Latina oggi” sembra voler ridurre la pubblica opinione: bianco o nero, bello o brutto, buono o cattivo, Frattasi o Fazzone. Ansia da antagonismo condita in salsa di contrapposizione permanente. Un po’ di sano disprezzo, due maldicenze, una spruzzatina d’odio e la polemica è servita a pagina tre. Direi che il quadretto risulta troppo semplificato, al limite dell’insulso. Meglio, eccessivamente rozzo. Ma ognuno maneggia le cose che ha in casa e respira gli odori che emanano. E’ a questo punto che la politica con la “P” maiuscola è scesa in campo. La sinistra, in genere, per il Prefetto e la destra, prevalentemente, per Fazzone. Si scaldano le ugole e la “querelle” tende ad assumere toni sempre più aspri . Speriamo che non degeneri ulteriormente. Credo che il Prefetto di Latina non abbia bisogno di nessuna solidarietà. Immagino che non l’abbia chiesta e chi gliela offre, posta nei termini appena descritti e ammesso che siano esatti, più che sostenere lui sembra voler colpire l’altro. Nessun alto dirigente pubblico, che faccia bene e cristallinamente il proprio lavoro, come fa il nostro Prefetto, ha bisogno di solidarietà. Basta l’evidenza e la consapevolezza della propria integrità e questo mi sembra proprio il caso di Sua Eccellenza Frattasi. E il Senatore Fazzone? A me è simpatico, mi contagia la sua straripante energia, ma politicamente lo conosco poco e non sta a me giudicarlo. Tanto più che ancora voto a Roma. Certo, se è così ingenuo da andare a Anno Zero e credere di poter chiarire la propria posizione davanti a una telecamera che lo inquadra come il boss Sollozzo nel film “Il padrino”, con una regia audio che sottolinea maliziosamente tutte le inflessioni fondane e un conduttore che assume le pose di un inquisitore introverso e prevenuto, direi che si merita le chiacchiere che da tre giorni girano per tutti i bar di Latina e provincia. Ma sono chiacchiere, non verità, anche se certe “cappellate” non si perdonano facilmente a un politico di lungo corso. La verità è che, figlio della cospirazione internazionale e delle plutocrazie giudaico-massoniche e padre della teoria iper-paesana-nostrana del complotto, “il grande vecchio” è di nuovo tra noi. Una figura a metà tra il surreale e il mitologico che per anni ha giustificato e coperto tutto quello che non era spiegabile. Un prodotto della politica del “non ti ci faccio capire niente, ma ti fornisco una buona spiegazione e un perfetto colpevole”. Cioè, un “nulla” elevato a teorema che collima perfettamente con il nostro atavico bisogno di dietrologia. La vera pandemia nazionale. Noi, un popolo di geni, nipoti di Machiavelli e convinti che tutti i gatti siano bigi e che miagolino sempre nell’interesse di qualcuno e per ordine di qualcun altro, che non sappiamo chi sia, ma che da qualche parte ci deve pure essere. Noi, furbissimi, che non facciamo credito di autonomia, correttezza e intelligenza a nessuno. C’è sempre una trama di mezzo, tanto più se non si capisce e non si vede l’ordito. Così Berlusconi è il “grande vecchio” che diventa trans nel caso Marrazzo e lo è contemporaneamente anche D’Alema quando si trasforma in Noemi nel caso Berlusconi. E si prosegue così fino a un Prefetto che, nella visione di certa destra, si immagina simile ad uno di quelli di giolittiana memoria o a un Senatore che alcuni rivincisti, stramassacrati, di sinistra, vogliono assolutamente equiparare a una star della saga dei Soprano. Che modo elementare di porre le questioni! Uccidiamo, sotterriamo per sempre il “grande vecchio”. Ragioniamo sui fatti. Sulle e delle cose. Ci sono speranze di farla finita, di normalità, di equilibrio, di un minimo di eleganza? Nessuna, purtroppo! Comunque io sto col Prefetto. E’ un organo monocratico dello Stato. Rappresenta la stabilità delle istituzioni e senza istituzioni io non posso credere che il domani possa essere migliore.

Sto col Prefetto


Fabrizio Bellini 
“Latina oggi” ha lanciato una campagna di solidarietà a favore del Prefetto di Latina Bruno Frattasi. Io ho avuto modo di conoscerlo, di apprezzarlo e quindi, pur non sottoscrivendo l’iniziativa giornalistica, confermo con piacere e orgoglio la stima e la considerazione che ho per lui.
Ma la domanda è: perché “Latina oggi” ritiene che abbia bisogno di solidarietà? Perché, spiega il quotidiano, il Senatore Fazzone ha minacciato denunce per la questione Fondi. Ora, premesso che non vedo cosa abbia da temere Sua Eccellenza dalla vicenda Fondi, ricordo che sull’argomento si è scritto molto, ma mancando un giudizio “terzo”, è difficile avere certezze. L’unica, è che il Prefetto ha fatto il Prefetto e che il politico ha fatto il politico. Per ora non c’è nulla di più. Altri giudicheranno e chiuderanno il cerchio. Mi sembra che questo sia diventato chiaro anche in corso della Repubblica dove, allora, hanno pensato bene di trasferire la questione dal piano giudiziario a quello strettamente personale. Una sorta di ordalia mediatica: il Prefetto è una degnissima persona, Fazzone, no: confermate? Stimare il Prefetto, credere che faccia bene il proprio lavoro, riconoscere che è persona di grande sensibilità e cultura, offrire la propria solidarietà, vuol dire, di converso e sempre secondo la predetta “question”,  che non si stima Claudio Fazzone, anzi, che lo si ritiene addirittura mafioso. E’ questo lo schema bicefalo nel quale “Latina oggi” sembra voler ridurre la pubblica opinione: bianco o nero, bello o brutto, buono o cattivo, Frattasi o Fazzone. Ansia da antagonismo condita in salsa di contrapposizione permanente. Un po’ di sano disprezzo, due maldicenze, una spruzzatina d’odio e la polemica è servita a pagina tre. Direi che il quadretto risulta troppo semplificato, al limite dell’insulso. Meglio, eccessivamente rozzo. Ma ognuno maneggia le cose che ha in casa e respira gli odori che emanano. E’ a questo punto che la politica con la “P” maiuscola è scesa in campo. La sinistra, in genere, per il Prefetto e la destra, prevalentemente, per Fazzone. Si scaldano le ugole e la “querelle” tende ad assumere toni sempre più aspri . Speriamo che non degeneri ulteriormente. Credo che il Prefetto di Latina non abbia bisogno di nessuna solidarietà. Immagino che non l’abbia chiesta e chi gliela offre, posta nei termini appena descritti e ammesso che siano esatti, più che sostenere lui sembra voler colpire l’altro. Nessun alto dirigente pubblico, che faccia bene e cristallinamente il proprio lavoro, come fa il nostro Prefetto, ha bisogno di solidarietà. Basta l’evidenza e la consapevolezza della propria integrità e questo mi sembra proprio il caso di Sua Eccellenza Frattasi. E il Senatore Fazzone? A me è simpatico, mi contagia la sua straripante energia, ma politicamente lo conosco poco e non sta a me giudicarlo. Tanto più che ancora voto a Roma. Certo, se è così ingenuo da andare a Anno Zero e credere di poter chiarire la propria posizione davanti a una telecamera che lo inquadra come il boss Sollozzo nel film “Il padrino”, con una regia audio che sottolinea maliziosamente tutte le inflessioni fondane e un conduttore che assume le pose di un inquisitore introverso e prevenuto, direi che si merita le chiacchiere che da tre giorni girano per tutti i bar di Latina e provincia. Ma sono chiacchiere, non verità, anche se certe “cappellate” non si perdonano facilmente a un politico di lungo corso. La verità è che, figlio della cospirazione internazionale e delle plutocrazie giudaico-massoniche e padre della teoria iper-paesana-nostrana del complotto, “il grande vecchio” è di nuovo tra noi. Una figura a metà tra il surreale e il mitologico che per anni ha giustificato e coperto tutto quello che non era spiegabile. Un prodotto della politica del “non ti ci faccio capire niente, ma ti fornisco una buona spiegazione e un perfetto colpevole”. Cioè, un “nulla” elevato a teorema che collima perfettamente con il nostro atavico bisogno di dietrologia. La vera pandemia nazionale. Noi, un popolo di geni, nipoti di Machiavelli e convinti che tutti i gatti siano bigi e che miagolino sempre nell’interesse di qualcuno e per ordine di qualcun altro, che non sappiamo chi sia, ma che da qualche parte ci deve pure essere. Noi, furbissimi, che non facciamo credito di autonomia, correttezza e intelligenza a nessuno. C’è sempre una trama di mezzo, tanto più se non si capisce e non si vede l’ordito. Così Berlusconi è il “grande vecchio” che diventa trans nel caso Marrazzo e lo è contemporaneamente anche D’Alema quando si trasforma in Noemi nel caso Berlusconi. E si prosegue così fino a un Prefetto che, nella visione di certa destra, si immagina simile ad uno di quelli di giolittiana memoria o a un Senatore che alcuni rivincisti, stramassacrati, di sinistra, vogliono assolutamente equiparare a una star della saga dei Soprano. Che modo elementare di porre le questioni! Uccidiamo, sotterriamo per sempre il “grande vecchio”. Ragioniamo sui fatti. Sulle e delle cose. Ci sono speranze di farla finita, di normalità, di equilibrio, di un minimo di eleganza? Nessuna, purtroppo! Comunque io sto col Prefetto. E’ un organo monocratico dello Stato. Rappresenta la stabilità delle istituzioni e senza istituzioni io non posso credere che il domani possa essere migliore.

PENSIERI IMPURI - Pd con i vecchi vizi del Pci


Franco Schiano
Bersani è stato incoronato segretario del Pd: «Il bambino nuovo è nato!Un partito popolare, giovane e che chiede di essere giovani nel cuore. Che non deve cedere alla nostalgia, che sarà plurale ma non deve scivolare nell'anarchismo e nella feudalizzazione». È il profilo del nuovo partito tracciato dal neo segretario.  Un chiaro messaggio di distensione è partito dal centro. Ora dovrà raggiungere la periferia necessariamente in tempi brevi: la campagna per le regionali è cominciata e quindi è necessario bloccare le tensioni per tirare tutti nella stessa direzione. Moscardelli o Di Resta, ma sempre Pd. Ma  non sarà facile. Nell'era della comunicazione globale speriamo non sopravvivano alcuni vecchi vizi del Pci, come quelli degli anni '70: mentre  Botteghe Oscure  predicava la distensione e si consumava il distacco con il Comunismo Sovietico, in periferia imperavano ancora concetti e comportamenti stalinisti. Esagerando un po', il parallelismo potrebbe reggere anche oggi, se consideriamo le tensioni che attraversano il Pd locale. I consiglieri Luciani e Fantasia ( Bersani), dopo circa un anno di pensosa riflessione, decidono – alle tre di notte, durante il consiglio per gli equilibri di bilancio -  di uscire “senza sbattere la porta” dal gruppo consiliare della lista di Raimondi, in cui erano stati eletti. «Vogliamo aderire al gruppo del Pd a cui ci sentiamo di appartenere» dicono chiedendo di entrare nel gruppo consiliare di Pina Rosato (Franceschini), ricevendone un diniego motivato sul piano formale dal regolamento del consiglio comunale di Gaeta, che non consente la costituzione di gruppi consiliari di partiti che non hanno partecipato alla competizione elettorale. Una norma anti ribaltini,  discutibile ma esistente. Tanto che la Rosato è capo del gruppo consiliare della Margherita/PD, con la quale è stata eletta, pur avendo aderito al PD. Regolamento alla mano non ha potuto andare oltre  l'aggiunta  trattino PD al nome Margherita. Insomma due pezzi del PD che si danno battaglia senza quartiere, dove solo uno resterà in piedi. Rosato ha il controllo della maggioranza dei tesserati (come i Franceschiniani in tutta la provincia), mentre i Bersaniani hanno vinto le primarie a Gaeta e in provincia. Un rebus di non facile soluzione che rischia di rimanere irrisolto almeno fino a dopo le  elezioni di marzo. Nessun partito mette mano a questioni potenzialmente laceranti alla vigilia di una competizione elettorale. I conti si faranno dopo. Intanto il duo Luciani-Fantasia essendo uscito dal gruppo “Lista per Raimondi” dovrà accomodarsi obtorto collo nel Gruppo Misto di Maggioranza, insieme a Vecchio, Laselva e il Presidente Magliuzzi. Per poter costituire il gruppo consiliare del PD, qualcuno pensa ad  una modifica del regolamento comunale. Ma anche questa è una strada  “rischiosa”: potrebbe aprire scenari incontrollabili e far esplodere irrimediabilmente non solo il PD locale, ma la stessa maggioranza di Raimondi. La possibilità di costituire nuovi gruppi – per esempio l'IDV -  potrebbe scatenare una lotta per le investiture(in giunta) dalle conseguenze imprevedibili. Forse è meglio aspettare e nel frattempo far lavorare i pontieri.

sabato 7 novembre 2009

Al Galilei il dirigente scolastico condannato dal tribunale del lavoro

Quando vivere è già difficile, perchè una malattia grave mina la serenità del quotidiano, ci si aspetterebbe che non ci sia accanimento. Ma all’istituto Galilei di Latina, il dirigente scolastico ha evidentemente preso un abbaglio. Per questo è stato condannato «a concedere a una docente i permessi mensili ex legge 104/92 art 33 c. 6 e le assenze per gravi patologie ex art 17 c. 9 ccnl scuola». Una storiaccia che comincia un brutto giorno, quando la professoressa ammalata ha dovuto ricorrere, per una grave invalidità riconosciuta dall’Inps al 100%, ad alcuni permessi. Come previsto dalla legge. Ma il dirigente aveva negato sia le assenze per gravi patologie sia i permessi, contestando alla docente il fatto che era già in malattia d'ufficio. è cominciata una guerra di carte, giocata sulla pelle di una donna malata. E contro le ipotesi del dirigente ci sono state le tesi  del direttore generale dell'Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio, che gli ha dato torto; dell’associazione Dirigenti e Alte Professionalità della Scuola, di cui lo stesso dirigente è esponente provinciale, che gli ha dato torto; del Ministero del lavoro, salute e politiche sociali, con il dirigente della Direzione Generale dei diritti sociali, dichiaratosi per la concessione in favore della docente delle assenze per gravi patologie. Si è dovuti arrivare al tribunale del lavoro. che su ricorso proposto dalla docente, ha dichiarato «il diritto della ricorrente a usufruire delle richieste di assenza per gravi patologie di cui all'art 17 c. 9 ccnl scuola, anche se presentate contemporaneamente e successivamente all'emissione del provvedimento di collocamento in malattia d'ufficio da parte del dirigente della scuola, con conseguente scomputo dai periodi di assenza per malattia ordinaria». Il giudice ha condannato «le amministrazioni reclamate (la scuola ed il Ministero dell'Istruzione) in solido al pagamento delle spese di giudizio». Una specie di puntiglio, dunque, che non fa bene all’immagine della scuola italiana. Chi pagherà queste incombenze? Ovvio, i soldi dei cittadini ìgettati alle ortiche per un puntiglio. Una discrasia, questa, conseguente ai poteri assunti dai dirigenti scolastici, che hanno scambiato l’autonomia per autocrazia. La docente, con una anzianità di servizio tra le maggiori del Galilei,  per la vicenda è stata costretta a chiedere il trasferimento.

Consorzio agrario fa cause senza causa

Teresa Faticoni
Cambiali mai registrate rischiano di mettere in pericolo aziende agricole. Carte bollate e aule di tribunali che si occupano ancora del Consorzio agrario di Latina. Un pozzo senza fondo le notizie che si cavano dal baratro dell’ente di via dei Monti Lepini. E tutto gira intorno ai soldi. Inevitabile quando il buco si aggira sui 50 milioni di euro. Quello che stupisce, però, è la poca lucidità con la quale ci si muove in un momento così difficile per il comparto agricolo. La storia che stiamo per raccontare ha dell’incredibile, e per tutelare i protagonisti ometteremo i nomi. Ma non si può tacere. Cominciamo da una compravendita. Per svariati milioni di euro, di una azienda agricola. Chi compra firma l’atto dopo la visura del notaio. Finita la transizione, arrivano le beghe. Perchè chi aveva venduto aveva delle cambiali da scontare con il Consozio agrario. Che erano rimaste in bilico e non essendo mai state registate non comparivano nella visura del notaio. Il Consorzio però, quando si è evidentemente aggravata la sua crisi, ha deciso di far rientrare a tutti i costi i suoi crediti. E quindi se la prende con il nuovo proprietario, mettendo tutto in mano agli avvocati, accusandolo di aver sottoscritto un patto con il debitore. I due, secondo le insinuazioni del Consorzio, avrebbero rivisto al ribasso il valore reale del’azienda agricola  in modo che il Consorzio non potesse rivalersi sul vecchio proprietario per le cambiali. Insomma, Un pastrocchio che finirà presumibilmente con una brutta batosta per il Consorzio. Perchè quelle cambiali non sono state registrate? Perchè, soprattutto, sconfessare gli atti di un notaio a parole solo per tentare di fare un po’ di cassa? La gestione finanziaria del Consorzio negli anni appena trascorsi è stata disinvolta, oramai è chiaro. Ma adesso, con la nuova dirigenza, le cose dovrebbero cambiare e in fretta. Perchè sono troppe le pezze da mettere a una situazione che fa acqua da tutte le parti. Non bastava la cassa integrazione, con i licenziamenti. Adesso anche i ritardi nei pagamenti degli stipendi. è pur vero che il Consorzio deve avere diversi milioni di euro dalla Regione Lazio e da Acqualatina. «Sono mesi, se non anni - aveva dichiarato un paio di settimane fa Eugenio Siracusa, segretario provinciale della Flai Cgil -, che denunciamo un uso distorto dello straordinario che ha comportato il pagamento, non avvallato dal direttore generale, di centinaia di migliaia di euro in più, solo in questi dieci mesi, dei quali hanno goduto solo pochi lavoratori. Così come i costi relativi a lavori dati in appalto esterno. Questo denota lacune organizzative alle quali, auspichiamo, l’attuale dirigenza metta mano, anche con il nostro contributo. E’ indubbio che la libertà che viene data ad alcuni responsabili rischia di portare, se non coordinata al meglio nel rispetto del Contratto Nazionale di Lavoro, a generare dei sovracosti di gestione che influiscono negativamente sulle già esigue casse del Consorzio di Bonifica». Insomma, una sola cosa appare chiara. Intentare cause alla cieca non fa che aggravare la situazione.

TERRACINA - La crociata antislamica del sindaco Nardi: «ho un progetto planetario»

Rita Alla
Oggi , alle 10,30, in Comune, alla presenza dei docenti Terenzi, per l'istituto comprensorio di Borgo Hermada; Ialongo, per il 2° circolo di Terracina; G.Giuliani e Suor Maria Pia, per l'Istituto San Giuseppe Suore Orsoline primaria e secondaria e le maestre pie filippine, il sindaco Stefano Nardi e l'assessore ai Servizi Sociali Zicchieri, a nome di tutta l'amministrazione, hanno spiegato i motivi della protesta nei riguardi della sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che ha bocciato l'esposizione del crocefisso in quanto viola la libertà religiosa degli alunni; protesta che ha portato l'amministrazione a regalare a tutte le scuole e a tutti quelli che ne faranno richiesta il crocefisso. Una sentenza «non condivisibile e che- ha spiegato il sindaco - non si può accettare, in quanto offende il nostro essere cittadini italiani; perché oggi più che mai abbiamo bisogno di punti di riferimento e perché su certe questioni non si possono applicare criteri di legge». Sulla stessa linea l'assessore Zicchieri che ha aggiunto che «nessuna sentenza potrà vietargli di portare il crocefisso, simbolo di un reale percorso di fede». A margine anche la proposta del sindaco, di abbinare alla Festa di san Cesareo, nel caso Don Peppino,(parroco della Cattedrale di San Cesareo) fosse d'accordo, con la giornata del Crocefisso, in memoria dell'assurda sentenza. E fin qui tutto nella norma, se non fosse per il fatto che mancano ancora le motivazioni della sentenza e che «i progetti planetari, continentali riguardo alle religioni d'assalto che vorrebbero ammazzare la cultura cristiana e che manderebbero a rotoli l'Europa» sono altra cosa visti da Terracina. La fede non dovrebbe aver bisogno di “crociate” in nome di un simbolo, segno di identità per alcuni e non per tutti; e non dovrebbe limitarsi a manifestazioni esteriori. Essere o apparire?

Servire il Popolo e le eresie




Lidano Grassucci



La Corte europea dice che il crocifisso non va affisso nelle scuole pubbliche e tutti insorgono scoprendosi zelanti, ad Annozero fanno uno spettacolino su Fondi e la mafia e tutti si scoprono Prefetti Mori in nuce. Due cose distanti tra loro anni luce, a questo si aggiunge un episodio personale: ieri mattina incontro un vecchio amico con cui ho condiviso una passione politica, quella del socialismo. Tre cose distanti tra loro anni luce e piani. Eppure la cosa che mi tormenta è il filo, c’è un filo?
Non ho il dono della Fede, per via sempre di quella passione di cui mi sono ammalato da piccolo e da cui ancora non guarisco, che mi spinge a non avere mie certezze, ma a farmi domande.
Per questa mia malattia da ragazzo quelli che avevano Fedi importanti mi tacciavano di “tradimento”, mi indicavano come “social traditore”, e mi cantavano una canzoncina di Claudio Lolli che recitava così: “la socialdemocrazia è un mostro senza testa…”. Erano virgulti i “fedeli” venivano dalle parrocchie e pensavano che Cristo era Marx nato prima e che loro erano i sacerdoti di questa “fede nuovissima”. Gli infedeli? Al rogo, erano “mostri senza testa” erano aborti.
Santoro stava a Servire il Popolo, Panigutti dalle parti di Lotta Continua, Sandro Ruotolo da quelle de Il Manifesto. Loro sanfedisti del Verbo nuovo. Contro? “I mostri senza testa”. E la cosa non è mutata: cambiate i termini al posto della liberazione dell’umanità dai mostri senza testa del capitalismo ora hanno la liberazione della Mafia. Naturalmente tutti coloro che non stavano pronti alla rivoluzione erano “traditori” o padroni da eliminare, chi non condivide l’antimafismo militante è… mafioso. E il tribunale del popolo? E’ quello che gli hanno insegnato in parrocchia: “sei peccatore, puoi solo confessare”.
Gli eretici? Da mettere al rogo, ignoranti, impuri, venduti.
I roghi sono sempre accesi, cambia il combustibile.
Naturalmente si omette che i sacerdoti peccano: Santoro ha lavorato per Berlusconi, Panigutti lavora per il fascista Ciarrapico. Ma anche Lenin prese i soldi dai capitalisti tedeschi, vai guardare il pelo. Il marcio è nelle eresie, in quelli che pensano da soli che non abboccano al politicamente corretto.
Fazzone non è di famiglia buona come la Scalfati, non è di Roma, non è amico dell’amico mio. E il popolo puzza, il popolo è ignorante. Il popolo va guidato dai sacerdoti (Santoro e Panigutti).
E i crocifissi? Semplice sono i massoni insieme agli ebrei che congiurano, sono i socialdemocratici senza testa, che vogliono distruggere le virtù. E tutti di corsa a testimoniare di stare dalla parte giusta. Vagli a spiegare che una sentenza della Corte europea non vale nulla. L’importante è esserci.
E quindi su 5, dico, 5 giornali provinciali 4 dicono la stessa cosa, non si fanno domande altre seguono la corrente (poi protestano per la libertà di stampa, per avere la libertà bisogna farsi le domande non  pubblicare le risposte).
Ma è difficile dissentire, devi usare il cervello, e perché? Poi osare di criticare Santoro sulla mafia, è come se Galileo insistesse a dire davanti al Sant’Uffizio che la terra è tonda e gira intorno al sole. Che ti vuoi rovinare.
“Eppur si muove” sussurrava Galileo, ma i Ruotolo, i Panigutti, i Santoro, le Scalfati avevano dalla loro la Fede, il Verbo, la verità rivelata. Avevano le risposte, Galileo si faceva le domande.
E il popolo? Tifava per i preti, aveva paura dei dubbi di Galileo, meglio le certezze di Bellarmio, meglio le certezze di Servire il Popolo e del Grande Timoniere.
Cose già viste. Sì siamo sempre noi i mostri senza testa, i catari, i dolciniani, i massoni, i cafoni, gli anarchici, i liberali. Magari il popolo si sveglia e vi manda a lavorare, sarebbe ora.
  

Gaeta, Conto Consuntivo 2008.

Franco Schiano
Il Consiglio Comunale di Gaeta, nella tarda serata di venerdì ha approvato con 11 voti  della sola maggioranza (assente  Saccone) il conto consuntivo 2008. Un atto dovuto che giunge al traguardo in netto ritardo sui tempi canonici, che pur non perentori,  dovrebbero coincidere con il 30 aprile. Ritardi a cui l'amministrazione Raimondi finora sembra ormai abbonata. Il rendiconto  è stato approvato, dopo un ampio dibattito  durante il quale la minoranza ha messo il dito nella piaga di alcune criticità emerse dal documento. In primo luogo il ricorso continuo alle anticipazioni di cassa, in crescita costante negli ultimi tre esercizi. Infatti si passa da 1,8 mil di euro del 2006, ai 4,5 del 2007(primo anno gestione Raimondi) ai 5,6 del 2008. Un macigno che -oltre ad avere un costo non piccolo( circa 250mila euro per il 2008) - certo pone non poche difficoltà alla normale  amministrazione rendendo tutto sicuramente più difficile. La stessa relazione dei revisori – pur fornendo alla fine un pare positivo – non manca di stigmatizzare    alcune anomalie. Nel mirino in particolare le entrate per violazioni del codice della strada che  non sembrano al collegio adeguatamente accertate.  Questione il qualche modo collegata al famoso  milione e mezzo di euro di multe scadute e sulle quali c'è un contenzioso tra il Comune e la Soes, oltre ad un'indagine della GdF. Altro rilievo riguarda l'entità e l'anzianità dei residui. Anche in questo caso i revisori ravvisano una carenza di documentazione ed una insufficiente capacità di riaccertamento. Come  a dire una scarsa capacità ad incassare i crediti. A margine segnaliamo una raccolta di firme di solidarietà al Prefetto Frattasi, in relazione al “caso Fondi”: il documento promosso dal Consigliere Luciani è stato sottoscritto da tutti i consiglieri presenti meno quelli della PdL.

Formia: presi due pusher degli scissionisti

Raffaele Vallefuoco
Due arresti e due denunce. Da un lato gli spacciatori e dall’altro gli assuntori. E’ questo il risultato del blitz scattato mercoledì sera in terra campana, all’altezza del Lago Patria, messo in atto dagli agenti del commissariato di polizia di Formia. Dopo mesi di pedinamento, avviati con l’ex commissario Tatarelli, e continuati con il nuovo vicequestore Paolo Di Francia, al fine di monitorare il territorio e gli abituali assuntori, il personale formiano, coadiuvato dalla squadra mobile di Latina, ha arrestato Giuseppe Maoloni e Carlo Marchese. Il fermo è scattato dopo il pedinamento ai danni di due formiani. Seguire l’utente per risalire al grossista. Questa la strategia messa in atto. In particolare gli agenti sono stati impegnati per tutta la giornata di mercoledì in un servizio di controllo delle piazze di spaccio napoletane: in primis Scampia. “Non c’era la possibilità di intervenire” hanno spiegato gli inquirenti, spesso lo scambio veniva realizzato su strada ad alta percorrenza, come sulla circumvallazione di Napoli. Ma l’attenzione massima è scattata proprio quando, due formiani, già interessati dal monitoraggio effettuato dagli agenti di polizia, alle 23 di mercoledì oltrepassavano il Garigliano. Il pedinamento si è protratto per 60 chilometri: fino a lago Patria. Qui i due formiani, nei pressi dello spiazzale antistante un centro commerciale, hanno avvicinato un’auto. A bordo il Maoloni e il Marchese. La cessione è stata rapida, l’intervento della polizia altrettanto, al punto da bloccare le due auto. E’ scattato l’ammanettamento e la conduzione presso il commissariato di Scampia. Nella piazzola gli agenti hanno rinvenuto le due dosi di cocaina, fatte cadere dall’auto appositamente nel momento del blitz della polizia, mentre nella vettura del Maoloni e del Marchese hanno rinvenuto due banconote da 50 euro, provento della cessione. Parallelamente all’identificazione sono scattati i controlli domiciliari. “Abbiamo perquisito ben 4 appartamenti tra Pozzuoli e Scampia” afferma il commissario Di Francia. Gli arrestati avevano accesso al mercato di Scampia. Un accredito derivante dall’appartenenza al clan dei Maoloni, famiglia afferente gli scissionisti. Carlo, infatti, è nipote di uno dei dirigenti del gruppo, che sconta una condanna per associazione mafiosa. Parte integrante, quindi, di un sodalizio criminale che fa fronte alle richieste degli assuntori del sud pontino. Il cliente deve per forza raggiungere il pusher, in quanto “non ci sono grandi piazze di spaccio nel territorio” spiega Di Francia. La trasferta quindi è inevitabile. Il Maoloni e il Marchese sono stati associati presso il carcere di Rebibbia. 

venerdì 6 novembre 2009

Annozero contro Fazzone e tutti e due contro Maroni

Irene Chinappi

Per il Giornale Santoro stavolta
ha cambiato bersaglio.
Ha lasciato in pace per
questa settimana Silvio
Berlusconi e ha preso di mira il
ministro Roberto Maroni, attaccato
in trasmissione dall’eurodeputato
Idv nonché ex magistrato Luigi
De Magistris per il mancato scioglimento
del Consiglio comunale
di Fondi. Maroni, assente in studio,
ieri ha voluto chiarire. Sul caso
Fondi «c'è stata - ha detto ai cronisti
della stampa estera - una vergognosa
strumentalizzazione da parte
della sinistra» snocciolando poi i
risultati della lotta del governo alla
mafia. «La legge - prosegue - dice
che lo scioglimento non viene
deciso dal ministro dell'Interno ma
dal Consiglio dei ministri che valuta
su indicazione del ministro: il
Consiglio evidentemente non si è
convinto delle ragioni che ho portato,
ma non ci vedo nulla di drammatico,
è una valutazione collegiale,
non tutti i provvedimenti che
vengono portati vengono accolti.
Dei 12 consigli sciolti - ha concluso
il ministro - ce n'erano anche di
amministrati dalla sinistra e adesso
ci stiamo occupando di
Castellammare di Stabia dove un
consigliere comunale del Pd e'
stato ucciso: io non guardo in faccia
a nessuno ma è il Consiglio a
decidere». I passaggi li ha chiariti
con tanto di complimeti di
Santoro, il ministro Pdl, ex An,
Italo Bocchino. «Il governo - ha
detto - deve prendere una decisione
equilibrata, ha scelto di non
sospendere la democrazia per 18
mesi ma di nominare un commissario
che porti la città alle elezioni
». Se Maroni difende il consiglio
dei Ministri non fa la stessa cosa
con il senatore Claudio Fazzone
che ha ribadito davanti alle telecamere
della tv pubblica, di voler
querelare il prefetto Bruno Frattasi.
«Ho condiviso parola per parola
quella relazione, - ha annunciato il
ministro dell’Interno intervenuto a
Bologna al convegno nazionale
Anfaci - se qualcuno vorrà querelare
il prefetto di Latina dovrà querelare
anche il ministro
dell'Interno. Non ritengo corretto -
ha aggiunto - attaccare una persona
che non ha nemmeno gli strumenti
per difendersi». Maroni ha poi
concluso dicendo che «quando il
ministro condivide e firma la relazione,
si assume sempre la responsabilità
di questi atti». Ma Fazzone
chiede solo che sia fatta luce sulla
vicenda. Se qualcuno ha sbagliato,
a qualsiasi livello, di qualsiasi
colore politico sia, è giusto che
paghi. Il senatore fondano ritiene
che Frattasi abbia sbagliato. Ha gli
strumenti per conoscere la verità e
li usa. E Frattasi, come ogni buon
cittadino, avrà i suoi per difendersi.

Dame, mafie e idiozie


Di Alessia Tomasini
La Scalfati, con tanto di lacrimoni malcelati e occhioni lucidi sparati in primi piani studiati, ha spiegato che “povera è tornata a Sabaudia solo per difendere un patrimonio ambientale e archeologico dai soprusi” indovinate di chi? Della mafia, dei signori del cemento e degli abusivismi. Poi, coraggiosa e determinata punta il dito contro la telecamera e dice: “io non ho paura di Claudio Fazzone e del suo braccio armato Armando Cusani”. E lì il sangue mi si è gelato nelle vene. Secondo lei, Fazzone è il mandatario degli abusi e Cusani quello che porta per porta li impone intimorendo e minacciando. La dama del lago, non ha paura. Beata lei perchè io di paura ne comincio ad avere. Ho paura di chi pensa di possedere un lago e che chi la ascolta sia venuto giù con la sgrullata. Visto che la Scalfati è tornata povera a Sabaudia (per una che ha un lago tutto suo mi sembra un cazzotto in un occhio a quelli che non arrivano a fine mese) per difendere il patrimonio di tutti perché non dona il lago ai cittadini di Sabaudia? Perché non spiega che sta guardando i suoi affari? Perché non spiega che il ponte romano è un mostruoso rappiccico di cemento? Ho paura del fatto che se non reagiamo lasciamo spazio a questi predicatori di idiozie. Santoro, Panigutti, la Scalfati offrono una visione di noi cittadini pontini (e sic! dei giornalisti) e ci costringono a specchiarci in uno specchio distorto, per convincerci di essere superficiali, sciatti, incapaci visto che ci lasciamo governare da Cusani e Fazzone.

Mafiofregnacce


Lidano Grassucci

C’è un vizio in questo paese, la Santa Inquisizione, quella di Santa Romana Chiesa (mo non vorrei mettere in difficoltà Panigutti, ma l’esempio m’è scappato). L’idea che siamo tutti colpevoli e dobbiamo solo confessare e che alcuni, gli inquisitori, sono santi, puri. Annozero, il programma Tv di Santoro, di giovedì sera è stato inquietante: sospetti che diventavano certezze, parole rubate che diventavano Vangelo e tanto teatro.
Il cattivo era Claudio Fazzone ed ecco inquadrature da film sui gangster, invitati scelti con certosina meticolosità per la loro fedeltà alla linea, e servizi montati con disinvoltura per fare di un romanzo una realtà. Il magistrato De Magistris che ha usato il suo ufficio per il lancio politico, infatti è parlamentare (ma questo si omette); Alessandro Panigutti direttore sulla carta di Latina Oggi al servizio del pluricondannato Giuseppe Ciarrapico (ma questo si omette) che diventa difensore della morale e antimafio militante; Anna Scalfati sedicente padrona di un lago (ma questo si omette). Il tutto condito con il sale di interviste montate ad arte per strada con gente comune trasformata in picciotti. Oppositori politici che diventano depositari di verità che sono, legittime, se politiche ma sempre fregnacce giudiziarie. Ma loro sono inquisitori loro sono i garanti della virtù cristiana, della Fede, e non possono essere in errore: Dio è con loro.
La Scalfati piange sul suo lago, Panigutti ne sa piu’ di tutta l’Arma dei carabinieri, della Magistratura italiana, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato. Mi domando: perché paghiamo tutta sta gente, basta Panigutti. Santoro è la Cassazione delle virtù civiche a 60 mila euro al mese di stipendio, 720 mila l’anno.
Nessun amministratore di Fondi è stato raggiunto da avviso di garanzia, nessun funzionario lo ha ricevuto, anzi: due funzionari sono stati coinvolti nell’inchiesta Damasco, entrambi hanno avuto riviste le loro posizioni e il Tribunale del Riesame (quindi un giudice) ha stabilito che il loro coinvolgimento era un arbitrio. Ma Santoro non lo dice e Panigutti dimentica o non sa, o ignora.
I rilievi mossi per opere pubbliche sono di forma e non di sostanza, ma questo si omette e diventano lavori ordinati direttamente da Totò Riina.
Tutto era predefinito, preconfezionato. Nel tribunale della Santa Inquisizione è prevista solo la confessione, non la smentita dell’eresia.
Fondi è mafiosa e basta, ai fondani non resta che andare da Santoro, o da Panigutti (alias Ciarrapico) e confessare. Terza via non è data.
Poi ci bruceranno tutti nella pubblica piazza con Ruotolo che fa le interviste ai sudditi soddisfatti della giustizia fatta, la signora Scalfati mangerà brioches, Panigutti sotto dettatura del senatore Ciarrapico scriverà che quando c’era il Duce questi roghi erano organizzati meglio e De Magistris spiegherà che se a indagare era lui, saremmo tutti mafiosi da Aosta a Pantelleria. Chiude Vauro che nella vignetta ricorda che “i catari bruciavano meglio, e Giordano Bruno faceva meno cenere. Perché erano tempi più puliti”.
E il popolo? Dorme, come sempre
Buonanotte popolo.

   

RONDE RAUS

Teresa Faticoni
Ronde no grazie. Ai cittadini della provincia di Latina l’idea di armarsi di spirito da sceriffo de noantri e sostituirsi alle forze dell’ordine non è proprio piaciuta. Sebbene si vociferi in giro di gruppi che si stanno organizzando, a ieri le domande di accredito presso la prefettura di Latina erano zero. Un flop clamoroso quello del governo Berlusconi, che con la testa sotto il tacco della Lega ha dovuto spingere il pedale sull’acceleratore della sicurezza fai da te. Che evidentemente ai cittadini italiani non va proprio a genio, se è vero che in tutto il Paese le richieste di iscrizione negli albi delle prefetture sono state sei. In giro per la provincia di Latina qualcuno forse ci aveva pure fatto la bocca. A Fondi, per esempio, in qualche zona dove sono reiterati i furti nelle abitazioni, qualche residente si era organizzato. Una volta riuscirono anche a mettere nell’angolo una banda: peccato che si trattasse di un consesso amoroso e non di un vertice criminale. A Sezze, poi, e a Priverno, qualche gruppo di ragazzotti di belle speranze di destra si stava attrezzando di divise, che devono essere rigorosamente diverse da quelle che possano anche solo lontanamente ricordare un partito politico. Ma poi tutto è finito nel dimenticatoio. Almeno per adesso. Di storie grottesche ne abbiamo sentite tante: di poliziotti che devono intervenire a scortare i rondisti; di rondisti di destra contro rondisti di sinistra; di ronde abbigliate alla maniera nazista con tanto di aquila sul cappello e fascia al braccio. I poliziotti, poi, lamentano ogni giorno mancanza di risorse e carenze di organico. Ma quanti soldi avranno stanziato per le ronde? Il presidente della provincia di Milano (Penati, centrosinistra) aveva messo 250mila euro. Una battaglia, quella per la sicurezza, che i cittadini chiedono sia combattuta diversamente. A volte i cittadini sono più evoluti di quanto i governanti eletti credano. Per fortuna.

giovedì 5 novembre 2009

Autovelox nel ciclone, De Monaco li difende




Alessia Tomasini

Frenate gli autovelox. Sono loro, le macchinette installate sul ciglio delle strade più trafficate, a mantenere alta l’attenzione. Sono loro i “mostri” contro cui i cittadini stanno lanciando tutta la propria repressa rabbia per multe che si accatastano nelle cassette della posta e portafoglio che si svuota a suon di 50 euro a foglietto. Se la tolleranza è di 5 km orari rispetto alla velocità prevista il tasso di pazienza da parte deio cittadini è decisamente inferiore. Lo dimostra il fatto che solo un paio di giorni fa sulla Pontina un autovelox è stato sradicato, due sono stati oscurati e due manomessi. Le Poste italiane made in Latina sono ricoperte da verbali e multe che sembra stiano sfiorando quota mille. Altrettanti i ricorsi. Basta pensare che sulla 156 dei Monti Lepini c’è chi è riuscito a fare il pieno con multa all’andata e multa a ritorno. Gli autovelox sono limitatori di velocità e dovrebbero fungere da deterrenti per chi prende le strade per la pista di Vallelunga. Resta il nodo di una cultura, quella dell’automobilista che continua a vacillare tanto che spesso la presenza dei limitatori è indicata non tanto dai cartelli quanto dalle strisce delle gomme sulla strada per improvvise frenate molte delle quali creano tamponamenti. «L’amministrazione provinciale nell’installare i congegni che rilevano la velocità sulle strade interessate, ha ritenuto opportuno inserire il progetto – spiega il vice presidente della Provincia, Salvatore De Monaco -di localizzazione all’interno del sito istituzionale nella sezione sicurezza stradale, dove sono indicate già da un anno le chilometriche esatte di posizionamento degli autovelox e addirittura una foto». I proventi delle multe saranno utilizzate per l’80% per potenziare e migliorare la segnaletica stradale. Il 16,50 % va ad interventi per la sicurezza stradale a tutela degli utenti deboli, l’1,50% per corsi finalizzati all’educazione stradale, lo 0,50 % per la redazione dei piani , l’1,50 % a fornitura di mezzi per i servizi di polizia stradale di competenza. «Il tutto - conclude De Monaco - a differenza di tante amministrazioni che li utilizzano per risanare i propri bilanci». Nonostante i buoni propositi la polemica continua e gli autovelox restano il nemico da abbattere.

"Perdono l'amore" di Alessia Tomasini a Radio 1 Rai con Maurizio Costanzo



Notte e parole, se la voce arriva dalla radio è subito magia. Tra i minuti pieni di stelle i pensieri si rincorrono, sul filo del telefono le domande cedono veloci il passo alle risposte, e in un attimo ci si trova immersi tra le pagine di “Per dono l'amore”, il libro di Alessia Tomasini che la stessa autrice racconta, insieme alla sua vita e alle emozioni che lo hanno scritto. A chiedere è Maurizio Costanzo con quella sua capacità nell'incuriosirsi di tutto e di tutto trovare immediatamente la chiave di lettura più profonda. “Per dono l'amore” o “Pèrdono” o “Perdòno”? Si parte dal gioco di parole creato dal titolo del libro, scherzando sui significati, per arrivare in pochi secondi dietro le quinte della scrittura. Un sussurro prima, la sicurezza dopo, un sorriso che sfiora le labbra e torna a chi sa acoltare.
“Accendete la radio e spegnete la luce....” diceva una canzone degli anni '80, quando le emozioni erano accompagnate dalla penombra, in quella penombra l'appuntamento di questa notte è alle 00:25 con "L'Uomo della Notte" sulle frequenze di Rai Radio 1 FM(MHz) 88.7 con Alessia Tomasini intervistata da Maurizio Costanzo.

FORMIA - Cupo: «Ma che pretese!»

Il neo assessore si inserisce nella querelle Golfo Ambiente e si scaglia contro l’ex presidente

 Raffaele Vallefuoco

Venerdì 6 Novembre 2009


Il neo assessore Pasquale Cardillo Cupo si inserisce nella querelle Golfo Ambiente. A Scatenare la discussione un’interrogazione consiliare vergata Sandro Bartolomeo, capogruppo Pd, attraverso la quale l’ex sindaco incalzava l’amministrazione sulo stato di liquidazione della società municipalizzata. Le repliche e le controrepliche si sono sprecate. Arriviamo oggi a quella di Cupo. L’assessore afferma: «Un’interrogazione consiliare non può diventare il pretesto per tenere sulle pagine dei giornali un ex consigliere comunale ed ex presidente di una società municipalizzata. Gli ex di norma non trovano titoli e non trovano spazi. Se nell’intervento dell’assessore o del sindaco l’avv. Aprea avesse riscontrato diffamazioni o calunnie è libero di querelare ma certamente è censurabile che lo minacci solo sulla stampa. Mi chiedo – sottolinea l’assessore Cardillo Cupo – con quale faccia un ex consigliere comunale pretenda dall’amministrazione un suo personale e congruo risarcimento per il solo fatto che la società di cui era presidente è stata sciolta. Ci spieghi Aprea quali sono le logiche che spingono un amministratore a rivendicare pretese sulla cassa e le finanze pubbliche in un momento di difficoltà economica per tutti. Dove sta il senso della responsabilità ? Lo spieghi a quei cittadini che non hanno lavoro e pane di cosa si sta parlando e cosa sta rivendicando l’ex consigliere-presidente, nominato dal suo sindaco a dirigere una società prima che la stessa vedesse la luce. Perché non informa i cittadini anche sulla cifra del risarcimento ? In politica – continua Cupo - bisognerebbe privilegiare sempre l’aspetto etico e amministrativo a tutela degli interessi collettivi della gente. Ci sorprende a riguardo il comportamento della stampa locale nel dare risonanza e voce ad una espressione che non ha più compiti e ruoli politici e amministrativi ma che difende solo sue posizioni personali. Il chiasso che si è fatto in aula chiama – a mio avviso -  in causa anche il regolamento consiliare in materia di interrogazioni ed interpellanze. Questi istituti all’interno del consiglio comunale di Formia vengono completamente stravolti. Una interrogazione non può trasformarsi in un ordine del giorno e consentire una discussione generale di consiglio comunale. Siamo fuori da ogni contesto e logica amministrativa. La prassi vuole che un consigliere interroga e l’assessore o il sindaco risponda dopodiché il consigliere si dichiara soddisfatto o insoddisfatto e finisce lì. L’iter ha un suo schema preciso e rispetta anche dei tempi. Sarebbe opportuno – conclude l’assessore Cardillo Cupo - stabilire delle apposite sedute sulle interrogazioni con la formula del “question time”. Modifiche al regolamento di Consiglio Comunale che andrebbero adottate in tempi rapidi  per consentire un migliore e più agevole svolgimento dei lavori consiliari».


Aprea: «Rivendico il risarcimento per l’atto scellerato»

L'ex presidente della Golfo Ambiente, Mattia Aprea, non ci sta. Non digerisce proprio la replica dell'assessore Pasquale Cardillo Cupo. Nell'ormai fisiologica contro - controrisposta non si risparmia. La sua disamina è puntale quanto le accuse mossegli. Afferma: «In questo dibattito non sono intervenuto con un'interpellanza, ma in quanto chiamato direttamente in causa dal sindaco Michele Forte, il quale mi ha colpito frontalmente». Quindi passa all'attacco in merito alla presunta illegittimità della sua replica. Per scacciarla si affida all’investitura elettorale ricevuta a suo tempo: «Io - ricostruisce - sono stato amministratore eletto dal popolo e l'assessore Cardillo Cupo mi sembra sia stato nominato. Non capisco a che titolo parla». L'assessore alla Viabilità parla di «aspetto etico», Mattia Aprea risponde: «Per ricoprire l'incarico alla Golfo Ambiente mi sono dimesso da consigliere comunale, anche se non c'era incompatibilità, almeno fino a quando non mi sono stati dati i servizi. Potevo restare consigliere, ma non lo fatto. Ritengo di essere una persona corretta, per questo ho rinunciato al doppio incarico. Mi si dice che utilizzo questa questione per farmi spazio sui giornali? Non esperisco questi mezzucci. Ci sono comunque per via della mia professionalità».  Quindi intervenendo sul merito delle pretese, Aprea afferma: «Io rivendico il risarcimento per l'atto politico scellerato messo in atto da questa amministrazione. In primis perché ha tolto lavoro ai dipendenti dell'azienda. Mentre dal canto mio ho dovuto fare scelte limitanti per la mia carriera forense. Si documentasse l'assessore Cardillo Cupo, visto che dimostra di non conoscere la vicenda». Poi, Aprea biasima la natura stessa della replica: «Questa moda di fare il cortigiano non mi piace. Difendere l'altrui posizioni è biasimevole. Se il sindaco doveva dirmi qualcosa poteva  farlo direttamente. Mi sembra che voglia solo apparire». Inoltre, tornado sull'etica: «L’assessore dice che bisognerebbe privilegiare sempre l’aspetto etico e amministrativo a tutela degli interessi collettivi della gente. Mi fa specie quindi che abbia aderito ad un'amministrazione che ha mandato sul lastrico 20 famiglie. Un terribile salto della quaglia» accusa in conclusione quasi togliendosi un sassolino dalla scarpa. 

21 chiese un municipio






Lidano Grassucci



In Chiesa la domenica ci vanno in pochi, il 12% della popolazione. Di magro il venerdì non mangia più nessuno, la quaresima per tanti è una gallina un po’ grassa. Marrazzo andava sempre dal Papa, per farsi la foto, finanziava un eremo in Siria per zelo in Cristo, poi la sera se la girava per via Gradoli. Ho assistito a un assemblea di un partito cattolico dove si inveiva contro il divorzio, peste del XXI secolo, e i leader erano tutti divorziati. E sapete qual è il problema? Il crocefisso a scuola, la nostra identità è tutta lì. Lì sul muro.
Ho sentito la signora Palombelli, di fresco tornata alla Chiesa, che sosteneva: «E’ chiaro che la gente non va in chiesa, le messe sono in orari scomodi». Lo dovrebbe andare a dire ai cristiani del Sudan, a quelli delle catacombe, ai missionari. Signora la Fede non è mai “comoda”. Sono comodi i sofà, le autovetture, la Fede no.
Da noi si fa finta di credere, basta mostrare. Non è cristiano di più chi ha in petto una croce d’oro grossa come una mano. L’identità di un Paese è cosa profonda. E gli immigrati non hanno nulla a che fare con la vicenda del crocefisso sulle pareti delle scuole è uno dei temi del confronto tra laici e cattolici da decenni. 150 anni fa molti chierici volevano far credere la popolo che la Chiesa sarebbe finita senza il potere temporale. Si erano inventati che Roma era roba loro, dei preti, per via di Costantino che l’aveva data in dote proprio a loro. I bersaglieri fecero Roma italiana e la Chiesa del mondo. Il giorno dopo che il fardello del potere temporale era finito la chiesa di Cristo divenne più potente nel mondo. Non credo che la forza della Chiesa sia in un crocefisso a scuola, ma nel profondo delle coscienze di chi crede, non credo che la nostra identità sia tutta lì. Credo che l’identità sta nei valori, che hai dentro.
Servirebbe la Fede, servirebbe per chi ne ha.
Per me laico vale il principio di tener lontano lo Stato dalle coscienze, lo Stato si occupa delle cose degli uomini. Per quelle di Dio c’è la Chiesa, nel mio Paese erano 21 le chiese, ma c’era un solo municipio. Ciascuno preghi come vuole, dove vuole, ma in Comune parliamo di strade, di fogne, di marciapiedi, di acqua ma non di Dio. 

mercoledì 4 novembre 2009

L’eretica. Crocefisso fuori dalle scuole, è giusto


Di Alessia Tomasini

La scelta di Strasburgo di togliere il crocefisso dalle scuole solleva la polemica e l’indignazione. Non ne comprendo il motivo. Viviamo in un mondo in cui la Chiesa detiene il potere massimo sulle coscienze delle persone. Viviamo in un mondo in cui la religione è il luogo della consolazione, la fede è qualcosa di straordinario. Su tutto grava il peso del bigottismo e dell’ipocrisia. Non ho la fortuna di essere una persona che ha fede che credo sia come l’intelligenza, o ce l’hai o non ce l’hai. Non si costruisce a tavolino, è un dono. Proprio per il rispetto che ho per la fede, meno nelle sovrastrutture che ci sono state costruite intorno, sono convinta che non sia un simbolo a poter guidare le coscienze ma il personale sentire. Se ci consideriamo una società aperta e multiculturale dobbiamo essere coerenti e questo significa che nelle scuole frequentate da ragazzi cristiani, musulmani, buddisti o si mettono tutti i simboli sui muri o non se ne mette nessuno. Il crocefisso è il simbolo di una fede, quella cristiana, che penso non meriti di essere appiccicata su un muro ma portata con orgoglio nel cuore.

La democrazia e l’ipocrisia


 Lidano Grassucci


In questi giorni c’è una gara, un po’ pelosa, ad esprimere solidarietà al Prefetto di Latina, Frattasi. La tesi è: “non si puo’ criticare un Prefetto”. “Il prefetto è lo Stato”.
Passo spesso per Piazza della Libertà e nel Palazzo in cui siede il Prefetto c’è scritto: “Palazzo del Governo”. Così, del governo. IL governo non è lo Stato, ne è una parte. Lo Stato è, come si legge nei manuali di Diritto, l’insieme di popolo, territorio e governo. Criticare il Prefetto non è un attacco allo Stato, ma una critica al governo.
Vengo da antiche culture “anarchiche”, quelle che vedevano nel governo un servitore dei forti. I socialisti fecero battaglie durissime contro i Prefetti di Giolitti, veri e propri ministri nei territori di competenza.
Racconto un episodio che raccolsi durante un colloqui con Sante Perciballe (Santuccio), uno dei grandi sindaci comunisti di Sezze il mio Paese: “Noi dal governo non avevamo mai una lira, perché il governo ai comunisti non dava niente. Io cercavo in tutti i modi di avvicinare il Prefetto. Niente”.
“Volevo fare una biblioteca per i nostri ragazzi, noi volevamo farli studiare, anche i figli dei contadini all’università”. “Gli mandavo l’insalata, i carciofi. Per istaurare un rapporto. Ci sono riuscito dopo tanto, gli ho fatto capire i nostri ragazzi non erano diversi dagli altri, anzi avevano piu’ voglia di imparare”.  La biblioteca a Sezze c’è ancora. Quel Prefetto era illuminato, ma non era neutro, era il governo. E allora al governo c’erano i democristiani.
Non entro nel merito se ha ragione Fazzone o Frattasi, credo che Fazzone se ritiene lesi suoi diritti fa bebe a far quel che fa, il Prefetto ha il dovere di fare il suo dovere. E gli altri? Hanno il diritto di trovare antipatico Fazzone, di non condividerne le azioni. L’unica cosa che voglio dire è che in d democrazia non esistono poteri esenti da critiche, esenti dal controllo dell’opinione pubblica. Vale per i senatori, vale per i magistrati, vale per i prefetti.
Questo sistema, dico ai virgulti difensori pelosi di Frattasi, puo’ pure non piacere, ma è il migliore creato dagli uomini. Un consiglio al Prefetto, non penda per buone le solidarietà sono pretesti per attaccare il senatore. Poi, ciascuno risponde alla sua coscienza.
Un solo nemico ha la democrazia, l’ipocrisia e in giro ne vedo tanta.

Scauri - Rubati 500 euro dalla filiale di via Marconi

Rapina alle Poste con pistola e passamontagna
Mercoledì 4 Novembre 2009


 Raffaele Vallefuoco

Lo stridio dei pneumatici che si accompagna alla luce dei lampeggianti che si riflette sui volti dei passanti in Piazza Rotelli dicono di un’ennesima rapina a Scauri. Teatro dell’atto questa volta le poste di prima traversa di via Marconi. Un blitz. Erano le 18 quando, secondo le prime testimonianze, un uomo fingendosi cliente comune ha atteso il suo turno, per poi avvicinarsi allo sportello centrale. Impugnando una pistola, a volto nel frattempo occultato, ha intimato gli sportellisti di consegnare tutto il denaro. Innervositosi della reazione spaventata di uno degli operatori ha attraversato parallelamente gli sportelli per  poi entrare dal lato delle casse. Lì ha aperto lo sportello centrale da dove ha prelevato, secondo un primo riscontro appena 500 euro. Messi i soldi in tasca si è allontanato. «Una corsa furiosa» secondo il racconto di due giovani che hanno tentato di inseguirlo a piedi, vanamente. L’uomo si sarebbe infilato in un’altra traversa parallela. Lì, secondo un’altra testimonianza, sarebbe salito a bordo di una moto  con la quale, a tutto gas, si sarebbe diretto verso il Garigliano. Tuttavia le indagini sono in corso. Sul posto i militari dell’Arma di Scauri, Minturno e Formia, coadiuvati dagli agenti del commissariato di via Olivastro Spaventola. I carabinieri hanno presidiato la zona che circonda la filiale di Poste italiane: tra via Marconi e la seconda traversa della centralissima arteria. Una gazzella, però, ha lasciato il posto di blocco in direzione via Appia. All’altezza della fermata del bus, nei pressi del Rusticone, un giovane del posto è stato identificato e condotto in stazione. Un folto gruppo di persone circonda i carabinieri. «E’ un bravo ragazzo» sussurra qualcuno. Intanto sono proseguiti i rilievi presso la filiale, nella quale sono stati ascoltati fino a tarda sera gli sportellisti. I militari della scientifica hanno esperito i rilievi attraverso un sonar. Cercheranno di risalire alle impronte digitali del rapinatore. L’uomo, infatti, spazientito dalla reazione di un operatore  avrebbe appoggiato le mani sul front - office nell’attesa nervosa che gli fossero consegnati i soldi. L’apparecchio della scientifica ha sondato proprio l’area dalla quale, prima di portarsi dal lato dello sportellista, l’uomo aveva intimato i cassieri. Le indagini sono aperte e, a parte la testimonianza dei presenti, si baserà sui frame del sistema di videosorveglianza, e su un bossolo rinvenuto dai militari, sulla cui provenienza c’è il più stretto riserbo.