lunedì 14 dicembre 2009

FORMIA - Querelle Legalità


Botta e risposta Giovani Democratici -
Destra Formiana sulla mozione Frattasi

Raffaele Vallefuoco

Martedì 15 Dicembre

La Legalità anima il confronto politico a Formia. L'eco della relazione Frattasi e del caso Fondi spalanca le porte della sala Ribaud, dove venerdì, all'ordine del giorno del consiglio comunale, il Pd formiano, mediante il suo capogruppo, Sandro Bartolomeo, ha presentato la mozione di solidarietà per il prefetto di Latina, Bruno Frattasi. Come sempre opposizione e maggioranza hanno duellato, dividendosi  su due distinti odg. Alla fine l'opposizione, che si è vista bocciare la mozione, ha comunque avallato la proposta della maggioranza che ha avanzato una generica solidarietà e fiducia nelle istituzioni impegnate contro la criminalità organizzata. «Sempre contro le mafie» ha spiegato a margine dell'assise Sandro Bartolomeo, facendo un passo verso la concretizzazione dell'idea che «la Legalità dovrebbe essere la premessa del dibattito politico, non la risultante» come ammonisce da mesi Roberto Saviano. A pochi giorni dall'assise, però, i Giovani Democratici di Formia reagiscono sdegnati alla bocciatura della mozione Frattasi: «Per l’ennesima volta  l’amministrazione di Formia ha perso un’importante occasione per assumere una posizione chiara contro il fenomeno delle infiltrazione malavitose e degli intrecci tra politica e malaffare nel nostro territorio. Purtroppo non ci si poteva aspettare nulla di diverso da un’amministrazione che non ha mai messo al centro della sua agenda politica il problema delle criminalità organizzate e che non ha preso, in molte occasioni, le distanze  da pericolose contiguità tra politica  e malavita organizzata». Quindi aggiungono i giovani della sezione Harvey Milk - Peppino Impastato: «Il centrodestra, lo ricordiamo, ha anche bocciato in consiglio   la proposta di istituire nella nostra città un Osservatorio per la legalità e la sicurezza e non  ha mai risposto alla nostra richiesta piantare un ulivo a  Piazza Vittoria in memoria di Peppino Impastato, icona antimafia delle giovani generazioni». Non si è fatta attendere la reazione della Destra Formiana. Riferendosi all'offensiva dei Giovani Democratici, il sodalizio bolla come strumentale la mozione Frattasi: «Noi a differenza degli strumentalizzatori del Pd ci auguriamo, invece, che il lavoro compiuto da Frattasi sul caso Fondi abbia un seguito. Quello che è veramente importante, nella lotta alle mafie, sono i risultati che il Governo nazionale sta ottenendo visti i 21 arresti sugli oltre 30 più pericolosi latitanti. Operazioni condotte da prefetti e uomini di Stato, appunto come Frattasi, a cui va il nostro plauso e sostegno. Questi sono i risultati che ci rendono orgogliosi delle nostre Istituzioni e questa deve essere la marcia inarrestabile per distruggere cosa nostra. Come ha fatto notare il ministro Alfano, a poco servono i convegni, i proclami e il piantare alberi della memoria, qui c’è un male da sconfiggere che si chiama mafia che non si abbatte di certo con le chiacchiere del Pd».

Analisi 

Mafie: parliamone sempre

Il botta e risposta inscenato da Giovani Democratici e Destra Formiana sulla Legalità denota una particolare verve che caratterizza questa generazione. Tuttavia, sorvolando sul merito del dibattito politico, pare assurda l’affermazione «a poco servono i convegni, i proclami e il piantare gli alberi», mutuata dal ministro Alfano. Il grande merito di Falcone, Borsellino e Caponnetto è stato proprio quello di portare il dibattito sulle mafie fuori dalle aule giudiziarie, diradando il muro del silenzio e l’humus nel quale questi sodalizi criminali hanno proliferato. 

domenica 13 dicembre 2009

GAETA - Avir, la madre di tutte le battaglie

Franco Schiano
Che quella dell'AVIR fosse la madre di tutte le battaglie  della giunta Raimondi lo sanno tutti. Ma certo quasi nessuno poteva immaginare che una battagli politica si potesse combattere con proiettili veri ! Infatti siamo costretti a mettere in secondo piano il pur interessante e ricco  dibattito consiliare,  per parlare di  tre proiettili.  Quelli che sono arrivati in tre buste gialle intestate rispettivamente al Sindaco Raimondi, a Marzio Padovani Presidente della Commissione Urbanistica e all'esponente dell'opposizione Giuseppe Matarazzo.
Le tre buste erano confuse, insieme alla normale corrispondenza, nella borsa piena di posta che quotidianamente un addetto del Comune ritira presso l'ufficio Postale. Erano circa le 13 quando il Segretario Generale Izzi ha smistato la posta. Poco dopo il capo di gabinetto del Sindaco ha aperto la busta del Sindaco e ha fatto la  poco piacevole scoperta di un proiettile, di quelli normalmente usati per la caccia al cinghiale. Immediatamente è scattato l'allarme  e le altre due buste sospette  sono state aperte con tutte le precauzioni del caso dalla Forze dell'Ordine alla presenza dei destinatari Padovani e Matarazzo. Nelle buste c'erano anche delle letterine.  Il tenore di quelle indirizzate al Sindaco e al Presidente Padovani era del tipo: “Noi abbiamo rispettato i nostri impegni. Adesso rispettate i vostri!” Mentre quella diretta a Matarazzo  suonava come un invito a non frapporre  soverchi ostacoli. Il riferimento sottinteso, secondo tutte le interpretazioni, dovrebbe essere la riqualificazione dell'area ex AVIR, che proprio ieri era oggetto dei lavori del Consiglio. Carabinieri e Polizia   sono al lavoro per scoprire  l'autore o gli autori del gesto. Già nel nostro servizio di ieri  - per primi - avevamo parlato delle pallottole giunte al Sindaco ed ai due Consiglieri. Adesso abbiamo aggiunto i particolari di cui siamo venuti a conoscenza successivamente.Difficile trovare una chiave di lettura condivisa dell'episodio. In città c'è chi questo gesto non lo sottovaluta affatto, come ad esempio l'Associazione Caponnetto, che per bocca del suo Segretario Di Cesare afferma:“Non è la prima volta che a Gaeta arrivano pallottole ad amministratori comunali.  Altre ne sono arrivate ad amministratori delle precedenti consiliature. In genere la criminalità – aggiunge – ricorre in via preventiva  ad atti violenti o, comunque, intimidatori, o per imporre  le sue scelte, o per accelerare l´approvazione di quanto eventualmente concordato, o perché ritiene che ci sia un´inosservanza di patti. Riteniamo, nel caso in esame – sottolinea Di Cesare -  di escludere le ultime due ipotesi  ed attendiamo con fiducia l´esito  delle indagini. Quello che ci inquieta maggiormente – spiega l'esponente della Caponnetto – è l'indifferenza della maggior parte dei cittadini che, a fronte di un´invasione massiccia e continua della criminalità organizzata nel tessuto economico della città e dell´intero territorio, non reagiscono minimamente, oltre a quella sorta di sottocultura del pecunia non olet che  sta facendo proseliti nelle classi dirigenti. Secondo taluni irresponsabili, infatti,non importa se il denaro investito sia di provenienza illecita e della camorra; basta che si realizzino opere ...che creino occupazione. Non importa ....a quali prezzi!!!! Con un´ottica del genere  - conclude Di Cesare - stiamo assistendo ad una vera e continua opera di espropriazione di beni ed attività dei nostri cittadini da parte di gente sospetta proveniente da altre regioni.”
E chi, come il Sindaco Raimondi, che invece non da alcuna importanza a questo episodio.  Egli non ritiene che si tratti di una intimidazione della malavita  organizzata, sia perchè questa eventualmente userebbe altri 'metodi' e sia perchè – a suo dire -  non ci sarebbe il 'movente', ovvero il motivo dell'intimidazione. Raimondi  tende ad attribuire questo episodio a quello che lui chiama il partito della conservazione. che reagisce con intimidazioni appena si cerca di mettere mano a qualcosa di importante. “Per esempio – ha affermato il primo cittadino - ieri si discuteva in Comune della modifica parziale di una delibera di indirizzo del '97 per riqualificare l'area di un'ex vetreria dismessa nell'81 che si trova proprio nel cuore della citta', poco distante dalla spiaggia di Serapo. C'e' qualcuno che non vede di buon occhio quest'iniziativa, perche' significherebbe dimostrare l'inettitudine delle amministrazioni dei precedenti 20 anni. Ma l'autore – conclude Raimondi, dando un'altra chiave di lettura - potrebbe anche essere un semplice esaltato che ha sentito il bisogno di fare questo scherzo. In ogni caso sporgerò denuncia contro ignoti".  Si tratta di due approcci   profondamente diversi, che in un certo qual modo riflettono – sia pure deformate – le posizioni degli opposti schieramenti sulla vicenda AVIR.
Innocentisti e colpevolisti, come sempre. Vedremo nei prossimi giorni se e quali saranno gli sviluppi di questa vicenda, anche alla luce delle indagini in corso. A nostro avviso, si tratta – comunque la si voglia vedere  -   di una vicenda  assolutamente inquietante che sarebbe un errore gravissimo sottovalutare.   Infine – per la cronaca – il Consiglio alle tre di notte ha sospeso i lavori, per proseguirli lunedì mattina alle ore 9,30.

L'ARCINORMALE - Politica dei gazebo



Lidano Grassucci

Giro per una città vuota, anche se è sabato mattina e il sole di dicembre è piacevole. La città è quasi abbandonata: sarà per la sosta a pagamento, sarà per la crisi, sarà che la gente non vuole, semplicemente, incontrarsi. Forse vogliamo essere tutti da un’altra parte. Che so verso il mare. Negli angoli di questo posto i gazebo dei partiti: del Pdl da un lato e del Pd da un altro. Vuoti, semivuoti, o falsamente affollati, fa poca cosa.
Sono i partiti, con quei gazebo, un po’ come il bar accanto (entri se hai freddo), come il negozio di intimo (ci vai se sogni passioni mai sopite), o come la bottega degli orologi (ci vai se sai del tempo). Guardo i gazebo e penso a quando i partiti non erano così. Mi spiego: il gazebo è il tentativo casuale di intercettare casuali passanti. E’come aspettare un pesce dentro la corrente. I partiti e il loro consenso, destra sinistra fa poca differenza, non sono se non casualmente. Un tempo era la gente che andava “al partito”, e quando il partito andava in piazza la “occupava”. La riempiva. Non erano “casuali” gli incontri, non erano accidenti le idee, non era volubile il consenso. I partiti erano e riempivano la città: di idee, di gente, di contraddizioni. Ora li vanno ad incontrare per caso: li intercettano come fanno gli ambulanti alle fiere di paese, come fanno rigattieri e collezionisti la prima domenica del mese al mercato della memoria. Che differenza c’è tra quei gazebo politici e il gazzebone dei libri in Piazza del popolo? Nessuna, lì intercettano lettori casuali, qui elettori occasionali.
Cosa dicono nei gazebo? Niente, che vuoi dire. Il Pdl fa le tessere, per far cosa? Lo pensavo la prima esperienza italiana di un grande partito liberale che sapeva di Cavour, Croce, Ricasoli, di Einaudi, di Malagodi. Invece? Se vado al gazebo e li cito mi prendono per appestato.
Quelli del Pd stanno per il programma delle regionali, una volta si sarebbero “ammazati” in sezione sulla direzione delle strade, sul sogno di domani. Una volta in sezione ci andavi e se non ti impegnavi era un uomo meno, eri un qualunquista, eri out. Ora i partiti le sezioni non le hanno proprio, ma non hanno neanche le idee. Ti aspettano al gazebo e ti chiedono: cosa pensi del nucleare? E giu’ luoghi comuni, nelle sezioni veniva il dirigente che magari sapeva di Pontecorvo, Fermi, dei misteri di Majorana e della potenza istallata in Urss e di quella dei cattivi americani. Era uno studiato.
Ora, al gazebo, di parlano di effetto serra per il tiepido sole di dicembre che era uguale a quello del ’61, ma ora c’è l’effetto.
E le energie alternative vengono illustrate con la stessa perizia in cui la commessa illustra l’ultimo perizoma arrivato dalla Cina su disegno italiano.
La gente passa il gazebo e dopo aver avuto l’ultima su Berlusconi, dopo aver sentito che Il Pd farà una autostrada, ordina il cornetto al bar. Una volta nei gazebo ti davano le gassose, vendevano gassose, ora cercano idee.   

Parlamentino Plasmon, tre rsu pari e palla al centro per Cgil, Cisl e Uil

Teresa Faticoni
Tre pari palla al centro. Alla Plasmon di Latina si sono tenute le elezioni per le rappresentanze sindacali unitarie e i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil - categorie agroindustriali, si sono spartiti la torta dei 9 rsu: 3 per uno e nessuno si offenda.
I nove eletti sono: Giuseppe Del Campo, Michele Di Gloria e Veronica Boccini per la Flai Cgil; Attilio Faiola (il più votato in termini assoluti e figura storica del sindacato all’interno dello stabilimento), Agostino Ricciarelli e Giovanni Baccari per la Fai Cisl; Santo Dell’Omo, Gino Catonio e Giovanni Fighera per la Uila Uil. Rimane fuori l’Ugl Alimentazione, con il giovane Andrea Zanchetta che nonostante gli sforzi deve ancora crescere e senza dubbio lo farà.  Gli aventi diritto al voto erano 424. Parliamo della Plasmon perchè è una delle aziende più rappresentative di questo territorio: passando davanti allo stabilimento di Borgo Grappa sulla Pontina non si può non pensare di essere al centro del mondo con quella fabbrica pulitissima e innovativa che fa i biscotti e tutti gli altri alimenti per i bambini che piacciono anche ai grandi. La Plasmon tra l’altro è sempre molto presente sul territorio quando si tratta di solidarietà. E proprio per questo rapporto di amore con la provincia pontina parliamo di un risultato, quello dell’equilibrio sostanziale tra i sindacati, che può rappresentare - e dovrebbe farlo in un momento in cui il governo Berlusconi, tramite il suo braccio armato Renato Brunetta, decide arbitrariamente con chi trattare - la ripartenza per un corretto rapporto tra la parte datoriale e con e tra le parti sociali. Di fatto nelle elezioni per le rsu è stata registrata un’affermazione importante delle liste della Flai Cgil che si sono aggiudicate il 34% dei voti con 3 delegati eletti, di cui una lavoratrice, che rende ancora più significativo il risultato ottenuto. ma anche un ottimo risultato per i sindacalisti della Cisl e della Uil che trovano gratificazione del lavoro svolto negli anni. In effetti su un’azienda come la Plasmon si giocava una partita importante. «Tutto ciò impegna l’intera organizzazione in un lavoro di squadra a sostegno dei nostri delegati eletti - affermano in coro il segretario nazionale    Roberto Montagner e il segretario generale Stefania Crogi -, per consolidare il consenso ottenuto e, a lavorare con più forte convinzione per migliorare le condizioni di lavoro, professionali, e di reddito di tutti i lavoratori, e allo stesso tempo, a concorrere con il nostro contributo fattivo al consolidamento e allo sviluppo dello stabilimento della  Plasmon di Latina».

venerdì 11 dicembre 2009

L'ARCINORMALE - Manca il bimbo che fa pipì



Lidano Grassucci


Ora che ci penso abbiamo perso le fontane. Le abbiamo cancellate. Quante fontane ci sono a Latina? In pochi saprebbero rispondere con precisione. Non è un grande problema, e me ne rendo conto, ma fa la differenza. La fontana è segno che la città ha l’acqua, è ricca e puo’ sperare nel futuro. La fontana è la prova che l’uomo di quella città è in grado di spostare il corso delle acque, è un po’ un Dio idraulico.
Sull’acqua e sulla sua gestione sono nati i modelli politici d’occidente (tanta acqua disponibile con tecnologie umane), e orientali (poca acqua disponibile con necessità di grosse tecnologie) . Nel primo caso disponibilità diffusa dell’acqua (democrazia) nel secondo concentrazione nelle mani di pochi (oligarchia). Le fontane civiche sono socialiste (acqua per tutti).
A Latina le fontane sono dimenticate: in piazza del popolo la palla mette un po’ tristezza con i getti che fanno tentativi ingenui di muoverla, in piazza della libertà  ci sono quattro vaschette e quasi non si sente lo zampillare della vita tra burocrazie (Prefettura, Banca d’Italia) fredde di marmo.
E’ fontana accennata. Davanti a San Marco la fontana sta ai piedi, è sotto la madonnina. Sia mai il potere di Pio IX e le storie della verginità della mamma di Cristo potessero essere percepite per umane.
Guercio ha fatto una grande fontana al mare, tra via litoranea e via del Lido. Bella ma anche quella spesso “secca”. La fontana non piace qui, è un vezzo che non vogliamo, è troppo estetica per una città che ha fretta. La fontana è un vezzo che Latina non “consente” a se stessa. A Fontana di Trevi si bagna Anitona e l’Italia contadina e cattolica scopre l’abbondanza nordica, scopre le sirene, scope il piacere di piacersi e di trovare il godibile del vivere. La fontana barocca diventa potenza idraulica antica in una dimensione estetica nuova, cinematografica.
Da noi le veneri da dove escono, dalle vaschette di piazza della Libertà? Dal pietoso bidet di Piazza san Marco? Dalle acque segregate in dimensioni da pesci rossi di piazza della libertà? O si fa la doccia nella fontana del lido?
Forse è nella mancanza di fontane che si spiega la ragione di una classe dirigente che mette le strisce blu e uccide il centro storico. Chi non ama le fontane poi non ha amore per quello che c’è intorno: la città.
Ecco, diventeremo città quando avremo delle generose fontane, delle fontane che funzionano. Delle fontane, normali da città normale.
A Bruxelles c’è il bimbo che fa pipì, la gioventu’ che irride, irrora i luoghi comuni. Noi, la città piu’ giovane d’Italia, ha le fontane piu’ ovvie del mondo. Forse per questo siamo sempre con chi comanda, non c’è una fontana col bimbo che fa pipì al potere.

Aprilia - Sherwin Williams ultimo atto


Maria Corsetti 
Sherwin Williams ultimo atto: raggiunto ieri pomeriggio in Confindustria l’accordo per i dipendenti dell’azienda americana produttrice di vernici che chiuderà definitivamente i battenti dello stabilimento di via Guardapasso ad Aprilia il prossimo 31 marzo. Tre mesi di produzione in più, quindi, rispetto a quanto prospettato qualche settimana fa, quando la casa madre statunitense decise la liquidazione della fabbrica apriliana.
Oltre i tre mesi di lavoro in più, i dipendenti avranno diritto agli ammortizzatori sociali e a 22 mensilità di incentivo per l’esodo. Si potrebbe salire a 24 mesi nel caso fossero raggiunti gli obiettivi di produzione negli ultimi tre mesi di attività. Da parte degli americani infatti c’è il timore che l’imminente chiusura possa portare a un calo della produzione, che lo ricordiamo viene spostata in Cina mentre ad Aprilia verrà mantenuto il ramo commerciale. E qui entrano in gioco i 17 lavoratori che saranno riassunti dalla società di marketing del gruppo Sherwin: per loro è stato raggiunto un accordo a garanzia che prevede, nel caso di licenziamento nei prossimi 2 anni il diritto a 12 mensilità di incentivo per l’esodo. Stesso incentivo nel caso che fosse previsto il loro trasferimento in un sito distante oltre i 50 chilometri da Aprilia. L’accordo è stato siglato dalla Femca, dalla Filcem, e dalla Uilcem, oltre che dalle Rsu. Un accordo che ha soddisfatto i sindacati: «È stata una trattativa difficile – spiega Roberto Cecere, segretario generale Femca Cisl Latina – ma alla fine siamo riusciti a ottenere un incentivo importante per i lavoratori. Certo, rimane l’amarezza dei posti di lavoro persi e dell’ennesima fuga dal nostro territorio da parte di un’azienda». 
La notizia della chiusura della Sherwin Williams di Aprilia, lo ricordiamo, fu il classico fulmine a ciel sereno: era fine novembre quando fu messa in liquidazione l’azienda. Una decisione che colse tutti di sorpresa, i dipendenti che stavano addirittura seguendo corsi di aggiornamento, i sindacati all’oscuro della messa in liquidazione. Il 20 novembre iniziarono gli scioperi, ai quali seguirono un tavolo prefettizio e una serie di incontri in Confindustria. Sulla liquidazione dello stabilimento l’azienda non ha mai avuto ripensamenti: la chiusura non è mai stata messa in discussione e di questo sindacati e dipendenti hanno dovuto farsene una ragione. Salvare il salvabile è stata l’unica strada percorribile e su questo il livello di attenzione è sempre rimasto altissimo. Tre settimane sono state sufficienti per trovare una soluzione che sicuramente mette al riparo i lavoratori per un periodo abbastanza lungo, ma che non può non aprire interrogativi sul futuro.

Terracina - Una scheggia impazzita: per la serie buoni a nulla ma capaci di tutto

Rita Alla
C'era una volta chi voleva l'immaginazione al Potere, ora c'è la follia. Punto 12 :cessione di relitti di aree. Lettura del dispositivo di delibera, senza l'illustrazione dell'assessore competente. In un aula semi deserta, prende la parola il capogruppo del Pd che chiede in base a quale norma si pensa di cedere il terreno. “Un terreno di proprietà del Comune di Terracina che, secondo il Pd, non può essere ceduto perché non gravato da uso civico” e quindi, secondo la legge del 1927 sugli usi civici, “non può essere alienato”. Voce fuori campo “cessione, non alienazione”. Tema delicato che potrebbe avere risvolti legali, secondo l'opposizione. Il sindaco non ci sta ed entra in campo. Insulta, offende, si riserva di adire le vie legali e poi parte all'attacco del capogruppo del Pd. Tentativo fallito grazie al bloccaggio del consigliere Lauretti. L'opposizione reagisce chiedendo l'intervento della forza pubblica che non c'è. Il Pd risponde al sindaco invitandolo “a leggere le carte, le delibere”. Di nuovo il sindaco non ci sta. E riparte con gli insulti, le offese, le minacce e le accuse di disonestà intellettuale. L'opposizione chiede l'intervento del Presidente, ma niente. Nel frattempo il sindaco riparte all'attacco di Bernardi. A vuoto per l'intervento del consigliere Maragoni che lo blocca. E questa volta l'opposizione del Pd abbandona l'aula prendendo atto dell'impossibilità di poter parlare. Il consiglio continua i lavori, come se nulla fosse accaduto. Nell'indifferenza generale. Se fosse un titolo di un editoriale, sarebbe “ buoni a niente, ma capaci di tutto”.

Gaeta - Il Giorno dell'AVIR


Franco Schiano
exavir o avirex ? (la vignetta)

Oggi 11 dicembre 2009, il giorno dell'AVIR.  Sono passati esattamente 2 anni e 6 mesi da quel 11 giugno 2007, che vide la stupefacente vittoria delle liste Raimondine. Due anni passati quasi interamente ad annunciare,  con tutti mezzi mediatici a disposizione, l'evento di oggi. La stessa scelta della data - che rappresenta esattamente il giro di boa di metà mandato- non è casuale. Anche se tutti gli addetti ai lavori sanno che quanto sarà approvato nel consiglio di oggi non significa affatto che dopodomani inizieranno i lavori, per tutta una serie di motivi a cui si aggiunge – non ultimo – il fatto che questo atto d'indirizzo arriva quando ormai il clima, per le regionali  ormai imminenti, tende  a diventare sempre più surriscaldato.
Senza entrare nel merito delle scelte, non si può negare che i due anni e mezzo passati nell'attesa di questo evento quasi messianico, hanno logorato non poco la maggioranza dell'Amerikano, passata da un  granitico 16 a 5 dell'inizio  mandato a un poco rassicurante e quasi traballante 12 a 9 attuale. Ecco, questo è il punto: quanto è solida la maggioranza che sostiene Raimondi?  Non abbiamo dubbi sull'esito della votazione di oggi: sarà favorevole. Ma quanto reggerà? Riuscirà ad arrivare all'atto successivo, quello più importante ossia all’approvazione del progetto, con la relativa variante al piano regolatore?
Nessuno lo può sapere, ma non c'è dubbio che il futuro nasconda più di un 'incognita. Cominciamo dal PD. Sembra che in una riunione  estiva – in vista del consiglio del 3 agosto, poi saltato – il direttivo dei democratici abbia predisposto un certo numero di emendamenti (14) di cui - si dice – almeno tre essenziali, irrinunciabili.  Se questo fosse vero,  il mancato accoglimento di solo uno di questi  famosi emendamenti del PD, dovrebbe comportare il voto contrario del gruppo consiliare che si riconosce nel PD, a prescindere dalla collocazione burocratica nei gruppi più o meno misti. Tradotto i neo democratici Fantasia e Luciani, dovrebbero – per disciplina di partito – votare contro. Fatto impensabile che manderebbe sotto 11 a 10 la maggioranza. Ma se il PD fosse un partito, nel significato letterale del termine, questo dovrebbe accadere. Ma i tempi sono cambiati e quello che conta oggi è il partito degli eletti. Anche l'intransigente  Raimondi sta cominciando a realizzare che in qualche modo bisogna assecondarla questa nuova forma di aggregazione politica, altrimenti in consiglio o non si viene o le mani non si alzano. Dopo la delibera di giunta del 2 dicembre con la quale si è “rimediato” allo sgarbo  subito dal consigliere Luciani in sede di assestamento di bilancio– non ci possono essere più dubbi – sul fatto che anche  Raimondi si è dovuto acconciare a questo nuovo modo di far politica: il do ut des.
Anche altri  membri del partito degli eletti, come ad esempio i consiglieri Vaudo, Ciccariello e Paone, pare stiano cominciando a  prendere piena coscienza del loro ruolo. Il loro recente intervento congiunto sulle inadempienze dell'Autorità Portuale, può senz'altro considerasi una, sia pur ancor timida, “ prova tecnica” verso l'obiettivo assessore di riferimento. Insomma Raimondi avrà il suo bel da fare per mantenere i risicati margini di cui oggi dispone. Margini una volta ampi e a cui, forse troppo frettolosamente, ha rinunciato.

mercoledì 9 dicembre 2009

Sì alla centrale nucleare



Lidano Grassucci

Il nucleare a Latina? Claudio Moscardelli, ieri su queste colonne, è inorridito per la prospettiva di avere qui una centrale.
Dissento da lui. Ricordo solo cosa c’era prima dell’arrivo della centrale nucleare di Sabotino. Una landa piatta dopo Roma. I miei, quelli delle mie montagne, scesero giù in bicicletta per fare la centrale.
 Erano poveri contadini stavano per diventare operai. Impararono a lavorare il cemento, videro che al mondo esisteva anche la grafite e non solo la terra nera delle paludi, o la pietra delle cave di calcare di Sezze e di quelle di sabbia di Priverno. C’era un altro mondo oltre il piano, un mondo che aveva fame di tutto: energia; case; auto; frigoriferi; camion; lavatrici. Scesero in bicicletta i miei contadini dalle mie montagne e tornarono qualche anno dopo in Vespa, in Lambretta e qualcuno in Cinquecento, e non erano più gente di terra ma operai.  Arrivò l’energia in abbondanza, arrivarono le fabbriche e Latina divenne un’altra cosa, una città industriale europea da granaio in odor di colonia d’Africa che era.
Mio padre ci ha lavorato alla centrale, a farla. Divenne lì muratore e poi andò per il mondo d incassare quanto aveva imparato in quel cantiere. Zio Giggino, invece, ci rimase con l’Eni e la sua vita fu per il mondo nelle piattaforme in mare. Sarebbero rimasti contadini, chiusi nel loro mondo, senza quella centrale. Di tanto in tanto mi portavano a Borgo Sabotino a vedere il progresso e papà mi parlava dei tecnici inglesi che ne capivano di quella roba. E sui libri dove Latina non compariva mai c’era scritto di noi, era la più grande centrale nucleare d’Europa. Noi eravamo al centro del mondo nuovo.
Roba da conservatori? No, per il nucleare era la sinistra che vedeva nel progresso la fine della povertà. Energia per tutti.
Quando i socialisti andarono al governo chiesero di portare la “corrente” ovunque, di portare a tutti il nuovo. Nasceva l’Enel e con la corrente in casa arrivava la lavatrice, e le donne conquistarono il tempo, il frigorifero, e le famiglie il diritto a mangiar meglio e carne sette volte a settimana e non solo quando uccidevano il maiale, arrivò la televisione e conobbero il mondo, videro che il mondo non finiva alle Ferriere.  Poi arrivò anche il telefono, ma era un’altra storia.
Senza quella centrale tutto questo non sarebbe stato e così in fretta.
Quindi? Sono per fare una centrale nuova qui, a noi serve, come direbbe Gaber, un nuovo Rinascimento. Un grande progetto per tornare a sperare. Per scendere in bicicletta e tornare in vettura. Per pensare a cose nuove.
Mi portavano alla centrale anche quando cominciarono a fare il Cirene, un reattore nucleare tutto italiano. L’Italia che si riappropriava della tecnologia di Fermi. Tornava a ricucire lo strappo che l’imbelle dittatura aveva fatta mandando via i ragazzi di via Panisperna, quelli che avevano capito l’energia dentro l’infinitamente piccolo. Fermi era andato via perché la moglie era ebrea, i dittatori sono imbecilli quanto servi i popoli che ne sentono il bisogno. E quella centrale era antifascista, democratica. Ma ha ragione il mio amico Fabrizio Bellini, la sinistra gestisce la paura, non sogna più. Sono per la centrale nucleare, la vorrei come era quella di papà bella e lucente, per portarci mio figlio e raccontargli la sfida del mondo nuovo. Papà mi portò in Vespa: mamma dietro con le gambe da un lato, io in piedi tra il manubrio ed il sedile, e mia sorella in braccio a mia madre. La Vespa l’aveva comperata con i soldi della centrale. Il mio lo porterò in auto, sperando che quando toccherà a lui usi l’astronave.

Latina - I librai beffati e danneggiati dal Comune

Teresa Faticoni
Se non fosse un eclatante caso di ingiustizia contro cui combattere, sarebbe un’operazione culturale quella che stanno portando avanti i librai di Latina. Il casus belli è la concessione del capannone in piazza del Popolo a una sola persona che poi ha rivenduto gli stand ad altre attività commerciali. Escludendo tutti gli altri librai di Latina. Ieri nella libreria di Piermario  De Dominicis in via Armellini  gli aderenti dell’associazione librai italiani sezione provinciale di Latina hanno chiesto verità e denunciato quello che ormai da anni si verifica con le feste di Natale. Il Comune di Latina concede a uno solo il diritto di esporre libri per la vendita in quel brutto, diciamolo, tendone nel bel mezzo della piazza centrale di Latina. Perchè, e questa è una delle cose emerse ieri, non sono stati interpellati gli altri? E soprattutto perchè non sentire prima l’Ali invece della sola Confcommercio. E qui entra in gioco l’operazione culturale. Perchè se il Comune di Latina ritiene di relazionarsi con con una associazione di categoria dei commercianti e non con quella dei librai, si tratta solo di vendere e non di allargare i ristrettissimi margini della cultura, e i dati di vendita parlano chiaro, in città. Di più: in quel capannone che sembra una serra a comprare libri ci vanno i clienti occasionali, perchè chi compra libri abitualmente va dal suo libraio di fiducia. E proprio su quelli che usano i libri per le strenne si potrebbe rimettere in carreggiata un anno disastroso. E invece l’amministrazione comunale di Latina, fraintendendo liberismo conderegulation (semmai conoscesse le regole) pensa di fare della prepotenza un metodo intervenendo come una mano pure troppo visibile creando un caravanserraglio. «Il libero mercato è stato alterato», gridavano ieri in coro Piermario, il presidente dell’Ali latina Sicconi, il rappresentante della libreria Approdo.  Oltre al danno, nella storia si conta anche la beffa. Perchè dopo due incontri con l’assessore alle attività produttive del Comune di Latina, Alessandro Calvi, era stato stabilito che lo spazio per i libri fosse ridimensionato. Tutto ciò non è successo. Perchè Calvi può rilasciare un permesso che abbia valore non solo ad pesonam, ma anche senza limite alcuno. «Che poteri ha un assessore - si chiede Piermario - che fa accordi che non garantiscono nessuno e poi non restituisce giustizia?».  Ecco, a questo punto basterebbe chiarezza. Per la giustizia si aspetterà l’anno prossimo.

martedì 8 dicembre 2009

LATINA - LIbrai beffati aprono il fuoco

Teresa Faticoni
«Vogliamo ristabilire la verità sull’alterazione della concorrenza sleale in materia di libri rappresentata dal capannone installato in piazza del Popolo». I librai di Latina, categoria ormai da inserire tra quelle in via di estinzione, con le carte sotto il braccio e tanta rabbia nel cuore oggi spiegheranno, in una conferenza stampa convocata presso la libreria Piermario&Co in via Armellini, perchè quella specie di serra piazzata nel bel mezzo di piazza del Popolo non s’aveva da fare. La polemica che in questi giorni riempie la bocca di chi ne sa poco e le pagine dei giornali che pensano di saperne molto ha davvero poco a che vedere con la realtà di un settore che registra non solo la crisi ma il dramma. 22 euro circa l’anno di spesa pro capite per acquistare libri a Latina sono un dato che fa paura, soprattutto se paragonato a quelli per l’acquisto di telefonini cellulari. Quello che brucia è il privilegio, concesso dall’amministrazione comunale a uno soltanto, di vendere libri nell’ombelico della città. Di più: lo spazio dedicato alla vendita dei libri, in un primo momento, doveva essere ridotto a circa 35 metri quadrati. Il resto doveva essere dedicato a oggetti da regalo e piante. Poi diventati il doppio, se non il triplo. Perchè? Forse per via del fatto che chi doveva vendere gli stand non è riuscito, causa prezzi poco sociali, a piazzarli tutti? Ma l’interrogativo principe è: perchè una decisione così scellerata nell’unico momento dell’anno in cui si comprano libri, cioè nelle feste di Natale per le strenne? L’associazione librai italiani (Ali) sezione della provincia di Latina ha avuto molti incontri con l’assessore alle attività produttive Alessandro Calvi, che però non hanno portato a ristabilire un po’ di equità. Qui non si tratta di essere liberisti, applicando le regole, ma di concedere privilegi in barba ai diritti. E soprattutto al buon senso.

L'ARCINORMALE - Mistica e pietà




Lidano Grassucci


Ho partecipato ad un confronto sulla mistica. Ho sentito cultori dalla materia che ne svisceravano particolari reconditi. La cosa mi impressiona perché è un tema che ti mette davanti alle domande sulla Fede che sconcertano sempre, anche i laici. Che cos’è la mistica? E’ quel rapporto intenso, stretto, tra l’individuo ed il divino. Mi hanno sempre affascinato queste donne che guardavano estasiate il cielo e popolavano le mie chiese. Poi a casa i primi libri, in assoluto, raccontavano della loro Fede. Da grande, e da innamorato della Dea ragione, attribuii quella Fede alla dieta non certo ricca delle Sante. Sapete quando non si mangia si vedono cose che ai grassi sono negate. Mistica: rapporto tra l’individuo e Dio. Ascolto la disquisizione dotta e penso al mio percorso di formazione nella Fede. A me non hanno insegnato la salvezza per me, o l’estasi divina, ma l’umana pietà. Mi spiego meglio: c’è una religiosità mistica che tende ad escludere l’altro dal rapporto tra umano e soprannaturale; c’è, anche, una religiosità che parte dall’umano dal rispetto per l’altro. Non mi entusiasmano gli occhi in estasi delle mistiche, ma gli occhi sofferenti del malato, del moribondo. La mistica è rigore esclusivo nella Fede per la Fede, la pietà è il Dio che è umano che è carne e soffre per le sofferenze degli altri. La mia Fede era misericordia, era umana. Non era ad escludere l’altro ma a comprenderlo, era una idea di religiosità comunitaria. Rigoni Stern racconta ne “Il sergente nella neve” che nell’Isba lui, soldato italiano, mangia con i soldati russi, con i nemici, ma “in quel momento non eravamo nemici ma uomini”. I fratelli Cervi ospitano nel loro cascinale i fuggiaschi, che non erano nemici, ma uomini in difficoltà. La pietà dei miei contadini era dividere il pane, non escludere in Dio. Il Dio della pietà è misericordioso, il Dio della mistica è esaltazione della fede per la Fede, è meno umano, è più divino. Come era divino Cesare, come è divino il rapporto distinto tra alto e basso.
I cultori della mistica stabiliscono un rapporto mistico tra la morale (chiamatelo timor di Dio, superiorità dello Stato, purezza dei puri) e la vita pratica (politica). La pietà si sporca le mani con il dolore, il mistico si fa dolore personale per esser degno del Signore. E’ la mistica superiorità etica.
Dico questo perché il cardinale di Milano Tettamanzi è ripreso dai leghisti, perché è “pietoso”, riconosce il diverso, cura il malato, dà del mangiare al viandante che si è perso. Il mistico fa male a se stesso per arrivare al supremo, come può capire la difficoltà.
La Fede, il contesto sociale, territoriale in cui vivi offrono diverse sensibilità. Nessuna è meglio dell’altra, o peggio, ma ne costituiscono la spiegazione profonda. Dare da bere agli assetati o non bere per vedere nella propria sofferenza il supremo?
Credo che il primo sia il viatico umano. Il Cristo che soffre e sanguina è pietà, la santa in estasi è mistica. 

Latina - Affidamento condiviso, tre anni dopo

 

Venerdì alle 15, nell’aula magna del liceo classico, il convegno organizzato dall’associazione “Camera Minorile in Cammino”, la cui sezione pontina è presieduta dall’avvocato Fabio Tonelli


Maria Corsetti


Un pomeriggio di confronto e dibattito sull’affidamento condiviso a tre anni dall’introduzione nell’ordinamento italiano. Una normativa che ha ingenerato speranze e nello stesso tempo creato perplessità e diffidenza. Come tutte le “svolte”, specie quando si parla di diritto di famiglia, fa fatica a essere intesa nella sua complessità, intuendosene allo stesso tempo la grande portata. Nodi critici ce ne sono senza dubbio, così come prospettive di riforma, l’importante è discuterne anche alla luce di quanto hanno mostrato i tre anni di applicazione. Con questo spirito la “camera Minorile in cammino”, associazione nazionale di avvocati, che di recente ha visto nascere anche la sua espressione pontina, ha organizzato l’incontro “Re melius perpensa”. La possibilità di ripensarci, di riflettere meglio e anche di cambiare opinione: in fondo il diritto è espressione diretta della società che lo interpreta ogni giorno. Una riflessione alla quale sono stati invitati a partecipare il presidente nazionale della Camera Minorile in Cammino, avvocato Maria Giovanna Ruo: “Avvocato dei minori e della famiglia tra responsabilità sociale e  deontologia” sarà il tema trattato dal suo intervento. Dopo la Ruo sono previsti i contributi di Luca Vallario, psicologo, su “I minori nel conflitto di coppia: opportunità e rischi dell’affido condiviso”; del professor Arnaldo Morace Pinelli sull’“Assegnazione della casa familiare e atti di destinazione nell’interesse dei minori”; dell’avvocato Carolina Valensise su “I figli maggiorenni; della vice presidente dell’associazione nazionale dirigenti e alte professionalità della scuola di Latina, Alessandra Biondi, sulle “Problematiche inerenti l’affidamento condiviso nella scuola; ruolo dei docenti”; del presidente  sezione famiglia del tribunale di Latina, Giuseppe D’Auria, sul “ Contenzioso familiare, rilievi statistici e considerazioni generali”; dell’avvocato Pier Giorgio Avvisati su “Nonni, quali diritti?”. Concluderà i lavori il professor Paolo Papanti Pelletier, ordinario di istituzioni di diritto privato all’Università Tor Vergata di Roma.
La partecipazione al convegno è gratuita e dà diritto a quattro - di cui due in materia di deontologia professionale - crediti formativi per gli avvocati. L’iscrizione è obbligatoria e deve essere effettuata tramite il sito www.cameraminorile.com.
Per informazioni ci si può rivolgere alla segreteria organizzativa: studio Tonelli, tel. 0773.693667; info@studiolegaletonelli.19.it

lunedì 7 dicembre 2009

LA FORMICA ROSSA - Fermate Nardi


(foto per gentile concessione del sito www.terracinaforum/terracinarialzati.it)
Stava per finire a botte. Addirittura. Agli insulti non si dovrebbe fare l’abitudine, soprattutto se chi li lancia è un sindaco, nel qual caso Stefano Nardi, e se vengono sparati come proiettili di un mitra - a ripetizione, quindi - in un luogo di istituzioni. Ma a Terracina i limiti sono sempre un passo più avanti. è bastata una inezia per scatenare il primo cittadino come una furia. Qualcuno lo ha dovuto fermare perchè stava andando a picchiare il capogruppo del Pd Antonio Bernardi. Difficile, davvero, trovare anche le parole per un commento. (tieffe)

Partito democratico: tanti colonnelli, nessun soldato





Andrea Passamonti


«Senti, ma che tipo di festa è? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate “Michele vieni di là con noi” e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo”. Vengo. Ci vediamo là. No, non mi va non vengo».
Alla fine, come Nanni Moretti in Ecce Bombo, indeciso se andare o no alla manifestazione indetta dal Pd contro le strisce blu, il latinense tipo ha deciso per il non andare, un po’ per la pioggia (che però non ferma chi ha il cuore caldo), un po’ per la troppa simbologia (tante bandiere del Pd per una protesta che invece è generale), un po’ per i conferenzieri che prima votano, poi si ritirano sull’Aventino, infine rinnegano.
Preoccupa che un partito che dice di avere tredicimila votanti alle primarie e 6500 firme porti in piazza una cinquantina di persone.
Preoccupa ancora di più sapere che di quelle cinquanta persone la maggior parte era gente vicina al partito e forse una decina di persone erano cittadini comuni. Questo nonostante volantini, manifesti, facebook, pubblicità sui giornali e altro ancora.
Il Partito Democratico, diciamoci la verità, più che mettere il cappello alla battaglia contro le strisce blu dovrebbe guardare al proprio interno e capire perché questo pseudo partito non ha più una base. Una base non intesa come volgo incapace di intendere, ma una base attiva, propositiva, che partecipa alle questioni importanti all’interno del partito e si impegna per portare a termine battaglie valide.
Se la letteratura può aiutare a capire, il Pd pontino è l’equivalente della Compagnia dello Stucco dei ragazzi della via Pal: tutti comandanti, tenenti, colonnelli e generali, ma nessun soldato (i ragazzi ungheresi almeno un soldato lo avevano) . 
E senza soldati le battaglie, quelle vere, difficilmente si vincono.






FORMIA - Chiusura Cilo, il delegato alle politiche giovanili risponde

Raffaele Vallefuoco

Martedì 8 Dicembre

Il delegato alle politiche giovanili di Formia, Stefano Zangrillo,
interviene sulla querelle Cilo inscenata dall'opposizione in questi
giorni. Non ci sta a far passare un messaggio distorto. E infatti ci
spiega: "Nell'ambito dei Piani Locale Giovani, come consulta, abbiamo
chiesto e ottenuto i finanziamenti per due progetti presentati. La
Regione, dalla quale attendiamo ancora i fondi, ci ha accreditato
circa 130 mila euro. In particolare una delle due proposte verte
proprio sul rafforzamento del Cilo di Formia che viene affiancato da
due sportelli decentrati in periferia. Ma la situazione caotica in cui
versa la Regione ha rallentato l'attuazione del progetto. In
particolare è la mancata erogazione di questo fondo che ha determinato
la chiusura del front - office, per il quale ci siamo trovati senza
fondi". Una spiegazione che non lascia spazio a repliche. Tuttavia se
l'intenzione del delegato Zangrillo era quella di rafforzare la
struttura, perchè non è intervenuto in suo sostegno l'amministrazione?
Possiamo arguire la risposta: mancano i soldi. Ma ci possiamo
permettere sacrifici di questo tipo in una repubblica democratica
fondata sul lavoro? Io dico di no.

domenica 6 dicembre 2009

Maurizio Mansutti, carissimo


Fabrizio Bellini
 eccomi. Come abbiamo stabilito venerdì durante la manifestazione del Partito democratico, “insultiamoci”, civilmente, a mezzo stampa. Onestamente a me qualche “eccesso” sarebbe piaciuto, ma, come sai, Grassucci è un po’ bacchettone e dovremo limitarci.
 Eppure la parola pesantuccia, il motto salace, l’espressione diretta, tutte insieme, compongono il termometro della polemica e segnano la temperatura della passione politica. Ed io proprio di passione politica voglio parlarti. Dunque, venerdì in Piazza della Libertà c’era poca gente. E’ vero che faceva freddo e pioveva ma un partito importante come il tuo dovrebbe essere in grado di mobilitare molte più persone di quanto abbia fatto. Comunque e con qualunque tempo. Pena, il ridicolo e la credibilità delle recenti primarie. Non è pensabile che siate capaci di raccogliere ottomila firme di protesta se poi non riuscite a portarne in piazza neanche il cinque per cento. Non vale neanche il tuo discorso sulla qualità delle presenze perché sai bene che in democrazia conta il numero e non la sua qualità. Il tuo rispettabilissimo voto di ottimo e intelligente professionista pesa come il mio che faccio il contadino e non capisco niente. Può darsi che quello democratico sia un cattivo sistema per regolare i rapporti tra gli uomini ma, come diceva Churchill, teniamocelo, perché tutti gli altri sono peggiori. E’ semplice, si basa sulla conta delle “teste”. Senza aggettivi. Poi, visto che siamo in polemica, ti dirò che, a parte Salvatore D’Incertopadre, Pina Sorrentino e alcuni degli esponenti di spicco del Pd, non è che di “qualità” ce ne fosse poi tanta. “Qualità” intesa solo nel senso che, chi c’era, non rappresentava altro che se stesso e non mi sembra che siano apparsi i simboli di specifici mandanti. Solo singoli, pochi, semplici, infreddoliti, appassionati, cocciuti, coraggiosi, coerenti, bagnati testimoni di una protesta civile. Ed io fra loro. Forse D’Incertopadre era lì anche per le altre, influenzate, sigle Confederali, ma tutte le altre organizzazioni datoriali, starnazzanti sullo scippo dei diritti dei propri rappresentati, dove stavano? Te lo dico io: al calduccio con il Sindaco Zaccheo che, a questo punto, ha perfettamente ragione. Lui il consenso ce l’ha e chi stava in piazza a protestare, no. Quindi, viva le strisce blu. Le cinquemilacinquecento strisce blu che faranno Urbania ricca e felice. Gli impiegati, le organizzazioni, i commercianti, gli ambientalisti, i consumatori, i lavoratori, dimostrano con la loro indifferenza di volerle e allora è giusto che il parcheggio in centro si paghi dappertutto. E chissene frega di quelli che si indignano poiché lo fanno di nascosto e con i piedi davanti al caminetto. A me sembra che la scelta blu-striata di chi ha la delega della maggioranza della popolazione sia e rimanga una solenne puttanata (scusa, questa mi è scappata) ma, se è questo che si vuole, sia. Se questa delega non viene né discussa né limitata allora è corretto che chi ce l’ha l’eserciti come meglio crede. E’ vero che un grande numero, di per sé, non è collegabile né alla giustizia né alla verità, però profuma di vittoria e chi ha quello più alto, vince. Noi che “baccagliamo” pubblicamente non ce l’abbiamo e quindi paghiamo. Transeat. Neanche tu ce l’hai e anche tu … perdi. Transeat di nuovo. Zaccheo invece ce l’ha e … vince. Prosit. Funzionerà così fino a quando non tirerete fuori le palle (scusami, mi è scappata anche questa). Dovresti chiederti perché a Latina il Partito democratico non sfonda. Credo che vincere sia esclusivamente una questione di carattere e la passione attiene al carattere delle persone, come l’entusiasmo, l’ardore e il coraggio. E’ il carattere che distingue i leader e ne determina il successo. La strategia può essere un buon complemento ma, da sola, non serve a niente. In politica se ne occupano i ragionieri. Il 16 ottobre 2008 voi avete adottato una tattica, per tua ammissione così banalmente contabilistica, che Zaccheo vi ha fregati: uscire dall’aula per far mancare il numero legale. Roba da post delitto Matteotti. Archeologia politica. Insomma, ‘na pena! Vincenzo Zaccheo è rientrato in aula, una furia, una belva e la delibera dalla quale nascono le strisce blu, è passata con 21 sì e 20 assenti. Assenti, Maurizio, non contrari. Assenti, Maurizio, non trascinati fuori dall’aula a forza. Assenti, Maurizio, non massacrati. Questa è la verità e la differenza: Zaccheo ha grinta, passione, irruenza, coraggio e si è scapicollato per battervi, si sarebbe fatto tritare per farlo. Voi no. Siete strateghi, eleganti signori, pensate fino e fate fiasco. Ma con classe. Passione, Maurizio, ci vuole passione, carattere, grinta e enormi coglioni pelosi e fumanti (scusami, oggi mi scappano quasi tutte). Chi ce l’ha e lo dimostra, diventa tenore mentre le voci bianche rimangono a cantare nel coro. Ho sentito Armando Cusani parlare alla gente con la camicia stazzonata dal sudore e beccarsi un mare di applausi. Grondava e parlava, si abbrustoliva in mezzo alla folla sotto il sole di agosto e non si è mosso nessuno. Sudavano tutti e applaudivano. Ho guardato Fazzone sproloquiare in un fondano così stretto che non lo capivano neanche quelli del Mof e godersi una standing ovation da record. Non aveva capito niente nessuno ma era la forza, la passione con la quale quel niente era piombato in mezzo alla gente che aveva spinto tutti in piedi. Ho visto Zaccheo fare il tribuno e galvanizzare il pubblico con una serie di immagini così fantasiose che definirle surreali è un eufemismo. Ma chi l’ascoltava, annuiva. Sentiva e vedeva crescere cittadelle di ogni tipo, da quella giudiziaria a quella universitaria. E porti e strade e aeroporti, gallerie in pianura e sottopassi in palude. Cose incredibili come il monumento alla Littorina che non è mai arrivata, ma dette con straordinario entusiasmo da un uomo appassionato che anche per questo diventava credibile. Così convincente che quando ha detto: “pagate per stare al lavoro” in troppi hanno detto: “ sì, se lo dice lui deve essere una buona cosa. Mettiamoci la vasellina e andiamo a lavorare”. Forse la gente non li capisce del tutto ma “li sente”, “li vive”, si emoziona per loro e con loro e alla fine, li vota. Vincenzo facci sognare, paghiamo, ma facci sognare. E se non pagate anche voi consiglieri, non fa niente, appartenete alla “casta”. E’ il carattere che distingue la destra dalla sinistra. La differenza tra un grido di battaglia continuo e un pianto dirotto e perenne in cui il singulto, porco Silvio, non manca mai. Anche tu sei bravo e serio, forse anche più bravo e serio dei tuoi antagonisti. In più non sbagli un congiuntivo neanche a volerlo e sei politicamente corretto. Questo è il tuo più grande difetto: non ti si può dire niente. Sono convinto che sul piano culturale tu abbia pochi rivali. Come te, solo Claudio Moscardelli. Ma non penetrate, non emozionate, non catturate, siete troppo qualunque cosa. La gente lo sente e rimane distante. Hai presentato il miglior programma elettorale che io abbia letto a Latina. Il più credibile, realizzabile e condivisibile. E non hai vinto. Perché? Solo misere contabilità interne al partito? Non so, ma forse anche perché la prima volta che ti ho visto candidato Sindaco, apparivi su un manifesto elettorale con una camicia bianca a righine rosa aperta sul collo e stirata con l’appretto. Eri perfetto. Distante e inaccessibile come un dio pagano pettinato da Fidia. Come oggi, del resto. Maurizio, se vuoi vincere, se vuoi emozionare, se vuoi trascinare, se vuoi che il tuo partito lo faccia, “ciancicati” la camicia e spettinati. Arruffati i capelli, scendi in mezzo a noi e la prossima volta parleremo del sogno che era il Pd. L’aveva fatto il mio maestro ed io che non l’ho mai capito, ci avevo sperato. Per pura stima. I grandi uomini trasmettono soprattutto i loro sogni. Li chiamano idee. Poi, un giorno, ho visto Veltroni al Lingotto, sudato e scamiciato come fa Cusani ad agosto ed io, che rispondo a stimoli elementari, ci ho creduto. Il sogno è svanito, sciupato da un mezzo pelato che giocherella con il ferro da stiro per lisciare i baffetti più ridicoli e battuti d’Europa. Anche di questo parleremo, se vorrai. Un abbraccio, ti aspetto. Fabrizio  

prima sei dicembre


SPIGNO SATURNIA - Consiglio comunale dei giovani: un'iniziazione politica


Raffaele Vallefuoco
I manifesti per il rinnovo del consiglio comunale dei ragazzi di Spigno Saturnia campeggiano nel centro cittadino. Difficile non notarli per colore e fantasia. Eppure questo strumento di partecipazione è stato snobbato. Alle 12 di sabato mattina, infatti, termine ultimo per la presentazione delle liste in Comune, i dipendenti non hanno depositato alcuna candidatura. Il consiglio, a meno di deroghe al termine previsto, quest'anno andrà deserto. Un vuoto di democrazia? No, secondo il presidente uscente Salvatore Palazzo, il quale esprime serie riserve sulle decisioni assunte dagli amministratori senior. «In questi mesi c'è stato un vero e proprio caso politico - spiega il quasi ex presidente dell'assise giovanile - la maggioranza non ha voluto aggiornare il nostro statuto alla luce delle nuove direttive della regione Lazio e delle nostre proposte. Come consiglio, lo ricordo, ci siamo espressi proprio per un aggiornamento. Eppure il documento, così come approvato dal consiglio comunale, è esattamente diverso da come lo avevamo ideato». Ma l'analisi di Salvatore Palazzo assolve i suoi coetanei e affida le responsabilità di questo fallimento ai "grandi". «C'è stato proprio un rifiuto da parte dei ragazzi. Certo si è trattato di scelte del tutto autonome, ma sta di fatto che quest'anno non avremo le elezioni». Peccato perché questo strumento può costituire una sorta di iniziazione politica. L’assise junior? «Avoglia che la consiglio» ci spiega il presidente uscente, che da regolamento non può ricandidarsi. Certo, da una diversa prospettiva può essere visto come le macchinine Hotwheels: nient'altro che miniature delle sfreccianti auto da corsa. Ma questo punto di vista può essere fugato dall'esperienza diretta di chi questo strumento lo ha avuto tra le mani. «Credo che questo sia l'unico modo di partecipare alla vita politica per noi giovani. Ma...» prosegue: «O lo fai bene, e allora ti senti protagonista, o è solo un giocattolo. Noi il modo per renderlo un'occasione per la città lo abbiamo indicato. Ma non siamo stati ascoltati». Il consiglio comunale dei giovani può essere un osservatorio per interagire con il microcosmo degli under 25, nonché il modo per promuovere «la partecipazione dei giovani alla vita sociale, politica e culturale del paese, allo scopo di favorire la libera espressione del loro punto di vista» recita il sito internet regionale che ne promuove l'adozione. Anche Minturno ha seguito l'esempio di Spigno. Presidente dell'assise junior è Manuela Cappuccia. Per i minturnesi siamo ancora al giro di boa, ma già si pensa alla nuova formazione del 2010. Tra difficoltà varie questo consesso continua la sua proficua attività. Tuttavia sconta l'anonimato a causa di un grave deficit di comunicazione. A Formia, invece, il delegato alle politiche giovanili Stefano Zangrillo ha sposato l'iniziativa aderendo al bando regionale. Ma per l'istituzione si aspettano risposte della Pisana. Idem per Gaeta. Per la città, che ha conosciuto una prima esperienza di consiglio comunale baby sotto la giunta D'Amante, interviene il vicesindaco Salvatore Di Ciaccio, delegato alle politiche giovanili: «Quest'anno abbiamo approvato un odg in consiglio comunale proprio per la sua istituzione. Aspettiamo i fondi dalla Regione». In realtà i vari comuni potrebbero autonomamente attivare l'assise, ma con la generalizzata carenza finanziaria servirebbe una scossa. Una consapevole richiesta da parte dei suoi protagonisti. Avanti giovani, attivatevi presso il vostro comune. 

Passato e futuro dei Trasporti Marittimi delle Isole Ponziane

Franco Schiano     
Per il Lazio una società di navigazione regionale è autentica “anteprima”, anche se sin dal 2006 si è ipotizzata nei documenti ufficiali la costituzione di una “Azienda di trasporto marittimo del Lazio, comprendente anche gli attuali servizi di competenza statale” e da allora le probabili sigle di La.re.mar. o di Lazio.mar. apparvero subito le ipotesi più gettonate, accanto alla creazione di un ramo “navale” del Co.tra.l. che già si occupa di trasporti su gomma e rotaia.
     La stessa Comunità d’Arcipelago delle Isole Ponziane, sin dal suo costituirsi pose al centro del suo operato la problematica dei collegamenti marittimi ed…aerei delle isole di Ponza e Ventotene.
     Erano altri tempi, non era ancora giunto il momento in cui dalle parole bisognava passare ai fatti, e se per la prima volta si ipotizza il trasferimento alle regioni delle competenze statali in un documento della Regione Toscana del 5 gennaio 1982, e solo dallo scorso 3 novembre che è arrivato il via libera allo spacchettamento di Tirrenia e delle consociate regionali: dalla Ca.re.mar. spa che oggi gestisce i collegamenti di Campania e Lazio, deriveranno una società campana (Co.re.ma.) ed una laziale ancora in gestazione a cui sarà trasferito il naviglio necessario al raggiungimento dello scopo (due traghetti tradizionali, un MTV, due aliscafi RHS 160).
     L'accordo per la privatizzazione è stato firmato il 3 novembre e dovrebbe diventare operativo il 1° gennaio prossimo per tutte le regioni. Una proroga di altri 90 giorni è concessa al Lazio per costituire la società marittima a cui saranno trasferiti i mezzi navali  che dovrà acquisire le navi che nel frattempo sono stati affidati alla Caremar(Campania).Ma i problemi e gli intoppi non mancano. Per quanto riguarda il Lazio – dopo le dichiarazioni dell'assessore Dalia all'indomani della firma -  nulla sembra essere stato messo concretamente in cantiere. Complice anche la situazione politica, ma la sensazione che a Roma delle isole ponziane si ricordino solo d'estate è molto forte. Più in generale l'allarme di un blocco delle procedure di privatizzazione arriva da Napoli dove l'attivissimo assessore regionale ai trasporti Cascetta  esprime forti preoccupazioni per il comportamento della società Tirrenia in merito alle procedure in corso per il trasferimento gratuito dallo Stato alla Regione della società di navigazione Caremar. “ La società Tirrenia, contravvenendo a quanto previsto dall’accordo di programma tra il Governo e le Regioni che stabilisce i termini e le condizioni del trasferimento delle società regionali Caremar, Saremar e Toremar – spiega Cascetta – ci ha comunicato che non ha intenzione di onorare i propri debiti nei confronti di Caremar se non nel termine di 60 giorni dopo che si saranno concluse le operazioni di privatizzazione della Tirrenia stessa. Un atteggiamento inaccettabile, aggravato dalla constatazione che, senza queste risorse dovute, la Caremar rischia di non poter effettuare pagamenti assolutamente indifferibili, la maggior parte dei quali discendenti da precisi obblighi di legge. In questo modo si rischia che non ci siano più le condizioni per la Regione di subentrare nella gestione di Caremar.”
     Insomma il rischio che tutto rimanga fermo a lungo non è da sottovalutare.  Ovviamente sulla pelle degli isolani.  Altro che le polemiche  di A.MA.RE.

Gaeta - Risposta ad AMARE: a ognuno il suo, ( senza sostituzione di ruoli)

Franco Schiano
La privatizzazione di Tirrenia e la conseguente nascita di distinte società  regionali per continuare a garantire la mobilità delle isole minori italiane è diventato,  argomento d'attualità. Non più lasciato ai soggetti istituzionali (Governo, Regione Lazio, isole ponziane) che da sempre si sono interessati sulla materia, ma terreno di confronto anche con altre realtà che si sono affacciate sulla ribalta.
Tutte le regioni interessate ovviamente trattano e si interfacciano con gli Enti locali isolani, non fosse altro che per avere una visione ravvicinata delle problematiche da affrontare. Poi ognuna  individuerà la formula più idonea per l’effettuazione dei servizi da assegnare.(Società pubbliche o miste oppure affidamento in appalto ad un operatore privato con gare a livello europeo). Basti pensare che in Toscana Corsica Ferry (Francia) e Buquebus (sud america) si stanno interessando della cosa per avere un idea dell’ampia portata degli sviluppi futuri.
     In tutto questo contesto la nota apparsa in data 5 dicembre 2009 sulla stampa locale a firma della A.ma.re. di Gaeta ha suscitato più  di qualche perplessità, in particolare sulle isole.
     “ Che una associazione di marittimi si preoccupi del mantenimento dei livelli occupazionali è naturale - altrimenti gli associati non pagherebbero per tenerla in vita. - ha dichiarato  Giuseppe Tricoli, ponzese,  da sempre attento conoscitore dei trasporti marittimi isolani - Che però ci si preoccupi di suggerire di “evitare la partecipazione di amministratori pubblici isolani nella nuova società di navigazione, se non per solo compito di controllo o di revisori dei conti, per la semplice ragione che il soggetto che usufruisce del servizio non può essere anche concessionario dello stesso” appare incredibile ed irrispettoso nei confronti degli isolani di Ponza e Ventotene.
     Chi usufruisce del servizio – prosegue Tricoli - sono, in primis, gli abitanti delle isole, poi la collettività ogni qualvolta ha rapporti con queste realtà. Non si comprende da chi dovrebbero essere tutelati i residenti delle isole, se non dai legittimi rappresentanti, democraticamente eletti e deputati allo scopo. Non risulta che nei decennali contenziosi di Ponza e Ventotene con il Ministero della Mercantile prima, quello dei Trasporti poi, la Regione Lazio o la Provincia di Latina vi sia mai stato il sostegno, anche solo morale, da parte di  sigle che oggi si sentono legittimate a parlare a nome degli isolani per suggerire di “mantenere gli attuali collegamenti marittimi con le isole, senza tagli di corse che sicuramente graverebbero sull’economia degli isolani” peccato però che quando i tagli delle corse vi sono realmente stati (vedi vicenda aliscafo Caremar per Ponza) nessuna voce  si sia levata contro la decisione e l'isola, i suoi problemi li ha risolti da sola.
     Non è sterile polemica – afferma ancora il dottor Tricoli - ma in questa delicata fase di transizione non è suggerendo quando già previsto dalle Leggi nazionali e comunitarie (Solas, CdN, Contratti collettivi, etc.) che si contribuisce a garantire, a chi sulle isole ci vive, il bene preziosissimo dei collegamenti marittimi. Se si è a conoscenza del mancato rispetto degli standard di sicurezza o della violazione di normativa tecnica, gli interessi dei marittimi, quindi anche dei soci A.ma.re. legittimamente, si tutelino segnalando le irregolarità a chi di competenza. Ma dove erano AMARE & Co, quando gli Enti locali chiedevano  il rispetto di alcuni diritti elementari come – solo per citare uno dei tanti casi -: l'installazione dell'ascensore per i diversamente abili sul M/t “Quirino”? Richieste sistematicamente tuttora disattese tra il disinteresse di tutte le sigle.”
     Come a dire: facciamo ognuno la nostra parte, senza sostituzione di ruoli. Come nessuno contesta le capacità tecniche di chi  va per mare, si lasci ai rappresentanti isolani la possibilità di partecipare alle scelte operative. Ovemai questa opportunità ci fosse, visto che l'unico caso di un rappresentate isolano nel CdA della Caremar, nella persona di Ernesto Prudente, risale agli ormai lontanissimi anni 70.

Latina-Con Morricone un natale da Oscar

Luisa Guarino
La città si prepara a celebrare in maniera straordinaria i suoi 77 anni di vita, il prossimo 18 dicembre. In programma iniziative di ogni genere, anche nei giorni precedenti e seguenti, ma il clou si vivrà al Teatro D’Annunzio con il concerto di beneficenza per l’Avis

Un natale di Latina particolarmente importante e scandito da grandi eventi, quello che la città si appresta a celebrare per il suo 77° compleanno, il prossimo 18 dicembre: una serie di manifestazioni che prenderanno il via già prima di quella data, con iniziative che riguardano un po’ tutti i quartieri, dal centro a Piazza Orazio ai quartieri Nuova Latina e Nascosa. Una panoramica degli appuntamenti in programma è stata tracciata ieri mattina dall’assessore Maurizio Guercio in un incontro con la stampa. Per il dettaglio dei vari momenti della giornata del 18 ci sarà tempo più in là. Per ora ci limitiamo alla mostra sul “Mito di Littoria. 1932-1944” che sarà inaugurata il 17 dicembre al Cambellotti; dell’esibizione della fanfara dei bersaglieri in piazza il 18, una sorta di anticipo sul raduno in programma per il 2010. Ma Guercio ha anche anticipato alcuni bei momenti che Latina vivrà prossimamente, con la collaborazione la notte di Capodanno della nota azienda Gancia, che offrirà ben 15.000 calici di spumante agli spettatori in Piazza del Popolo; e infine, si fa per dire, dell’adesione dell’Amministrazione comunale al Festival del corto di Latina, che continua a crescere e quest’anno vedrà la collaborazione di cinque Ambasciate dei Paesi del Maghreb. La parola quindi è passata ad Alfredo Loffredo, della Fondazione Roma che, parlando anche a nome del presidente Emanuele Emanuele, ha confermato l’attenzione nei confronti di Latina, non solo per la realizzazione di quello che è l’evento clou del 18 dicembre, il concerto del Premio Oscar Ennio Morricone al Teatro D’Annunzio a sostegno dell’Avis, ma per l’impegno nel campo della sanità e della scuola. Aule multimediali per medie inferiori e superiori e prossimamente per le elementari e servizi per l’ospedale Santa Maria Goretti come la Pet e il Centro ricerche per le cellule staminali fanno della Fondazione un interlocutore fondamentale. Il che ha indotto l’Amministrazione a offrirle la cittadinanza onoraria. A seguire, l’intervento del presidente comunale dell’Avis Marco Fioravante, il quale ha ricordato, dopo aver salutato il presidente provinciale Enzo Piccaro presente in sala, l’impegno dell’associazione, presente a Latina dal 1957, e la necessità di dotarsi di una nuova autoemoteca (quella tuttora in attività è stata acquistata nel ’74). Fioravante è poi sceso nei dettagli riguardanti il concerto di Morricone, che vedrà sul palcoscenico 160 elementi fra orchestrali e coro, e sarà trasmesso in diretta su Radio Uno. Il biglietto d’ingresso costerà 70 euro in platea e 50 in galleria: la prevendita comincerà mercoledì 9 dicembre presso il Teatro D’Annunzio, dalle 9 alle 13 e dalla 16 alle 19.30. Ulteriori elementi di carattere artistico sono stati forniti da Luigi Caiola, dell’associazione Ars Latina, che da molti anni collabora con il Maestro Morricone. Il suo concerto, ha detto fra l’altro, testimonia anche l’affetto che il grande compositore e direttore d’orchestra, che festeggia i suoi cinquant’anni di attività, ha per Latina e per la memoria dello straordinario rapporto con il suo Maestro, Goffredo Petrassi, che essa mantiene ancora vivo. Nel concerto del 18 dicembre Morricone dirigerà l’orchestra Roma Sinfonietta, il Nuovo Coro Lirico Sinfonico Romano e il Coro Claudio Casini dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Durante il concerto due brani saranno eseguiti da Andrea Morricone che già da diversi anni collabora con il padre. Anche l’assessore Bruno Creo ha voluto testimoniare la sua adesione alle iniziative per il 77° natale della città, ricordando ulteriori iniziative, tra le quali spicca la mostra omaggio all’artista Addis Pugliese. che sarà inaugurata nella Pinacoteca comunale il 19 dicembre. Ha concluso l’incontro il sindaco Vincenzo Zaccheo, il quale ha sottolineato il messaggio positivo che l’Avis propone alle nuove generazioni e l’orgoglio di vedere sulla ‘sua città’ l’attenzione di enti e organismi prestigiosi, proprio come la Fondazione Roma, che per la prima volta esce dai confini capitolini per andare in provincia. E nel campo della sanità e della solidarietà individua il Santa Maria Goretti, “che non è solo l’ospedale di Latina ma un Dea di II livello che va ben oltre Latina”.
La mattinata si è conclusa con la premiazione da parte del sindaco di Edoardo Castagnina, libraio storico di Latina, che festeggia anche lui 50 anni di attività. “Il futuro ha sempre un cuore antico” recita lo slogan delle celebrazioni. Anche nella città più giovane d’Italia.

sabato 5 dicembre 2009

Italia senza più audacia



Lidano Grassucci


Il mio amico Enzo Eramo (adesso fa il capogruppo del Pd in Provincia) si è meravigliato subito: «ma sul giornale hanno scritto che l’Italia dopo il girone favorevole avrà la sfortuna di incontrare in semifinale o il Brasile o la Spagna, ma che vogliamo vincere senza giocare». Lo ascolto e non posso dargli ragione, sarà per il fatto che sia io sia lui nascemmo contadini e la vita ci si presentò, da subito, in salita. Tipo: girone di ammissione con il Brasile, primo turno con la Spagna. Sarà per quella storia delle origini che questa storia della finale della coppa del mondo ci pare una stupidaggine, una colossale presa in giro. Se sei il più forte del mondo devi poter, e saper, battere tutti. Come i contadini che vivono tanta fame da far diventare i figli ingegneri. I giornalisti sportivi hanno commentato il fatto dell’Italia con l’ignavia di un paese senza coraggio, senza la forza di darsi sfide audaci. Negli anni ’60 ci pensammo grandi ed eravamo miseri ma abbiamo vinto, siamo diventati grandi sul serio. Oggi siamo grandi, ma abbiamo paura e la paura è dei mediocri.
Guardate questa nostra città con le sue sfide minime: la sosta a pagamento nel centro perché c’è in tutta Italia; l’università piccola e gregaria di quella di Roma; gli addobbi di Natale miseri come un pianto; le nostre scuole che fanno il loro, senza sognare.
Siamo tutti italioti che vogliamo vincere il campionato del mondo senza giocare, a tavolino.
I nostri figli? Bravi ragazzi, educati, anche preparati ma… senza sogni, senza ardire, senza utopie.
Eravamo brutti (forse Enzo Eramo un po’ meno), un po’ tanto ignoranti, eravamo impacciati, eravamo sgraziati. La nostra lingua era di saggi ignoranti di campagna, un po’ suoni gutturali, un po’ saperi antichi. Ma quando sognavamo pensavamo a un 10 a zero con il Brasile, a una distruzione totale della Spagna. Ci pensavamo primi, primi rispetto a quelli della città, primi rispetto ai figli dei signori, primi pure rispetto ai professori. Primi.
Adesso: vorremmo vincere senza giocare. Noi volevamo vincere giocando e facendo pure le “micche” (trad. barando), ma giocando.
Mai evitati gli avversari, mai. Quando i ragazzi di Destra vennero a “riconquistare” il Grassi che avevamo occupato noi dei collettivi li abbiamo affrontati di petto, mica ci siamo chiesti se era facile.
Questo paese è vile, ha ragione Enzo Eramo, siamo senza speranze.

venerdì 4 dicembre 2009

La democrazia? So rogne

Lidano Grassucci

“Propria un’cò l’dovea morire? Se sempre stà dispettoso”. Così mio zio Tony se la prese a male con il fratello che aveva avuto la scortesia di morire proprio il giorno in cui lui aveva un appuntamento importante: la cena dei veneti dell’agro. Ieri, tutti noi avevamo un appuntamento importante, la manifestazione antistrisce blu. E Giove Pluvio ha fatto venir giù l’acqua. Forse lo paga Urbania il signore degli dei dell’Olimpo che, di suo, ci mette il dispetto che è dote propria degli dei. Comunque alla manifestazione antistrisce c’era poca gente. Quindi? Ai cittadini di Latina non dispiace pagare. Non dispiace ai commercianti, non spiace alle commesse, non è disdegnato dai dipendenti pubblici. Paghiamo, paghiamo per tenere ferma l’automobile. Del resto il centro storico è un lusso e il lusso si paga. Non aggiungo altro, credo che se il sindaco decidesse di tassare l’aria del mare, dopo un po’ di brontolio tutti pagherebbero.
Ecco, Latina è una società prepolitica. Una società dove il massimo della protesta non è la proposta alternativa, ma il brontolio. Quando ero ragazzo non conoscevo un democristiano. Tutti parlavano male dei sindaci democristiani, poi la Dc prendeva la maggioranza assoluta e i sindaci 80.000 voti per diventare senatori. Tanti voti così li prendeva il democristiano di Latina e quello del partito dei tirolesi di Bolzano. Al bar tutti contro le strisce, ma a mettere la faccia in piazza no, quelli del Comune si potrebbero offendere. Siamo una società prepolitica che crea delle oligarchie di governo verso cui è consentito il mugugno, non la protesta, men che mai il dissenso.
Non c’è la società civile, quella che “dialoga” con la comunità della rappresentanza. Non è una cosa solo degli amministratori il sentirsi “altro” dai cittadini fino ad arrivare ad auto esentarsi dal pagamento della sosta. Anche la società, nei fatti, li considera tali. Semidei, dispensatori di piccoli favori. Farsi vedere in piazza contro? Mai, si potrebbero arrabbiare. Meglio trovare una soluzione personale, una qualche esenzione ad personam che ci rende anche un po’ semidei.
Caro Vincenzo dipingi tutta la città di blu, tanto il popolo da queste parti è bue e dorme.
“Dormi popolo, dormi” che a te ci pensa il Papa, il sindaco, il curato e il consigliere come dalla notte dei tempi. E popolo non dar retta a ‘sti liberali che vogliono la democrazia, la politica. So’ rogne. Ci pensa il curato a voi. Dormi popolo dormi.
E mi sa che Giove non ha avuto colpa alcuna.

giovedì 3 dicembre 2009

Via dall’Italia, io resterei

Lidano Grassucci

“Non andate via”, Giorgio Napolitano quasi implora i giovani italiani. Restare, ma per far cosa? Io rimarrei? Forse no. Che ci stai fare in un posto in cui contano i cognomi e non le competenze, in cui il merito viene dopo la famiglia? Me ne andrei, via di qui.
Che ci faccio in un posto in cui la mediocrità di star sempre con chi vince è sport unico. Che ci faccio in un posto dove repubblica non significa “cosa di tutti”, ma è intesa come “Cosa di ciascuno”. Non siamo una nazione ma un casuale incontro di egoismi. Sì, è il caso di andar via, di andarmene lontano dove il metro è l’intelligenza, il genio.
Sto in un paese vecchio, triste. In una città dove ci si toglie il cappello davanti al capo e le colpe stanno sempre altrove.
Me ne andrei, che ci faccio qui.
Perché un giovane dovrebbe dar retta a Napolitano? Conosco tanti che se ne sono andati dall’Italia, dalla loro città, da quella che era la loro Patria. Una Patria che dalle mie parti muore spesso, muore perché è un sentire comune e in un mondo di egoisti è cosa estranea come l’acqua nel deserto.
Andarsene? Qua se ne andarono tutti l’8 settembre del 43, tutti dal Re in giù. Tutti, ma ciascuno pensando a casa sua. Il mondo non ci considerò eroi quei giorni, noi non fummo eroi. Anche allora dicevano: ma era difficile fare altrimenti. Perché ci sono sfide facili?
I giovani non hanno futuro, dicono quali che li invitano ad andar via. Ora che ci penso ma chi deve “fare il futuro” dei giovani? Dovrebbero essere i padri a “garantire” il domani? Ma il domani non è dei padri, non è dei nonni, è dei ragazzi.
Questo è il paese in cui ho letto che “è necessario garantire la sicurezza dei militari in aree di crisi”, detto seriamente e nella tv di stato. Insomma si chiedeva un esercito con l’assicurazione contro le cadute. Ho letto commenti tipo: “non c’è lo Stato”. Che sarebbe: non ci sono i cittadini, non c’è la terra. I giovani non debbono andar via i giovani debbono cacciare i padri.
Pier Luigi Celli, quello che ha suggerito al figlio di andar via dall’Italia, è direttore generale della Luiss (l’università privata di Roma) scrive su La Repubblica. Insomma non è un emarginato. Domanda: se questo paese non va di chi è la colpa? Se lui invita ad andar via suo figlio, che magari in America ci può andare, ci dice cosa suggerisce di fare al figlio del metalmeccanico di Termini Imerese? Celli vuol mandare via il figlio perché lui a 67 anni non ha intenzione di schiodare, di far spazio.
Celli non scrive per generosità, ma per egoismo.
No, ho capito non me ne andrei. Resterei per cambiare, per mettermi alla prova. Per coltivare un sogno.
Sì, se fossi un ragazzo resterei qui, al mio posto e ci proverei. Proverei a cacciare i Celli dalla loro supponenza, a mandare a casa coloro che non sognano più perché la senilità è nemica della fantasia.
No non me ne andrei ma manderei un missiva a Celli, a Napolitano a Berlusconi consigliando loro: “ma non è forse tempo che andate a giocare con i nipoti”? Qui non debbono andar vi i giovani, ma in pensione i vecchi.

Onore a Cosmi

Lidano Grassucci
Hanno assolto Gianni Cosmi e gli altri dell’Aser, ora? Chi restituirà a questa gente la dignità gettata alle ortiche, nel fango, da articoli, titoli di giornali a caratteri cubitali? Chi chiederà scusa per parole al vento gettate su persone che sono, a dire dei giudici, innocenti. Chi? Leggerò sul giornale in cui ho lavorato per qualche lustro le pubbliche scuse per l’ “errore”? Per le cronache raccontate senza dubbio alcuno. Mi scuserete se il giornalismo sciacallo che ha gettato fango sull’Aser oggi è in servizio permanente ed effettivo a Fondi. Ho difeso l’onore di Cosmi e oggi i giudici mi danno ragione, con lo stesso criterio difendo la dignità di Fondi. Ero solo dalla parte di Gianni Cosmi, sono solo su Fondi, ho avuto ragione su Cosmi e lo stesso sarà per Fondi. Non amo chi si ritiene figlio di un dio maggiore. Onore a Cosmi.

mercoledì 2 dicembre 2009

Se fossi Zaccheo



Lidano Grassucci

Ed ora? Per capire il mondo bisogna mettersi un po’ nei panni dell’altro. Cecco Angiolieri giocò sul “se fossi” e un po’ siamo così come siamo, per quel gioco.
Quindi? Se fossi Zaccheo cosa farei?
Sapete bene che Zaccheo non sono, non fui e non sarò, tanmeno sindaco di questo posto, ma per gioco ci posso provare.
Se fossi Zaccheo mi alzerei di buon’ora, chiamerei a raccolta i consiglieri comunali e i miei assessori. Chiederei loro di indossare abiti vecchi e, munito di pennellessa grande e tanto bianco, andrei per tutta la città e farei strisce bianche pure, con tonalità di azzurro e per onorare i laziali pure bianche e azzurre e toglierei tutto il blu. Che è un bel colore, il blu, ma in cielo.
Se fossi Zaccheo “ardarei” le colonnine per metterci palmette o alberi di essenze varie. Farei libero il centro per chi volesse venire e dopo aver fatto un grande palco in piazza del Popolo, “diria”: “Mi scuso a nome del consiglio comunale di aver pensato in piccolo, di aver chiuso Latina”. E con voce stentorea direi: “Libero parcheggio, libera circolazione, libera vita”.
Chiederei scusa alla mia gente e farei chiedere scusa a quanti si sono pensati meglio dei cittadini esentandosi dal pagamento della gabella.
Tutto qui, “faria” bella Latina mia.
Ma non sono Zaccheo ma solo Lidano e come tale farei quel che faccio, scrivo sperando che qualcuno legga, non si offenda e consenta alla mia gente di campare in pace.
PS: la maggioranza che si incazza per il manifesto dell’opposizione e ci fa anche la conferenza, non è certo originale, ci mancava pure che opposizione e maggioranza fossero d’accordo. O che De Marchis facesse il manifesto contro Zaccheo d’accordo con lui e viceversa. Capisco che siamo una piccola città ma almeno i fondamentali. Complimenti anche all’opposizione che sulle strisce ha votato a favore. Due mediocrità in un consiglio comunale solo, complimenti.

Stabilimenti balneari, l'economia turistica rischia il tracollo

Teresa Faticoni
Stabilimenti balneari cancellati. Quelli che una volta erano lidi sul mare, che sono diventati negli anni e a forza di investimenti e sudore centri attrezzati per l’estate e non solo  potrebbero diventare terreno di sconfitta per l’imprenditoria italiana. Il tutto per le restrizioni e i vincoli imposti dall’Unione europea. «Le concessioni in essere alla data di entrata in vigore della presente legge e in scadenza entro il 31 dicembre 2014 sono prorogate sino a tale data». Questa la sostanza del provvedimento che il ministro Fitto proporrà alla Commissione europea al fine di chiudere la procedura d’infrazione nella quale si contestano le norme nazionali relative al rinnovo automatico delle concessioni demaniali in quanto violerebbero le norme comunitarie di concorrenza, e in particolare la direttiva del 2006 relativa ai servizi nel mercato interno. Se l’infrazione non si dovesse chiudere entro la fine dell’anno, si dovrebbe procedere con la messa a bando delle concessioni già a partire dal 1° gennaio 2010. Il che metterebbe praticamente in ginocchio l’economia turistica italiana, certo, ma anche pontina. Moltissima le imprese che hanno investito su tempi medio lunghi, che si ritroverebbero senza nulla in mano. Un colpo di spugna drammatico, che cancellerebbe un settore in cui si vive molto di tradizione, di esperienza, di passaggi di padre in figlio delle aziende. Tutte, di solito, di piccole e medie dimensioni. All’incontro che il ministro Fitto, insieme alla Brambilla, hanno tenuto con gli operatori del settore, hanno partecipato anche i rappresentanti di Assobalneari di Latina. Proprio dall’associazione collegata a Confindustria erano partite alcune proposte accolte in pieno nel provvedimento proposto da Fitto. Vedi, appunto, la tutela degli investimenti e degli imprenditori. Dopo la chiusura dell’infrazione, i concessionari potranno presentare richieste motivate per ottenere un ampliamento del termine concessorio ventennale sulla base degli investimenti programmati. Tale proposta era venuta anche dal presidente della commissione turismo della regione Lazio, Domenico Di Resta, che in un incontro pubblico a Terracina aveva spiegato come la Pisana spingesse per «garantire un regime transitorio nella gestione dei titoli concessori che preveda, in relazione agli investimenti effettuati, una congrua estensione delle concessioni in corso».

prima pagina del 2 dicembre 2009


Strisce blu e Latina maleducata




Lidano Grassucci

E’ proprio brutta, sciatta, vuota Latina con queste strisce blu. Se, poi, penso che i consiglieri comunali e affini non pagano la sosta mi sento estraneo a questo posto. Mi dicono, inoltre: i residenti del centro storico non pagano. Perché io che abito in via Congiunte sinistre sono figlio di un Dio minore? Non pago le stesse imposte di quelli al centro? Non capisco.
Comunque Latina così è vuota, brutta, sciatta. Ci sono, affissi negli appositi spazi, i manifesti di un convegno con il sindaco e Galetto che recitano: “Latina prima nel Lazio”.
Di cosa? Ditemi in cosa siamo primi? Una cosa. Mi sento preso in giro. Giro con la mia auto in centro e non posso fermarmi. Giriamo in centro e non possiamo fermarci. E non ci fermiamo: viali vuoti, strade vuote, negozi vuoti, vita che va altrove. Sa di morto questa città, sa di funerale il centro storico. Mesto funerale in blu. Ho scelto di vivere qui perché questa era città accogliente, generosa, aperta. Vi ricordate? ”Città senza mura” la chiamavano. Ora è chiusa in se stessa: dal ’93 ad oggi è diventata, anno dopo anno, sempre meno capitale e sempre piu’ strapaese. Si è contorta, si è imbruttita in un paese che si fa ogni giorno piu’ brutto. Era luminosa Latina. La immaginavo nel 2010 lucente e pulita, la ritrovo opaca. E’ medievale con le gabelle che mettevano le città chiuse e grette del medioevo per evitare commerci e foresti. Vediamoci tra noi, tra noi del centro, tra noi della casta, tra noi di qualche purezza impuri, chiusi quasi malati di paura dell’aria che potrebbe togliere cattivi odori a cui siamo usi.
Solo che qui (tranne noi pochi indigeni, e io sono pure mezzo foresto) sono tutti foresti. Qui la gabella la chiedono alemanni e goti, come direbbe Guccini, come nella decadente Bisanzio. Non si chiedono i denari agli ospiti, è questione di educazione.
Ecco avevo scelto di vivere in una città educata, mi ritrovo in una città maleducata. Dove i consiglieri comunali non pagano la sosta perché “hanno funzioni istituzionali”, ed un chirurgo paga per intero. Cosa volete che aggiunga hanno ucciso Latina il suo spirito. Che brutta storia.

Tributi Italia, acquirente cercasi


Maria Corsetti


«Abbiamo affrontato la vicenda tra la Tributi Italia e i comuni guardando al dopo. Se avessimo proceduto con la cancellazione ne sarebbe seguito il fallimento della società e a questo punto i crediti dei comuni sarebbero rientrati nel fallimento con conseguenze a dir poco difficili: si rischiava la dichiarazione di dissesto finanziario in più di qualche realtà. Inoltre c’è da tener conto del fronte occupazionale: parliamo di 1.200 dipendenti che rischiano il posto di lavoro». Nel giorno dopo la “notizia bomba” rimbalzata in 135 comuni italiani del divieto imposto alla tributi Italia dalla Commissione finanze della Camera, è lo stesso presidente della commissione, Gianfranco Conte, a chiarire i passaggi che hanno portato alla decisione.
«Per quanto riguarda il futuro - prosegue Conte - dobbiamo tenere conto anche del fatto che la riscossione avveniva su due fronti, quella volontaria e l’esazione coatta. Una circostanza da tenere presente nel caso si volesse perseguire la strada del rilevamento da parte di altro soggetto della Tributi Italia.  Intanto la stessa Tributi Italia ha chiesto l’affiancamento delle banche, se dovesse essere confermato si può ipotizzare una prosecuzione dell’attività. Entrambe le ipotesi, sia il subentro di un soggetto terzo, sia la prosecuzione dell’attività da parte della Tributi Italia, richiedono molta cautela. Ma scongiurare il fallimento ci è sembrata la soluzione più opportuna nell’immediatezza. Con la sospensione abbiamo consentito ai comuni di poter riscuotere l’Ici, immettendo denaro nelle casse. La sospensione, infatti, non è fino al 9 dicembre, ma viene mantenuta finché non si sarà risolta la questione. Certo, se il 9 dicembre Tributi Italia saldasse i debiti nei confronti dei comuni potremmo vedere diversamente la questione».
Ma l’ipotesi è davvero poco probabile.