Alessia Tomasini
La lunga marcia di Forza Italia alla conquista del Popolo della libertà non si ferma. Dopo la ratifica del ruolo di commissario per Claudio Fazzone è arrivata quella di Stefano Zappalà nella direzione nazionale. «Un passaggio naturale - spiega il parlamentare europeo - per gli eletti che si inserisce in un percorso di riconoscimento del lavoro svolto in questi anni a tutti i livelli e come capogruppo in Europa di Forza Italia». L’ufficializzazione per i componenti della direzione nazionale del Pdl avverrà, come previsto dallo statuto, nella prima riunione dell’ufficio di presidenza. Ma? Come in tutte le situazioni che contano a fare la differenza non è tanto la poltrona ma la rappresentatività che questa ha per un territorio. E Stefano Zappalà è l’unico, tra i deputati e i senatori di Forza Italia e di An, ad essere riuscito a compiere questo passo. Questo significa che l’asse azzurro nel Pdl si sta rafforzando. «Non è certo un caso - commenta con un sorriso Zappalà - che a guidare il Pdl a livello provinciale ci sia proprio Claudio Fazzone». A leggere i nomi non può sfuggire che la doppietta Ciarra - Conte non compare da nessuna parte. Sarà un segno? Sarà il destino? Sarà una svista? O forse, più semplicemente, sarà che il loro potere non esiste? Come diceva Andreotti a pensar male si sbaglia ma i segni vanno tutti nella stessa direzione. Quella che colloca nell’olimpo del Popolo della libertà a livello provinciale e nazionale, oltre che europeo, solo Fazzone, Cusani, Zappalà e Zaccheo. Gli altri sono macchiette che si muovono per tentativi ed errori su un territorio che ha fatto le sue scelte, ha eletto e legittimato i propri leader con il consenso, cercando di imbastire improbabili rivoluzioni. Lo spirito da giudici inviati dalla Provvidenza, sull’operato degli altri, ha prodotto in questi mesi e ad ogni livello solo una forma di rigetto sia da parte dei cittadini che dei vertici del Popolo della libertà. La nascita del nuovo grande partito del centrodestra è stato acclamato da più parti come il momento dell’innovazione della politica. Forse da ieri si è deciso anche da dove partire per portare a casa questa missione: lasciare ai rivoluzionari dell’ultima ora lo spazio che gli spetta, quello piccolo e a termine del battito di ali di una farfalla.
venerdì 10 aprile 2009
TV -Mister president Obama, la Cnn e le tante gaffe
Sergio Corsetti
A volte capita anche la notte insonne. Forse perché si è fumato troppo o si è ecceduto con i caffè. Oppure solamente perché fa caldo o, al massimo, perché si attendeva una telefonata “importante” che poi non è arrivata. Un mancato squillo da «mi si è scaricato il telefono». In quel caso la televisione diventa deleteria. Aumenta il nervosismo, allontana ancora di più il sonno. La programmazione notturna è devastante; propone o cose vecchissime senza senso o spettacoli al limite dell’hard. L’altra notte l’unica cosa che attirava l’attenzione era la polemica innescata dalla Cnn sul comportamento di mister Obama. Il presidente degli Usa ha ricevuto il sultano dell’Arabia Saudita quasi prostrandosi al suo cospetto. Con un gesto di riverenza desueto ha fatto una bella figura barbina. La Cnn ha mandato in onda delle interviste realizzate tra i cittadini ai quali si chiedeva di commentare l’accaduto, confrontandolo con il modo informale con il quale The President ha salutato la Regina d’Inghilterra, Elisabetta II, con la ormai famosa o famigerata pacca sulle spalle. In un battibaleno Obama è diventato esempio da imitare in modo caricaturale praticamente tutte le persone si salutavano a vicenda indulgendo in clamorosi salamelecchi. Come se non fosse abbastanza anche la First Lady è stata pizzicata dalla stampa con le sopracciglie finte. Michelle è diventata ormai per i media statunitensi una “femme fatale”. Una donna, anche se di potere, che sa puntare sulla giusta dose di femminilità. Al giusto sexy appeal. Il servizio non restituisce la serenità necessaria per sprofondare in un sonno ristoratore. Anche perché il pensiero è fisso alla telefonata del giorno dopo.
A volte capita anche la notte insonne. Forse perché si è fumato troppo o si è ecceduto con i caffè. Oppure solamente perché fa caldo o, al massimo, perché si attendeva una telefonata “importante” che poi non è arrivata. Un mancato squillo da «mi si è scaricato il telefono». In quel caso la televisione diventa deleteria. Aumenta il nervosismo, allontana ancora di più il sonno. La programmazione notturna è devastante; propone o cose vecchissime senza senso o spettacoli al limite dell’hard. L’altra notte l’unica cosa che attirava l’attenzione era la polemica innescata dalla Cnn sul comportamento di mister Obama. Il presidente degli Usa ha ricevuto il sultano dell’Arabia Saudita quasi prostrandosi al suo cospetto. Con un gesto di riverenza desueto ha fatto una bella figura barbina. La Cnn ha mandato in onda delle interviste realizzate tra i cittadini ai quali si chiedeva di commentare l’accaduto, confrontandolo con il modo informale con il quale The President ha salutato la Regina d’Inghilterra, Elisabetta II, con la ormai famosa o famigerata pacca sulle spalle. In un battibaleno Obama è diventato esempio da imitare in modo caricaturale praticamente tutte le persone si salutavano a vicenda indulgendo in clamorosi salamelecchi. Come se non fosse abbastanza anche la First Lady è stata pizzicata dalla stampa con le sopracciglie finte. Michelle è diventata ormai per i media statunitensi una “femme fatale”. Una donna, anche se di potere, che sa puntare sulla giusta dose di femminilità. Al giusto sexy appeal. Il servizio non restituisce la serenità necessaria per sprofondare in un sonno ristoratore. Anche perché il pensiero è fisso alla telefonata del giorno dopo.
GAETA - Sta arrivando dappertutto
Francesco Furlan
Era ora. Anche in provincia di Latina ha avuto inzio la campagna elettorale per le
europee di Antonio Raimondi, sindaco di Gaeta. Raimondini di tutta la
provincia unitevi. Perchè? Lo spiega lui stesso. «Si tratta di un’
occasione molto importante per il comprensorio del Golfo che non ha mai
espresso un parlamentare europeo. Quest’anno c’è la possibilità di
avere un rappresentante in un organo sovranazionale ed è un’opportunità
da non lasciarsi scappare». E ci sono anche altri buoni motivi per
votarlo: «I finanziamenti più sostanziosi sono in Europa - spiega -, ed
è lì che bisogna agire per ricevere aiuti fondamentali per le attività
degli enti locali e non solo». Attenzione ora al colpo di classe: «Alla
notizia di questa mia scelta, alcuni politici locali hanno ‘storto il
naso’ e non riesco a capirne il motivo. Se riuscissero a candidare
persone di Gaeta valide per gli organi rappresentativi superiori, come
Regione, Parlamento Italiano ed Europeo, non avrei alcun problema ad
appoggiarli anche se appartenenti a schieramenti diversi. Non ho mai
criticato il fatto che qualcuno si sia candidato per una competizione
elettorale, nazionale o provinciale che sia, e ho sempre detto che se
avessero avuto delle reali possibilità li avrei votati. Per quanto mi
riguarda, credo di avere buone possibilità di essere eletto visto che
sono candidato come testa di lista in tutte le circoscrizioni grazie
anche alla mia rete di contatti sparsa in tutto il territorio
nazionale». Modesto come sempre sindaco, ma non sempre è un male.
Capace anche di mantenere la propria civicità: «Ho già sentito le
critiche, che continuerò a sentire ancora nelle prossime settimane, sul
fatto che non sia più civico. Ancora una volta c’è un grossolano errore
in questo: a Gaeta mi sono presentato come civico, sono un sindaco
civico e tale resterò. Anzi, posso già da ora dire che se dovessi
ripresentarmi lo farei alla testa della Lista Civica per Raimondi –
spiega il sindaco di Gaeta - Ma una lista civica è tipica di una città,
purtroppo, per le politiche nazionali e le europee ci si deve
appoggiare ai partiti organizzati e i Liberal Democratici Riformisti
non solo rappresentano valori da me condivisi, essendo in particolar
modo un partito profondamente europeista ed europeo, ma anche perché mi
hanno voluto come rappresentante della società civile senza pretendere
alcun tesseramento». Meno male che la collezione di tessere è
risparmiata. «E questo non vuol dire, come afferma qualcuno, salire su
un autobus ma è partecipazione attiva, impegno concreto fino al punto
che parte del programma che dei Ld per le europee è stato formulato dal
sottoscritto». Vorremo sapere quale. «Non riesco, quindi, a comprendere
questa sorta di invidia che si ha nei miei confronti». Sindaco, per
carità, l’invidia lasciamola ai margini. «Sono abbastanza maturi i
tempi per ragionare senza logiche di campanile ma con una mentalità
aperta e collaborativa». Ci perdoni sindaco ma l’ampliamento del porto
di Gaeta con conseguente protesta degli operatori di Vindicio allo
spostamento degli impianti ittici le sembrano poca cosa? «È ora -
conclude Raimondi - di dare un forte segno di maturità politica e
sociale che faccia uscire in maniera definitiva dall’isolamento e ci
permetta di superare i problemi che affliggono il comprensorio del
Golfo agendo ad un livello sovranazionale». Maturità politica sarebbe
risolvere i problemi di Gaeta, e non candidarsi sperando (ma davvero ci
spera sindaco?), che la la legge che impedisce il doppio ruolo di
sindaco ed eurodeputato venga mutata. Ma ognuno ha il suo grado di
maturazione. Anche la frutta. Se la si coglie presto, è acerba; se non
la si coglie in tempo, marcisce.
Era ora. Anche in provincia di Latina ha avuto inzio la campagna elettorale per le
europee di Antonio Raimondi, sindaco di Gaeta. Raimondini di tutta la
provincia unitevi. Perchè? Lo spiega lui stesso. «Si tratta di un’
occasione molto importante per il comprensorio del Golfo che non ha mai
espresso un parlamentare europeo. Quest’anno c’è la possibilità di
avere un rappresentante in un organo sovranazionale ed è un’opportunità
da non lasciarsi scappare». E ci sono anche altri buoni motivi per
votarlo: «I finanziamenti più sostanziosi sono in Europa - spiega -, ed
è lì che bisogna agire per ricevere aiuti fondamentali per le attività
degli enti locali e non solo». Attenzione ora al colpo di classe: «Alla
notizia di questa mia scelta, alcuni politici locali hanno ‘storto il
naso’ e non riesco a capirne il motivo. Se riuscissero a candidare
persone di Gaeta valide per gli organi rappresentativi superiori, come
Regione, Parlamento Italiano ed Europeo, non avrei alcun problema ad
appoggiarli anche se appartenenti a schieramenti diversi. Non ho mai
criticato il fatto che qualcuno si sia candidato per una competizione
elettorale, nazionale o provinciale che sia, e ho sempre detto che se
avessero avuto delle reali possibilità li avrei votati. Per quanto mi
riguarda, credo di avere buone possibilità di essere eletto visto che
sono candidato come testa di lista in tutte le circoscrizioni grazie
anche alla mia rete di contatti sparsa in tutto il territorio
nazionale». Modesto come sempre sindaco, ma non sempre è un male.
Capace anche di mantenere la propria civicità: «Ho già sentito le
critiche, che continuerò a sentire ancora nelle prossime settimane, sul
fatto che non sia più civico. Ancora una volta c’è un grossolano errore
in questo: a Gaeta mi sono presentato come civico, sono un sindaco
civico e tale resterò. Anzi, posso già da ora dire che se dovessi
ripresentarmi lo farei alla testa della Lista Civica per Raimondi –
spiega il sindaco di Gaeta - Ma una lista civica è tipica di una città,
purtroppo, per le politiche nazionali e le europee ci si deve
appoggiare ai partiti organizzati e i Liberal Democratici Riformisti
non solo rappresentano valori da me condivisi, essendo in particolar
modo un partito profondamente europeista ed europeo, ma anche perché mi
hanno voluto come rappresentante della società civile senza pretendere
alcun tesseramento». Meno male che la collezione di tessere è
risparmiata. «E questo non vuol dire, come afferma qualcuno, salire su
un autobus ma è partecipazione attiva, impegno concreto fino al punto
che parte del programma che dei Ld per le europee è stato formulato dal
sottoscritto». Vorremo sapere quale. «Non riesco, quindi, a comprendere
questa sorta di invidia che si ha nei miei confronti». Sindaco, per
carità, l’invidia lasciamola ai margini. «Sono abbastanza maturi i
tempi per ragionare senza logiche di campanile ma con una mentalità
aperta e collaborativa». Ci perdoni sindaco ma l’ampliamento del porto
di Gaeta con conseguente protesta degli operatori di Vindicio allo
spostamento degli impianti ittici le sembrano poca cosa? «È ora -
conclude Raimondi - di dare un forte segno di maturità politica e
sociale che faccia uscire in maniera definitiva dall’isolamento e ci
permetta di superare i problemi che affliggono il comprensorio del
Golfo agendo ad un livello sovranazionale». Maturità politica sarebbe
risolvere i problemi di Gaeta, e non candidarsi sperando (ma davvero ci
spera sindaco?), che la la legge che impedisce il doppio ruolo di
sindaco ed eurodeputato venga mutata. Ma ognuno ha il suo grado di
maturazione. Anche la frutta. Se la si coglie presto, è acerba; se non
la si coglie in tempo, marcisce.
giovedì 9 aprile 2009
«Pubblico stile Ferrari» e la rossa non vince più
Sergio Corsetti
“La voglio come la Ferrari”. Da quel giorno la rossa non solo non vince più ma neanche vede la bandiera a strisce. Chi è quest’uomo così potente? Questo soggetto che Totò avrebbe tratteggiato con vestito grigio, occhiali neri e bastone tanto simpatico da portare i passanti allo scongiuro? Ma il ministro per la pubblica amministrazione. Anche nel corso della trasmissione di approfondimento politico del Tg 2 Punto di vista, che va in onda a notte fonda, il ministro ha ribadito l’intenzione di volere una macchina amministrativa efficiente come la rossa di Maranello. Come? Puntando sull’efficienza. Efficienza da raggiungere attraverso il contatto diretto con i cittadini utenti, a base di emoticon e anche attraverso punti di ascolto che possono far migliorare la qualità del servizio prestato. Brunetta cita il caso del call center formato tutto da giovani laureati che, con gentilezza e preparazione professionale, sanno relazionarsi e dare indicazioni per uffici più vicini al cittadino.
Solo che sulla domanda “critica” del conduttore il ministro si inalbera. “Anch’io sono stato precario alcuni anni. Perché precario è una parola brutta? Voglio semplicemente che nella pubblica amministrazione si entri per concorso e non attraverso escamotage come contratti a termine prolungati fino a far intervenire i pretori a sanare le situazioni, così come è accaduto per troppi anni anche nella Rai”. Poi il discorso scivola ancora una volta sulle Province. Tagliandole si risparmierebbero almeno 3.600.000 euro dice il ministro. “ Sarei per trasformarle in enti di secondo livello – conclude Brunetta - composte dai sindaci dei comuni che eleggono al loro interno il presidente. Ma ora, a elezioni in corso, è troppo tardi”.
“La voglio come la Ferrari”. Da quel giorno la rossa non solo non vince più ma neanche vede la bandiera a strisce. Chi è quest’uomo così potente? Questo soggetto che Totò avrebbe tratteggiato con vestito grigio, occhiali neri e bastone tanto simpatico da portare i passanti allo scongiuro? Ma il ministro per la pubblica amministrazione. Anche nel corso della trasmissione di approfondimento politico del Tg 2 Punto di vista, che va in onda a notte fonda, il ministro ha ribadito l’intenzione di volere una macchina amministrativa efficiente come la rossa di Maranello. Come? Puntando sull’efficienza. Efficienza da raggiungere attraverso il contatto diretto con i cittadini utenti, a base di emoticon e anche attraverso punti di ascolto che possono far migliorare la qualità del servizio prestato. Brunetta cita il caso del call center formato tutto da giovani laureati che, con gentilezza e preparazione professionale, sanno relazionarsi e dare indicazioni per uffici più vicini al cittadino.
Solo che sulla domanda “critica” del conduttore il ministro si inalbera. “Anch’io sono stato precario alcuni anni. Perché precario è una parola brutta? Voglio semplicemente che nella pubblica amministrazione si entri per concorso e non attraverso escamotage come contratti a termine prolungati fino a far intervenire i pretori a sanare le situazioni, così come è accaduto per troppi anni anche nella Rai”. Poi il discorso scivola ancora una volta sulle Province. Tagliandole si risparmierebbero almeno 3.600.000 euro dice il ministro. “ Sarei per trasformarle in enti di secondo livello – conclude Brunetta - composte dai sindaci dei comuni che eleggono al loro interno il presidente. Ma ora, a elezioni in corso, è troppo tardi”.
Ericsson rifiuta il confronto
Teresa Faticoni
Prende una piega molto negativa la vertenza Marconi Ericsson. Ieri la dirigenza ha comunicato che non avrebbe partecipato al tavolo aperto dal prefetto di Latina Bruno Frattasi che doveva riunirsi questa mattina per concertare rispetto alla delocalizzazione su Roma dell’azienda di telecomunicazioni. Sconcerto è stato espresso dai sindacati, per bocca del segretario generale della Slc Cgil Carlo Bruno, che avevano inviato al rappresentante del governo in provincia una relazione dettagliata sullo stato delle cose. La società ha deciso di spostare sito e produzione con tutti i lavoratori nello stabilimento romano dell’Anagnina, senza aver mai concesso spazio alla trattativa con i rappresentanti dei lavoratori. Il braccio di ferro – che ha visto anche i dipendenti scendere in protesta con varie giornate di sciopero – ieri si è concluso con l’abbandono del campo di gioco da parte della Ericsson la quale ha rifiutato invito e confronto. A questo punto, saltato l’incontro con Frattasi, i sindacalisti oggi incontreranno i lavoratori per capire quali possano essere le prossime mosse. Sciopero a oltranza? Ci vuole l’unanimità dei dipendenti. I sindacati, per parte loro, che hanno coinvolto nella vertenza anche la confederazione, hanno deciso di ricorrere a tutti i livelli per ottenere che l’azienda riconosca almeno ai lavoratori il disagio dello spostamento.
Prende una piega molto negativa la vertenza Marconi Ericsson. Ieri la dirigenza ha comunicato che non avrebbe partecipato al tavolo aperto dal prefetto di Latina Bruno Frattasi che doveva riunirsi questa mattina per concertare rispetto alla delocalizzazione su Roma dell’azienda di telecomunicazioni. Sconcerto è stato espresso dai sindacati, per bocca del segretario generale della Slc Cgil Carlo Bruno, che avevano inviato al rappresentante del governo in provincia una relazione dettagliata sullo stato delle cose. La società ha deciso di spostare sito e produzione con tutti i lavoratori nello stabilimento romano dell’Anagnina, senza aver mai concesso spazio alla trattativa con i rappresentanti dei lavoratori. Il braccio di ferro – che ha visto anche i dipendenti scendere in protesta con varie giornate di sciopero – ieri si è concluso con l’abbandono del campo di gioco da parte della Ericsson la quale ha rifiutato invito e confronto. A questo punto, saltato l’incontro con Frattasi, i sindacalisti oggi incontreranno i lavoratori per capire quali possano essere le prossime mosse. Sciopero a oltranza? Ci vuole l’unanimità dei dipendenti. I sindacati, per parte loro, che hanno coinvolto nella vertenza anche la confederazione, hanno deciso di ricorrere a tutti i livelli per ottenere che l’azienda riconosca almeno ai lavoratori il disagio dello spostamento.
Pdl, sfuma l’ipotesi Mochi
Alessia Tomasini
Il Popolo della libertà è nato. L’intuizione che ha visto i vertici regionali optare per la nomina a reggente provinciale di Claudio Fazzone si è trasformata in realtà. Nessuno è stato in grado, sia per forza che per volontà - capacità, di mettere in dubbio un passaggio naturale quanto obbligato per tutto il centrodestra. Ma? La battaglia si è scatenata in casa degli ex di Alleanza nazionale. Negli ultimi giorni nel partito, rispetto alla nomina del vice commissario, si erano sollevati i venti di una rivoluzione che tentava di sostituire il nome dell’ex presidente Fabio Bianchi con quello di Giuseppe Mochi. Un golpe che sembra essere fallito sul nascere per l’intervento de imperio dell’unico vero leader storico della destra pontina: il sindaco di Latina, Vincenzo Zaccheo. Il gruppo resta in fermento ma il passo è ormai compiuto.Resta ora da capire se la strada intrapresa in anni di convivenza sotto il tetto comune della Casa della libertà sia da perseguire anche nella nuova formazione. L’obiettivo da centrare era e resta quello delle provinciali. Con il Popolo della libertà torna al centro dell’universo politico il partito moderato di massa che trova i suoi assi portanti in Forza Italia ed An con il supporto di una mini foresta di partiti che ha deciso di supportarli. Manca ancora, nonostante un anno di prove compiute a livello nazionale, il collante a livello provinciale. L’alleanza tra Zaccheo e Fazzone, in questo senso, potrebbe rivelarsi determinante. E’ al sindaco di Latina che le truppe obbediscono. Solo lui potrebbe essere il miglior traghettatore possibile di quei valori, tesserati, militanti, sezioni, correnti e colonnelli che hanno contraddistinto An nella sua evoluzione politica sul territorio pontino. Certo, gli uomini di Fini nel Pdl a qualcosa dovranno anche rinunciare ma su questo sacrificio il miglior agente di convincimento sarà il successo elettorale. Se alle provinciali la presidenza di Armando Cusani otterrà un consenso bulgaro ogni boicottaggio sarà archiviato anche perchè governare in maggioranza di solito piace, e molto, a tutti.
Il Popolo della libertà è nato. L’intuizione che ha visto i vertici regionali optare per la nomina a reggente provinciale di Claudio Fazzone si è trasformata in realtà. Nessuno è stato in grado, sia per forza che per volontà - capacità, di mettere in dubbio un passaggio naturale quanto obbligato per tutto il centrodestra. Ma? La battaglia si è scatenata in casa degli ex di Alleanza nazionale. Negli ultimi giorni nel partito, rispetto alla nomina del vice commissario, si erano sollevati i venti di una rivoluzione che tentava di sostituire il nome dell’ex presidente Fabio Bianchi con quello di Giuseppe Mochi. Un golpe che sembra essere fallito sul nascere per l’intervento de imperio dell’unico vero leader storico della destra pontina: il sindaco di Latina, Vincenzo Zaccheo. Il gruppo resta in fermento ma il passo è ormai compiuto.Resta ora da capire se la strada intrapresa in anni di convivenza sotto il tetto comune della Casa della libertà sia da perseguire anche nella nuova formazione. L’obiettivo da centrare era e resta quello delle provinciali. Con il Popolo della libertà torna al centro dell’universo politico il partito moderato di massa che trova i suoi assi portanti in Forza Italia ed An con il supporto di una mini foresta di partiti che ha deciso di supportarli. Manca ancora, nonostante un anno di prove compiute a livello nazionale, il collante a livello provinciale. L’alleanza tra Zaccheo e Fazzone, in questo senso, potrebbe rivelarsi determinante. E’ al sindaco di Latina che le truppe obbediscono. Solo lui potrebbe essere il miglior traghettatore possibile di quei valori, tesserati, militanti, sezioni, correnti e colonnelli che hanno contraddistinto An nella sua evoluzione politica sul territorio pontino. Certo, gli uomini di Fini nel Pdl a qualcosa dovranno anche rinunciare ma su questo sacrificio il miglior agente di convincimento sarà il successo elettorale. Se alle provinciali la presidenza di Armando Cusani otterrà un consenso bulgaro ogni boicottaggio sarà archiviato anche perchè governare in maggioranza di solito piace, e molto, a tutti.
mercoledì 8 aprile 2009
La formica atomica - Meno male che quelli della Lega ce l’avevano duro
Alessia Tomasini
State buoni se potete. Il consiglio corre dritto all’indirizzo della Lega Nord made in Latina. Il gruppo ha visto la luce solo qualche settimana fa e già è imploso. Neanche il tempo di maturare, di fare proseliti, di attrarre l’attenzione dei cittadini che puff, sono scomparsi. La nuova era dei duri e puri in camicia verde sembra essersi conclusa per la vecchia cara passione per il poltronismo. Nelle ultime ore, a suon di comunicati e di accuse reciproche tra senatori e esponenti locali del partito, l’unico risultato certo è che nella Lega pontina ci sono poche idee e pure confuse. Il tiro al piccione si è concentrato sul candidato presidente alle provinciali di giugno, Alberto Panzarini già leader del partito. In poche battute si sono frantumate tutte le aspirazioni e gli annunci che vedevano la Lega Nord marciare sul Popolo della libertà e sul Partito democratico per creare una libera repubblica indipendente pontina da annettere direttamente alla Padania. I comunicati che inneggiavano all’unità, al cambiamento quale principio fondatore di una nuova politica, sono già carta straccia. La battaglia che ha visto i pontini in camicia verde cavalvcare l’immaginario collettivo facendo leva sul contrasto all’immigrazione, allo spreco di denaro pubblico in opere considerate inutili come il porto, il carcere e l’aeroporto, sono già nel dimenticatoio. Tra l’altro, ancora non si è capito se il partito esiste o meno tanto che Panzarini dovrebbe concorrere senza il simbolo della Lega ma con una lista civica per non indispettire i vertici nazionali del Pdl. Parte della Lega Nord pontina ha deciso di isolare Panzarini e di incrociare le braccia alle elezioni provinciali. La domanda sorge spontanea: qualcuno si accorgerà di questa astensione? Ne dubito e meno male che proprio loro i leader della canottiera erano quelli che ce l’avevano duro...il consenso.
State buoni se potete. Il consiglio corre dritto all’indirizzo della Lega Nord made in Latina. Il gruppo ha visto la luce solo qualche settimana fa e già è imploso. Neanche il tempo di maturare, di fare proseliti, di attrarre l’attenzione dei cittadini che puff, sono scomparsi. La nuova era dei duri e puri in camicia verde sembra essersi conclusa per la vecchia cara passione per il poltronismo. Nelle ultime ore, a suon di comunicati e di accuse reciproche tra senatori e esponenti locali del partito, l’unico risultato certo è che nella Lega pontina ci sono poche idee e pure confuse. Il tiro al piccione si è concentrato sul candidato presidente alle provinciali di giugno, Alberto Panzarini già leader del partito. In poche battute si sono frantumate tutte le aspirazioni e gli annunci che vedevano la Lega Nord marciare sul Popolo della libertà e sul Partito democratico per creare una libera repubblica indipendente pontina da annettere direttamente alla Padania. I comunicati che inneggiavano all’unità, al cambiamento quale principio fondatore di una nuova politica, sono già carta straccia. La battaglia che ha visto i pontini in camicia verde cavalvcare l’immaginario collettivo facendo leva sul contrasto all’immigrazione, allo spreco di denaro pubblico in opere considerate inutili come il porto, il carcere e l’aeroporto, sono già nel dimenticatoio. Tra l’altro, ancora non si è capito se il partito esiste o meno tanto che Panzarini dovrebbe concorrere senza il simbolo della Lega ma con una lista civica per non indispettire i vertici nazionali del Pdl. Parte della Lega Nord pontina ha deciso di isolare Panzarini e di incrociare le braccia alle elezioni provinciali. La domanda sorge spontanea: qualcuno si accorgerà di questa astensione? Ne dubito e meno male che proprio loro i leader della canottiera erano quelli che ce l’avevano duro...il consenso.
L'ARCINORMALE - Conte, Ciarra e i voti che non ci sono
Lidano Grassucci
Allora: Cusani è il candidato presidente alla Provincia per la Pdl, Fazzone è il coordinatore provinciale del nuovo partito e Fabietto Bianchi è il vice. Fazzone e Zaccheo vanno d’accordo, il partito nuovo si va formando sul solco e oltre quelli che lo compongono, Zappalà è l’unico candidato pontino per le europee. E tutti gli scritti, le polemiche, le barocche ipotesi di repulisti romani? Erano solo bugie. Chi fa il giornalista ha in dote una cosa sola la reputazione, se dice bugie la perde. Se un giornalista scrive bugie, sapendo che sono tali, diventa fregnacciaro, scrive romanzi e non racconta i fatti.
Conte, Ciarrapico e l’improbabile Macci hanno messo su una Apetta Piaggio spacciandola per Ferrari e sulle bugie hanno cercato uscire dal loro nulla politico. Sapete quanti deleganti al primo congresso del Pdl hanno espresso i tre? Zero. Il concetto di zero è complicato, i latino non lo avevano, ci sono voluti gli indiani per capire. Zero, contano zero. Non esistono.
Questo giornale 5 anni fa sosteneva che il candidato presidente della provincia era Armando Cusani, gli altri volavano di fantasia e hanno fatto candidare mezza provincia. Il candidato è stato, come è Cusani. La politica non è un romanzo, ha logiche, regole e contano i voti. Vince chi ha i voti.
A Latina c’era un signore che quando era a corto di argomenti guardava l’interlocutore e gli chiedeva: “quanti soldi hai?”. Allora i soldi lì avevano in pochi e pure pochi, alla risposta che registrava la povertà certa lui commentava: “allora non conti un cazzo”.
In politica contano i voti, Ciarrapico, Conte e Macci non tengono neanche quello delle consorti. Insomma non hanno i voti e quindi “non contano un cazzo”.
Allora: Cusani è il candidato presidente alla Provincia per la Pdl, Fazzone è il coordinatore provinciale del nuovo partito e Fabietto Bianchi è il vice. Fazzone e Zaccheo vanno d’accordo, il partito nuovo si va formando sul solco e oltre quelli che lo compongono, Zappalà è l’unico candidato pontino per le europee. E tutti gli scritti, le polemiche, le barocche ipotesi di repulisti romani? Erano solo bugie. Chi fa il giornalista ha in dote una cosa sola la reputazione, se dice bugie la perde. Se un giornalista scrive bugie, sapendo che sono tali, diventa fregnacciaro, scrive romanzi e non racconta i fatti.
Conte, Ciarrapico e l’improbabile Macci hanno messo su una Apetta Piaggio spacciandola per Ferrari e sulle bugie hanno cercato uscire dal loro nulla politico. Sapete quanti deleganti al primo congresso del Pdl hanno espresso i tre? Zero. Il concetto di zero è complicato, i latino non lo avevano, ci sono voluti gli indiani per capire. Zero, contano zero. Non esistono.
Questo giornale 5 anni fa sosteneva che il candidato presidente della provincia era Armando Cusani, gli altri volavano di fantasia e hanno fatto candidare mezza provincia. Il candidato è stato, come è Cusani. La politica non è un romanzo, ha logiche, regole e contano i voti. Vince chi ha i voti.
A Latina c’era un signore che quando era a corto di argomenti guardava l’interlocutore e gli chiedeva: “quanti soldi hai?”. Allora i soldi lì avevano in pochi e pure pochi, alla risposta che registrava la povertà certa lui commentava: “allora non conti un cazzo”.
In politica contano i voti, Ciarrapico, Conte e Macci non tengono neanche quello delle consorti. Insomma non hanno i voti e quindi “non contano un cazzo”.
LATINA - Campeggi, inizia la lunga marcia del Pd
Alessia Tomasini
Sono stati i sovrani incontrastati delle estati pontine per anni. Sono stati i catalizzatori di quel turismo che troppo spesso diventato semplice corollario delle campagne elettorali e mai intervento concreto. Sono i campeggi che dopo tre anni non vedono all’orizzonte alcuna opportunità di apertura. «Lo scorso anno – spiega il segretario del Partito democratico, Giorgio De Marchis – in consiglio comunale ci siamo astenuti sulla delibera che consentiva l’apertura temporanea dei campeggi perchè l’atto aveva un valore limitato se non accompagnato dal piano campeggi, è passato del tempo e ci troviamo nella identica situazione». In assenza di uno strumento di previsione urbanistica approvato dal consiglio comunale, è impossibile garantire un futuro certo per le attività del litorale. «E’ chiaro che l’obiettivo dell’amministrazione – continua De Marchis – non è quello di programmare lo sviluppo della marina, ma di tenere sotto scacco gli operatori, non troviamo altre spiegazioni che giustifichino questo comportamento irrazionale del sindaco e degli assessori». La mancata apertura dei campeggi ha determinato un forte decremento nelle presenze nel litorale, un introito ridotto sul piano economico, un calo dell’interesse soprattutto dei giovani per il territorio. «Gli operatori si sono impegnati nella rimozione degli abusi ed hanno - spiega il segretario comunale del Pd - dimostrato che con le loro attività possono diventare il punto di forza del litorale pontino, ora sta alla politica dare risposte». Le attività commerciali del lungomare hanno sofferto la chiusura dei campeggi. A questo si aggiunge la questione dell’adunata nazionale degli alpini. «Siamo disponibili alla discussione - continua De Marchis - di una delibera per l’apertura dei campeggi per la stagione, lo si è fatto lo scorso anno, non vediamo perché ora questa strada sarebbe impraticabile». Molti operatori, davanti allo stato di incertezza, tengono bloccate le prenotazioni, comprese quelle degli alpini. «Verrà depositata una interrogazione urgente al sindaco per sapere i motivi che hanno impedito la presentazione del piano campeggi - conclude Giorgio De marchis - il cui incarico per la redazione è stato affidato tre anni fa».
Sono stati i sovrani incontrastati delle estati pontine per anni. Sono stati i catalizzatori di quel turismo che troppo spesso diventato semplice corollario delle campagne elettorali e mai intervento concreto. Sono i campeggi che dopo tre anni non vedono all’orizzonte alcuna opportunità di apertura. «Lo scorso anno – spiega il segretario del Partito democratico, Giorgio De Marchis – in consiglio comunale ci siamo astenuti sulla delibera che consentiva l’apertura temporanea dei campeggi perchè l’atto aveva un valore limitato se non accompagnato dal piano campeggi, è passato del tempo e ci troviamo nella identica situazione». In assenza di uno strumento di previsione urbanistica approvato dal consiglio comunale, è impossibile garantire un futuro certo per le attività del litorale. «E’ chiaro che l’obiettivo dell’amministrazione – continua De Marchis – non è quello di programmare lo sviluppo della marina, ma di tenere sotto scacco gli operatori, non troviamo altre spiegazioni che giustifichino questo comportamento irrazionale del sindaco e degli assessori». La mancata apertura dei campeggi ha determinato un forte decremento nelle presenze nel litorale, un introito ridotto sul piano economico, un calo dell’interesse soprattutto dei giovani per il territorio. «Gli operatori si sono impegnati nella rimozione degli abusi ed hanno - spiega il segretario comunale del Pd - dimostrato che con le loro attività possono diventare il punto di forza del litorale pontino, ora sta alla politica dare risposte». Le attività commerciali del lungomare hanno sofferto la chiusura dei campeggi. A questo si aggiunge la questione dell’adunata nazionale degli alpini. «Siamo disponibili alla discussione - continua De Marchis - di una delibera per l’apertura dei campeggi per la stagione, lo si è fatto lo scorso anno, non vediamo perché ora questa strada sarebbe impraticabile». Molti operatori, davanti allo stato di incertezza, tengono bloccate le prenotazioni, comprese quelle degli alpini. «Verrà depositata una interrogazione urgente al sindaco per sapere i motivi che hanno impedito la presentazione del piano campeggi - conclude Giorgio De marchis - il cui incarico per la redazione è stato affidato tre anni fa».
La Lega Nord implode, isolato Panzarini
Andrea Apruzzese
È caos nella sezione pontina della Lega Nord Lazio, dopo l'indicazione di Alberto Panzarini come candidato alla presidenza della Provincia di Latina. In una conferenza stampa convocata ieri, Luigi Gallo, insieme ad altri esponenti del partito, di diversi Comuni della provincia, ha denunciato la candidatura come «un'iniziativa personale del senatore Piergiorgio Stiffoni, non condivisa dalla base del partito, che aveva scelto un altro candidato». Gallo ha inoltre contestato il fatto che «a Latina la Lega non si presenterà come partito ufficiale, ma come una lista civica, cambiando il simbolo, decisione che ci vede fermamente contrari». Il tutto sarebbe dovuto «ad accordi personali tra Stiffoni, Panzarini e il sindaco di Latina, Vincenzo Zaccheo, per fare della Lega uno strumento». Gallo precisa che «abbiamo denunciato il tutto ai referenti nazionali della Lega, tra cui diversi senatori, che ci hanno detto di stare fermi, dato che è un'iniziativa personale di Stiffoni. Faremo quindi una campagna elettorale “a braccia conserte”, non sostenendo Panzarini che, in precedenti incontri, ci aveva inoltre detto che “dopo le elezioni dovremo valutare di entrare in maggioranza con il Pdl”: questo significherebbe tradire gli elettori. Di certo, non voteremo neanche per Armando Cusani (candidato del Pdl, e presidente uscente, ndr) e per questa maggioranza». L'esponente della Lega nega inoltre che il gruppo intenda mettere in campo candidature alternative. Nel corso della conferenza stampa è stata anche denunciata la scoperta di microspie all'interno della sede del partito, contro le quali non sarebbe stata però ancora sporta denuncia. Nel pomeriggio, il senatore Piergiorgio Stiffoni, commissario della Lega Lazio, ha emesso una nota in cui afferma che «la proposta di Alberto Panzarini a candidato presidente della Provincia di Latina ha fatto uscire allo scoperto chi pensava di utilizzare la Lega a fini personali. Sappiano questi signori - precisa Stiffoni - che non ci sarà mai posto nel nostro movimento per chi, prima degli interessi dei cittadini, cerca di soddisfare le proprie aspettative personali».
È caos nella sezione pontina della Lega Nord Lazio, dopo l'indicazione di Alberto Panzarini come candidato alla presidenza della Provincia di Latina. In una conferenza stampa convocata ieri, Luigi Gallo, insieme ad altri esponenti del partito, di diversi Comuni della provincia, ha denunciato la candidatura come «un'iniziativa personale del senatore Piergiorgio Stiffoni, non condivisa dalla base del partito, che aveva scelto un altro candidato». Gallo ha inoltre contestato il fatto che «a Latina la Lega non si presenterà come partito ufficiale, ma come una lista civica, cambiando il simbolo, decisione che ci vede fermamente contrari». Il tutto sarebbe dovuto «ad accordi personali tra Stiffoni, Panzarini e il sindaco di Latina, Vincenzo Zaccheo, per fare della Lega uno strumento». Gallo precisa che «abbiamo denunciato il tutto ai referenti nazionali della Lega, tra cui diversi senatori, che ci hanno detto di stare fermi, dato che è un'iniziativa personale di Stiffoni. Faremo quindi una campagna elettorale “a braccia conserte”, non sostenendo Panzarini che, in precedenti incontri, ci aveva inoltre detto che “dopo le elezioni dovremo valutare di entrare in maggioranza con il Pdl”: questo significherebbe tradire gli elettori. Di certo, non voteremo neanche per Armando Cusani (candidato del Pdl, e presidente uscente, ndr) e per questa maggioranza». L'esponente della Lega nega inoltre che il gruppo intenda mettere in campo candidature alternative. Nel corso della conferenza stampa è stata anche denunciata la scoperta di microspie all'interno della sede del partito, contro le quali non sarebbe stata però ancora sporta denuncia. Nel pomeriggio, il senatore Piergiorgio Stiffoni, commissario della Lega Lazio, ha emesso una nota in cui afferma che «la proposta di Alberto Panzarini a candidato presidente della Provincia di Latina ha fatto uscire allo scoperto chi pensava di utilizzare la Lega a fini personali. Sappiano questi signori - precisa Stiffoni - che non ci sarà mai posto nel nostro movimento per chi, prima degli interessi dei cittadini, cerca di soddisfare le proprie aspettative personali».
Nuovi finanziamenti per la Littorina Formia - Gaeta
Marcello Caliman
Una speranza per decongestionare il traffico nel Golfo di Gaeta.
Prosegue l'impegno diretto della Regione Lazio per la riattivazione
della ferrovia regionale Formia – Gaeta, che con una scelta scellerata
e folle anni fa fu chiusa al traffico costringendo oggi a investimenti
pubblici per riparare a un errore di gestione del territorio. Occorre
ripristinare ciò che in passato già esisteva e funzionava. Ma poco
importa, tanto sono i contribuenti a pagare lo scotto. Tra l'altro si è
consentito a tanti, tra privati e costruttori, di costruire al ridosso
della linea ferroviaria e che oggi protestano, pur sapendo dove avevano
costruito o acquistato. La Direzione Regionale Trasporti ha impegnato,
con una determina, 5 milioni e 955 mila euro per rilevare le attività
svolte dal Consorzio Industriale Sud Pontino, già impegnato nel
ripristino di parte del tracciato da adibire al trasporto delle merci.
Ventisei milioni di euro il costo complessivo dell'opera. Il progetto
che la Regione Lazio intende realizzare prevede il ripristino di un
tracciato di circa 9 km a binario unico, la riattivazione della sede
ferroviaria nella tratta Centro Intermodale - Gaeta Centro con
adeguamento del tracciato; la realizzazione della nuova stazione di
Gaeta e di 3 fermate intermedie con relativi parcheggi di scambio; l'
elettrificazione della linea da Gaeta Centro a Formia e la
realizzazione degli impianti di segnalamento e sicurezza. Sulla linea
viaggeranno, secondo le previsioni, 3 treni ogni ora per senso di
marcia con una velocità commerciale di circa 60 km/h. Ha commentato il
presidente Piero Marrazzo: ''E' un ulteriore passo verso il
completamento della Littorina, un'opera alla quale la mia giunta tiene
molto. Il completamento della ferrovia Formia-Gaeta sarà uno dei
tasselli del sistema infrastrutturale che stiamo realizzando per la
modernizzazione della Regione''. Ha dichiarato l'Assessore alla
Mobilità della Regione Lazio Franco Dalia: “La cura del ferro non
conosce battute d'arresto. Dopo l'eliminazione dei passaggi a livello
sulle ferrovie regionali, varata dalla giunta in accordo con la
Provincia di Roma, il ripristino della Formia - Gaeta segna un passo
decisivo per il miglioramento della mobilità nel Sud Pontino. Oltre a
decongestionare il traffico, specialmente in estate, la Littorina
consentirà ai cittadini di beneficiare di una modalità di trasporto
rapida, meno costosa e più sicura, riducendo, allo stesso tempo,
l'emissione di gas inquinati nell'atmosfera. Un impegno che la Regione
si è assunta e che, come dimostrano i fatti, intende mantenere”.
Una speranza per decongestionare il traffico nel Golfo di Gaeta.
Prosegue l'impegno diretto della Regione Lazio per la riattivazione
della ferrovia regionale Formia – Gaeta, che con una scelta scellerata
e folle anni fa fu chiusa al traffico costringendo oggi a investimenti
pubblici per riparare a un errore di gestione del territorio. Occorre
ripristinare ciò che in passato già esisteva e funzionava. Ma poco
importa, tanto sono i contribuenti a pagare lo scotto. Tra l'altro si è
consentito a tanti, tra privati e costruttori, di costruire al ridosso
della linea ferroviaria e che oggi protestano, pur sapendo dove avevano
costruito o acquistato. La Direzione Regionale Trasporti ha impegnato,
con una determina, 5 milioni e 955 mila euro per rilevare le attività
svolte dal Consorzio Industriale Sud Pontino, già impegnato nel
ripristino di parte del tracciato da adibire al trasporto delle merci.
Ventisei milioni di euro il costo complessivo dell'opera. Il progetto
che la Regione Lazio intende realizzare prevede il ripristino di un
tracciato di circa 9 km a binario unico, la riattivazione della sede
ferroviaria nella tratta Centro Intermodale - Gaeta Centro con
adeguamento del tracciato; la realizzazione della nuova stazione di
Gaeta e di 3 fermate intermedie con relativi parcheggi di scambio; l'
elettrificazione della linea da Gaeta Centro a Formia e la
realizzazione degli impianti di segnalamento e sicurezza. Sulla linea
viaggeranno, secondo le previsioni, 3 treni ogni ora per senso di
marcia con una velocità commerciale di circa 60 km/h. Ha commentato il
presidente Piero Marrazzo: ''E' un ulteriore passo verso il
completamento della Littorina, un'opera alla quale la mia giunta tiene
molto. Il completamento della ferrovia Formia-Gaeta sarà uno dei
tasselli del sistema infrastrutturale che stiamo realizzando per la
modernizzazione della Regione''. Ha dichiarato l'Assessore alla
Mobilità della Regione Lazio Franco Dalia: “La cura del ferro non
conosce battute d'arresto. Dopo l'eliminazione dei passaggi a livello
sulle ferrovie regionali, varata dalla giunta in accordo con la
Provincia di Roma, il ripristino della Formia - Gaeta segna un passo
decisivo per il miglioramento della mobilità nel Sud Pontino. Oltre a
decongestionare il traffico, specialmente in estate, la Littorina
consentirà ai cittadini di beneficiare di una modalità di trasporto
rapida, meno costosa e più sicura, riducendo, allo stesso tempo,
l'emissione di gas inquinati nell'atmosfera. Un impegno che la Regione
si è assunta e che, come dimostrano i fatti, intende mantenere”.
Terracina Ambiente, ecco il nuovo Cda
Francesco Avena
Terracina Ambiente, nominati i nuovi componenti del consiglio d’amministrazione di parte pubblica della società mista che gestisce il servizio di raccolta dei rifiuti. Sono il commercialista Luigi Torre, e i ragionieri commercialisti Giuseppe Mosa e Umberto D’Alessio. Dai tre sarà presto scelto il presidente, carica che con ogni probabilità sarà ricoperta da Umberto D’Alessio. Quindi tre tecnici per cercare di risollevare le sorti di una società in perenne difficoltà sia economica che dal punto di vista della garanzia del servizio. I nuovi membri del CdA sostituiscono Alfonso Cangiano, Orlando Bagnariol e Gianni Aiello, rispettivamente presidente e consiglieri della società prima delle loro dimissioni a dicembre. Ci sono voluti 4 mesi perché la Terracina Ambiente avesse degli amministratori. La nomina ha scatenato la dimissioni del capogruppo di An on consiglio comunale, Domenico Villani, che non era stato informato della novità.
Terracina Ambiente, nominati i nuovi componenti del consiglio d’amministrazione di parte pubblica della società mista che gestisce il servizio di raccolta dei rifiuti. Sono il commercialista Luigi Torre, e i ragionieri commercialisti Giuseppe Mosa e Umberto D’Alessio. Dai tre sarà presto scelto il presidente, carica che con ogni probabilità sarà ricoperta da Umberto D’Alessio. Quindi tre tecnici per cercare di risollevare le sorti di una società in perenne difficoltà sia economica che dal punto di vista della garanzia del servizio. I nuovi membri del CdA sostituiscono Alfonso Cangiano, Orlando Bagnariol e Gianni Aiello, rispettivamente presidente e consiglieri della società prima delle loro dimissioni a dicembre. Ci sono voluti 4 mesi perché la Terracina Ambiente avesse degli amministratori. La nomina ha scatenato la dimissioni del capogruppo di An on consiglio comunale, Domenico Villani, che non era stato informato della novità.
Holiday, tutti a giudizio
Irene Chinappi
Colpo di scena nel caso “Holiday Village”. Ieri il gip Giuseppe Cario ha disposto l’imputazione coatta del reato di abusivismo edilizio nei riguardi della struttura che da più di un anno è al centro di una battaglia che sembra giocarsi sul piano giudiziario quanto su quello politico. Con tale provvedimento il gip ha ufficialmente respinto la richiesta di archiviazione del caso Holiday, proposta dal procuratore di Latina, Giuseppe Mancini per l’insussistenza del reato. Ma andiamo per ordine. L’8 marzo dello scorso anno, a pochi giorni della riapertura stagionale, il Nipaf, su disposizione del sostituto procuratore Giuseppe Miliano, sequestra la struttura turistica del litorale fondano. Mentre i dipendenti scatenano la protesta il Riesame respinge due volte la richiesta di dissequestro. Circa una mese dopo scoppia il caso Fazzone-Cario. Il senatore fondano, dopo aver riportato al giudice le problematiche delle decine di dipendenti del campeggio rimasti senza occupazione, viene accusato di pressioni. Ma l’intervento del Consiglio superiore della magistratura placa le polemiche sostenendole infondate. Pochi giorni dopo il procuratore Mancini sottrae il caso al sostituto procuratore Miliano e dispone il dissequestro del villaggio poiché, con l’approvazione del nuovo piano territoriale paesistico della Regione Lazio, la struttura non risulta abusiva. Mancini allora, chiede l’archiviazione della vicenda giudiziaria tra le polemiche sorte per la sua presa di posizione. La risposta di Cario tarda ad arrivare. A febbraio, però, il gip lascia intendere che non è intenzionato ad accogliere l’archiviazione e rinvia tutto all’udienza fissata per il 26 marzo. In quell’occasione Cario continua a non pronunciarsi. Ieri, infine, dispone l’imputazione coatta, senza nemmeno concedere alla Procura di rivedere il caso. Tutti i responsabili della struttura sono stati rinviati a giudizio. In attesa del processo tuttavia il campeggio continuerà a funzionare, fino alla decisione definitiva che sarà presa nelle sedi giudiziare competenti. Il caso Holiday, dunque, torna a fare scalpore in un momento caldo per la battaglia elettorale ed evidenziando ancor di più i contrasti tra la Procura di Latina e il magistrato responsabile del caso.
martedì 7 aprile 2009
E alla fine arriva Fazzone
Alessia Tomasini
Il risiko delle nomine dei coordinatori provinciali e regionali sembra essersi concluso. Claudio Fazzone è stato incoronato. Le decisione ratificata. Nessuna opposizione sembra essere stata mossa nei confronti di quello che per la maggior parte degli esponenti del centrodestra altro non è se non un passaggio naturale. I carri armati sono stati posizionati. Alleanza nazionale ha incassato il coordinatore del Lazio, regione considerata serbatoio di voti per l’ex partito di Fini con un accordo che vede in prima linea il parlamentare Vincenzo Piso, della fazione Alemanno-Augello, che è riuscito a superare l’ostruzionismo dell’uscente Francesco Aracri. La base da cui si è partiti per far quadrare il cerchio è l’intesa sottoscritta da Forza Italia e An prima del congresso della ripartizione delle quote rispettivamente nel 70 a 30. Ma? Al di là dei soliti giochi di composizione e scomposizione di nomi e poltrone il punto vero riguarda il potere che confluisce nelle mani di chi viene nominato da Berlusconi in ruoli-chiave a livello territoriale. Il motivo? Il coordinatore regionale avrà il compito di selezionare la classe dirigente locale visto che, come stabilito dallo statuto del Popolo della libertà, a loro spetta la nomina dei coordinatori comunali in accordo con i commissari provinciali. Dal tavolo di Fazzone passerà quindi il futuro, in termini di uomini, del centrodestra pontino. Il leader ex azzurro non ha mai nascosto di voler rendere più incisiva l’azione sul territorio della compagine politica con l’obiettivo di evitare quella frammentazione che in passato ha determinato la perdita di alcune sfide con lo sviluppo. La prima battaglia da incassare con il massimo del risukltato possibile è quella cojn le provinciali e le europee di giugno. Da questa tornata si creeranno i presupposti per un’ascesa regionale del Popolo della libertà impegnato a sottrarre a Marrazzo lo scettro della Pisana. Una strada in salita che deve essere compiuta con prudenza e mettendo in atto tutta la suprema arte del compromesso cercando sempre di non rompere quegli equilibri che esistono dal 1994 ma che non sono mai stati davvero stabili. Il leader c’è, si deve creare il resto. Partire da anni di esperienza maturata nella casa dei dissidi potrebbe essere un ottima base di partenza verso la vittoria anche sui mal di pancia.
Il risiko delle nomine dei coordinatori provinciali e regionali sembra essersi concluso. Claudio Fazzone è stato incoronato. Le decisione ratificata. Nessuna opposizione sembra essere stata mossa nei confronti di quello che per la maggior parte degli esponenti del centrodestra altro non è se non un passaggio naturale. I carri armati sono stati posizionati. Alleanza nazionale ha incassato il coordinatore del Lazio, regione considerata serbatoio di voti per l’ex partito di Fini con un accordo che vede in prima linea il parlamentare Vincenzo Piso, della fazione Alemanno-Augello, che è riuscito a superare l’ostruzionismo dell’uscente Francesco Aracri. La base da cui si è partiti per far quadrare il cerchio è l’intesa sottoscritta da Forza Italia e An prima del congresso della ripartizione delle quote rispettivamente nel 70 a 30. Ma? Al di là dei soliti giochi di composizione e scomposizione di nomi e poltrone il punto vero riguarda il potere che confluisce nelle mani di chi viene nominato da Berlusconi in ruoli-chiave a livello territoriale. Il motivo? Il coordinatore regionale avrà il compito di selezionare la classe dirigente locale visto che, come stabilito dallo statuto del Popolo della libertà, a loro spetta la nomina dei coordinatori comunali in accordo con i commissari provinciali. Dal tavolo di Fazzone passerà quindi il futuro, in termini di uomini, del centrodestra pontino. Il leader ex azzurro non ha mai nascosto di voler rendere più incisiva l’azione sul territorio della compagine politica con l’obiettivo di evitare quella frammentazione che in passato ha determinato la perdita di alcune sfide con lo sviluppo. La prima battaglia da incassare con il massimo del risukltato possibile è quella cojn le provinciali e le europee di giugno. Da questa tornata si creeranno i presupposti per un’ascesa regionale del Popolo della libertà impegnato a sottrarre a Marrazzo lo scettro della Pisana. Una strada in salita che deve essere compiuta con prudenza e mettendo in atto tutta la suprema arte del compromesso cercando sempre di non rompere quegli equilibri che esistono dal 1994 ma che non sono mai stati davvero stabili. Il leader c’è, si deve creare il resto. Partire da anni di esperienza maturata nella casa dei dissidi potrebbe essere un ottima base di partenza verso la vittoria anche sui mal di pancia.
È di Castelforte una giovane vittima del terremoto
La vita stroncata di Maria Civita Mignano, giovane ventiquattrenne di Castelforte, è il tributo di sangue della nostra terra al terremoto che ha colpito duramente la città de L'Aquila. Sino all'ultimo si è sperato che la notizia non fosse confermata ma infine ci si è dovuti rassegnare dinanzi all'evidenza. Maria Civita viveva in un appartamento del centro storico de L'Aquila con altre due amiche. Al momento del crollo del caseggiato per le violenti scosse telluriche una sua amica è riuscita a fuggire incolume mentre sotto le macerie sono rimaste lei e la sua amica del cuore, quella con cui aveva anche vissuto l'adolescenza nella casa famiglia che l'aveva amorevolmente ospitato. Racconta il parroco di Castelforte don Cristoforo Adriano, duramente colpito dalla notizia: «Stamattina ho dovuto dare la ferale notizia ai genitori. Ho seguito Maria Civita sin quando era undicenne. Il padre dall'età di 41 anni è rimasto non vedente e la madre costretta su una sedia a rotelle, con condizioni economiche di conseguenza ristrette. Quattro figli da mantenere: Alessandro, Maria, le gemelle Maria Civita e Filomena. Presi contatto con la Casa Famiglia ‘Maria Ausiliatrice’ tenuto dalle suore salesiane a L'Aquila che l'accolsero con affetto e il Comune di Castelforte ha provveduto al loro mantenimento sino alla maggiore età con un contributo anche della Parrocchia di appartenenza che è quella di San Michele di Suio Alto. Dopo la maggiore età le due sorelle decisero di restare nel capoluogo abruzzese. Filomena si è sposata e ha creato una sua famiglia. Maria Civita aveva preso casa nel centro storico, l'aria più colpita dal sisma, insieme a due amiche». Per lei e la compagna di sempre quella casa si è trasformata nella loro tomba. Il sindaco Gianpiero Forte, a nome dell’amministrazione comunale e dell’intera cittadinanza si unisce al dolore dei genitori, che vivono da sempre nella frazione di Suio, e dell’intera famiglia Mignano. Osserva il primo cittadino: «Questa notizia ci tocca in maniera molto da vicino e aggiunge alla tragedia della popolazione abruzzese anche il dolore profondo di tutta la nostra comunità, che era molto legata a Maria Civita e alla gemella Filomena. Da qualche anno, Maria Civita lavorava e aveva anche un fidanzato. Desidero anche esprimere la mia vicinanza a due altre ragazze di Castelforte, che sono rimaste ferite nel corso del terremoto, una delle quali in forma più grave. So però che la cittadina de L’Aquila era frequentata anche da altri studenti universitari di Castelforte e dei paesi circostanti ai quali va il nostro pensiero in questo momento così particolare per la terribile esperienza che hanno vissuto». Le due ragazze ferite sono la ventunenne Marilisa Ciorra, figlia del consigliere comunale del Pd Vittorio, che ha rischi di cancrena a una gamba ferita piuttosto seriamente e la ventiquattrenne Valeria Galletto che si è fratturata una caviglia. Sua sorella Anna è insegnante nel Plesso scolastico di Fontana Perrelli a Marina di Minturno. La studentessa universitaria Valeria è prossima alla laurea, gli manca di sostenere un solo esame presso l'Ateneo aquilano. Per le esequie di Maria Civita si attendono notizie, o vi saranno quelle istituzionali a L'Aquila o quelle private a Suio Alto. Per ora si parla della giornata di venerdì, ma è da confermare.
Sottovoce, Sabino Cassese: un giurista e il suo tempo
Sergio Corsetti
“Sono un uomo delle istituzioni perché solo le persone che credono che esse esistano possono esserlo”. Sabino Cassese si svela a Gigi Marzullo. L’ora è tarda. Il programma su Rai 1 è Sottovoce: un modo per conoscere e per conoscersi; il tema Il nuovo mondo del diritto - Un giurista e il suo tempo. Raramente la televisone riesce a dare spunti culturali e di riflessione, purtroppo sempre a ora tarda. Sabino Cassese è uno dei più conosciuti professori di diritto amministrativo, attualmente giudice della Corte costituzionale. Il protagonista confessa che il suo sogno da bambino era quello di fare il professore universitario e “l’ho fatto. Poi è stata la condizione per arrivare alla Corte costituzionale”. “Quando ho iniziato a studiare – evidenzia Cassese - il diritto era lo Stato. Oggi tutto si è internazionalizzato”. Dal racconto emerge il professore: “I giovani di oggi sono cambiati. Sono più seri e vengono da ceti sociali diversi, ma due buone notizie non fanno una buona università”. Il giudice affronta anche temi di psicologia, “chi ha pochi ricordi ha avuto una buona infanzia”, familiari “a casa c’erano molti libri. Per schedarli ho dovuto leggerli”, d’attualità: “vivo perfettamente la contemporaneità perché sono legato ai giovani dell’università e perché la Corte costituzionale affronta questioni che riguardano il nostro tempo e il vivere”. La chiacchierata si conclude sul Cassese “severo perché esistono delle regole che vanno rispettate e, inoltre, da professore, devo valutare il merito anche se penso che non sempre questo vinca. Servirebbe una società più aperta e più competitiva che ponga tutti gli individui sulla stessa linea di partenza”.
“Sono un uomo delle istituzioni perché solo le persone che credono che esse esistano possono esserlo”. Sabino Cassese si svela a Gigi Marzullo. L’ora è tarda. Il programma su Rai 1 è Sottovoce: un modo per conoscere e per conoscersi; il tema Il nuovo mondo del diritto - Un giurista e il suo tempo. Raramente la televisone riesce a dare spunti culturali e di riflessione, purtroppo sempre a ora tarda. Sabino Cassese è uno dei più conosciuti professori di diritto amministrativo, attualmente giudice della Corte costituzionale. Il protagonista confessa che il suo sogno da bambino era quello di fare il professore universitario e “l’ho fatto. Poi è stata la condizione per arrivare alla Corte costituzionale”. “Quando ho iniziato a studiare – evidenzia Cassese - il diritto era lo Stato. Oggi tutto si è internazionalizzato”. Dal racconto emerge il professore: “I giovani di oggi sono cambiati. Sono più seri e vengono da ceti sociali diversi, ma due buone notizie non fanno una buona università”. Il giudice affronta anche temi di psicologia, “chi ha pochi ricordi ha avuto una buona infanzia”, familiari “a casa c’erano molti libri. Per schedarli ho dovuto leggerli”, d’attualità: “vivo perfettamente la contemporaneità perché sono legato ai giovani dell’università e perché la Corte costituzionale affronta questioni che riguardano il nostro tempo e il vivere”. La chiacchierata si conclude sul Cassese “severo perché esistono delle regole che vanno rispettate e, inoltre, da professore, devo valutare il merito anche se penso che non sempre questo vinca. Servirebbe una società più aperta e più competitiva che ponga tutti gli individui sulla stessa linea di partenza”.
La Sodexo denuncia Visari e Andreatta
Sergio Corsetti
Diffamazione a mezzo stampa. Il consigliere comunale del Pd, Mauro Visari, e il dirigente scolastico Sergio Andreatta sono i destinatari di una denuncia querela presentata dai legali della Sodexo Italia spa per diffamazione a mezzo stampa. La vicenda riguarda il presunto ritrovamento di vermi o larve di vermi nella pasta e fagioli servita nelle scuole per l’infanzia di Borgo Isonzo, Giovanni Paolo II e di via Sezze a Latina il 6 febbraio. Alla vicenda seguirono le indagini da parte degli enti preposti e diverse dichiarazioni degli interessati a mezzo stampa. La multinazionale, tramite gli avvocati, ripercorre le fasi salienti dell’episodio. Alle 12.20 del 6 febbraio la responsabile della società veniva informata sulle anomalie riscontrate e della presenza di corpi estranei, presunti insetti, e si recava subito nel plesso in questione. Secondo i legali “già una prima ispezione visiva rilevava che non si trattava di insetti ma di residuo di macinatura, nonostante ciò, il dirigente scolastico, Andreatta, inviava un fax facendo riferimento a molteplici colonie di insetti marroni sculettanti 6-8 millimetri di lunghezza”. La Sodexo, dopo la richiesta di intervento ai Nas per i controlli, dava disponibilità a collaborare per accertare la veridicità del caso. Il controllo sui campioni prelevati dava esito negativo trattandosi di “materiale privo di qualsiasi struttura riferibile a insetti o ad altri organismi biologici, derivante presumibilmente dalla frammentazione dei fagioli stessi”. Sempre secondo gli avvocati, il direttore didattico “iniziava una campagna diffamatoria nei confronti della Sodexo, in particolare in un articolo lasciava intendere come la società non fosse nuova ad inconvenienti simili (testualmente: l’incidente accaduto nella cucina di Sezze Scalo non è il primo della serie in verità)”. Andreatta invia quindi una nota al sindaco Zaccheo per la tutela delle “sporzionatrici” per cui si paventava “una preventiva preoccupazione contro una ventilata ipotesi di atti ritorsivi”. Sull’episodio, secondo i legali, seguivano le dichiarazioni del consigliere comunale del Pd, Visari, sul ritrovamento nel pasto “di intere colonie di insetti”. La società leader nella produzione di prodotti alimentari ritiene “grave e dall’intento diffamatorio” le dichiarazioni e “addirittura Andreatta ha insinuato eventuali interferenze della Sodexo sul lavoro dei laboratori analisi quando afferma: è un miracolo il vino si è trasformato in acqua e l’acqua si è trasformata in vino”. Inoltre i legali evidenziano come “la condotta di Visari e di Andreatta appare condannabile per l’uso strumentale che si è fatto”.
“Appare evidente – concludono i legali - come ci si trovi di fronte a una grave manipolazione di notizie che si risolve in una vera aggressione all’onorabilità della società che può provocare danni gravissimi alla Sodexo. Per una società di tali caratteristiche la reputazione e l’immagine rappresentano patrimonio e fonte di reddito, pertanto il discredito gettato può provocare gravissimi danni alterando il regolare andamento dei titoli e dei mercati”.
Diffamazione a mezzo stampa. Il consigliere comunale del Pd, Mauro Visari, e il dirigente scolastico Sergio Andreatta sono i destinatari di una denuncia querela presentata dai legali della Sodexo Italia spa per diffamazione a mezzo stampa. La vicenda riguarda il presunto ritrovamento di vermi o larve di vermi nella pasta e fagioli servita nelle scuole per l’infanzia di Borgo Isonzo, Giovanni Paolo II e di via Sezze a Latina il 6 febbraio. Alla vicenda seguirono le indagini da parte degli enti preposti e diverse dichiarazioni degli interessati a mezzo stampa. La multinazionale, tramite gli avvocati, ripercorre le fasi salienti dell’episodio. Alle 12.20 del 6 febbraio la responsabile della società veniva informata sulle anomalie riscontrate e della presenza di corpi estranei, presunti insetti, e si recava subito nel plesso in questione. Secondo i legali “già una prima ispezione visiva rilevava che non si trattava di insetti ma di residuo di macinatura, nonostante ciò, il dirigente scolastico, Andreatta, inviava un fax facendo riferimento a molteplici colonie di insetti marroni sculettanti 6-8 millimetri di lunghezza”. La Sodexo, dopo la richiesta di intervento ai Nas per i controlli, dava disponibilità a collaborare per accertare la veridicità del caso. Il controllo sui campioni prelevati dava esito negativo trattandosi di “materiale privo di qualsiasi struttura riferibile a insetti o ad altri organismi biologici, derivante presumibilmente dalla frammentazione dei fagioli stessi”. Sempre secondo gli avvocati, il direttore didattico “iniziava una campagna diffamatoria nei confronti della Sodexo, in particolare in un articolo lasciava intendere come la società non fosse nuova ad inconvenienti simili (testualmente: l’incidente accaduto nella cucina di Sezze Scalo non è il primo della serie in verità)”. Andreatta invia quindi una nota al sindaco Zaccheo per la tutela delle “sporzionatrici” per cui si paventava “una preventiva preoccupazione contro una ventilata ipotesi di atti ritorsivi”. Sull’episodio, secondo i legali, seguivano le dichiarazioni del consigliere comunale del Pd, Visari, sul ritrovamento nel pasto “di intere colonie di insetti”. La società leader nella produzione di prodotti alimentari ritiene “grave e dall’intento diffamatorio” le dichiarazioni e “addirittura Andreatta ha insinuato eventuali interferenze della Sodexo sul lavoro dei laboratori analisi quando afferma: è un miracolo il vino si è trasformato in acqua e l’acqua si è trasformata in vino”. Inoltre i legali evidenziano come “la condotta di Visari e di Andreatta appare condannabile per l’uso strumentale che si è fatto”.
“Appare evidente – concludono i legali - come ci si trovi di fronte a una grave manipolazione di notizie che si risolve in una vera aggressione all’onorabilità della società che può provocare danni gravissimi alla Sodexo. Per una società di tali caratteristiche la reputazione e l’immagine rappresentano patrimonio e fonte di reddito, pertanto il discredito gettato può provocare gravissimi danni alterando il regolare andamento dei titoli e dei mercati”.
Cusani:«Elezioni sì, ma competitive»
Alessia Tomasini
La politica made in Latina si sta muovendo con cautela. Il leader del centrodestra, Armando Cusani, sta chiudendo la porta in faccia a facili entusiasmi preferendo puntare sulla concretezza. Vero è che il Popolo della libertà oggi è l’azionista di maggioranza della classe politica del territorio. Ma è anche vero che l’abbondanza porta con sè il germe della rovina. Affrontare le elezioni con un consenso che sembra destinato a crescere anche sull’onda dell’emotività e della novità rappresentata dall’ufficializzazione del Pdl lascerebbe ampio margine alla disattenzione. Farlo in totale assenza di un antagonista a sinistra è ancora più insidioso perchè non esiste alcuna forma di opposizione esterna e questo di solito si traduce, per il sistema della compensazione, nella nascita di dissidi interni. «La situazione di profonda crisi che lacera il centrosinistra - spiega Armando Cusani - è allarmante perchè la democrazia si fonda anche sul principio di alternanza a cui oggi non possono neanche aspirare come dimostra l’assenza totale di una sintesi e di una condivisione anche sulla scelta di un candidato presidente». L’opposizione è inesistente ma questo non mette al riparo da invettive a spada tratta nei confronti degli avversari politici. «La debolezza del Pd e degli altri partiti che gli ruotano intorno è sottolineata proprio da attacchi personali che vanno a compensare l’assenza di temi politici di confronto. In quattro anni di governo regionale non sono riusciti a dare un segnale forte a questo territorio accreditandosi con i cittadini sul piano amministrativo». Il massimo consenso si traduce nella presentazione da parte dei cittadini delle massime aspettative. Il territorio chiede, e a gran voce da anni, decisioni che non sono mai arrivate. A Cusani e al centrodestra spetta il compito arduo di riuscire in questo compito in cui gli altri sono risultati mancanti. Il che si traduce nella necessità di prendere decisioni rapide, di assumersi la responsabilità delle ripercussioni che queste scelte possono avere sia sul piano del consenso che dello sviluppo. Non è un caso che da trenta anni i temi delle campagne elettorali sono sempre gli stessi. Non è un caso quindi che oggi il centrosinistra in terra pontina non abbia appeal e sia costretto a ricorrere ai tavoli romani per trovare anche una sorta di mediazione intorno alla candidatura di Sesa Amici. La campagna elettorale è alle porte ma il terreno del fuoco incrociato è noto da sempre e passa per quella società, Acqualatina, che gestisce le risorse idriche sul territorio. «Si tratta di una questione superata. Si è fatto tanto rumore per nulla soprattutto perchè se Marrazzo avesse voluto poteva intervenire a livello legislativo. Non lo ha fatto ed oggi deve spiegare il motivo di questa mancanza di consequenzialità con la questione di principio». Tradotto, su Acqualatina si è giocata una partita mirata solo a confondere? «Certo. A contraddire le accuse che sono state mosse sono i fatti. La società è gestita dal pubblico e solo in parte dal privato. I servizi in questi anni, dalla manutenzione dei depuratori alla qualità delle acque, è migliorata, le crisi idriche si sono ridotte rispetto al passato. Grazie a questo sistema e a risorse del bilancio provinciale, 31 mila utenti, con reddito inferiore ai 14 mila euro, hanno 300 litri di acqua gratuita al giorno». La società funziona quindi, ma tra le accuse che hanno mosso c’è anche quella morale legata ad un’occupazione “di forza” delle poltrone. «Fazzone si è assunto un ruolo non semplice e lo ha fatto con il supporto dei Comuni di questo territorio che rappresentano la parte pubblica. Dubito che la sinistra avrebbe avuto il coraggio di assumersi un onere e una responsabilità come questa».
La politica made in Latina si sta muovendo con cautela. Il leader del centrodestra, Armando Cusani, sta chiudendo la porta in faccia a facili entusiasmi preferendo puntare sulla concretezza. Vero è che il Popolo della libertà oggi è l’azionista di maggioranza della classe politica del territorio. Ma è anche vero che l’abbondanza porta con sè il germe della rovina. Affrontare le elezioni con un consenso che sembra destinato a crescere anche sull’onda dell’emotività e della novità rappresentata dall’ufficializzazione del Pdl lascerebbe ampio margine alla disattenzione. Farlo in totale assenza di un antagonista a sinistra è ancora più insidioso perchè non esiste alcuna forma di opposizione esterna e questo di solito si traduce, per il sistema della compensazione, nella nascita di dissidi interni. «La situazione di profonda crisi che lacera il centrosinistra - spiega Armando Cusani - è allarmante perchè la democrazia si fonda anche sul principio di alternanza a cui oggi non possono neanche aspirare come dimostra l’assenza totale di una sintesi e di una condivisione anche sulla scelta di un candidato presidente». L’opposizione è inesistente ma questo non mette al riparo da invettive a spada tratta nei confronti degli avversari politici. «La debolezza del Pd e degli altri partiti che gli ruotano intorno è sottolineata proprio da attacchi personali che vanno a compensare l’assenza di temi politici di confronto. In quattro anni di governo regionale non sono riusciti a dare un segnale forte a questo territorio accreditandosi con i cittadini sul piano amministrativo». Il massimo consenso si traduce nella presentazione da parte dei cittadini delle massime aspettative. Il territorio chiede, e a gran voce da anni, decisioni che non sono mai arrivate. A Cusani e al centrodestra spetta il compito arduo di riuscire in questo compito in cui gli altri sono risultati mancanti. Il che si traduce nella necessità di prendere decisioni rapide, di assumersi la responsabilità delle ripercussioni che queste scelte possono avere sia sul piano del consenso che dello sviluppo. Non è un caso che da trenta anni i temi delle campagne elettorali sono sempre gli stessi. Non è un caso quindi che oggi il centrosinistra in terra pontina non abbia appeal e sia costretto a ricorrere ai tavoli romani per trovare anche una sorta di mediazione intorno alla candidatura di Sesa Amici. La campagna elettorale è alle porte ma il terreno del fuoco incrociato è noto da sempre e passa per quella società, Acqualatina, che gestisce le risorse idriche sul territorio. «Si tratta di una questione superata. Si è fatto tanto rumore per nulla soprattutto perchè se Marrazzo avesse voluto poteva intervenire a livello legislativo. Non lo ha fatto ed oggi deve spiegare il motivo di questa mancanza di consequenzialità con la questione di principio». Tradotto, su Acqualatina si è giocata una partita mirata solo a confondere? «Certo. A contraddire le accuse che sono state mosse sono i fatti. La società è gestita dal pubblico e solo in parte dal privato. I servizi in questi anni, dalla manutenzione dei depuratori alla qualità delle acque, è migliorata, le crisi idriche si sono ridotte rispetto al passato. Grazie a questo sistema e a risorse del bilancio provinciale, 31 mila utenti, con reddito inferiore ai 14 mila euro, hanno 300 litri di acqua gratuita al giorno». La società funziona quindi, ma tra le accuse che hanno mosso c’è anche quella morale legata ad un’occupazione “di forza” delle poltrone. «Fazzone si è assunto un ruolo non semplice e lo ha fatto con il supporto dei Comuni di questo territorio che rappresentano la parte pubblica. Dubito che la sinistra avrebbe avuto il coraggio di assumersi un onere e una responsabilità come questa».
Sport, in tv va in scena la Ferrari modello Cimabue
Sergio Corsetti
In televisione va in scena l’annus horribilis della Ferrari. La diretta mattutina è catastrofica. I commenti seral-notturni peggiorano la situazione. Come sparare sulla Croce rossa. Chi immaginava di iniziare serenamente la domenica sportiva ne esce distrutto. La stagione agonistica 2009/2010 è cominciata con un sortilegio ai danni della rossa di Maranello. Viene in mente Cimabue il personaggio della pubblicità di qualche anno fa (eufemismo) che la canzoncina “coglionava” con il fatidico “Cimabue fa una cosa ne sbaglia due”. Ebbene sì, la Ferrari non ne imbrocca una. Non bastasse un disegno tecnico arretrato rispetto alla concorrenza che ha saputo sfruttare al meglio le caratteristiche chieste dal nuovo regolamento ci deve aggiungere l’assoluta indecisione nelle strategie. Quella che una volta rappresentava il pezzo forte della rossa oggi è il tallone d’Achille. Impietose le telecamere inquadrano la confusione al box. In serata i commentatori sparano a zero contro Michael Shumacher dipinto ora come uno iettatore. Che brutta fine per un campione del suo calibro. La tragicommedia televisiva tocca il culmine al momento del primo pit stop. Increduli i telecronisti osservano il montaggio delle gomme da gran bagnato quando ancora c’è il sole. In tre giri Raikkonen perde appena un minuto e mezzo, tanto che quando inizia a diluviare gli pneumatici ovviamente sono già usurati. Massa rientra pochi secondi prima del nuovo acquazzone. La Ferrari non ne imbrocca una. Per il telespettatore meglio una passeggiata fuori, a Roma magari, che a tante persone dà linfa vitale. Che bello sarebbe averne un po’ in compagnia.
In televisione va in scena l’annus horribilis della Ferrari. La diretta mattutina è catastrofica. I commenti seral-notturni peggiorano la situazione. Come sparare sulla Croce rossa. Chi immaginava di iniziare serenamente la domenica sportiva ne esce distrutto. La stagione agonistica 2009/2010 è cominciata con un sortilegio ai danni della rossa di Maranello. Viene in mente Cimabue il personaggio della pubblicità di qualche anno fa (eufemismo) che la canzoncina “coglionava” con il fatidico “Cimabue fa una cosa ne sbaglia due”. Ebbene sì, la Ferrari non ne imbrocca una. Non bastasse un disegno tecnico arretrato rispetto alla concorrenza che ha saputo sfruttare al meglio le caratteristiche chieste dal nuovo regolamento ci deve aggiungere l’assoluta indecisione nelle strategie. Quella che una volta rappresentava il pezzo forte della rossa oggi è il tallone d’Achille. Impietose le telecamere inquadrano la confusione al box. In serata i commentatori sparano a zero contro Michael Shumacher dipinto ora come uno iettatore. Che brutta fine per un campione del suo calibro. La tragicommedia televisiva tocca il culmine al momento del primo pit stop. Increduli i telecronisti osservano il montaggio delle gomme da gran bagnato quando ancora c’è il sole. In tre giri Raikkonen perde appena un minuto e mezzo, tanto che quando inizia a diluviare gli pneumatici ovviamente sono già usurati. Massa rientra pochi secondi prima del nuovo acquazzone. La Ferrari non ne imbrocca una. Per il telespettatore meglio una passeggiata fuori, a Roma magari, che a tante persone dà linfa vitale. Che bello sarebbe averne un po’ in compagnia.
Una compravendita fallita finisce in minacce
Francesco Avena
Una compravendita fallita finisce in minacce, estorsione e aggressione. Responsabili di «tentata estorsione in concorso, danneggiamento, minacce e lesioni personali», due campani già conosciuti alle forze dell’ordine per reati d’associazione e vicini agli ambienti malavitosi campani, sono stati arrestati dai carabinieri di Terracina sabato mattina. Si tratta di Ernesto Brina, 65 anni, originario di Mugnano di Napoli ma residente da anni a Terracina. E Antonio Panico, 56 anni, originario e residente a Mugnano. L’arresto dopo un’indagine iniziata nel 2006. Il titolare di un tabacchi sulla Pontina denuncia ai carabinieri un attentato incendiario alla sua attività commerciale. Qualcuno aveva versato benzina davanti l’entrata. Un chiaro avvertimento. Nel corso del tempo il proprietario dell’esercizio, residente a Terracina, subisce altri tentativi di estorsione. Gli viene incendiata l’auto il 17 novembre 2007. Poco dopo, a finire a fuoco davanti la saracinesca del tabacchi è un pacco di giornali. Poi minacce telefoniche, infine l’aggressione nel giugno del 2008, la svolta per le inchieste dei militari. Brina avvia la compravendita del tabacchi nel 2006 con l’attuale titolare, già allora proprietario dell’esercizio. Il costo complessivo dell’operazione intorno ai 300mila euro. Nel contratto una clausola stabilisce che, qualora la compravendita dovesse fallire, i soldi già versati non saranno restituiti all’acquirente. Brina aveva già versato circa 100mila euro quando decide di interrompere la compravendita. A quel punto però avrebbe richiesto la restituzione dei soldi, che il titolare del tabacchi gli nega. Iniziano gli atti intimidatori. Panico entra in scena nel febbraio del 2008, quando un tentativo non riuscito di dar fuoco al tabacchi svela la responsabilità del 56enne, sorpreso mentre si aggirava nei pressi dell’esercizio subito dopo l’atto incendiario e con una bottiglia di benzina ancora in macchina. Nel mese di giugno un extracomunitario aggredisce nel tabacchi il titolare. Nonostante fosse armato di bastone, l’extracomunitario viene messo in fuga dal tabaccaio, che nell’inseguire lo straniero lo vede salire in una macchina, dove ad attenderlo c’era proprio Panico. Evidente che responsabili dell’aggressione fossero Panico e Brina, e avessero assoldato un extracomunitario per dare una lezione al proprietario del tabacchi. Tutte queste tessere messe insieme dai carabinieri hanno portato all’arresto dei due, attualmente ai domiciliari.
Una compravendita fallita finisce in minacce, estorsione e aggressione. Responsabili di «tentata estorsione in concorso, danneggiamento, minacce e lesioni personali», due campani già conosciuti alle forze dell’ordine per reati d’associazione e vicini agli ambienti malavitosi campani, sono stati arrestati dai carabinieri di Terracina sabato mattina. Si tratta di Ernesto Brina, 65 anni, originario di Mugnano di Napoli ma residente da anni a Terracina. E Antonio Panico, 56 anni, originario e residente a Mugnano. L’arresto dopo un’indagine iniziata nel 2006. Il titolare di un tabacchi sulla Pontina denuncia ai carabinieri un attentato incendiario alla sua attività commerciale. Qualcuno aveva versato benzina davanti l’entrata. Un chiaro avvertimento. Nel corso del tempo il proprietario dell’esercizio, residente a Terracina, subisce altri tentativi di estorsione. Gli viene incendiata l’auto il 17 novembre 2007. Poco dopo, a finire a fuoco davanti la saracinesca del tabacchi è un pacco di giornali. Poi minacce telefoniche, infine l’aggressione nel giugno del 2008, la svolta per le inchieste dei militari. Brina avvia la compravendita del tabacchi nel 2006 con l’attuale titolare, già allora proprietario dell’esercizio. Il costo complessivo dell’operazione intorno ai 300mila euro. Nel contratto una clausola stabilisce che, qualora la compravendita dovesse fallire, i soldi già versati non saranno restituiti all’acquirente. Brina aveva già versato circa 100mila euro quando decide di interrompere la compravendita. A quel punto però avrebbe richiesto la restituzione dei soldi, che il titolare del tabacchi gli nega. Iniziano gli atti intimidatori. Panico entra in scena nel febbraio del 2008, quando un tentativo non riuscito di dar fuoco al tabacchi svela la responsabilità del 56enne, sorpreso mentre si aggirava nei pressi dell’esercizio subito dopo l’atto incendiario e con una bottiglia di benzina ancora in macchina. Nel mese di giugno un extracomunitario aggredisce nel tabacchi il titolare. Nonostante fosse armato di bastone, l’extracomunitario viene messo in fuga dal tabaccaio, che nell’inseguire lo straniero lo vede salire in una macchina, dove ad attenderlo c’era proprio Panico. Evidente che responsabili dell’aggressione fossero Panico e Brina, e avessero assoldato un extracomunitario per dare una lezione al proprietario del tabacchi. Tutte queste tessere messe insieme dai carabinieri hanno portato all’arresto dei due, attualmente ai domiciliari.
lunedì 6 aprile 2009
Caro Memmo, ci hai tradito
Lettera aperta
di Lidano Grassucci
Memmo Guidi è socialista. Lui sa quanto è stata ignobile la campagna del sospetto contro i socialisti negli anni ‘90. Uno che sceglie il verbo di Turati sta dalla parte degli ultimi, mai da quella del sospetto, delle spie. I socialisti sono per le garanzie, non si pongono il problema: “quanto potere ha lo Stato”, ma “fino a dove arriva il potere dello Stato”. I socialisti sono quelli del limite al potere. Quindi? Come recita la Costituzione che, caro Memmo, fu scritta da socialisti, “ciascuno è innocente fino a sentenza passata in giudicato”. Noi riteniamo sacro quel principio. Ora tu dici che Cusani perché “sospettato” deve ritirarsi dallo scontro. Noi, caro Memmo, volevamo battere i democristiani, la loro palude insignificante, volevamo cancellare la malapianta codina dell’andreottismo (con tutto il corollario di Sardella, Ciarrapico e altri), con i voti. Prendendo più voti. Infatti quando lo hanno accusato di essere mafioso siamo inorriditi, era e resta gramigna politica, ma la mafia è altra cosa. Furono i comunisti che, sconfitti dalla storia, bararono al gioco mandando i carabinieri a prendere i socialisti che mai avrebbero battuto con il voto libero. Ricordi Memmo? Ricordi che Bettino Craxi è stato fatto morire in esilio, che l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema non se la sentì di farlo rientrare per le cure. Vedi, se altri usano l’argomento giudiziario lo trovo ignobile ma lo capisco. I comunisti non amano le sottigliezze borghesi del diritto, i fascisti riconoscono il loro diritto e i cattolici quello del loro Papa, ma noi no. Noi crediamo nella Fede della Costituzione. O hai cambiato idea per opportunità? O sei passato dalla parte degli sbirri? Quando l’ufficiale dei carabinieri si presentò al Ministro Nenni (era per la prima volta nella sala dei bottoni), lui istintivamente andò a prendersi la giacca. L’ufficiale chiese: “ma che fa signor Ministro?”. Nenni serio: “vi facilito il lavoro”. Il carabiniere rimase di sale: “ma lei è il ministro”. Nenni era rivoluzionario e era uso essere arrestato, non comandare i carabinieri. Noi, caro Memmo, siamo così, rivoluzionari, anarchici. Mi spiace che l’hai dimenticato, o non ci credevi manco prima? Con stima, il compagno Lidano Grassucci
di Lidano Grassucci
Memmo Guidi è socialista. Lui sa quanto è stata ignobile la campagna del sospetto contro i socialisti negli anni ‘90. Uno che sceglie il verbo di Turati sta dalla parte degli ultimi, mai da quella del sospetto, delle spie. I socialisti sono per le garanzie, non si pongono il problema: “quanto potere ha lo Stato”, ma “fino a dove arriva il potere dello Stato”. I socialisti sono quelli del limite al potere. Quindi? Come recita la Costituzione che, caro Memmo, fu scritta da socialisti, “ciascuno è innocente fino a sentenza passata in giudicato”. Noi riteniamo sacro quel principio. Ora tu dici che Cusani perché “sospettato” deve ritirarsi dallo scontro. Noi, caro Memmo, volevamo battere i democristiani, la loro palude insignificante, volevamo cancellare la malapianta codina dell’andreottismo (con tutto il corollario di Sardella, Ciarrapico e altri), con i voti. Prendendo più voti. Infatti quando lo hanno accusato di essere mafioso siamo inorriditi, era e resta gramigna politica, ma la mafia è altra cosa. Furono i comunisti che, sconfitti dalla storia, bararono al gioco mandando i carabinieri a prendere i socialisti che mai avrebbero battuto con il voto libero. Ricordi Memmo? Ricordi che Bettino Craxi è stato fatto morire in esilio, che l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema non se la sentì di farlo rientrare per le cure. Vedi, se altri usano l’argomento giudiziario lo trovo ignobile ma lo capisco. I comunisti non amano le sottigliezze borghesi del diritto, i fascisti riconoscono il loro diritto e i cattolici quello del loro Papa, ma noi no. Noi crediamo nella Fede della Costituzione. O hai cambiato idea per opportunità? O sei passato dalla parte degli sbirri? Quando l’ufficiale dei carabinieri si presentò al Ministro Nenni (era per la prima volta nella sala dei bottoni), lui istintivamente andò a prendersi la giacca. L’ufficiale chiese: “ma che fa signor Ministro?”. Nenni serio: “vi facilito il lavoro”. Il carabiniere rimase di sale: “ma lei è il ministro”. Nenni era rivoluzionario e era uso essere arrestato, non comandare i carabinieri. Noi, caro Memmo, siamo così, rivoluzionari, anarchici. Mi spiace che l’hai dimenticato, o non ci credevi manco prima? Con stima, il compagno Lidano Grassucci
Quella tragedia di montagna e gli sciacalli
Lidano Grassucci
Gli uomini di piano rispetto a quelli di montagna si distinguono dal passo. Quel passo costruito da secoli di piedi a livella, contro i piedi con le dita all’insù. Sono due tipi umani differenti quelli di piano e quelli di montagna. Poi il piano non pone limiti agli occhi, la montagna nasconde. L’Abruzzo e la sua gente sono la nostra montagna vera, per anni sono andato lì a vedere come si vedeva il mondo senza il piano. Tutto ieri correvano le immagini di quella gente di montagna, tradita dalla montagna. Occhi pieni di paura, gioia per sentire ancora il caldo di chi ti è vicino.
Raccontiamo tanto delle differenze, poi si muore uno a uno, e uguali. Mi dicono che ci sono 92 morti, che la tragedia è grande. Ma il numero è un numero ciascuno di quei morti è una tragedia, i vecchi che sono andati via si sono portati con sè memorie e persone che nessun vivo ricorderà più, i bambini si sono portati via un mondo che poteva essere e non sarà, quelli in mezzo lacrime e sorrisi del vivere di tutti giorni in questi che erano i loro giorni.
Ricordo sempre che il dono della Fede a me non è stato dato, per cui non ho spiegazioni, né consolazioni, per queste morti. Non sono giuste, sono vili, ma mi rendo anche conto che noi, per la terra, non siamo nulla. Spero di non leggere le solite menate sui soccorsi arrivati tardi, sulle possibilità di fare qualche cosa prima.
Ho visto le solite scene di vigili del fuoco, soldati, carabinieri, finanzieri, poliziotti che si rompevano le mani per spostare i sassi e giornalisti dagli studi di Milano, docciati e vestiti Armani che spiegavano il da farsi non facendo.
Alle 13 di ieri, dieci ore dopo il terremoto, in un paese colpito c’erano gli alpini che montavano le tende per gli sfollati. A l’Aquila alle 12 ho visto un ospedale da campo montato.
Sono uomo di piano, di quegli italiani a cui non è mai piaciuta la retorica, la viltà del parlare senza mai fare. Non mi è piaciuta mai l’Italia piagnona e quella capisciona.
La gente d’Abruzzo non piange per chiedere pietà, piange i suoi morti con dignità.
Questa è l’Italia che vorrei. Quelli che avrebbero fatto meglio non facendo nulla continuo a schifarli, come mi fanno senso quelli che dicono solo quello che fa piacere al capo. Per noi di piano, per noi di palude, non ci sono mai stati capi, come per quei montanari che sulle loro montagne sono “capo” e “sotto”. Come quegli alpini che sulle loro montagne non sono mai stati sconfitti, umiliati solo nella steppa da chi era fuggito di fronte al dovere suo.
Gli uomini di piano rispetto a quelli di montagna si distinguono dal passo. Quel passo costruito da secoli di piedi a livella, contro i piedi con le dita all’insù. Sono due tipi umani differenti quelli di piano e quelli di montagna. Poi il piano non pone limiti agli occhi, la montagna nasconde. L’Abruzzo e la sua gente sono la nostra montagna vera, per anni sono andato lì a vedere come si vedeva il mondo senza il piano. Tutto ieri correvano le immagini di quella gente di montagna, tradita dalla montagna. Occhi pieni di paura, gioia per sentire ancora il caldo di chi ti è vicino.
Raccontiamo tanto delle differenze, poi si muore uno a uno, e uguali. Mi dicono che ci sono 92 morti, che la tragedia è grande. Ma il numero è un numero ciascuno di quei morti è una tragedia, i vecchi che sono andati via si sono portati con sè memorie e persone che nessun vivo ricorderà più, i bambini si sono portati via un mondo che poteva essere e non sarà, quelli in mezzo lacrime e sorrisi del vivere di tutti giorni in questi che erano i loro giorni.
Ricordo sempre che il dono della Fede a me non è stato dato, per cui non ho spiegazioni, né consolazioni, per queste morti. Non sono giuste, sono vili, ma mi rendo anche conto che noi, per la terra, non siamo nulla. Spero di non leggere le solite menate sui soccorsi arrivati tardi, sulle possibilità di fare qualche cosa prima.
Ho visto le solite scene di vigili del fuoco, soldati, carabinieri, finanzieri, poliziotti che si rompevano le mani per spostare i sassi e giornalisti dagli studi di Milano, docciati e vestiti Armani che spiegavano il da farsi non facendo.
Alle 13 di ieri, dieci ore dopo il terremoto, in un paese colpito c’erano gli alpini che montavano le tende per gli sfollati. A l’Aquila alle 12 ho visto un ospedale da campo montato.
Sono uomo di piano, di quegli italiani a cui non è mai piaciuta la retorica, la viltà del parlare senza mai fare. Non mi è piaciuta mai l’Italia piagnona e quella capisciona.
La gente d’Abruzzo non piange per chiedere pietà, piange i suoi morti con dignità.
Questa è l’Italia che vorrei. Quelli che avrebbero fatto meglio non facendo nulla continuo a schifarli, come mi fanno senso quelli che dicono solo quello che fa piacere al capo. Per noi di piano, per noi di palude, non ci sono mai stati capi, come per quei montanari che sulle loro montagne sono “capo” e “sotto”. Come quegli alpini che sulle loro montagne non sono mai stati sconfitti, umiliati solo nella steppa da chi era fuggito di fronte al dovere suo.
Tutti al mare tranne i campeggiatori
Alessia Tomasini
Tra illusioni ed aspettative mancate anche l’estate 2009 si apre sotto il segno delle assenze. A fare rumore è quella dei campeggi. Le strutture che portavano un indotto su tutto il territorio provinciale, in termini economici e di presenze, sono ancora sotto la spada dei sequestri. Maggio è alle porte. La stagione turistica è iniziata agevolata da un aprile magnanimo e consenziente. Ma? Fatta eccezione per la questione giudiziaria, non irrilevante e centrale, per i campeggi non si intravede alcuna soluzione concreta. Il sindaco Zaccheo, l’assessore all’urbanistica Massimo Rosolini, avevano cercato di mettere a punto una razionalizzazione delle strutture. Esiste anche una delibera con la quale la giunta aveva approvato la prima fase di studio del piano campeggi. L’atto era passato indenne da ogni critica sotto la spinta dell’esigenza. A questo si era aggiunta la volontà di procedere con autorizzazioni temporanee che avrebbero consentito ai camping di aprire per la stagione balneare. Erano stati imposti alcuni vincoli come il rispetto dell’ordinanza emessa dal Comune con la quale si obbligavano gli imprenditori ad eliminare gli abusi e il dissequestro. La storia è nota. Cinque campeggi a metà della stagione, due anni fa, si sono visti apporre i sigilli su mandato della procura di Latina. Sono iniziate le indagini e le proteste non solo degli operatori del settore ma soprattutto dei turisti che hanno dovuto abbandonare ogni speranza di trascorrere sul litorale pontino le proprie ferie. Ventiquattro mesi sono passati, di soluzioni non se ne intravedono neanche all’orizzonte. Il piano ha fatto capolino per un istante e dopo decenni di assenza di una pianificazione specifica. Il rischio è che il progetto del sindaco e dell’amministrazione non entri mai in cantiere. Era prevista la realizzazione di strutture ricettive moderne ed adeguate alle nuove esigenze turistiche ed integrate con il contesto ambientale e paesaggistico. Si voleva creare una prospettiva certa per gli operatori già presenti sul territorio con lo sviluppo di iniziative economiche nel settore. La marina di Latina è una risorsa, ma necessita degli interventi giusti e di una programmazione. La sua valorizzazione passa per i piccoli interventi. Chiodo fisso di politici e amministratori, sia a destra che a sinistra, è il turismo. Ognuno sembra avere una idea eccezionale. Molte di queste, però, risultano irrealizzabili o complicate. Cominciare dalle infrastrutture, invece, e dall’indotto che queste portano, può essere un buon punto di partenza. Per il mare e per le persone che lo vivono, sia come operatori che come turisti. L’amministrazione comunale ha mantenuto fede agli impegni assunti, la parola resta alla procura. Quello che è aperto è il fronte della stagione che sta partendo. I giorni passano veloci e la burocrazia non è una Ferrari. Il timore per i gestori dei camping oggi non è più la retrocessione nell’entroterra ma la cancellazione di ogni aspirazione turistica made in Latina.
Tra illusioni ed aspettative mancate anche l’estate 2009 si apre sotto il segno delle assenze. A fare rumore è quella dei campeggi. Le strutture che portavano un indotto su tutto il territorio provinciale, in termini economici e di presenze, sono ancora sotto la spada dei sequestri. Maggio è alle porte. La stagione turistica è iniziata agevolata da un aprile magnanimo e consenziente. Ma? Fatta eccezione per la questione giudiziaria, non irrilevante e centrale, per i campeggi non si intravede alcuna soluzione concreta. Il sindaco Zaccheo, l’assessore all’urbanistica Massimo Rosolini, avevano cercato di mettere a punto una razionalizzazione delle strutture. Esiste anche una delibera con la quale la giunta aveva approvato la prima fase di studio del piano campeggi. L’atto era passato indenne da ogni critica sotto la spinta dell’esigenza. A questo si era aggiunta la volontà di procedere con autorizzazioni temporanee che avrebbero consentito ai camping di aprire per la stagione balneare. Erano stati imposti alcuni vincoli come il rispetto dell’ordinanza emessa dal Comune con la quale si obbligavano gli imprenditori ad eliminare gli abusi e il dissequestro. La storia è nota. Cinque campeggi a metà della stagione, due anni fa, si sono visti apporre i sigilli su mandato della procura di Latina. Sono iniziate le indagini e le proteste non solo degli operatori del settore ma soprattutto dei turisti che hanno dovuto abbandonare ogni speranza di trascorrere sul litorale pontino le proprie ferie. Ventiquattro mesi sono passati, di soluzioni non se ne intravedono neanche all’orizzonte. Il piano ha fatto capolino per un istante e dopo decenni di assenza di una pianificazione specifica. Il rischio è che il progetto del sindaco e dell’amministrazione non entri mai in cantiere. Era prevista la realizzazione di strutture ricettive moderne ed adeguate alle nuove esigenze turistiche ed integrate con il contesto ambientale e paesaggistico. Si voleva creare una prospettiva certa per gli operatori già presenti sul territorio con lo sviluppo di iniziative economiche nel settore. La marina di Latina è una risorsa, ma necessita degli interventi giusti e di una programmazione. La sua valorizzazione passa per i piccoli interventi. Chiodo fisso di politici e amministratori, sia a destra che a sinistra, è il turismo. Ognuno sembra avere una idea eccezionale. Molte di queste, però, risultano irrealizzabili o complicate. Cominciare dalle infrastrutture, invece, e dall’indotto che queste portano, può essere un buon punto di partenza. Per il mare e per le persone che lo vivono, sia come operatori che come turisti. L’amministrazione comunale ha mantenuto fede agli impegni assunti, la parola resta alla procura. Quello che è aperto è il fronte della stagione che sta partendo. I giorni passano veloci e la burocrazia non è una Ferrari. Il timore per i gestori dei camping oggi non è più la retrocessione nell’entroterra ma la cancellazione di ogni aspirazione turistica made in Latina.
Cusani investe sulla Meccano
Roberta Ardizzoni
175mila euro per il processo di riconversione industriale della “Meccano Aeronautica”. I fondi sono stati stanziati dalla giunta della Provincia di Latina, che ha approvato l’apposita delibera, riguardante l’anticipazione alla società da effettuare con apposita variazione al Bilancio di previsione, e al Peg di settore, 2009. Lo stanziamento prende le mosse dal verbale di accordo stipulato lo scorso 18 febbraio presso l’assessorato al Lavoro della Regione Lazio, in cui si prevede, tra gli altri punti, l’erogazione da parte dell’ente romano di 500mila euro a favore della Meccano, e l’impegno della Provincia ad adempiere agli atti necessari al fine di attuare l’immediata erogazione, anche attraverso un’eventuale anticipazione di cassa. La giunta ha anche valutato che la Regione ha provveduto, con una propria determina, avente ad oggetto “Legge regionale 21/95 - Contributo a favore della Provincia di Latina per intervento straordinario di reindustrializzazione del sito produttivo ex Good Year di Cisterna di Latina, ora Meccano Aeronautica - Impegno di spesa di 175mila euro a valere sull’esercizio finanziario 2009”, ad impegnare la somma come immediatamente disponibile per fare fronte all’accordo stipulato, con la riserva di trovare gli ulteriori fondi con gli strumenti contabili previsti dalla vigente normativa. Alla luce di tutto ciò, la giunta provinciale ha ritenuto quindi indispensabile provvedere all’anticipazione di cassa per 175mila euro, come previsto dall’impegno assunto nell’accordo, nelle more, tra l’altro della effettiva erogazione delle somme, conformemente a quanto disposto con le precedenti delibere di giunta provinciale, rispettivamente del giugno 2005, febbraio 2006 e maggio 2007. L’accordo siglato la sera del 18 febbraio scorso, dopo lunghe trattative, seguite, oltre che dal ministero, anche dal Prefetto di Latina, Bruno Frattasi, segnò il punto di svolta nella lunga vicenda della Meccano, sbloccando anche il rischio licenziamento per 158 lavoratori: con l’intesa infatti, la Regione e gli altri attori si impegnarono a individuare gli idonei strumenti finanziari per consentire l’erogazione del finanziamento in favore del progetto. Sempre in via Costa, si svolgerà stamattina l’atteso Consiglio provinciale sulla vicenda dell’eventuale realizzazione delle centrali Turbogas di Aprilia e Pontinia. L’assise dovrà dibattere, ed eventualmente approvare, un ordine del giorno condiviso in cui si esprime la contrarietà alla costruzione degli impianti.
175mila euro per il processo di riconversione industriale della “Meccano Aeronautica”. I fondi sono stati stanziati dalla giunta della Provincia di Latina, che ha approvato l’apposita delibera, riguardante l’anticipazione alla società da effettuare con apposita variazione al Bilancio di previsione, e al Peg di settore, 2009. Lo stanziamento prende le mosse dal verbale di accordo stipulato lo scorso 18 febbraio presso l’assessorato al Lavoro della Regione Lazio, in cui si prevede, tra gli altri punti, l’erogazione da parte dell’ente romano di 500mila euro a favore della Meccano, e l’impegno della Provincia ad adempiere agli atti necessari al fine di attuare l’immediata erogazione, anche attraverso un’eventuale anticipazione di cassa. La giunta ha anche valutato che la Regione ha provveduto, con una propria determina, avente ad oggetto “Legge regionale 21/95 - Contributo a favore della Provincia di Latina per intervento straordinario di reindustrializzazione del sito produttivo ex Good Year di Cisterna di Latina, ora Meccano Aeronautica - Impegno di spesa di 175mila euro a valere sull’esercizio finanziario 2009”, ad impegnare la somma come immediatamente disponibile per fare fronte all’accordo stipulato, con la riserva di trovare gli ulteriori fondi con gli strumenti contabili previsti dalla vigente normativa. Alla luce di tutto ciò, la giunta provinciale ha ritenuto quindi indispensabile provvedere all’anticipazione di cassa per 175mila euro, come previsto dall’impegno assunto nell’accordo, nelle more, tra l’altro della effettiva erogazione delle somme, conformemente a quanto disposto con le precedenti delibere di giunta provinciale, rispettivamente del giugno 2005, febbraio 2006 e maggio 2007. L’accordo siglato la sera del 18 febbraio scorso, dopo lunghe trattative, seguite, oltre che dal ministero, anche dal Prefetto di Latina, Bruno Frattasi, segnò il punto di svolta nella lunga vicenda della Meccano, sbloccando anche il rischio licenziamento per 158 lavoratori: con l’intesa infatti, la Regione e gli altri attori si impegnarono a individuare gli idonei strumenti finanziari per consentire l’erogazione del finanziamento in favore del progetto. Sempre in via Costa, si svolgerà stamattina l’atteso Consiglio provinciale sulla vicenda dell’eventuale realizzazione delle centrali Turbogas di Aprilia e Pontinia. L’assise dovrà dibattere, ed eventualmente approvare, un ordine del giorno condiviso in cui si esprime la contrarietà alla costruzione degli impianti.
La Formica Atomica - Provinciali, guerra elettorale senza il Pd
Sergio Corsetti
Una guerra senza nemici. O, se preferite, una gara sportiva senza avversari. Si avvicina la lotta per la conquista della presidenza dell’Ente di via Costa e la sensazione è quella di una guerra non combattuta. Le difficoltà del centrosinistra pontino porteranno, probabilmente, ad una sconfitta storica. Una sconfitta cercata. Se in cinque anni il partito non è riuscito a formare una nuova classe dirigente e a individuare un candidato autorevole e spendibile per catturare il voto qualche problema c’è. Evidentemente i rappresentanti del centrosinistra sono in difficoltà nell’individuare le risposte ai problemi dei cittadini. Probabilmente la gente avverte lontana da sé la classe dirigente del Pd, vista come autoreferenziale e attenta solamente ai rapporti interni tra ex Ds e ex Margherita e alle inevitabili lotte per le poltrone. Il fascino del partito, anche dal punto di vista culturale, è in calo. Chi mai avrebbe potuto pensare di viaggiare in aereo con un segretario del maggior partito di centrosinistra, Franceschini, senza che neanche un viaggiatore cercasse di avere una foto ricordo o di scambiare due battute sui problemi del momento? Chi vedendo i Berlinguer o lo stesso Veltroni di qualche mese fa non avrebbe cercato il dialogo? Eppoi, tornando al locale quali sono gli interventi del Pd? La lotta ai bimbi militarizzati a Sabaudia? L’incartamento perenne del Pd di Sezze? Il nulla vestito elegante di Latina? La Amici e la mafia a Fondi? Appare sufficiente far notare che come candidato alla presidenza della Provincia si è dovuto puntare su una bandiera: Sesa Amici. La parlamentare, della quale i più notano l’assenza o la lontananza dai problemi locali, è scesa in campo, evidentemente, per limitare i danni. Ma, nell’ipotesi fantascientifica di vittoria, lascerebbe il posto alla Camera? Si critica la candidatura di Berlusconi alle Europee ma in questo caso non è lo stesso? Perché l’elettore dovrebbe votare una presidente che poi non sarebbe tale e che sta cercando alleanze nascondendosi dietro l’autorità dei vertici regionali?
Una guerra senza nemici. O, se preferite, una gara sportiva senza avversari. Si avvicina la lotta per la conquista della presidenza dell’Ente di via Costa e la sensazione è quella di una guerra non combattuta. Le difficoltà del centrosinistra pontino porteranno, probabilmente, ad una sconfitta storica. Una sconfitta cercata. Se in cinque anni il partito non è riuscito a formare una nuova classe dirigente e a individuare un candidato autorevole e spendibile per catturare il voto qualche problema c’è. Evidentemente i rappresentanti del centrosinistra sono in difficoltà nell’individuare le risposte ai problemi dei cittadini. Probabilmente la gente avverte lontana da sé la classe dirigente del Pd, vista come autoreferenziale e attenta solamente ai rapporti interni tra ex Ds e ex Margherita e alle inevitabili lotte per le poltrone. Il fascino del partito, anche dal punto di vista culturale, è in calo. Chi mai avrebbe potuto pensare di viaggiare in aereo con un segretario del maggior partito di centrosinistra, Franceschini, senza che neanche un viaggiatore cercasse di avere una foto ricordo o di scambiare due battute sui problemi del momento? Chi vedendo i Berlinguer o lo stesso Veltroni di qualche mese fa non avrebbe cercato il dialogo? Eppoi, tornando al locale quali sono gli interventi del Pd? La lotta ai bimbi militarizzati a Sabaudia? L’incartamento perenne del Pd di Sezze? Il nulla vestito elegante di Latina? La Amici e la mafia a Fondi? Appare sufficiente far notare che come candidato alla presidenza della Provincia si è dovuto puntare su una bandiera: Sesa Amici. La parlamentare, della quale i più notano l’assenza o la lontananza dai problemi locali, è scesa in campo, evidentemente, per limitare i danni. Ma, nell’ipotesi fantascientifica di vittoria, lascerebbe il posto alla Camera? Si critica la candidatura di Berlusconi alle Europee ma in questo caso non è lo stesso? Perché l’elettore dovrebbe votare una presidente che poi non sarebbe tale e che sta cercando alleanze nascondendosi dietro l’autorità dei vertici regionali?
sabato 4 aprile 2009
Rsi, Fini e il bluff del Ciarra
Lidano Grassucci
“Fini è un rinnegato”, ha tuonato così Giuseppe Ciarrapico, senatore della Repubblica, alla presentazione del museo sulla Rsi (repubblica sociale italiana), quelli di Salò. Di loro, dei ragazzi di Salò, so poco direttamente solo quello che mi disse una volta mia nonna cispadana, Gilda Pagin: “No era boni”. Aveva una opinione migliore dei tedeschi che pure le avevano piazzato un cannone nel cortile del podere. Il resto è mia opinione politica che da estremista democratico è di “male assoluto” per quella esperienza. Naturalmente ho umano (umano non politico e giuridico) rispetto verso ragazzi che a 17 anni scelsero la parte del “male assoluto”. E la superiorità della mia parte sta nella storia di Ajmone Finestra che perdendo da repubblichino è diventato, nella Repubblica italiana, consigliere regionale, senatore e sindaco della città. Se avesse vinto lui e i suoi i capi partigiani sarebbero stati passati per le armi e non per Palazzo Madama. Basta questa differenza per farvi capire la superiorità etica della democrazia.
Rispetto Finestra che ha nostalgia per la sua gioventù. Ma quando sento uno che ha servito Andreotti e la peggiore palude democristiana quando i democristiani comandavano, come Giuseppe Ciarrapico, che sostiene per cinque volte che “Fini è un rinnegato”, inorridisco. Sento che non c’è il senso, minimo, della dignità per se e per gli altri. Uno che sta sempre con chi comanda, che durante la Rsi era solo pieno di muccio al naso e aveva problemi ancora a contenere la pipì che parla di memoria e di coerenza, è incredibile. Rinnegato è chi nega se stesso, non chi cerca di confrontarsi con la storia del paese. Rinnegato è chi dice di amare il Duce, intanto flirtava con Andreotti perché comandava Andreotti, dice di amare il Duce e sta con Berlusconi, perché comanda Berlusconi.
Fini è uno che ha la schiena dritta, se dissente con Berlusconi lo dice, se acconsente anche. Altri sono solo a servizio, sono per grazia ricevuta.
Mi sia consentito di inorridire davanti a chi offende il prossimo senza avere un momento di vergogna. Non sarò mai di destra, ma certamente Fini è uno che ha coraggio e Ciarrapico ancora una volta fa la guardia pretoriana del potere.
Norberto Bobbio diceva che esistevano due tipi di uomini: quelli che stanno dalla parte del popolo e quelli che servono il principe. Mi piaccio i primi, odio i secondi.
“Fini è un rinnegato”, ha tuonato così Giuseppe Ciarrapico, senatore della Repubblica, alla presentazione del museo sulla Rsi (repubblica sociale italiana), quelli di Salò. Di loro, dei ragazzi di Salò, so poco direttamente solo quello che mi disse una volta mia nonna cispadana, Gilda Pagin: “No era boni”. Aveva una opinione migliore dei tedeschi che pure le avevano piazzato un cannone nel cortile del podere. Il resto è mia opinione politica che da estremista democratico è di “male assoluto” per quella esperienza. Naturalmente ho umano (umano non politico e giuridico) rispetto verso ragazzi che a 17 anni scelsero la parte del “male assoluto”. E la superiorità della mia parte sta nella storia di Ajmone Finestra che perdendo da repubblichino è diventato, nella Repubblica italiana, consigliere regionale, senatore e sindaco della città. Se avesse vinto lui e i suoi i capi partigiani sarebbero stati passati per le armi e non per Palazzo Madama. Basta questa differenza per farvi capire la superiorità etica della democrazia.
Rispetto Finestra che ha nostalgia per la sua gioventù. Ma quando sento uno che ha servito Andreotti e la peggiore palude democristiana quando i democristiani comandavano, come Giuseppe Ciarrapico, che sostiene per cinque volte che “Fini è un rinnegato”, inorridisco. Sento che non c’è il senso, minimo, della dignità per se e per gli altri. Uno che sta sempre con chi comanda, che durante la Rsi era solo pieno di muccio al naso e aveva problemi ancora a contenere la pipì che parla di memoria e di coerenza, è incredibile. Rinnegato è chi nega se stesso, non chi cerca di confrontarsi con la storia del paese. Rinnegato è chi dice di amare il Duce, intanto flirtava con Andreotti perché comandava Andreotti, dice di amare il Duce e sta con Berlusconi, perché comanda Berlusconi.
Fini è uno che ha la schiena dritta, se dissente con Berlusconi lo dice, se acconsente anche. Altri sono solo a servizio, sono per grazia ricevuta.
Mi sia consentito di inorridire davanti a chi offende il prossimo senza avere un momento di vergogna. Non sarò mai di destra, ma certamente Fini è uno che ha coraggio e Ciarrapico ancora una volta fa la guardia pretoriana del potere.
Norberto Bobbio diceva che esistevano due tipi di uomini: quelli che stanno dalla parte del popolo e quelli che servono il principe. Mi piaccio i primi, odio i secondi.
Panigutti, la Procura e le palle dell’asino
Lidano Grassucci
Non sto mai dalla parte dei giudici. Per via del ribellismo che ha caratterizzato la mia generazione. Quelli che stavano con lo Stato, con uno Stato che consideravamo iniquo, erano avversari. Certo poi ho (abbiamo) capito l’abbaglio e siamo diventato altro, ma delle cose restano. Ieri mattina però quando ho letto l’articolo del collega Panigutti sul Procuratore della Repubblica ci sono rimasto di sale. Perché noi giornalisti dovremmo raccontare i fatti non concatenarli con fantasia per gettare fango sulle istituzioni. Non dobbiamo prendere le decisioni del procuratore che non ci piacciono e giudicarle di parte, mentre quelle gradite le osanniamo. Non rammento la cultura giuridica del collega Panigutti ma rammento che il diritto non è come la pelle delle palle dell’asino che la tiri come ti pare. E’ rigido il diritto come la pietra e le incompatibilità non le stabiliscono i giornalisti, ma gli organi di controllo dei magistrati. Altrimenti qualcuno potrebbe eccepire sulla compatibilità di chi scrive, di chi pensa. Un giornalista dovrebbe partire sempre dal riconoscimento della nobiltà dell’interlocutore, dovrebbe partire dal suo rispetto. Se non c’è questo non c’è mestiere. Il procuratore della Repubblica di Latina è un galantuomo fino a prova contraria, la calunnia, il bluff sulle decisioni non assunte a comando degli editori hanno vita corta. Le inchieste e le decisioni della procura non si prenotano a mezzo stampa, la procura è un organo dello Stato non il balocco di un senile editore. Tutto qui. Ci vorrebbe onestà intellettuale ma mi rendo conto che è chieder troppo; per chi scrive e per chi detta la Procura è solo pelle delle palle dell’asino.
Non sto mai dalla parte dei giudici. Per via del ribellismo che ha caratterizzato la mia generazione. Quelli che stavano con lo Stato, con uno Stato che consideravamo iniquo, erano avversari. Certo poi ho (abbiamo) capito l’abbaglio e siamo diventato altro, ma delle cose restano. Ieri mattina però quando ho letto l’articolo del collega Panigutti sul Procuratore della Repubblica ci sono rimasto di sale. Perché noi giornalisti dovremmo raccontare i fatti non concatenarli con fantasia per gettare fango sulle istituzioni. Non dobbiamo prendere le decisioni del procuratore che non ci piacciono e giudicarle di parte, mentre quelle gradite le osanniamo. Non rammento la cultura giuridica del collega Panigutti ma rammento che il diritto non è come la pelle delle palle dell’asino che la tiri come ti pare. E’ rigido il diritto come la pietra e le incompatibilità non le stabiliscono i giornalisti, ma gli organi di controllo dei magistrati. Altrimenti qualcuno potrebbe eccepire sulla compatibilità di chi scrive, di chi pensa. Un giornalista dovrebbe partire sempre dal riconoscimento della nobiltà dell’interlocutore, dovrebbe partire dal suo rispetto. Se non c’è questo non c’è mestiere. Il procuratore della Repubblica di Latina è un galantuomo fino a prova contraria, la calunnia, il bluff sulle decisioni non assunte a comando degli editori hanno vita corta. Le inchieste e le decisioni della procura non si prenotano a mezzo stampa, la procura è un organo dello Stato non il balocco di un senile editore. Tutto qui. Ci vorrebbe onestà intellettuale ma mi rendo conto che è chieder troppo; per chi scrive e per chi detta la Procura è solo pelle delle palle dell’asino.
Bruno Fiore del Pd scrive al direttore. E lui risponde
CIRCOLO CITTADINO DI FONDI
HYPERLINK "http://www.democraticifondi.it/"www.democraticifondi.it
Al Direttore de
Il Nuovo Territorio
dott. Lidano Grassucci
Sig. Direttore,
è la seconda volta che mi sento in dovere di rubarLe un po' della sua attenzione e dello spazio che mi vorrà dedicare per una risposta pubblica.
Io presto molta attenzione al modo in cui il suo giornale sta seguendo tutte le vicende della mia Città: da quella della Commissione d'accesso ed eventuale scioglimento del Consiglio comunale, a quella della sanità e della riconversione del Laboratorio analisi dell'Ospedale San Giovanni di Dio in centro prelievi.
Mi ha colpito l'analisi che Lei faceva con il “fondo” pubblicato il 2 aprile u.s., in cui, riflettendo sui risvolti della vicenda Fondi – audizione del Ministro dell'Interno Maroni e dichiarazione dello stesso riguardo all'imminente discussione in Consiglio dei Ministri della proposta di scioglimento del Consiglio comunale per condizionamenti malavitosi della macchina amministrativa – Lei l'ha definita “Maronata”, che, dal significato letterale, dovrebbe essere la fusione tra Maroni e coglio...ta.
Quel titolo era molto caustico nei confronti del Ministro dell'Interno del Governo Berlusconi. Ma, aldilà del titolo pesante, il suo articolo invitava i cittadini di Fondi alla “disubbidienza civile” contro certi teorici che denunciano presunte e, fino a prova contraria, inesistenti infiltrazioni malavitose sul nostro territorio.
Vede, io che sono uomo nato e cresciuto politicamente nella sinistra progressista, che crede nel valore della disubbidienza civile e pacifica contro l'arroganza del potere statalista, sentire usare certi argomenti contro i massimi organi istituzionali – Prefettura e Ministero dell'Interno – per difendere a spada tratta non la città di Fondi, ma chi politicamente si è reso responsabile della catastrofe che ci è venuta addosso, mi sono sentito offeso come cittadino fondano.
Voglio concludere con una “provocazione” che Lei saprà valutare in modo benevolo. Secondo Lei ieri è stato il Prefetto Frattasi a farsi sedurre dalle sirene della sinistra, oggi è stato il Ministro dell'Interno Maroni a fare la “coglio...ta”, e se domani fosse il Consiglio dei Ministri del Governo Berlusconi a decidere per lo scioglimento del Consiglio comunale di Fondi, come la chiamerà?
E i cittadini, che Lei oggi chiama alla disubbidienza civile, cosa dovranno fare, entrare nella clandestinità disarmata?
La saluto con stima
Bruno Fiore, Coordinatore del Partito Democratico di Fondi
Se Berlusconi sciogliesse il consiglio comunale? Le chiamerei berlusconate. Non ho il culto della personalità, vengo anch’io dalla sinistra (ma quella riformista e libertaria) e non ho mai avuto padroni. Il mio è un problema di principio: da chi viene la Sovranità? Per me viene dal popolo e non da Roma: Su Fondi è sovrano il popolo di Fondi, che deve (se lo ritiene) cambiare Parisella e i suoi, e anche voi che siete in consiglio comunale, se lo ritiene votando altri. Non capisco di mafia, è una cosa ignobile, ma non amo chi considera se stesso sopra le righe e chi non la pensa come lui lo considera mafioso. Odio gli antimafi di professione. Se a Fondi, come ovunque, ci sono mafiosi intervengano i carabinieri e li conducano nelle patrie galere. Altrimenti è una gigantesca truffa democratica e questo vale se lo fa Maroni, se lo fa Berlusconi o Franceschini. Credo ad una cosa per cui i romani liberi cacciarono il Papa, lei è progressista dovrebbe ricordare, si ribellarono ai preti urlano “Sovrano è il popolo”. In più mi piace tanto quella sigla che è nel simbolo di Fondi che recita “Senato E Popolo di Fondi”. La sua è una città di liberi.
Caro Fiore ho avuto come padre politico un signore che si chiamava Pietro Nenni che era solito dire: “Se non sei rivoluzionario a 20 anni, a 40 sei confidente della polizia”. Di anni ne ho quasi 50 e non confido con nessuno e come Nenni ho un solo padrone la libertà.
Con la medesima stima, Lidano Grassucci
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Al Direttore de
Il Nuovo Territorio
dott. Lidano Grassucci
Sig. Direttore,
è la seconda volta che mi sento in dovere di rubarLe un po' della sua attenzione e dello spazio che mi vorrà dedicare per una risposta pubblica.
Io presto molta attenzione al modo in cui il suo giornale sta seguendo tutte le vicende della mia Città: da quella della Commissione d'accesso ed eventuale scioglimento del Consiglio comunale, a quella della sanità e della riconversione del Laboratorio analisi dell'Ospedale San Giovanni di Dio in centro prelievi.
Mi ha colpito l'analisi che Lei faceva con il “fondo” pubblicato il 2 aprile u.s., in cui, riflettendo sui risvolti della vicenda Fondi – audizione del Ministro dell'Interno Maroni e dichiarazione dello stesso riguardo all'imminente discussione in Consiglio dei Ministri della proposta di scioglimento del Consiglio comunale per condizionamenti malavitosi della macchina amministrativa – Lei l'ha definita “Maronata”, che, dal significato letterale, dovrebbe essere la fusione tra Maroni e coglio...ta.
Quel titolo era molto caustico nei confronti del Ministro dell'Interno del Governo Berlusconi. Ma, aldilà del titolo pesante, il suo articolo invitava i cittadini di Fondi alla “disubbidienza civile” contro certi teorici che denunciano presunte e, fino a prova contraria, inesistenti infiltrazioni malavitose sul nostro territorio.
Vede, io che sono uomo nato e cresciuto politicamente nella sinistra progressista, che crede nel valore della disubbidienza civile e pacifica contro l'arroganza del potere statalista, sentire usare certi argomenti contro i massimi organi istituzionali – Prefettura e Ministero dell'Interno – per difendere a spada tratta non la città di Fondi, ma chi politicamente si è reso responsabile della catastrofe che ci è venuta addosso, mi sono sentito offeso come cittadino fondano.
Voglio concludere con una “provocazione” che Lei saprà valutare in modo benevolo. Secondo Lei ieri è stato il Prefetto Frattasi a farsi sedurre dalle sirene della sinistra, oggi è stato il Ministro dell'Interno Maroni a fare la “coglio...ta”, e se domani fosse il Consiglio dei Ministri del Governo Berlusconi a decidere per lo scioglimento del Consiglio comunale di Fondi, come la chiamerà?
E i cittadini, che Lei oggi chiama alla disubbidienza civile, cosa dovranno fare, entrare nella clandestinità disarmata?
La saluto con stima
Bruno Fiore, Coordinatore del Partito Democratico di Fondi
Se Berlusconi sciogliesse il consiglio comunale? Le chiamerei berlusconate. Non ho il culto della personalità, vengo anch’io dalla sinistra (ma quella riformista e libertaria) e non ho mai avuto padroni. Il mio è un problema di principio: da chi viene la Sovranità? Per me viene dal popolo e non da Roma: Su Fondi è sovrano il popolo di Fondi, che deve (se lo ritiene) cambiare Parisella e i suoi, e anche voi che siete in consiglio comunale, se lo ritiene votando altri. Non capisco di mafia, è una cosa ignobile, ma non amo chi considera se stesso sopra le righe e chi non la pensa come lui lo considera mafioso. Odio gli antimafi di professione. Se a Fondi, come ovunque, ci sono mafiosi intervengano i carabinieri e li conducano nelle patrie galere. Altrimenti è una gigantesca truffa democratica e questo vale se lo fa Maroni, se lo fa Berlusconi o Franceschini. Credo ad una cosa per cui i romani liberi cacciarono il Papa, lei è progressista dovrebbe ricordare, si ribellarono ai preti urlano “Sovrano è il popolo”. In più mi piace tanto quella sigla che è nel simbolo di Fondi che recita “Senato E Popolo di Fondi”. La sua è una città di liberi.
Caro Fiore ho avuto come padre politico un signore che si chiamava Pietro Nenni che era solito dire: “Se non sei rivoluzionario a 20 anni, a 40 sei confidente della polizia”. Di anni ne ho quasi 50 e non confido con nessuno e come Nenni ho un solo padrone la libertà.
Con la medesima stima, Lidano Grassucci
venerdì 3 aprile 2009
Latina - Sentieri d’ascolto si chiude nel mistero
Luisa Guarino
Con “Natura morta in un fosso” dell’Atir, Associazione teatrale indipendente per la ricerca, si concluderà questa sera alle 21 al Teatro Cafaro di Latina la rassegna “Sentieri d’ascolto-La scena obliqua” iniziata il 31 marzo. La manifestazione è promossa da Atcl, Comune di Latina, Fondazione Palazzo della cultura di Latina, con il patrocinio della Regione Lazio, Assessorato alla cultura. Il testo, che ha tutti i crismi del noir, anche se portato in un luogo atipico come il teatro, è di Fausto Paravidino; regia di Serena Sinigaglia, con Fausto Russo Alesi; luci e scene Nicolas Bovey. Un qualsiasi paesotto di una qualsiasi provincia del nord Italia. Un fosso sul ciglio di una statale. Una ragazza morta ammazzata, abbandonata in quel posto da qualcuno che le ha tolto i vestiti e con essi i documenti. Sono le quattro del mattino. Cominciano le indagini. Chi è questa bella ragazza? E perché è stata uccisa? E come? E soprattutto da chi?
“’ Natura morta in un fosso’ è un noir a teatro, ovvero il luogo più inospitale per questo genere di fiction - spiega la regista Sinigaglia -. La tv ne è piena e così il cinema (il riferimento più recente e immediato che ci viene è ‘La ragazza del lago’ ndr). In teatro è più raro. Probabilmente perché è ben difficile riuscire a creare suspense, di quella tosta intendo, di quella che ti fa davvero prendere paura, in teatro. Altrettanto difficile è realizzare scene spettacolari di inseguimenti vari o di fantasiosi ammazzamenti del tipo ‘Hannibal the cannibal’. Insomma nolente o volente il teatro è roba vecchia, antica, lenta, roba per palati fini, per gente raffinata. Il fatto è che noi non siamo gente raffinata e tanto meno abbiamo palati fini (...) Dunque perché non fare una cosa che ci piace (ovvero un noir) in un luogo che ci piace (ovvero in teatro)?” “Natura morta in un fosso” è un monologo, ossia una forma semplice e popolare (“in senso gramsciano”, precisa la regista) di intrattenimento: il menestrello, il narrastorie, uno che si siede e ti affabula.
La storia è ‘uno squarcio di ordinaria follia’. La violenza non è prevedibile, il mondo è diviso in vittime e carnefici e ‘nessuno sa da che parte sta fino a che non incontra l’altra mela... quella che l’ucciderà o che si farà ammazzare’. Il biglietto d’ingresso costa come sempre 7 euro; infoline botteghino: 0773.652642. Per quanto riguarda le video proiezioni in programma nella saletta al piano terra dalle 17 alle 20, oggi per l’ultimo appuntamento sono in programma due testi di Carmelo Bene: “Riccardo III” del 1977 e “Quattro diversi modi di morire in versi” del ’74. A proposito di queste proiezioni dispiace dover rilevare l’impossibilità giovedì pomeriggio di assistere sia a “Genet a Tangeri” di Federico Tiezzi, dei Magazzini criminali, sia a “Descrizione di una battaglia” di Franz Kafka, di Giorgio Barberio Corsetti, La Gaia Scienza, per la pessima qualità del sonoro. Molto godibile invece quella stessa sera la rappresentazione nel foyer del D’Annunzio di “La canzone degli fp e degli im” di Elsa Morante, messa in scena dal Teatro delle Albe. Un particolare feeling si è subito stabilito fra gli artisti e il pubblico, non numeroso ma fortemente motivato, seduto nelle poltrone nere del foyer unite le une alle altre, proprio come se fossero sul divano di casa. Mentre lo spazio così ampio e articolato sembrava fatto apposta per una rappresentazione così dinamica.
Con “Natura morta in un fosso” dell’Atir, Associazione teatrale indipendente per la ricerca, si concluderà questa sera alle 21 al Teatro Cafaro di Latina la rassegna “Sentieri d’ascolto-La scena obliqua” iniziata il 31 marzo. La manifestazione è promossa da Atcl, Comune di Latina, Fondazione Palazzo della cultura di Latina, con il patrocinio della Regione Lazio, Assessorato alla cultura. Il testo, che ha tutti i crismi del noir, anche se portato in un luogo atipico come il teatro, è di Fausto Paravidino; regia di Serena Sinigaglia, con Fausto Russo Alesi; luci e scene Nicolas Bovey. Un qualsiasi paesotto di una qualsiasi provincia del nord Italia. Un fosso sul ciglio di una statale. Una ragazza morta ammazzata, abbandonata in quel posto da qualcuno che le ha tolto i vestiti e con essi i documenti. Sono le quattro del mattino. Cominciano le indagini. Chi è questa bella ragazza? E perché è stata uccisa? E come? E soprattutto da chi?
“’ Natura morta in un fosso’ è un noir a teatro, ovvero il luogo più inospitale per questo genere di fiction - spiega la regista Sinigaglia -. La tv ne è piena e così il cinema (il riferimento più recente e immediato che ci viene è ‘La ragazza del lago’ ndr). In teatro è più raro. Probabilmente perché è ben difficile riuscire a creare suspense, di quella tosta intendo, di quella che ti fa davvero prendere paura, in teatro. Altrettanto difficile è realizzare scene spettacolari di inseguimenti vari o di fantasiosi ammazzamenti del tipo ‘Hannibal the cannibal’. Insomma nolente o volente il teatro è roba vecchia, antica, lenta, roba per palati fini, per gente raffinata. Il fatto è che noi non siamo gente raffinata e tanto meno abbiamo palati fini (...) Dunque perché non fare una cosa che ci piace (ovvero un noir) in un luogo che ci piace (ovvero in teatro)?” “Natura morta in un fosso” è un monologo, ossia una forma semplice e popolare (“in senso gramsciano”, precisa la regista) di intrattenimento: il menestrello, il narrastorie, uno che si siede e ti affabula.
La storia è ‘uno squarcio di ordinaria follia’. La violenza non è prevedibile, il mondo è diviso in vittime e carnefici e ‘nessuno sa da che parte sta fino a che non incontra l’altra mela... quella che l’ucciderà o che si farà ammazzare’. Il biglietto d’ingresso costa come sempre 7 euro; infoline botteghino: 0773.652642. Per quanto riguarda le video proiezioni in programma nella saletta al piano terra dalle 17 alle 20, oggi per l’ultimo appuntamento sono in programma due testi di Carmelo Bene: “Riccardo III” del 1977 e “Quattro diversi modi di morire in versi” del ’74. A proposito di queste proiezioni dispiace dover rilevare l’impossibilità giovedì pomeriggio di assistere sia a “Genet a Tangeri” di Federico Tiezzi, dei Magazzini criminali, sia a “Descrizione di una battaglia” di Franz Kafka, di Giorgio Barberio Corsetti, La Gaia Scienza, per la pessima qualità del sonoro. Molto godibile invece quella stessa sera la rappresentazione nel foyer del D’Annunzio di “La canzone degli fp e degli im” di Elsa Morante, messa in scena dal Teatro delle Albe. Un particolare feeling si è subito stabilito fra gli artisti e il pubblico, non numeroso ma fortemente motivato, seduto nelle poltrone nere del foyer unite le une alle altre, proprio come se fossero sul divano di casa. Mentre lo spazio così ampio e articolato sembrava fatto apposta per una rappresentazione così dinamica.
Emergenza freddo: l’impegno di Croce rossa e Angeli custodi
A cura della classe VBS del Liceo Manzoni di Latina
Emergenza freddo, quante volte ne abbiamo sentito parlare in questo inverno così rigido? Talmente rigido che anche Latina, città conosciuta per il suo clima mite, ha registrato tragedie legate alla bassa temperatura e al degrado in cui vivono alcune persone. Barboni, clochard, comunque li si voglia chiamare sono esseri umani che hanno diritto a una vita con il minimo garantito. Missione non facile per chi accetta il compito di provvedere all’accoglienza notturna. Si tratta di persone che hanno spesso hanno perso ogni contatto con la realtà, alle quali bisogna insegnare di nuovo a dormire in un letto e a rispettare le regole più elementari dell’igiene. In molti potrebbero tirarsi indietro di fronte a queste oggettivamente difficili situazioni: non è stato così per gli Angeli custodi e per la Croce rossa provinciale che hanno raccolto l’invito ad intervenire lanciato dal prefetto di Latina, Bruno Frattasi, a seguito della morte di due senzatetto a causa del freddo intenso. Presso la sede della Croce rossa, in via Ezio a Latina, sono state quindi allestite alcune tende riscaldate con posti letto a disposizione, mentre gli Angeli hanno battuto ogni centimetro di Latina e dintorni per raccogliere persone disperate, con una vita ai margini della sopravvivenza. Un’esperienza raccontata davanti le telecamere de Il Fatto del giorno - condotto da Maurizio Bernardi e Maria Corsetti - da Lisa Coletto, coordinatore dell’emergenza freddo della CRI di Latina, e Lorenzo Munari, studente del VBS e pioniere di Croce Rossa. 28 anni, laureanda in giurisprudenza, Lisa lavora ogni giorno presso il bar della sua famiglia. Ma, quando stacca, la corsa è verso le tende della Croce rossa. Sì, perché la prima cosa da chiarire è che essere volontari di Croce rossa non è il passatempo di qualche pomeriggio, ma un impegno serissimo che richiede preparazione e un impegno notevole. Lo sa bene anche Lorenzo che, nonostante stia preparando l’esame di maturità, ha trovato durante l’inverno tre ore quasi ogni sera per fare assistenza nelle tende. «Non è stato facile all’inizio – racconta Lisa – quando ti trovi a dover gestire una situazione fatta di persone di diversa nazionalità e cultura. E che comunque hanno anche dimenticato alcune regole del vivere. Ma, superato il momento iniziale, abbiamo visto come queste persone ritrovavano motivazioni e dignità, voglia di curarsi, di stare meglio. Oggi che quell’esperienza è finita, ricordiamo che si trattava di un provvedimento preso in condizioni di particolare necessità e urgenza, sentiamo più che mai il bisogno che all’interno della città ci sia un dormitorio. So che l’iter per realizzarlo è in atto e mi auguro che al più presto ci sia il taglio del nastro. Desidero infine ricordare – ha concluso Lisa Coletto – tutte le realtà che hanno collaborato e che sono, oltre alla Croce rossa e agli Angeli custodi, gli Scout, la Caritas, la Protezione Civile e la Misericordia
Emergenza freddo, quante volte ne abbiamo sentito parlare in questo inverno così rigido? Talmente rigido che anche Latina, città conosciuta per il suo clima mite, ha registrato tragedie legate alla bassa temperatura e al degrado in cui vivono alcune persone. Barboni, clochard, comunque li si voglia chiamare sono esseri umani che hanno diritto a una vita con il minimo garantito. Missione non facile per chi accetta il compito di provvedere all’accoglienza notturna. Si tratta di persone che hanno spesso hanno perso ogni contatto con la realtà, alle quali bisogna insegnare di nuovo a dormire in un letto e a rispettare le regole più elementari dell’igiene. In molti potrebbero tirarsi indietro di fronte a queste oggettivamente difficili situazioni: non è stato così per gli Angeli custodi e per la Croce rossa provinciale che hanno raccolto l’invito ad intervenire lanciato dal prefetto di Latina, Bruno Frattasi, a seguito della morte di due senzatetto a causa del freddo intenso. Presso la sede della Croce rossa, in via Ezio a Latina, sono state quindi allestite alcune tende riscaldate con posti letto a disposizione, mentre gli Angeli hanno battuto ogni centimetro di Latina e dintorni per raccogliere persone disperate, con una vita ai margini della sopravvivenza. Un’esperienza raccontata davanti le telecamere de Il Fatto del giorno - condotto da Maurizio Bernardi e Maria Corsetti - da Lisa Coletto, coordinatore dell’emergenza freddo della CRI di Latina, e Lorenzo Munari, studente del VBS e pioniere di Croce Rossa. 28 anni, laureanda in giurisprudenza, Lisa lavora ogni giorno presso il bar della sua famiglia. Ma, quando stacca, la corsa è verso le tende della Croce rossa. Sì, perché la prima cosa da chiarire è che essere volontari di Croce rossa non è il passatempo di qualche pomeriggio, ma un impegno serissimo che richiede preparazione e un impegno notevole. Lo sa bene anche Lorenzo che, nonostante stia preparando l’esame di maturità, ha trovato durante l’inverno tre ore quasi ogni sera per fare assistenza nelle tende. «Non è stato facile all’inizio – racconta Lisa – quando ti trovi a dover gestire una situazione fatta di persone di diversa nazionalità e cultura. E che comunque hanno anche dimenticato alcune regole del vivere. Ma, superato il momento iniziale, abbiamo visto come queste persone ritrovavano motivazioni e dignità, voglia di curarsi, di stare meglio. Oggi che quell’esperienza è finita, ricordiamo che si trattava di un provvedimento preso in condizioni di particolare necessità e urgenza, sentiamo più che mai il bisogno che all’interno della città ci sia un dormitorio. So che l’iter per realizzarlo è in atto e mi auguro che al più presto ci sia il taglio del nastro. Desidero infine ricordare – ha concluso Lisa Coletto – tutte le realtà che hanno collaborato e che sono, oltre alla Croce rossa e agli Angeli custodi, gli Scout, la Caritas, la Protezione Civile e la Misericordia
Teatro Cafaro - La nostra vita, scandita da due presenze
Luisa Guarino
Prosegue a pieno ritmo presso il Palazzo della cultura di Latina la rassegna “La scena obliqua” di “Sentieri d’ascolto”, in programma dal 31 marzo a domani, sabato 4 aprile. Dopo l’esordio con “Animenere”, il satirico e corrosivo racconto dei nefasti fasti della famiglia Belmondo, diretto e interpretato da Alfonso Santagata della compagnia Katzenmacher, il cartellone è proseguito ieri sera con “La canzone degli fp e degli im” di Elsa Morante, rappresentata dal Teatro delle Albe Questa sera alle 21 il Teatro Cafaro ospiterà “Sotto l’ombrello, accanto al bastone” del Club Teatro-Rem & Cap Proposte, scritto e diretto da Riccardo Caporossi e interpretato dallo stesso Caporossi insieme a Vincenzo Preziosa. Il biglietto d’ingresso costa 7 euro, ma esiste anche un’eccezionale formula abbonamento ai quattro spettacoli in cartellone al prezzo di 12 euro. Per le informazioni, il botteghino risponde allo 0773.652642. Ombrello e bastone sono due oggetti che accompagnano la nostra esistenza. E come tutte le cose che affiancano la nostra vita - si legge nella scheda di presentazione -, li lasciamo per ritrovarli nel bisogno quotidiano. Si ricevono come un dono, senza farci caso. Solo un caso riconosciamo: quello della necessità, di ripararsi e di sorreggersi, a volte l’uno e l’altro. Con il loro aiuto costruiamo immagini che passano fugacemente di fronte ai nostri occhi distratti. A volte questi oggetti sono un ingombro, ci danno fastidio; la mancanza di considerazione impoverisce la sensazione di vivere. “Sotto l’ombrello porti i ricordi, accanto al bastone li ricordi”. Lo spettacolo, prodotto nel 2009, prende spunto dalla pubblicazione con lo stesso titolo, edizione Titivillus 2008, con scritti e disegni di Riccardo Caporossi. Nell’opera c’è anche una critica alla nostra società mediatica e alle immagini illusorie da cui siamo sommersi, in cui il teatro può essere il luogo dove le immagini che ci portiamo dentro e accendono la nostra fantasia possono farci ritrovare la nostra identità e la nostra libertà.
Parallelamente alle rappresentazioni, proseguono ogni pomeriggio dalle 17 alle 20 (non nella sala conferenze come in un primo tempo indicato ma nella saletta sita al piano terra, ingresso Viale Umberto I, alla destra del botteghino), le proiezioni video degli spettacoli delle compagnie che hanno fatto la storia del teatro d’innovazione in Italia: ingresso libero. Mercoledì 1° aprile sono stati proiettati il sempre geniale “Amleto” di Carmelo Bene del 1974 e “Totò, principe di Danimarca” del ’98, di Leo de Berardinis, un po’ ridondante e prolisso, sia per la durata sia per la tanta carne al fuoco. Ieri è stata la volta di “Genet a Tangeri” di Federico Tiezzi, dei Magazzini criminali, realizzato nell’84, e di “Descrizione di una battaglia” dell’88 di Giorgio Barberio Corsetti, La Gaia Scienza. Si proseguirà oggi con “Tragedia Endogonidia” (2002-2006), della Societas Raffaello Sanzio. Mentre domani le proiezioni video si concluderanno con una full immersion nel teatro di Carmelo Bene: “Riccardo III” del ’77 e “Quattro diversi modi di morire in versi” del 1974.
Prosegue a pieno ritmo presso il Palazzo della cultura di Latina la rassegna “La scena obliqua” di “Sentieri d’ascolto”, in programma dal 31 marzo a domani, sabato 4 aprile. Dopo l’esordio con “Animenere”, il satirico e corrosivo racconto dei nefasti fasti della famiglia Belmondo, diretto e interpretato da Alfonso Santagata della compagnia Katzenmacher, il cartellone è proseguito ieri sera con “La canzone degli fp e degli im” di Elsa Morante, rappresentata dal Teatro delle Albe Questa sera alle 21 il Teatro Cafaro ospiterà “Sotto l’ombrello, accanto al bastone” del Club Teatro-Rem & Cap Proposte, scritto e diretto da Riccardo Caporossi e interpretato dallo stesso Caporossi insieme a Vincenzo Preziosa. Il biglietto d’ingresso costa 7 euro, ma esiste anche un’eccezionale formula abbonamento ai quattro spettacoli in cartellone al prezzo di 12 euro. Per le informazioni, il botteghino risponde allo 0773.652642. Ombrello e bastone sono due oggetti che accompagnano la nostra esistenza. E come tutte le cose che affiancano la nostra vita - si legge nella scheda di presentazione -, li lasciamo per ritrovarli nel bisogno quotidiano. Si ricevono come un dono, senza farci caso. Solo un caso riconosciamo: quello della necessità, di ripararsi e di sorreggersi, a volte l’uno e l’altro. Con il loro aiuto costruiamo immagini che passano fugacemente di fronte ai nostri occhi distratti. A volte questi oggetti sono un ingombro, ci danno fastidio; la mancanza di considerazione impoverisce la sensazione di vivere. “Sotto l’ombrello porti i ricordi, accanto al bastone li ricordi”. Lo spettacolo, prodotto nel 2009, prende spunto dalla pubblicazione con lo stesso titolo, edizione Titivillus 2008, con scritti e disegni di Riccardo Caporossi. Nell’opera c’è anche una critica alla nostra società mediatica e alle immagini illusorie da cui siamo sommersi, in cui il teatro può essere il luogo dove le immagini che ci portiamo dentro e accendono la nostra fantasia possono farci ritrovare la nostra identità e la nostra libertà.
Parallelamente alle rappresentazioni, proseguono ogni pomeriggio dalle 17 alle 20 (non nella sala conferenze come in un primo tempo indicato ma nella saletta sita al piano terra, ingresso Viale Umberto I, alla destra del botteghino), le proiezioni video degli spettacoli delle compagnie che hanno fatto la storia del teatro d’innovazione in Italia: ingresso libero. Mercoledì 1° aprile sono stati proiettati il sempre geniale “Amleto” di Carmelo Bene del 1974 e “Totò, principe di Danimarca” del ’98, di Leo de Berardinis, un po’ ridondante e prolisso, sia per la durata sia per la tanta carne al fuoco. Ieri è stata la volta di “Genet a Tangeri” di Federico Tiezzi, dei Magazzini criminali, realizzato nell’84, e di “Descrizione di una battaglia” dell’88 di Giorgio Barberio Corsetti, La Gaia Scienza. Si proseguirà oggi con “Tragedia Endogonidia” (2002-2006), della Societas Raffaello Sanzio. Mentre domani le proiezioni video si concluderanno con una full immersion nel teatro di Carmelo Bene: “Riccardo III” del ’77 e “Quattro diversi modi di morire in versi” del 1974.
La formica anarchica
Maria Corsetti
Sono laica all'estremo, non tollero le religioni, ma penso che siamo davvero tutti figli di Dio. Credo che l'immigrazione rappresenti una questione difficile, ma per favore non chiamiamola problema. Non riesco a capire in base a quale principio io ho il diritto di stare in Italia e qualcun altro deve crepare in un posto senza opportunità. Non riesco a tollerare che qualcuno voglia impormi il suo credo, non mi piace vedere donne come me umiliate. Capisco la ragazza saudita che ha chiesto la legge del taglione per un uomo che l'ha accecata con l'acido. Ma come, allora quello non è figlio di Dio? Sì, ma ha fatto una cosa orrenda verso una ragazza. E allora come la mettiamo? Non lo so. Però come si può pensare di cacciare via persone che vengono in Italia in cerca di una vita? Bisogna regolare i flussi, dicono, che vengono dall'Africa. L'Africa è un continente meraviglioso e disperato. L'Europa ha già tanti problemi. È un worst case, ma non ce la faccio proprio a dire di no. Arriverà tanta delinquenza, mi sfasceranno la macchina, mi ruberanno dentro casa, avrò paura a girare di notte. Ma in base a quale principio io sono nata in Italia e qualcun altro è cresciuto in mezzo all'immondizia? Retorica. Non si può evitare di guardare il mondo parandosi dietro il termine "retorica". Dicono che senza gli immigrati parte dell'economia italiana non ce l'avrebbe fatta. Gli italiani non vogliono più lavorare nei campi. Daniela Santanchè a La 7 dice «Gli italiani devono diventare più umili e andare a lavorare nei campi». Non che gli italiani non abbiano bisogno di umiltà e in fondo nei campi ci sono stati fino al secolo scorso, ma vogliamo per forza negare a persone arrivate dagli angoli più devastati del mondo di avere una speranza di vita migliore? Sono laica all'estremo perché non posso tollerare di andare in chiesa la domenica con il vestito buono e risolvere i problemi di coscienza. Hanno paura anche a pronunciare la parola aborto, ma di vite in cerca di una speranza se ne fregano. Siamo tutti figli di Dio? Allora perché non devo dividere lo spazio che Dio ha dato a tutti in ugual misura? Pensieri che non trovano risposte. Messi alla rinfusa nero su bianco nell'ultimo giorno di Formica anarchica.
Sono laica all'estremo, non tollero le religioni, ma penso che siamo davvero tutti figli di Dio. Credo che l'immigrazione rappresenti una questione difficile, ma per favore non chiamiamola problema. Non riesco a capire in base a quale principio io ho il diritto di stare in Italia e qualcun altro deve crepare in un posto senza opportunità. Non riesco a tollerare che qualcuno voglia impormi il suo credo, non mi piace vedere donne come me umiliate. Capisco la ragazza saudita che ha chiesto la legge del taglione per un uomo che l'ha accecata con l'acido. Ma come, allora quello non è figlio di Dio? Sì, ma ha fatto una cosa orrenda verso una ragazza. E allora come la mettiamo? Non lo so. Però come si può pensare di cacciare via persone che vengono in Italia in cerca di una vita? Bisogna regolare i flussi, dicono, che vengono dall'Africa. L'Africa è un continente meraviglioso e disperato. L'Europa ha già tanti problemi. È un worst case, ma non ce la faccio proprio a dire di no. Arriverà tanta delinquenza, mi sfasceranno la macchina, mi ruberanno dentro casa, avrò paura a girare di notte. Ma in base a quale principio io sono nata in Italia e qualcun altro è cresciuto in mezzo all'immondizia? Retorica. Non si può evitare di guardare il mondo parandosi dietro il termine "retorica". Dicono che senza gli immigrati parte dell'economia italiana non ce l'avrebbe fatta. Gli italiani non vogliono più lavorare nei campi. Daniela Santanchè a La 7 dice «Gli italiani devono diventare più umili e andare a lavorare nei campi». Non che gli italiani non abbiano bisogno di umiltà e in fondo nei campi ci sono stati fino al secolo scorso, ma vogliamo per forza negare a persone arrivate dagli angoli più devastati del mondo di avere una speranza di vita migliore? Sono laica all'estremo perché non posso tollerare di andare in chiesa la domenica con il vestito buono e risolvere i problemi di coscienza. Hanno paura anche a pronunciare la parola aborto, ma di vite in cerca di una speranza se ne fregano. Siamo tutti figli di Dio? Allora perché non devo dividere lo spazio che Dio ha dato a tutti in ugual misura? Pensieri che non trovano risposte. Messi alla rinfusa nero su bianco nell'ultimo giorno di Formica anarchica.
Vengo dopo il tg - La gara a chi ce l’ha più fico
Maria Corsetti
La gara a chi c’ha l’ospite più fico: questa la serata televisiva di mercoledì. A Matrix si superano in fantasia schierando Vittorio Sgarbi, Cinzia Tani e Luca Barbareschi. Personaggi mai visti in tv. Exit ospita Daniela Santanchè e Piero Sansonetti. Chiambretti Night dedica l’intera puntata a Mourinho. Porta a Porta risponde con Peppino Di Capri e Gigi Proietti. Ma facciamo un po’ di zapping. Su Canale 5 Alessio Vinci riprende Sgarbi per aver detto “scassacazzi”, quindi quando parte qualche altra parola poco correct fa presente che “siamo a Matrix”. E allora? Che significa, mica è la tv dei ragazzi. E poi Sgarbi se lo può permettere, parla un italiano perfetto, non è volgare, e certe parole danno quella forza che è propria dei dialetti. Si va avanti evitando di far trasalire il conduttore. Sotto processo il premio Grinzane: scopriamo che costava cinque milioni di euro. Molto più del Nobel. Tutti concordi a dire che era solo un baraccone popolare che succhiava un’enormità di fondi. Il vaffanculo ci starebbe tutto. Al Grinzane e a chi solo oggi ammette che aveva un valore culturale limitatissimo. Su Italia 1 Mourinho se la tira da morire. Diversamente deluderebbe. Chiambretti fa le capriole, finché di fronte alla differenza tra Dio e Mourinho azzecca la battuta: “Dio non si è mai sentito Mourinho”. E il bel Jose ride. Su Rai 1 Peppino di Capri canta insieme a Gigi Proietti, Porta a Porta diventa una sorta di X Factor per grandissimi. Bruno Vespa guarda felice, capisce che è meglio se sta zitto. L’ha azzeccata. C’è crisi? Canta che ti passa. Specie se la voce è quella dell’enorme Peppino di Capri
La gara a chi c’ha l’ospite più fico: questa la serata televisiva di mercoledì. A Matrix si superano in fantasia schierando Vittorio Sgarbi, Cinzia Tani e Luca Barbareschi. Personaggi mai visti in tv. Exit ospita Daniela Santanchè e Piero Sansonetti. Chiambretti Night dedica l’intera puntata a Mourinho. Porta a Porta risponde con Peppino Di Capri e Gigi Proietti. Ma facciamo un po’ di zapping. Su Canale 5 Alessio Vinci riprende Sgarbi per aver detto “scassacazzi”, quindi quando parte qualche altra parola poco correct fa presente che “siamo a Matrix”. E allora? Che significa, mica è la tv dei ragazzi. E poi Sgarbi se lo può permettere, parla un italiano perfetto, non è volgare, e certe parole danno quella forza che è propria dei dialetti. Si va avanti evitando di far trasalire il conduttore. Sotto processo il premio Grinzane: scopriamo che costava cinque milioni di euro. Molto più del Nobel. Tutti concordi a dire che era solo un baraccone popolare che succhiava un’enormità di fondi. Il vaffanculo ci starebbe tutto. Al Grinzane e a chi solo oggi ammette che aveva un valore culturale limitatissimo. Su Italia 1 Mourinho se la tira da morire. Diversamente deluderebbe. Chiambretti fa le capriole, finché di fronte alla differenza tra Dio e Mourinho azzecca la battuta: “Dio non si è mai sentito Mourinho”. E il bel Jose ride. Su Rai 1 Peppino di Capri canta insieme a Gigi Proietti, Porta a Porta diventa una sorta di X Factor per grandissimi. Bruno Vespa guarda felice, capisce che è meglio se sta zitto. L’ha azzeccata. C’è crisi? Canta che ti passa. Specie se la voce è quella dell’enorme Peppino di Capri
TERRACINA - La giustizia fa acqua dal soffitto
Francesco Avena
Attenzione al soffitto. Al tribunale di Terracina crollano pezzi d’intonaco. Da lunedì una transenna posizionata nel bel mezzo dell’atrio del tribunale avverte i passanti, giudici avvocati forze dell’ordine e funzionari, che cadono all’improvviso pezzi di soffitto. È passata quasi una settimana, e nonostante la segnalazione dei dipendenti del tribunale, pare non si è visto nessuno a sistemare la situazione. Dire che il tribunale cade a pezzi è forse una provocazione esagerata. Dire che l’edificio non gode di tutte le attenzioni necessarie è la verità. Se da mesi la linea telefonica è mal funzionante o semplicemente staccata, a causa di qualche bolletta non pagata o di screzi tra il gestore telefonico e il Comune. Se il corrimano della scalinata interna è danneggiato, tanto che è meglio non appoggiarsi mentre si scendono le scale per evitare che ci si faccia male alle mani. Se infine cadono pezzi dal soffitto, significherà che qualcosa non va. Se a queste piccole disavventure su cui ogni giorno chi lavora nel tribunale è costretto a passar sopra, si aggiunge pure che le richieste d’intervento sono più volte inascoltate, questo può esasperare la situazione. Il problema maggiore resta quello della linea telefonica, perennemente intasata per il fatto che ce n’è soltanto una e tutti la utilizzano. Meglio una che niente, se si considera che per mesi gli addetti ai lavori hanno dovuto fare i conti con fax funzionanti solo in entrata, chiamate che era possibile ricevere ma non effettuare. La vicenda del telefono staccato al giudice di pace era stata ribattezzata come una boutade estiva dal sindaco Stefano Nardi. Era luglio quando il caso della linea telefonica danneggiata al tribunale aveva conquistato pagine di giornali e alimentato polemiche politiche. Adesso nessuna boutade sembra fare al caso del soffitto cadente, dei pezzi d’intonaco che si staccano dal muro. Il pericolo è segnalato, e forse sarà così ancora per giorni. Almeno finché qualcuno dagli uffici comunali non spedisca un operaio a riparare la crepa nel soffitto. Nella lunga carrellata di disagi al tribunale di Terracina, va aggiunto quello dell’ascensore fermo alcuni giorni a settembre per motivi di sicurezza. Il Comune non pagava la ditta per la manutenzione degli ascensori, rimasti inagibili con disagi per chi, impossibilitato a camminare, non poteva salire le scale. Ascensore, telefono, corrimano. Quando hanno visto l’intonaco cadere dal soffitto, i dipendenti del tribunale avranno forse sospirato: «ci mancava pure questo».
Attenzione al soffitto. Al tribunale di Terracina crollano pezzi d’intonaco. Da lunedì una transenna posizionata nel bel mezzo dell’atrio del tribunale avverte i passanti, giudici avvocati forze dell’ordine e funzionari, che cadono all’improvviso pezzi di soffitto. È passata quasi una settimana, e nonostante la segnalazione dei dipendenti del tribunale, pare non si è visto nessuno a sistemare la situazione. Dire che il tribunale cade a pezzi è forse una provocazione esagerata. Dire che l’edificio non gode di tutte le attenzioni necessarie è la verità. Se da mesi la linea telefonica è mal funzionante o semplicemente staccata, a causa di qualche bolletta non pagata o di screzi tra il gestore telefonico e il Comune. Se il corrimano della scalinata interna è danneggiato, tanto che è meglio non appoggiarsi mentre si scendono le scale per evitare che ci si faccia male alle mani. Se infine cadono pezzi dal soffitto, significherà che qualcosa non va. Se a queste piccole disavventure su cui ogni giorno chi lavora nel tribunale è costretto a passar sopra, si aggiunge pure che le richieste d’intervento sono più volte inascoltate, questo può esasperare la situazione. Il problema maggiore resta quello della linea telefonica, perennemente intasata per il fatto che ce n’è soltanto una e tutti la utilizzano. Meglio una che niente, se si considera che per mesi gli addetti ai lavori hanno dovuto fare i conti con fax funzionanti solo in entrata, chiamate che era possibile ricevere ma non effettuare. La vicenda del telefono staccato al giudice di pace era stata ribattezzata come una boutade estiva dal sindaco Stefano Nardi. Era luglio quando il caso della linea telefonica danneggiata al tribunale aveva conquistato pagine di giornali e alimentato polemiche politiche. Adesso nessuna boutade sembra fare al caso del soffitto cadente, dei pezzi d’intonaco che si staccano dal muro. Il pericolo è segnalato, e forse sarà così ancora per giorni. Almeno finché qualcuno dagli uffici comunali non spedisca un operaio a riparare la crepa nel soffitto. Nella lunga carrellata di disagi al tribunale di Terracina, va aggiunto quello dell’ascensore fermo alcuni giorni a settembre per motivi di sicurezza. Il Comune non pagava la ditta per la manutenzione degli ascensori, rimasti inagibili con disagi per chi, impossibilitato a camminare, non poteva salire le scale. Ascensore, telefono, corrimano. Quando hanno visto l’intonaco cadere dal soffitto, i dipendenti del tribunale avranno forse sospirato: «ci mancava pure questo».
Cattivik - La crisi aiuta l’arte. Quella vera
Maria Corsetti
La buona notizia arriva dal Corriere della Sera che ieri nelle pagine della cultura ha riportato le dichiarazioni della storica e critica d’arte americana Barbara Rose. “La crisi economica? È fantastica. Rimarranno solo i veri artisti. Perché i veri artisti hanno la maledizione dell’arte e non hanno altra scelta”. Praticamente: se uno ama davvero l’arte non sta lì ad aspettare il finanziamento, lavora e basta. E, siccome è bravo, non dovrebbe avere problemi di mercato. Se ce li ha lo stesso, saranno i posteri a riconoscerlo, lui intanto è andato dritto per la sua strada, magari facendo anche un altro lavoro per tirare avanti. A molti non piacerà il ragionamento e si ritireranno offesi dalla insensibilità del mondo che invece dovrebbe investire in arte e cultura per tirarsi su di morale in un momento così buio. Speriamo che rimangano offesi per lungo tempo e che l’onta subita inibisca la loro creatività.
La buona notizia arriva dal Corriere della Sera che ieri nelle pagine della cultura ha riportato le dichiarazioni della storica e critica d’arte americana Barbara Rose. “La crisi economica? È fantastica. Rimarranno solo i veri artisti. Perché i veri artisti hanno la maledizione dell’arte e non hanno altra scelta”. Praticamente: se uno ama davvero l’arte non sta lì ad aspettare il finanziamento, lavora e basta. E, siccome è bravo, non dovrebbe avere problemi di mercato. Se ce li ha lo stesso, saranno i posteri a riconoscerlo, lui intanto è andato dritto per la sua strada, magari facendo anche un altro lavoro per tirare avanti. A molti non piacerà il ragionamento e si ritireranno offesi dalla insensibilità del mondo che invece dovrebbe investire in arte e cultura per tirarsi su di morale in un momento così buio. Speriamo che rimangano offesi per lungo tempo e che l’onta subita inibisca la loro creatività.
giovedì 2 aprile 2009
Marconi Ericsson smobilita
Teresa Faticoni
Una chiusura totale contro la quale l’unica forma di lotta possibile è lo sciopero. Ieri i lavoratori della Marconi Ericsson di Latina hanno protestato contro la decisione unilaterale dell’azienda multinazionale di telecomunicazione che dal primo maggio (che ironia macabra la coincidenza con la festa dei lavoratori) sposterà le produzioni e i lavoratori del sito pontino in quello romano dell’Anagnina. Già da ieri sono cominciati i trasferimenti, con lo spostamento nella capitale di costosissimi macchinari. Il punto di frattura, sul quale il 30 marzo scorso si è rotto il tavolo della trattativa, sta nella mancata volontà della società di mettere a disposizione un qualche mezzo per coprire il disagio degli spostamenti. «Avevamo proposto un ventaglio di soluzioni – afferma Carlo Bruno segretario della Slc Cgil – che l’azienda ha rifiutato». Il discrimine con precedenti accordi sta nel fatto che la Ericsson vuole accordare una una tantum di 9.000 euro per ogni lavoratore. In occasioni simili sono stati più generosi. L’unica delle proposte sindacali sulla quale si è registrata una qualche apertura è stato il telelavoro, concesso a una ventina di dipendenti. Oggi a Piccarello c’era anche il segretario generale della Cgil, Salvatore D’Incertopadre, il quale ha richiesto, di concerto con Bruno, l’intervento del prefetto Frattasi. Ora si aspetta la convocazione per riaprire il tavolo delle trattative. Intanto, e questa è la cosa più amara, si stanno sfilacciando le maestranze. Figure storiche che hanno deciso volontariamente di aderire alla procedura di mobilità aperta per 10 persone. Si sa perdendo non solo uno stabilimento produttivo, ma competenza e professionalità. Portata via insieme a quei camion che ieri stavano smantellando.
Una chiusura totale contro la quale l’unica forma di lotta possibile è lo sciopero. Ieri i lavoratori della Marconi Ericsson di Latina hanno protestato contro la decisione unilaterale dell’azienda multinazionale di telecomunicazione che dal primo maggio (che ironia macabra la coincidenza con la festa dei lavoratori) sposterà le produzioni e i lavoratori del sito pontino in quello romano dell’Anagnina. Già da ieri sono cominciati i trasferimenti, con lo spostamento nella capitale di costosissimi macchinari. Il punto di frattura, sul quale il 30 marzo scorso si è rotto il tavolo della trattativa, sta nella mancata volontà della società di mettere a disposizione un qualche mezzo per coprire il disagio degli spostamenti. «Avevamo proposto un ventaglio di soluzioni – afferma Carlo Bruno segretario della Slc Cgil – che l’azienda ha rifiutato». Il discrimine con precedenti accordi sta nel fatto che la Ericsson vuole accordare una una tantum di 9.000 euro per ogni lavoratore. In occasioni simili sono stati più generosi. L’unica delle proposte sindacali sulla quale si è registrata una qualche apertura è stato il telelavoro, concesso a una ventina di dipendenti. Oggi a Piccarello c’era anche il segretario generale della Cgil, Salvatore D’Incertopadre, il quale ha richiesto, di concerto con Bruno, l’intervento del prefetto Frattasi. Ora si aspetta la convocazione per riaprire il tavolo delle trattative. Intanto, e questa è la cosa più amara, si stanno sfilacciando le maestranze. Figure storiche che hanno deciso volontariamente di aderire alla procedura di mobilità aperta per 10 persone. Si sa perdendo non solo uno stabilimento produttivo, ma competenza e professionalità. Portata via insieme a quei camion che ieri stavano smantellando.
GAETA - Una Panda per Bruxelles
Franco Schiano
Anthony Raimondi tenta di arrivare a Bruxelles. E' ufficiale. L'ho ha annunciato nella conferenza stampa di ieri mattina all'Hotel Mirasole. Per farlo si candida con la piccola formazione dei Liberal Democratici della Melchiorre. Dopo un periodo in cui sembrava volerci arrivare salendo sul PulmanGT del PD, e un'altro in cui pareva che stesse per imbarcarsi sul Camper usato da Di Pietro, in ultimo si è imbarcato della piccola Panda della Melchiorre. “Una macchina piccola ma con un buon motore di idee che ho subito condiviso”.Così si potrebbe sintetizzare il Raimondi pensiero, rimanendo nella metafora automobilistica. Ma procediamo con ordine. Posti della saletta quasi tutti occupati da amici, simpatizzanti, alcuni assessori e consiglieri. Presente Pasquale Vaudo di “Golfo Unito”, che sostiene l'iniziativa. Daniela Melchiorre in un sobrio tailleur nero, arriva con pochi minuti di ritardo rispetto all'orario fissato. Insieme a Raimondi e Pasqualino Magliuzzi prende posto al tavolo, ai cui lati troneggiano due manifesti con il logo dei Liberal democratici e la scritta:Vota Antonio Raimondi. Nella prolusione Magliuzzi, responsabile di zona del Movimento della Melchiorre, con una punta di malcelato campanilismo, si dice orgoglioso del fatto che la campagna per le europee dei Liberal-Democratici parta proprio da Gaeta.
“Cominciamo da Gaeta – ha detto la Melchiorre – perchè quì abbiamo avuto modo di conoscere un vero esperto di politica internazionale. Un uomo che ha portato il mondo qui a Gaeta e a cui abbiamo chiesto di scrivere una parte del nostro programma elettorale. ”Poi comincia lo show di Raimondi. Per prima cosa accenna – con un po' di scaramanzia – al ritorno all'Hotel Mirasole, che gli aveva portato fortuna nella campagna elettorale per le comunali del 2007. Con la seconda – citando interamente in inglese la famosa frase di Martin Luter King “...I have a dream”, da un lato sottolinea la perfetta padronanza di più lingue e dall'altro introduce il concetto dei sogni impossibili (il presidente nero) che poi si avverano(Obama). Come a dire, ma poi lo dice chiaramente :”mi candido per vincere non per partecipare.”Forte di questa convinzione si candida in tutte le 5 circoscrizioni europee. “In caso di elezioni non abbandonerò Gaeta “ - dice il Raimondi Sindaco, ipotizzando che sarà cambiata la norma che oggi gli impedirebbe di restare alla guida della città. Richiesto a ritornare sui motivi della mancata candidatura prima con il PD,e poi con l'IDV, risponde senza nominarli mai: i primi “gli hanno fatto ribollire le budella” e per i secondi non si sentiva “abbastanza forcaiolo e giustizialista”. Quella che doveva essere una battaglia solo per le preferenze,con questa scelta, si è trasformata in una battaglia anche per il quorum. Nessuno l'ammette, ma il 4% resta un obiettivo difficile. In alternativa c'è la possibilità di puntare ad essere il miglior perdente, ma sempre 660/700mila voti occorre mettere insieme. “E' possibile – afferma Raimondi – la Melchiorre buca il video!!”. Su questo, siamo d'accordo.
Anthony Raimondi tenta di arrivare a Bruxelles. E' ufficiale. L'ho ha annunciato nella conferenza stampa di ieri mattina all'Hotel Mirasole. Per farlo si candida con la piccola formazione dei Liberal Democratici della Melchiorre. Dopo un periodo in cui sembrava volerci arrivare salendo sul PulmanGT del PD, e un'altro in cui pareva che stesse per imbarcarsi sul Camper usato da Di Pietro, in ultimo si è imbarcato della piccola Panda della Melchiorre. “Una macchina piccola ma con un buon motore di idee che ho subito condiviso”.Così si potrebbe sintetizzare il Raimondi pensiero, rimanendo nella metafora automobilistica. Ma procediamo con ordine. Posti della saletta quasi tutti occupati da amici, simpatizzanti, alcuni assessori e consiglieri. Presente Pasquale Vaudo di “Golfo Unito”, che sostiene l'iniziativa. Daniela Melchiorre in un sobrio tailleur nero, arriva con pochi minuti di ritardo rispetto all'orario fissato. Insieme a Raimondi e Pasqualino Magliuzzi prende posto al tavolo, ai cui lati troneggiano due manifesti con il logo dei Liberal democratici e la scritta:Vota Antonio Raimondi. Nella prolusione Magliuzzi, responsabile di zona del Movimento della Melchiorre, con una punta di malcelato campanilismo, si dice orgoglioso del fatto che la campagna per le europee dei Liberal-Democratici parta proprio da Gaeta.
“Cominciamo da Gaeta – ha detto la Melchiorre – perchè quì abbiamo avuto modo di conoscere un vero esperto di politica internazionale. Un uomo che ha portato il mondo qui a Gaeta e a cui abbiamo chiesto di scrivere una parte del nostro programma elettorale. ”Poi comincia lo show di Raimondi. Per prima cosa accenna – con un po' di scaramanzia – al ritorno all'Hotel Mirasole, che gli aveva portato fortuna nella campagna elettorale per le comunali del 2007. Con la seconda – citando interamente in inglese la famosa frase di Martin Luter King “...I have a dream”, da un lato sottolinea la perfetta padronanza di più lingue e dall'altro introduce il concetto dei sogni impossibili (il presidente nero) che poi si avverano(Obama). Come a dire, ma poi lo dice chiaramente :”mi candido per vincere non per partecipare.”Forte di questa convinzione si candida in tutte le 5 circoscrizioni europee. “In caso di elezioni non abbandonerò Gaeta “ - dice il Raimondi Sindaco, ipotizzando che sarà cambiata la norma che oggi gli impedirebbe di restare alla guida della città. Richiesto a ritornare sui motivi della mancata candidatura prima con il PD,e poi con l'IDV, risponde senza nominarli mai: i primi “gli hanno fatto ribollire le budella” e per i secondi non si sentiva “abbastanza forcaiolo e giustizialista”. Quella che doveva essere una battaglia solo per le preferenze,con questa scelta, si è trasformata in una battaglia anche per il quorum. Nessuno l'ammette, ma il 4% resta un obiettivo difficile. In alternativa c'è la possibilità di puntare ad essere il miglior perdente, ma sempre 660/700mila voti occorre mettere insieme. “E' possibile – afferma Raimondi – la Melchiorre buca il video!!”. Su questo, siamo d'accordo.
mercoledì 1 aprile 2009
LA FORMICA ANARCHICA - Siamo tutti economisti
Maria Corsetti
Finché le cose vanno bene nessuno pensa minimamente a documentarsi, a capire perché i soldi ci sono. Sarebbe come informarsi sulla cura per l'otite se non se ne è mai sofferto. Ma quando la crisi incombe si diventa tutti economisti. Si parte dalla differenza tra economia virtuale ed economia reale. Cosa significhi davvero non ha importanza, ma l'immagine evoca subito un computer per la virtuale e banconote fruscianti per la reale. Atteso che il contantone in tasca non c'è, capiamo che l'economia virtuale è come fare sesso in chat: per qualcuno finisce che rimorchia davvero, la maggioranza ci rimane fregata. Ma veniamo al gioco dell'assonanza tra parole: fino a ieri "derivati" evocava immediatamente "latte", oggi sono tutti pronti a dire "mercato". Oltre non si va, ma intanto il figurone c'è. Anche perché gli interlocutori sono altrettanto impreparati e nessuno si avventura in discorsi finanziari. Qua ci sono da pagare le rate del megaschermo e del frullatore superaccessoriato, per "borsa" si intende solo quella finta di Louis Vuitton comprata a 20 euro dopo una trattativa estenuante con il marocchino che ne voleva 25. Questa è la situazione, ma l'arte del discutere richiede l'abc dell'argomento. Prendendo spunto dai vari Matrix (Canale 5) e L'Elefante (Radio 24), si è capito che a un certo punto va bene citare Keynes e le sue teorie. Che sono in contrasto con il liberismo sfrenato. Fine della conversazione. Ma almeno si è potuto citare il termine "sfrenato" che insieme a "liberismo" ha il fascino del proibito, del licenzioso. Almeno a parole, godiamo. Se proprio avanza un euro di rigore l'acquisto del Sole 24 Ore. Che in questi giorni cambia direttore: sarebbe stata Emma Marcegaglia a volere Gianni Riotta, giornalista meno legato al settore economico. Più vicino alla gente, dunque. Così oltre a comprarlo va a finire che qualcuno (non del settore, ovviamente) se lo legge. Magari privilegiando i pezzi del mercato calcistico, ma sempre mercato è. E, in fondo, Il Sole, non ha quasi lo stesso colore della Gazzetta dello Sport?
Finché le cose vanno bene nessuno pensa minimamente a documentarsi, a capire perché i soldi ci sono. Sarebbe come informarsi sulla cura per l'otite se non se ne è mai sofferto. Ma quando la crisi incombe si diventa tutti economisti. Si parte dalla differenza tra economia virtuale ed economia reale. Cosa significhi davvero non ha importanza, ma l'immagine evoca subito un computer per la virtuale e banconote fruscianti per la reale. Atteso che il contantone in tasca non c'è, capiamo che l'economia virtuale è come fare sesso in chat: per qualcuno finisce che rimorchia davvero, la maggioranza ci rimane fregata. Ma veniamo al gioco dell'assonanza tra parole: fino a ieri "derivati" evocava immediatamente "latte", oggi sono tutti pronti a dire "mercato". Oltre non si va, ma intanto il figurone c'è. Anche perché gli interlocutori sono altrettanto impreparati e nessuno si avventura in discorsi finanziari. Qua ci sono da pagare le rate del megaschermo e del frullatore superaccessoriato, per "borsa" si intende solo quella finta di Louis Vuitton comprata a 20 euro dopo una trattativa estenuante con il marocchino che ne voleva 25. Questa è la situazione, ma l'arte del discutere richiede l'abc dell'argomento. Prendendo spunto dai vari Matrix (Canale 5) e L'Elefante (Radio 24), si è capito che a un certo punto va bene citare Keynes e le sue teorie. Che sono in contrasto con il liberismo sfrenato. Fine della conversazione. Ma almeno si è potuto citare il termine "sfrenato" che insieme a "liberismo" ha il fascino del proibito, del licenzioso. Almeno a parole, godiamo. Se proprio avanza un euro di rigore l'acquisto del Sole 24 Ore. Che in questi giorni cambia direttore: sarebbe stata Emma Marcegaglia a volere Gianni Riotta, giornalista meno legato al settore economico. Più vicino alla gente, dunque. Così oltre a comprarlo va a finire che qualcuno (non del settore, ovviamente) se lo legge. Magari privilegiando i pezzi del mercato calcistico, ma sempre mercato è. E, in fondo, Il Sole, non ha quasi lo stesso colore della Gazzetta dello Sport?
TERRACINA - Rapina alle poste di La Fiora
Francesco Avena
Primo giorno di riscossione per i pensionati di La Fiora, due giovani irrompono nell’ufficio postale e rubano diverse migliaia di euro. Forse 10mila. Poi fuggono a tutta velocità, abbandonano la macchina utilizzata per il colpo in un sentiero e prendono la superstrada Frosinone–Mare. Si sono perse le loro tracce. In pochi secondi va in porto un colpo studiato nei minimi particolari. Sono da poco passate le 10. Il furgone portavalori scarica il denaro nell’ufficio postale e si allontana. A bordo di una Lancia Y10 arrivano due giovani, dicono i testimoni. Hanno il volto scoperto e parlano la lingua italiana, senza inflessioni dialettali. Scendono entrambi dalla piccola utilitaria. Uno ha in mano un’asta di metallo. L’altro tiene ben in vista una pistola. Irrompono nell’ufficio postale dove si trovano, al momento del furto, il dipendente e cinque anziani in fila per essere serviti. Uno di loro pensa a una bravata e strattona un ladro. Ma la coppia fa sul serio. Si fa consegnare dall’impiegato i soldi appena scaricati dal camion portavalori. Neppure il tempo di reagire e i due, sempre armati, balzano fuori dell’ufficio postale e salgono in macchina. Una sgommata, poi la fuga a pazza velocità che per poco non travolge un passante. La piccola piazzetta davanti l’ufficio si riempie di gente. La Y10 supera il passaggio a livello e svolta per via Consolare. «Proprio mentre mi chiamavano al cellulare per avvertirmi della rapina vedo sfrecciarmi davanti una macchina», spiega il meccanico di un’officina in via Consolare. I due banditi imboccano un sentiero che costeggia la Frosinone-Mare. Abbandonano l’auto, afferrano armi e bottino e scavalcano il guardrail. Ad attenderli è un’altra macchina. Ancora da accertare se fosse parcheggiata o, più probabile, ci fosse un terzo complice ad aspettarli con il motore accesso. Poi la fuga in superstrada. Sul posto carabinieri e polizia. Agli agenti del commissariato è stata affidata l’indagine assistiti dalla polizia scientifica, giunta a La Fiora per esaminare l’auto. Un primo esame esterno non ha rilevato tracce. All’interno pare siano stati lasciati degli indizi utili per risalire ai responsabili del furto. Sicuramente dei professionisti venuti da fuori, cosa che spiega la sfrontatezza nell’esibire il volto e minacciare l’uso delle armi, e che avevano effettuato dei sopralluoghi preliminari per studiare il colpo nei minimi dettagli.
Primo giorno di riscossione per i pensionati di La Fiora, due giovani irrompono nell’ufficio postale e rubano diverse migliaia di euro. Forse 10mila. Poi fuggono a tutta velocità, abbandonano la macchina utilizzata per il colpo in un sentiero e prendono la superstrada Frosinone–Mare. Si sono perse le loro tracce. In pochi secondi va in porto un colpo studiato nei minimi particolari. Sono da poco passate le 10. Il furgone portavalori scarica il denaro nell’ufficio postale e si allontana. A bordo di una Lancia Y10 arrivano due giovani, dicono i testimoni. Hanno il volto scoperto e parlano la lingua italiana, senza inflessioni dialettali. Scendono entrambi dalla piccola utilitaria. Uno ha in mano un’asta di metallo. L’altro tiene ben in vista una pistola. Irrompono nell’ufficio postale dove si trovano, al momento del furto, il dipendente e cinque anziani in fila per essere serviti. Uno di loro pensa a una bravata e strattona un ladro. Ma la coppia fa sul serio. Si fa consegnare dall’impiegato i soldi appena scaricati dal camion portavalori. Neppure il tempo di reagire e i due, sempre armati, balzano fuori dell’ufficio postale e salgono in macchina. Una sgommata, poi la fuga a pazza velocità che per poco non travolge un passante. La piccola piazzetta davanti l’ufficio si riempie di gente. La Y10 supera il passaggio a livello e svolta per via Consolare. «Proprio mentre mi chiamavano al cellulare per avvertirmi della rapina vedo sfrecciarmi davanti una macchina», spiega il meccanico di un’officina in via Consolare. I due banditi imboccano un sentiero che costeggia la Frosinone-Mare. Abbandonano l’auto, afferrano armi e bottino e scavalcano il guardrail. Ad attenderli è un’altra macchina. Ancora da accertare se fosse parcheggiata o, più probabile, ci fosse un terzo complice ad aspettarli con il motore accesso. Poi la fuga in superstrada. Sul posto carabinieri e polizia. Agli agenti del commissariato è stata affidata l’indagine assistiti dalla polizia scientifica, giunta a La Fiora per esaminare l’auto. Un primo esame esterno non ha rilevato tracce. All’interno pare siano stati lasciati degli indizi utili per risalire ai responsabili del furto. Sicuramente dei professionisti venuti da fuori, cosa che spiega la sfrontatezza nell’esibire il volto e minacciare l’uso delle armi, e che avevano effettuato dei sopralluoghi preliminari per studiare il colpo nei minimi dettagli.
Formia: Nervosi da Seconda Repubblica
Simona Gionta
All’indomani del consiglio comunale ‘flop’ in cui i banchi della maggioranza erano
totalmente vuoti è interessante vedere come le varie forze politiche,
il Pdl in primis, tentano di spiegare e motivare il boicottaggio della
seduta con il bilancio di previsione all’ordine del giorno. Subito dopo
il saluto del presidente del consiglio, il sindaco Michele Forte e i
membri del Pdl si sono precipitati a chiarire come l’assenza della
maggioranza non fosse dovuta ad una frattura interna o a un’
inclinazione dei rapporti tra consiglieri e primo cittadino ma per dei
disaccordi e una volontà di maggiore attenzione sulla gestione del
denaro pubblico. Chiarisce ulteriormente e personalmente la posizione
il capogruppo del Pdl Orsini: «Il rinvio della seduta consiliare per l’
approvazione del bilancio di previsione 2009, non rappresenta una
rottura all’interno della maggioranza, ma un semplice rinvio per
visionare la documentazione tecnica allegata, precisando, altresì, che
sono condivise le linee programmatiche contenute in esso. Esiste piena
sintonia con il Sindaco e totale fiducia nel suo operato». E ancora:
«Il PdL è però impegnato a una gestione più attenta del denaro
pubblico. Oggi ancor di più, vista la grave congiuntura economica
internazionale e in considerazione del fatto che il Comune di Formia ha
sforato, per la seconda volta in tre anni, il patto di stabilità a
causa della dissennata gestione economica-finanziaria della precedente
consiliatura Bartolomeo». Ciò che si chiedono un po’ tutti è se questo
sia un buon motivo per arrivare addirittura a non presentarsi in
consiglio. Erano dei disaccordi e delle note che non potevano essere
discusse in assise? Queste considerazioni lasciano il dubbio che non ci
sia sotto qualcos’altro. Ad alimentare queste incertezze ci sono la
commissione bilancio o le riunioni di discussione in cui il Pdl ha
dimostrato di condividere il piano economico stilato. Lo stesso Stefano
Paone dopo il rinvio aveva affermato: «Nelle commissioni a cui ho
partecipato e nella riunione di ieri sera dove si fornivano maggiori
spiegazioni sul bilancio tutti erano concordi. Addirittura avevamo noi
proposto un rinvio per soffermaci di più ma tutti hanno detto che non c’
erano problemi». Orsini e il Pdl rispondono così alla delusione
dichiarata dal consigliere d’opposizione: «l PdL non accetta lezioni di
moralità da nessuno. Tanto meno da chi, come il consigliere Paone, che
dopo le adulazioni del consigliere Bartolomeo dopo le elezioni, è stato
protagonista, contro lo stesso, di disgustose sceneggiate sui costi
della campagna elettorale tradendo a più riprese le sue idee e gli
schieramenti che lo hanno visto impegnato per mera convenienza». Questa
la contro risposta di Stefano Paone: “E’ impazzito. Io non ho detto
sulla su Orsini ma sull’intero schieramento. Cominciasse lui a dire
perché prima delle elezioni era a cena con Bartolomeo e perché alla
fine non è più passato tra le sue file. Non faccio lezioni di moralità,
era solo una presa d’atto di una manifestazione di irresponsabilità che
poteva essere comunicata prima senza portarci in consiglio». E’
evidente come gli eventi consiliari scatenino sempre dei meccanismi
politici e dei dibattiti che fanno venire a galla aspetti rimasti
sepolti. La tensione e il nervosismo delle risposte sembrano però
molto, forse troppo, alti.
All’indomani del consiglio comunale ‘flop’ in cui i banchi della maggioranza erano
totalmente vuoti è interessante vedere come le varie forze politiche,
il Pdl in primis, tentano di spiegare e motivare il boicottaggio della
seduta con il bilancio di previsione all’ordine del giorno. Subito dopo
il saluto del presidente del consiglio, il sindaco Michele Forte e i
membri del Pdl si sono precipitati a chiarire come l’assenza della
maggioranza non fosse dovuta ad una frattura interna o a un’
inclinazione dei rapporti tra consiglieri e primo cittadino ma per dei
disaccordi e una volontà di maggiore attenzione sulla gestione del
denaro pubblico. Chiarisce ulteriormente e personalmente la posizione
il capogruppo del Pdl Orsini: «Il rinvio della seduta consiliare per l’
approvazione del bilancio di previsione 2009, non rappresenta una
rottura all’interno della maggioranza, ma un semplice rinvio per
visionare la documentazione tecnica allegata, precisando, altresì, che
sono condivise le linee programmatiche contenute in esso. Esiste piena
sintonia con il Sindaco e totale fiducia nel suo operato». E ancora:
«Il PdL è però impegnato a una gestione più attenta del denaro
pubblico. Oggi ancor di più, vista la grave congiuntura economica
internazionale e in considerazione del fatto che il Comune di Formia ha
sforato, per la seconda volta in tre anni, il patto di stabilità a
causa della dissennata gestione economica-finanziaria della precedente
consiliatura Bartolomeo». Ciò che si chiedono un po’ tutti è se questo
sia un buon motivo per arrivare addirittura a non presentarsi in
consiglio. Erano dei disaccordi e delle note che non potevano essere
discusse in assise? Queste considerazioni lasciano il dubbio che non ci
sia sotto qualcos’altro. Ad alimentare queste incertezze ci sono la
commissione bilancio o le riunioni di discussione in cui il Pdl ha
dimostrato di condividere il piano economico stilato. Lo stesso Stefano
Paone dopo il rinvio aveva affermato: «Nelle commissioni a cui ho
partecipato e nella riunione di ieri sera dove si fornivano maggiori
spiegazioni sul bilancio tutti erano concordi. Addirittura avevamo noi
proposto un rinvio per soffermaci di più ma tutti hanno detto che non c’
erano problemi». Orsini e il Pdl rispondono così alla delusione
dichiarata dal consigliere d’opposizione: «l PdL non accetta lezioni di
moralità da nessuno. Tanto meno da chi, come il consigliere Paone, che
dopo le adulazioni del consigliere Bartolomeo dopo le elezioni, è stato
protagonista, contro lo stesso, di disgustose sceneggiate sui costi
della campagna elettorale tradendo a più riprese le sue idee e gli
schieramenti che lo hanno visto impegnato per mera convenienza». Questa
la contro risposta di Stefano Paone: “E’ impazzito. Io non ho detto
sulla su Orsini ma sull’intero schieramento. Cominciasse lui a dire
perché prima delle elezioni era a cena con Bartolomeo e perché alla
fine non è più passato tra le sue file. Non faccio lezioni di moralità,
era solo una presa d’atto di una manifestazione di irresponsabilità che
poteva essere comunicata prima senza portarci in consiglio». E’
evidente come gli eventi consiliari scatenino sempre dei meccanismi
politici e dei dibattiti che fanno venire a galla aspetti rimasti
sepolti. La tensione e il nervosismo delle risposte sembrano però
molto, forse troppo, alti.
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